Siate fedeli alla terra! – Phronesis editore

Sono felice di potervi segnalare la pubblicazione, per i tipi di Phronesis, del mio nuovo libro: “Siate fedeli alla terra!”

Siate fedeli alla terra! è una raccolta di fiabe, ma non come ve le aspettereste. In compagnia della Prima Fata e della sua violenta nostalgia per una pace che non ha più, sarete guidati nei meandri più oscuri della terra. Farà buio, ma chissà: talvolta una luce celeste brilla anche dove gli occhi sono resi ciechi da un sonno di morte.

Non lasciatevelo sfuggire!

In Paradiso vivremo in pace, quindi giocheremo – Dov’è tuo fratello?

«Tu credi al Paradiso?» replicò Simon, senza ironia.

«Certo che ci credo.»

«Io non sono mai riuscito a immaginarmelo.»

«Ma l’Inferno sì.»

«L’Inferno sì, certo. Basta pensare di continuare a soffrire per sempre.»

«Anche il Paradiso…» sentiva che il vestito iniziava a pesargli, a fargli caldo, si tolse il cappuccio «Non ti basta pensare che ci saranno i tuoi genitori?»

«Quella è una famiglia, non un Paradiso.»

«A me basta questo.» chiosò perentorio «Un posto in cui tutto sarà come doveva essere, con mamma e papà sani e felici mentre noi bambini possiamo giocare senza avere mai paura, o fame…»

«Che buffo» commentò Simon raggiungendolo «Conosco una persona molto… Molto saggia, davvero.» rimuginò «Che mi diceva sempre che ”in Paradiso si gioca tutto il tempo”» pronunciò le ultime parole con un tono grave, come imitando qualcuno «A me dava fastidio che lo dicesse.»

«Perché? Mi sembra una cosa molto bella.»

«Sono troppo grande per giocare.» sbuffò «Figuriamoci farlo per sempre.»

«E non ti manca farlo? Non senti nostalgia di quand’eri bambino?»

«Per niente!» grugnì Simon «Ero debole e non potevo fare niente di utile. Succedevano cose brutte e non potevo farci nulla. È una sciagura essere bambini.»

«Una sciagura…» mormorò Nomis, guardando i rami che si intrecciavano sopra la sua testa «Io mi ricordo… Che fino a un certo giorno non volevo fare altro che giocare. E con mio fratello ci divertivamo tanto, lui mi imitava sempre e io mi sentivo grande.»

«Poi sei cresciuto.»

«Non lo so. All’improvviso non ne ho avuto più voglia. Lo facevo ancora, perché mio fratello insisteva, ma anche lui si accorgeva che non ero più come prima. Lo facevo soltanto per lui…»

«Avevi cose più importanti a cui pensare.»

«Sì, è così. Lui lo capisce ma… Ecco, non voglio che capisca. Una volta mi ha chiesto persino scusa, perché ”ti assillo tutto il tempo per giocare e non capisco che magari vuoi riposarti”… Ma io faccio di tutto perché non pensi di essere un peso… Per convincerlo che presto tornerà tutto come prima.»

«Ma non succederà, Nomis.» Simon lo afferrò delicatamente per una spalla e incrociò il suo sguardo «Tu continuerai a crescere, e anche lui. Dimenticherà i suoi capricci e inizierà ad esserti d’aiuto.»

«Non sono capricci» Nomis strinse il pugno «È vivere in pace. Prima vivevamo in pace e presto torneremo a farlo.»

[Dov’è tuo fratello?]

