Montanelli su Giordano Bruno

“Di Bruno, sul piano della dottrina cattolica che ne determino’ la condanna da parte del Sant’ Uffizio, ha gia’ parlato giovedi’ sul Corriere, con grandissima competenza, Armando Torno. Se del personaggio e dello scrittore Bruno – di cui qualcosa posso dirle anch’ io – lei vuole conservare l’ alta opinione che mostra di averne, le consiglio di non leggerne nulla. Dopo essermi piu’ volte provato a farlo, io non sono mai riuscito ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata, enfatica e lutulenta. I suoi esegeti sono concordi nel dire che, anche se Bruno era un uomo di cultura, non l’ aveva digerita, e che nel suo pensiero c’ era un po’ di tutto, alla rinfusa, ma di suo ben poco. Quanto al personaggio, ecco la scheda autobiografica che compilo’ lui stesso per i suoi ascoltatori londinesi: “Amante di Dio, dottore della piu’ alta Teologia, professore di cultura purissima, noto filosofo, accolto e ricevuto presso le prime Accademie, vincitore dell’ ignoranza presuntuosa e persistente…”, e via di questo passo. Non ho mai capito perche’ si fece frate e scelse l’ ordine piu’ severo, quello dei Domenicani. Il suo carattere era quello di un ribelle a tutte le regole, di uno “sciupafemmine” come dicono dalle sue parti (era di Nola) sempre in caccia di gonnelle. Infatti poco dopo getto’ la tonaca alle ortiche, e comincio’ a girovagare in tutta Europa in cerca di cattedre e di pergami da cui predicare. La sua oratoria era simile alla sua prosa: gonfia di aggettivi e d’ immagini, aggressiva e violenta specie contro la Chiesa: tanto che i calvinisti di Ginevra, credendo che fosse dei loro, lo invitarono a tenere un corso. Ne approfitto’ per denunciare gli errori e gli strafalcioni teologici in cui essi cadevano, e ne fu contraccambiato con l’ espulsione dalla citta’ . Gli amici (qualcuno ne aveva) lo persuasero a rivestire il saio, e stranamente la Chiesa glielo concesse. Lui la ripago’ facendosi propagandista del pensiero copernicano – rielaborato a modo suo – che la Chiesa condannava come eretico. Stavolta il Sant’ Uffizio perse la pazienza, se lo fece consegnare dai gendarmi di Venezia, dove si era ultimamente rifugiato, e lo sottopose a processo. Nell’ interrogatorio del Grande Inquisitore Bellarmino, Bruno non difese le sue posizioni, anzi le rinnego’ come false, confesso’ tutti i suoi peccati, e chiese di essere riaccolto in grembo alla Chiesa. Fu quando si trovo’ issato sul patibolo di Campo de’ Fiori, cioe’ quando ormai non aveva piu’ nulla da perdere, che Bruno si penti’ di essersi pentito e pronuncio’ contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie. No, Bruno non fu un eroe del Libero Pensiero, come un Carnesecchi o un Ochino, di cui non raggiunse l’ altezza morale e intellettuale. Era soltanto un ribelle che si ribellava a tutto per il suo carattere egocentrico e protervo. Con questo – intendiamoci – non intendo affatto giustificare il supplizio a cui fu condannato e su cui era tempo che la Chiesa facesse atto di contrizione. Voglio soltanto dire che, di tutti quelli (e furono tanti) da essa accesi in quei tempi calamitosi, il rogo di Giordano Bruno e’ fra quelli che m’ indignano di meno. Esso illumina della luce piu’ cupa, e quindi piu’ pertinente, lo squallido paesaggio dell’ Italia della Controriforma: un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una Causa a cui intestare il proprio sacrificio. “

 

[Corriere della Sera, 5 Febbraio 2000, pagina 41]

Per saperne di più sul “razionalismo” del “martire del libero pensiero”: http://www.uccronline.it/2013/05/19/giordano-bruno-magia-e-occultismo-altro-che-razionalita/

Fin qua

In occasione del primo compleanno del blog, pubblico questo “racconto” risalente ad Aprile 2012 e mai pubblicato in questi lidi.

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Fiabe, bambini e paura

Coloro secondo i quali i bambini non devono essere spaventati possono voler dire due cose: (1) che non dovremmo fare niente che possa inculcare nei più piccoli paure ossessive, paralizzanti e psicologiche contro le quali il normale coraggio non può nulla, in altre parole fobie. Oppure (2) che dobbiamo nasconder loro il fatto di essere nati in un mondo di morte e violenza, avventure e dolori, eroismo e vigliaccheria, bene e male. Personalmente sono d’accordo con coloro che sostengono il primo punto ma non con i secondi. Questi ultimi intendono nutrire i bambini di false sensazioni ed escapismo del tipo deteriore; oltretutto, c’è qualcosa di ridicolo nel tentativo di educare in questa maniera una generazione nata nel secolo della polizia sovietica e della bomba atomica. È probabile che i giovani debbano affrontare nemici crudeli: che almeno abbiano sentito parlare di valorosi cavalieri ed eroiche gesta di coraggio. Non prepararli minimamente equivarrebbe a dar loro un futuro più oscuro, non più luminoso. Per quanto riguarda violenza e spargimenti di sangue letterari, la maggior parte di noi sa che non innescano paure ossessive nella mente del bambino. In questo senso mi oppongo tranquillamente al riformatore moderno e mi schiero con la razza umana: continuino a esistere re malvagi e decapitati, battaglie e carceri sotterranei, draghi e giganti; e che i cattivi vengano senz’altro uccisi alla fine del racconto. Niente potrà convincermi che questi espedienti provochino, nel bambino normale, un brivido o un livello di paura superiore a quello che vuole e che ha bisogno di provare. Perché il bambino vuole essere un po’ spaventato.