Solo 5% corrigere. San Bernardo: un Baden-Powell d’altri tempi

Se siete o siete stati scout, certamente vi avranno raccontato di come il fondatore, Baden-Powell, ebbe l’idea che generò questo Movimento. Maggior Generale dell’esercito inglese di stanza in Sudafrica, disgustato dai frutti marci dell’addestramento militare del suo tempo, che nonostante i metodi duri formavano uomini deboli e vili, pronti a nascondersi in ogni sorta di vizio non appena i superiori voltassero il capo, brevetta lo scouting come strumento per trasformare quelle leve senza personalità in soldati responsabili. Tornato in patria scorge le stesse forme di viltà nei ragazzi del suo popolo, condotti dalla noia in bande di teppisti, e ha la bella idea di adattare a loro il suo metodo, convinto che ogni ragazzo possa riuscire a meritare fiducia, specialmente se qualcuno, con il giusto metodo, lo aiuta a tirare fuori quel 5% di buono che giace anche nel cuore del ”peggiore” dei ragazzi e a metterlo a servizio di tutti. Per farlo non rinchiude i ragazzi in un mondo alieno e controllato come voleva fare Rousseau con il suo Emilio, ma scopre nella loro vita i germi della trasformazione ricercata e li coltiva: così le bande di teppisti diventano squadriglie pronte a rendersi utili con le loro imprese; il desiderio di emozioni forti si fa stimolo di quell’avventura che forgia il carattere; il vagabondaggio senza meta diventa appunto scouting, ricerca di se stessi e del bene in mezzo alla natura che Dio ci ha donato. E molto altro.

Perché questo sia possibile non si limita a spiegare il suo metodo agli educatori adulti (che anzi inizialmente non facevano parte del progetto), ma coinvolge i ragazzi stessi dando loro una Legge, e chiedendo loro di pronunciare una Promessa. Promessa che addita esplicitamente come la versione moderna del giuramento degli antichi cavalieri. Ed è proprio questo che ci porta al santo di oggi: Baden-Powell, che scelse San Giorgio come patrono dei suoi scout perché ”unico santo che fosse anche cavaliere” (che è falso, ma tant’è), poté farlo solo grazie ad un altro grande santo, che 8 secoli prima di lui (re)inventò la cavalleria cristiana… Proprio nello stesso modo, con tanto di ”leggi” e ”promessa”.

Parliamo di uno degli uomini più geniali della storia della Chiesa, e come vi spiegherò di un genio proprio in ambito pedagogico. Il Doctor Mellifluus, San Bernardo di Chiaravalle, che con la contemplazione e la parola rieducò un intero continente, senza risparmiare nessuno. Ma a noi interessa soprattutto il modo in cui reinventò la vita militare, e perché.

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Prima dell’Amore – Giovanni Papini

I rifiutatori di Cristo, che hanno troppe ragioni per non accettarlo – dovrebbero rinnegare se stessi interi e non sanno vedere quanto guadagnerebbero al cambio e han troppa paura di perdere perché tengono a quella ch’è spazzatura e a loro par magnificenza – i rifiutatori di Cristo, per scusarsi di non seguirlo, hanno cavato fuori, da un pezzo, una ragione di più, una ragione “dotta”: non ha detto nulla di nuovo. Le sue parole si trovano in Oriente e in Occidente, secoli prima; l’ha rubate o le ripete senza sapere che non gli appartengono. Se non ha detto nulla di nuovo non è grande quanto si va dicendo; se non è grande non va ascoltato; è da ignoranti ammirarlo, da mentecatti ubbidirlo, da scemi rispettarlo.

Intanto codesti lucumoni della genealogia ideale non dicono se le idee di Gesù, vecchie o nuove che siano, son da prendere o da buttar via; intanto non osan pretendere che il riconsacrare colla morte una verità grande, una verità dimenticata e non praticata, sia lo stesso che nulla; intanto non guardano bene se tra l’idee di Gesù e l’altre più antiche ci sia vera identità di senso e di spirito e non piuttosto semplice assonanza o lontana somiglianza di parole; intanto, per non sbagliare, non accettano la legge di Gesù né quelle dei pretesi maestri di Gesù e seguitano a viver tranquilli la lor vita porca come se l’Evangelo non fosse indirizzato anche a loro.

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Cecilio Cipriano risponde a Callista, che non può credere all’Inferno – John Henry Newman

“Che cosa non puoi credere?” chiese il sacerdote.

“Sembra troppo bello” disse lei “per essere altro che un sogno. È una cosa di cui parlare, ma quando ti avvicini ai suoi fedeli, vedi che è impossibile. Una splendida fantasia, ecco cos’è. Splendidi i suoi precetti, per quello che ho sentito di loro, così belli che in teoria non c’è nessuna difficoltà. La mente corre con essi, come se potesse compierli senza uno sforzo. Bene, le sue massime sono troppo belle per essere realizzate, e poi d’altra parte i suoi dogmi sono troppo tristi, troppo scioccanti, troppo odiosi per essere creduti. Mi fanno ribellare”.

“Ad esempio?” chiese Cecilio.

“Ad esempio” rispose Callista “nulla mi farà mai credere che tutta la mia gente sia andata e andrà in un Tartaro eterno”.

“Non sarebbe meglio se ci limitassimo a qualcosa di più specifico, più tangibile?” chiese Cecilio, gravemente. “Immagino che se un individuo possa avere quella terribile sorte, un altro possa – entrambi potrebbero, molti potrebbero. Immagina che io abbia capito che tu abbia detto che non crederai mai che tu andrai al Tartaro eterno”.

Callista fece per cominciare, e mostrò un certo fastidio o dispiacere.

“Non è più probabile” continuò lui “che sei maggiormente in grado di parlare di te stessa, e di formare un giudizio riguardo a te stessa, rispetto agli altri? Forse se tu potessi prima parlare con confidenza di te stessa, saresti in una miglior posizione per parlare anche riguardo agli altri”.

“Vuoi dire” disse in tono calmo “che il mio posto, dopo questa vita, è un Tartaro eterno?”.

“Sei felice?” le chiese di ritorno.

Lei fece una pausa, guardò in basso, e con voce profonda e chiara disse:

“No”.

Ci fu un attimo di silenzio. Il prete ricominciò:

“Forse sei cresciuta nell’infelicità per anni; è così? Annuisci. Hai un pesante fardello sul tuo cuore, non sai bene quale. Ed è possibile che crescerai nell’infelicità per i prossimi dieci anni a venire. Sarai sempre più infelice più a lungo vivrai, se vivessi fino a diventare una donna anziana, non sapresti più come sopportare la tua esistenza”.

Callista gridò come per un dolore fisico:

“È vero, signore, chiunque te l’abbia detto. Ma come puoi avere il cuore di dirlo, di insultarmi e prendermi in giro!”.

“Dio non voglia!” esclamò Cecilio “ma lasciami continuare. Ascolta, figlia mia. Sii coraggiosa e usa guardare le cose per come sono. Ogni giorno accresci il tuo fardello. Questa è una legge del tuo stato presente, qualcosa più certo dell’affermazione che hai appena fatto così confidentemente, l’impossibilità che tu creda in quella legge. Non puoi rifiutare di accettare quello che non è un’opinione, ma un fatto. Ti dico che questo fardello di cui parlo non è semplicemente un dogma del nostro credo, è un innegabile fatto della natura non puoi cambiarlo volendolo; se dovessi vivere sulla terra duecento anni, non sarebbe mutato, sarebbe solo sempre più vero. Alla fine dei duecento anni saresti troppo miserabile perfino perché il tuo peggior nemico potesse rallegrarsene”.

Cecilio parlava, come se fosse quasi in un monologo o in una meditazione anche se stava guardando verso Callista. Il contrasto fra di loro era singolare: lui così astratto, lei pure completamente dimentica di sé, ma assorta su di lui, e che lo dimostrava con i suoi occhi attenti, il respiro silenzioso, il suo atteggiamento ansioso. Alla fine disse impazientemente:

“Padre, tu stai parlando a te stesso; mi disprezzi”.

Il sacerdote la guardò direttamente con u sorriso aperto e senza problemi, e disse:

“Callista, non dubitare di me, mia povera bambina; sei nel mio cuore. Stavo pregando per te appena prima che tu apparissi. No; ma in una questione così seria come cercare di salvare un’anima, preferisco parlarti nello sguardo del mio Signore. Sto parlando a te, certamente lo sto facendo, bambina mia; ma sto anche implorando con te al suo cospetto davanti al suo trono”.

La sua voce tremava mentre parlava, ma presto si riprese.

“Sopportami” disse “stavo dicendo che se vivessi cinquecento anni sulla terra non avresti nulla se non un fardello più pesante nel mentre che il tempo va avanti. Ma non vivrai, morirai. Forse mi dirai che allora cesserai di essere. Non credo che tu lo pensi. Posso prendere per certo che tu pensi come me e come una moltitudine di uomini, che tu vivrai ancora, e sarai ancora te. Sarai ancora lo stesso essere, ma privato di quei resti esteriori e quei sollievi e quelle gioie per cui ora godi per quello che sono. Sarai te stessa, chiusa in te stessa. Ho udito che le persone diventano pazze a lungo andare quando sono in un confinamento solitario. Se allora nel passare oltre, sei tagliata via da quello che hai avuto qui e hai solo la compagnia di te stessa, penso che il tuo fardello sarà, in fondo, più grande, non minore di quello che è ora.