[C.S. Lewis, Tre modi di scrivere per l'infanzia]

La pedagogia (2)

Ma il pedagogista non si arrende, e si ostina a parlare dell’ “uomo nuovo”, quello che oggi descrivono come “destinato all’immobilità fisica”, “destinato ad essere sempre più avvolto in una macrorete informatica”, “destinato a non avere più un contatto con la natura ed un utilizzo congruo del proprio corpo”, eccetera.

Ipocriti, è inutile che continuiate ad usare questi termini: se anni fa potevate riuscire ad ingannare qualcuno, oggi non ci credete più nemmeno voi. Quello che abbiamo di fronte non è l’uomo nuovo, ma l’uomo posto di fronte al proprio limite ed all’annientamento della sua stessa umanità, smettetela con questa neolingua.
Hanno sostenuto i progetti di Hitler e Stalin, e per inerzia continuano a fare lo stesso gioco, la stessa disgustosa opera di ideologizzazione del futuro, in cui ci sarà “l’uomo nuovo”, il “mondo nuovo”, tutte queste novità che…

Pensate a come si possa intervenire, piuttosto che guardare rassegnati all’ “uomo nuovo” che, ve lo si legge tra le parole, fa cagare pure a voi.
Ma dato che vi impegnate tanto ad incentivare la “tecnologia nelle scuole”, dato che quando fate le vostre comparsate mediatiche non fate che lodare l’avvento del nuovo modo di affrontare il sapere, temo proprio che la lezione non l’abbiate ancora imparata.

La pedagogia potrebbe rappresentare quella forza in grado di cambiare il corso della corrente e spingere l’uomo ad incamminarsi su quella strada che davvero potrebbe in qualche modo essere chiamata “progresso”, invece non fa altro che immergersi nella corrente, e gloriarsi di essa.
Ma allora la pedagogia è del tutto inutile, qualcuno restituisca quelle braccia all’agricoltura!

 

Le bestie sono migliori degli uomini?

Molti e diversi tra loro sono i motivi che pos­sono spingere la gente ad acquistare e a tenere un cane, e non tutti sono buoni. Innanzi tutto, tra gli amici dei cani vi sono anche coloro che cercano rifugio in un animale soltanto a causa di amare esperienze personali. Mi rattrista sempre sentire quella frase malvagia e total­mente falsa«Le bestie sono migliori degli uomini». Non lo sono affatto! Certo, la fe­deltà di un cane non trova facilmente l’equi­valente tra le qualità sociali dell’uomo. In compenso, però, il cane non conosce quel labirinto di obblighi morali, spesso in contrasto tra di loro, che è proprio dell’uomo, non conosce, o soltanto in misura minima, il conflitto fra inclinazione e dovere, insomma tutto ciò che in noi poveri uomini crea la colpa. Anche il cane più fedele è amorale, secondo il significato umano della responsabilità.

Una chiara ed esatta conoscenza del comportamento sociale degli animali più evoluti non conduce, come molti credono, a ridurre le differenze fra uomo e animale, ma al contrario: soltanto un buon conoscitore del comportamento animale è in grado di valutare la posizione unica e più elevata che l’uomo occupa fra gli esseri viventi.
La comparazione scientifica fra l’animale e l’uomo, su cui si basa tanta parte del nostro metodo di ricerca, non implica affatto – come del resto l’accettazione della teoria sull’origine della specie – una diminu­zione della dignità umana. È nella natura del processo evolutivo il dar vita a forme sempre nuove e più elevate che non erano in alcun modo prestabilire, e neanche solo contenute, negli stadi precedenti da cui esse hanno avuto origine. È pur vero che ancora oggi nell’uomo c’è tutto l’animale, ma non certo tutto l’uomo è nell’animale. Il nostro metodo filogenetico di indagine, che necessariamente parte dal gradino più basso, cioè dall’animale, ci mostra con particolare evidenza proprio l’ elemento essenzialmente umano, cioè quelle alte creazioni della ragione e dell’etica che non sono mai state presenti nel regno animale, e questo appunto perché noi le poniamo in rilievo staccandole da quello sfondo di antiche, storiche qualità e capacità che ancor oggi l’uomo ha in comune con gli animali più evoluti. Dire che gli animali sono migliori dell’uomo  è semplicemente una bestemmia; anche per la mente critica del naturalista, che non nomina con futile presunzione il nome di Dio. Quella frase rappresenta un satanico rifiuto dell’ evoluzione creativa nel mondo degli organismi viventi.