“Supponiamo, per esempio, che avrai ancora il tuo amore per la conversazione, e non potrai conversare; il tuo amore per i poeti della tua stirpe e non avrai modo di recitarli; il tuo amore della musica, e nessun strumento da suonare; il tuo amore della conoscenza, e nessuna cosa da imparare; il tuo desiderio di simpatia e nessuno da amare: non sarebbe una miseria ancora più grande?

“Lasciami andare un passo avanti: supponendo che tu fossi tra quelli che attualmente non ami; supponendo che non ti piacciono, né le loro occupazioni, e tu non possa capire i loro obiettivi; supponi che ci sia, come dicono i cristiani un Dio onnipotente, e che non ti piaccia, e che non abbia sapore pensare a Lui, e non ci sia interesse in quello che Lui sia e faccia; e supponendo che tu trovi che non c’è null’altro in nessun luogo tranne Lui, che tu non hai amato e che hai desiderato di fuggire: non saresti ancora più disgraziata?

“E se questo andasse avanti per sempre, non saresti in grande e inesprimibile dolore per sempre?

“Presumendo allora, per prima cosa, che l’anima ha sempre bisogno di oggetti eterni su cui riposare; poi, che non ha altra prospettiva di nessun tipo quando lascia questa scena visibile; e terzo, che la fame e la sete, il consumarsi del cuore, quando accade, è così affilato e pungente come il fuoco; ne consegue che non c’è nulla di irrazionale nell’idea di un Tartaro eterno.”

“Non posso risponderti, signore” disse Callista “ma non credo il dogma su questa questione per niente di più. La mia mente si rivolta contro questa idea. Deve esserci una qualche via d’uscita”.

“Se, dall’altra parte” continua Cecilio, senza notare la sua interruzione “se tutti i tuoi pensieri vanno in una direzione; se hai bisogni, desideri, scopi, aspirazioni, tutti che domandano un Oggetto, e implicano, per la loro stessa esistenza, che un tale Oggetto esista; e se null’altro ti soddisfa, e se ci fosse un messaggio che professa di venire da quell’Oggetto di cui tu già hai il presentimento, e che ti insegna riguardo a Lui, e che porta rimedio al tuo desiderio; e se quelli che provano quel rimedio, dicono con una voce che il rimedio risponde; non sei tenuta, Callista, per lo meno a guardare in quella direzione, a investigare quello che senti a suo riguardo, e a chiedere il Suo aiuto, se Lui è, per renderti capace di credere in Lui?”.

“Questo è quello che una mia schiava era solita dire” gridò Callista, di colpo “e un altro, Agellio, suggerì la stessa cosa… qual è il tuo rimedio, qual è il tuo oggetto, qual è il tuo amore, o insegnante cristiano? Perché siete tutti così misteriosi, cosi riservati nelle vostre comunicazioni?”.

Cecilio restò in silenzio per un momento, e sembrò a corto di risposte. Alla fine disse:

“Ogni uomo è in quello stato che tu confessi a tuo riguardo. Non abbiamo amore per Colui che solo dura. Amiamo queste cose che non durano, ma giungono ad una fine. Stando così le cose, Egli, cui noi dovremmo amore, ha deciso di conquistarci di nuovo a sé. Con questo obiettivo è venuto in questo Suo mondo, come uno di noi uomini. E in quella forma umana ha aperto le Sue braccia e ci ha corteggiato perché tornassimo a Lui, il nostro Creatore. Questa è la nostra Dottrina, questo il nostro Amore, Callista”.

“Parli come Chione” rispose Callista “solo che lei sentiva e tu insegni. Non poteva parlare del suo Signore senza arrossire per la gioia… E Agellio, quando diceva una parola a riguardo del suo Signore, anche lui iniziava ad arrossire”.

Era chiaro che il sacerdote poteva a malapena controllare i suoi sentimenti, così sedettero per un poco in silenzio. Poi Callista cominciò, come meditando su quello che aveva sentito.

“Un Amato” disse “eppure ideale; una passione così potente, così fresca, così innocente, così impegnativa, così esclusiva rispetto agli altri amori, così resistente, eppure per Uno che mai si è visto; mistero! È la nostra nozione dell’Uno e unico Bene, tuttavia incarnata in una sostanza e allo stesso tempo che si dissolve in una sorta di immaginazione… è al di sopra delle mie possibilità”.

“Non c’è che Uno che ama le anime” esclamò Cecilio “e ama ciascuno di noi, come se non ci fosse nessun altro da amare. È morto per ciascuno di noi, come se non ci fosse nessun altro per cui morire. È morto su una croce infamante. Amor meus crucifixus est. L’amore che Egli ispira è duraturo, perché è l’amore di Chi non muta. Soddisfa, perché Egli è inesauribile. Più ci avviciniamo a Lui, più trionfalmente Egli entra in noi; più a lungo abita in noi, più intimamente Lo possediamo. È uno sposo per l’eternità. Per questo è così facile morire per la nostra fede, cosa per cui il mondo si meraviglia”.

Ben presto disse:

“Perché non ti avvicini a Lui? Perché non lasci la creatura per il Creatore?”.

Callista di rado perdeva il suo autocontrollo; per un attimo lo perse in quel momento; lacrime sgorgarono dai suoi occhi.

“Impossibile” disse “Chi, io? Non mi conosci, padre” fece una pausa, poi riprese in un tono diverso “No, la mia sorte va in una direzione, la tua in un’altra. Sono una figlia della Grecia, non ho felicità se non quella che, per quello che è, mi dà la mia terra e la mia stirpe gloriosa. Posso essere ben contenta ben accontentata, ben orgogliosa, se possiedo quella felicità. Devo vivere e morire dove sono nata. Sono un albero che non sopporta di essere trapiantato. Gli Assiri, gli Ebrei, gli Egiziani hanno i loro insegnamenti mistici. Seguono la loro felicità alla loro maniera; la mia è un’altra. L’orgoglio della mia mente, il piacere dell’intelletto, la voce e gli occhi del genio e l’appassionato battere del cuore, non posso farcela senza queste cose. Non posso farcela senza quello che voi Cristiani chiamate peccato. Lasciami stare; sarò come la natura mi ha fatto. Non posso cambiare”.

Questa improvvisa rivolta dei suoi sentimenti, sopraffece abbastanza Cecilio; tuttavia, mentre la delusione fremeva per il suo corpo, sentì una stranissima simpatia per la povera fanciulla perduta e la sua risposta era piena di commozione.

“Sono forse un Ebreo?” esclamò “Sono un Egiziano, un Assiro? Ho forse creduto e posseduto fin dalla mia giovinezza quello che ora è la mia Vita, la mia Speranza e il mio Amore? Bambina, che cosa era la mia vita? Non sono forse anch’io un marchio tirato fuori dal fuoco? Merito forse qualcosa che non sia il male? Non è la Potenza, la Grande Potenza del solo Forte, del solo Misericordioso, la grazia dell’Emmanuele, che mi ha cambiato e vinto? Se può cambiare me, un uomo anziano, non potrà cambiare una bambina come te? Io, un orgoglioso e austero Romano; un amante del piacere, un uomo di lettere, di alto rango politico, con abitudini formate, alleanze durature e relazioni complicate; sono forse io che ho effettuato questo grande cambiamento in me, disimparando quello che sapevo una volta, no, perfino dimenticando quello che ero un tempo? Che cosa ha spinto me e me ad essere diversi, se non Lui che può, quando vuole, farci essere d’accordo? È la Sua stessa Onnipotenza che ti trasformerà, se verrai a farti trasformare”.

Ma una reazione aveva colto l’orgogliosa e sensibile mente della Greca.

“Quindi, dopo tutto, prete” disse “sei un uomo come tutti gli altri; una persona fragile, colpevole come me. Posso trovare una gran quantità di persone che fanno come faccio io; voglio qualcuno che non lo faccia; voglio qualcuno da venerare. Pensavo ci fosse qualcosa in te di speciale e straordinario. C’era una gentilezza e una tenerezza intrecciata con la tua forza che mi era nuova. Mi dissi, ecco alla fine un dio. I miei dei sono terreni, sensuali; non ho rispetto neanche per loro. Ma non c’è nulla di meglio da nessuna parte. Ahimè!” si alzò e disse con veemenza “Pensavo fossi senza colpa; confessi di fare il male… Ah! Come posso sapere” continuò con un sussulto “che sei meglio di quei sostanziali ipocriti, sacerdoti di Iside o Mitra, le cui lustrazioni, iniziazioni, nuove nascite, vesti bianche e corone d’alloro non sono che strumenti e copertura della loro profonda depravazione?”.