Purtroppo una schiera terribilmente numerosa di amici degli animali, ma soprattutto di coloro che li proteggono, insiste su questo pun­to di vista eticamente tanto pericoloso. Invece l’amore per gli animali è bello e nobilitante e soltanto quando nasce dal più vasto e generi­co amore per tutto il mondo vivente, il cui nucleo centrale e più importante deve rima­nere l’amore per gli uomini. « Io amo ciò che vive », fa dire J.V. Widmann al Redentore nella sua leggenda drammatica Il Santo e gli animali. Solo chi è in grado di dire lo stesso di sé può dare senza pericolo morale il suo cuore agli animali. Ma colui che, deluso e amareggiato dalle debolezze umane, toglie il suo more all’umanità per darlo a un cane o a un gatto, commette senza dubbio alcuno un grave peccato, vorrei dire un atto di ripugnante perversione sociale. L’odio per l’uomo e l’amore per le bestie sono una pessima combinazione.”

 

Da E l’uomo incontrò il cane di Konrad Lorenz (pp. 55-57)

(In risposta a http://melodiestonate.wordpress.com/2013/04/29/lanimale-e-inferiore-alluomo-perche-non-sa-amare/)

La pedagogia

La pedagogia dovrebbe essere quella scienza che guarda al futuro, una scienza che cerca il meglio per l’uomo, una scienza che tenti di capire come rendere migliori le relazioni che oggi non funzionano, affinché domani possano funzionare.
E che succede? Oggi la pedagogia è la scienza della rassegnazione: “la famiglia tradizionale è in declino”, dicono, bisogna riconoscere l’esistenza delle nuove forme di convivenza, e smettere di parlare di “la famiglia”, ma di “le famiglie”.

Ma poi che succede? Negli stessi libri c’è anche l’onestà intellettuale indispensabile a dire le cose come le stanno, dopotutto, a dire ovvero che più ci si distanzia da quel “la famiglia” di cui è meglio non parlare più, più si creano problemi, più le cose vanno male, più non si riesce ad educare, più va tutto a puttane, prosaicamente. Leggi il resto di questa voce

Delirio ordinario

La tastiera, pigio sulla tastiera, premo, tocco, scrivo, digito.

Il dito. Mi fa male il dito.

Giallo, ecco, sì, giallo è il colore del… sangue.

FFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFF

FFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFF

Che è sto rumore? Ah sì, la cassa, la cassa… una cassa… cosa contiene vediamo…

Una penna.

Una penna che non scrive. No, ma la tastiera scrive, lo vedo, eppure la penna non stride.

Ho detto stride? Forse l’ho scritto! Bizzarro. Leggi il resto di questa voce

Preferisco il sogno alle tenebre

“Permettete una parola, signora?” cominciò il paludrone, allontanandosi dal fuoco e zoppicando per il gran male. “Una soltanto, se consentite. Sono certo che tutto quello che avete detto sia vero, anzi, verissimo. Io sono un povero diavolo che vede sempre il peggio delle cose e poi le affronta facendo buon viso a cattivo gioco. Che volete, sono fatto così. Dunque credo a tutto quello che avete detto, ma c’è una cosa che tengo a chiarire. Supponiamo che abbiamo fatto un sogno e ci siamo inventati le cose di cui abbiamo parlato poco fa: gli alberi, il sole, la luna, le stelle e perfino Aslan. Supponiamolo: ma lasciate che vi dica che le cose inventate sono più belle e importanti di quelle reali da cui, secondo voi, avremmo tratto ispirazione. Immaginiamo che l’orribile buco nero che governate sia l’unico mondo autentico: non mi piace lo stesso, anzi mi fa una gran pena. Avete detto che siamo ragazzi e stiamo giocando, ma quattro ragazzi che giocano al gioco del mondo, signora, possono essere così abili da spazzar via il vostro mondo. Ecco perché voglio continuare la partita. Io sto dalla parte di Aslan, anche se è pura invenzione; voglio vivere come un Narniano anche se Narnia non esiste. Quindi, grazie infinite per la cena ma vi informo che se questi due gentiluomini e questa signorina sono pronti, noi lasciamo la vostra corte per addentrarci nelle tenebre, dove passeremo il resto della vita a cercare il Mondodisopra. Non che le nostre vite dureranno in eterno, ma che importanza ha se il mondo è piatto e scialbo come ce lo avete dipinto?

[C. S. Lewis, Le cronache di Narnia: la sedia d'argento]

Pozzanghera il paludrone è il San Giorgio che serve oggi.

Fa’, te ne prego, Signore, che io senta nel cuore ciò che tocco con l’intelligenza… Occorre impregnare sempre più la nostra fede di intelligenza, in attesa della visione beatifica.

Sant’Anselmo, vescovo e dottore della Chiesa

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