E si aggiustò la spilla sulla spalla. Qui il suo discorso fu interrotto da un suono roco, portato dal vento, come di molte voci confuse in una e affievolite dalla distanza, ma che, in quella circostanza, nessuna delle parti della precedente discussione ebbe alcuna difficoltà nell’assegnare alla loro vera causa. “Caro padre” disse lei “il nemico ti è addosso”.

[John Henry Newman, Callista: uno scorcio sul III secolo]

Di ritorno da Parigi, città di studenti e puttane – Il Cefaloforo

«Basta così Denis, togliti quella faccia da penitente… Non lo sopporterei per tutto il viaggio! Io non ci volevo nemmeno andare a Parigi, non mi hai rovinato la vita.»

«Non devi dire bugie per me…»

«No, non sto mentendo. Ho insistito a lungo con il Maestro, volevo che convincesse il Priore a farmi restare a casa… Ma mi guardava con quel suo sorriso solito… E poi si metteva a raccontare qualche storia su quell’Alberto domenicano, cercava di persuadermi che il Padre avrebbe esultato vedendo uno dei suoi figli giocare con la stessa passione di quell’uomo… E comunque bisogna ubbidire. Ma io non ci voglio andare a Parigi, non voglio essere uno studente. Il Signore non vuole! Il Maestro inizia ad essere anziano, non capisce che questi tempi non sono più quelli di prima, che gli studenti di oggi non sono come il vescovo Alberto… Non sono belli i giochi di Parigi. Vanno là in tantissimi a vivere da signori, per passare la vita a fare a gara a chi vince il nome più ridicolo o ad ingozzarsi come maiali! E tutte queste eresie che distruggono il mondo, da dove vengono se non dagli studenti? Dalle perversioni di quella vita da vagabondi vengono le eresie, dalle eresie le guerre, dalle guerre la rovina di tante anime. E noi non dovremmo far entrare questi demoni seminali nelle nostre mura, non dovremmo più… Il Padre ci ha lasciato in eredità un paradiso dove i bambini possano giocare, non per imparare a vincere dispute senza senso o a ridere delle storie del Padre. Se avesse voluto che diventassimo una congrega di vagabondi avrebbe scelto una di quelle, e invece lui era entrato nell’Ordine di Roberto e di Bernardo! No, non sono i tempi di Alberto, o del fratello Philipp… Non è più il tempo in cui si va a Parigi a giocare, quei tempi sono finiti. Questo per il mondo è il tempo della paura, non te ne sei accorto? Dobbiamo tenerla fuori.»

«Io non sapevo che Parigi facesse tanta paura…» Denis si strofinò sconsolato il volto su entrambi i palmi. Il carretto lo sballottava e confondeva le parole sottili.

«E poi Parigi» continuò Thomas senza davvero farci caso «è una città piena di puttane.»

«Cos’hai detto?» il bimbo spalancò gli occhi azzurri e Thomas si sentì arrossire, ma non si placò.

«Sì, è piena di puttane, e non mi meraviglierei se gli studenti le frequentassero… Io non posso stare in un posto del genere, e se mia madre vivesse lì? Non voglio vederla, non voglio sapere com’è fatta. Non voglio mai parlare con una puttana.»

«Fratello Thomas, ma davvero ti fa così male Parigi?» Denis si strofinò il volto con una manica. Aveva gli occhi rossi. A Thomas si spezzò il respiro.

«Denis, stai…»

«Non preoccuparti!» grugnì «È solo che io la mia mamma vorrei vederla. L’ho sognata anche stanotte.»

Thomas si mise a guardare i ciottoli che correvano sullo sterrato. Denis tirò su col naso.

«Il Priore mi aveva detto che quando mi aveva portato… Lei piangeva tanto, e ha chiesto di pregare perché potesse rivedermi un giorno. Però non è mai venuta.»

«Sei fortunato…» bisbigliò Thomas, a mezza bocca.

«Fortunato?»

«Sì. Ovunque sia adesso la tua mamma… Di certo ti sta pensando, ti vuole bene e prega per te.»

«Magari anche la tua, no?»

«La mia mi ha lasciato a morire su una strada come questa! È una puttana. E io sono un figlio di puttana, non un cadetto di nobili, da studiare a Parigi…»

[Il Cefaloforo]

Catto-ecologisti? No, perché ogni peccato è eco-logico

”Devasterò io stesso la terra, e i vostri nemici, che vi prenderanno dimora, ne saranno stupefatti. Quanto a voi, vi disperderò fra le nazioni e sguainerò la spada dietro di voi; la vostra terra sarà desolata e le vostre città saranno deserte. Allora la terra godrà i suoi sabati per tutto il tempo della desolazione, mentre voi resterete nella terra dei vostri nemici; allora la terra si riposerà e si compenserà dei suoi sabati. Finché rimarrà desolata, avrà il riposo che non le fu concesso da voi con i sabati, quando l’abitavate”.

Lv 26, 32-35

Non credo che ci sia necessità di diventare ”Catto-ecologisti” o qualcosa del genere, e anzi la considero una modalità di porsi tendenzialmente pericolosa, come tutte quelle che limitano la connotazione di ”Cattolico” accostandola a qualche aggettivo. Il termine stesso richiama un’universalità che è saggio frammentare né declinare in un insieme che il termine dovrebbe già includere: crediamo che il disegno di Dio sia di ”ricapitolare in Cristo tutte le cose” (Ef 1, 10) e non sta a noi sceglierne alcune o escluderne altre. Da ciò consegue che, per le stesse ragioni, ad un cristiano non è lecito nemmeno disinteressarsi dell’ambiente.

È opportuno dunque approcciare la questione ponendola nella sua giusta collocazione, nell’insieme organico di tutte le questioni che riguardano l’uomo e quindi Cristo. A questo fine può esserci di grande aiuto meditare il Codice di Santità del Levitico (di cui ho citato sopra uno dei passi finali), che nel suo complesso è davvero una legislazione ”ecologica”, in quanto rappresenta lo sguardo divino sulla gestione della casa del popolo d’Israele senza tralasciare alcuna delle sue dimensioni fondamentali: in questa visione ecologica la purezza liturgico-cultuale (Lv 17) è accompagnata da quella morale-familiare (Lv 18, che si lega in Lv 20 alla prima nella considerazione dell’abominevole peccato del ”dare i propri figli a Moloc”) e da quella che riguarda prettamente la giustizia sociale e ambientale (Lv 19). Il tutto parte dal culto a Dio per giungere alla terra, ma con le leggi sul sabato e sui giubilei (Lv 23-25) il Popolo è chiamato a rispondere ai benefici dell’alleanza divina risalendo, mentre scandisce il tempo, la scala che riconduce tutto a Dio, dando i suoi sabati alla terra, al bestiame, agli schiavi, ai fratelli, a Dio stesso. Tutto questo nel contesto teologico della grande missione sacerdotale di Israele: essere un popolo santo come Dio è santo (Lv 20, 7) mentre si abita una terra che era stata resa impura dagli idolatri (Lv 18, 24-30) e che minaccia di vomitare via anche Israele qualora la legge venisse infranta.

Credo che si potrebbe notare come nell’ottica del Levitico ogni peccato sia in realtà un peccato ecologico: tutto si ripercuote sull’armonia tra il Popolo e la terra, dono di Dio condizionato dalla giustizia della Legge.

Se la santità di Israele, tuttavia, stava nella sua separazione dalle nazioni impure, il Vangelo non ci chiama più alla santità di chi è riuscito a non inquinare se stesso e la terra con le scorie del peccato ma a quella che possiamo chiamare, con il Pellegrino Russo, la «risurrezione nell’uomo peccatore dello stato d’innocenza del primo uomo». L’antico testamento ci insegna che per vivere in pace su questa terra è necessario rispettare l’ordine stabilito da Dio, in cui ogni cosa (e soprattutto l’uomo e la terra) deve stare al proprio posto, ma ci dimostra anche che non ne siamo davvero in grado. Nel suo egoismo l’uomo ha rinnegato il Bene Comune che risplende nell’ordine divino per inseguire se stesso, persino Israele lo ha fatto. Perciò ora non ci resta che chiedere e realizzare un Giubileo: la restituzione di tutti i sabati che nella storia dell’uomo sono stati sottratti in maniera fraudolenta ai loro destinatari. E ciò è possibile lasciando morire sulla Croce l’uomo vecchio che sparge sulla terra l’iniquità, e lì unire le nostre sofferenze a quelle di Cristo insieme ai gemiti della Creazione (Rm 8, 19) per risorgere ad una vita nuova in cui tutto ciò che riguarda l’uomo sarà purificato.

Gesù non è un convertito – Giovanni Papini

In Gesù questo presunto passato di convertito non rifiorisce mai, in nessuna forma; non si avverte neanche per allusione e sottinteso, non è riconoscibile nel minimo dei suoi atti, nella più oscura delle sue parole. Il suo amore per i peccatori non ha nulla della caparbia febbrosità del pentito che vuol far proseliti. Amore di natura, non di dovere. Tenerezza di fratello senza implicazioni di rimproveri. Fraternità spontanea di amico che non ha da ringhiottir repugnanze. Attrazione verso l’impuro del puro che non teme di insudiciarsi e sa di poter mondare. Amore disinteressato. Amore dei santi nei momenti supremi di santità. Amore che fa parer volgari tutti gli altri amori. Amore quale non s’era visto prima di lui. Amore che s’è ritrovato soltanto, qualche raro giorno, in memoria e per imitazione di quell’amore. Amore che si chiamerà cristiano e con altra parola mai. Amore divino. Amore di Gesù. Amore.

Gesù veniva tra i peccatori ma non era peccatore. Veniva a bagnarsi nell’acqua corrente sotto gli occhi di Giovanni ma non aveva macchie dentro di sé.

L’anima di Gesù era quella di un fanciullo talmente fanciullo da superare i savi nella saviezza e i santi nella santità. Nulla del rigorismo del puritano o del tremore del naufrago scampato a stento sulla riva. Peccati possono apparire ai sottilizzatori scrupolosi anche le crepe minime della perfezione assoluta e l’inosservanze involontarie di qualcuno dei seicento comandamenti della Legge. Ma Gesù non era fariseo né maniaco. Egli sapeva cos’era peccato e cos’era bene e non perdeva lo spirito nei laberinti della lettera. La vita la conosceva; non rifiutava la vita, che non è un bene ma condizione di tutti i beni. Il mangiare e il bere non erano il male; né guardare il mondo; né voler bene collo sguardo al ladro che scantona nell’ombra, alla donna che s’è tinta i labbri per coprire la bava dei baci non chiesti.

Eppure Gesù viene, in mezzo alla turba dei peccatori, a immergersi nel Giordano.

[Giovanni Papini, Vita di Cristo]
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Impara a urlare prima – Il Cefaloforo

«Anne, vieni. Devo dirti delle cose che devi sentire solo tu.»

La bimba arrossì e sorrise. Gli occhi sottili di Denis non si scollavano nemmeno per un momento dai suoi, non le lasciavano scelta. Guardò verso la mamma, stava ancora facendo la sua predica a Thomas. Solo per qualche minuto poteva andare.

Annuì. Denis sorrise come il sole.

Si sedettero tra le radici di un grande albero, nascosti a qualsiasi sguardo. Denis respirava forte.

«Anne, tu sei piccola come me e quindi mi capisci. Anche se non parli. Non mi importa se parli, basta che ascolti e non ridi come fanno loro. Non devi pensare che scherzo. Se sei d’accordo stringimi il dito.»

Allungò l’indice verso di lei, senza girare la testa. Lei gli prese tutta la mano e la strinse tra le sue.

«Non sono bravo a giocare al cattivo, altrimenti non saresti venuta qui.» si schernì «Tu guardi bene negli occhi, lo so. Lo dice anche Zach. Sai che non sono cattivo. Ancora. È solo un gioco. Quindi se faccio cose strane è solo perché… Mi è venuto in mente di fare il cattivo con te. Di togliermi…»

Deglutì.

«Hai capito? Se hai capito stringimi la mano.»

Lei strinse la mano e sorrise. Lui la guardò con la coda dell’occhio. L’orecchio gli diventò rosso come il fuoco.

«Tu sorridi, vedi solo un bimbo sciocco ma… Non lo devo fare. Quello non è un gioco, è essere cattivo. E io non voglio essere cattivo. Ti ho chiesto di venire qui per dirti che se lo faccio devi metterti a urlare. Devi smetterla con questo gioco di stare zitta e chiedere che mi prendano a bastonate. Hai capito?»

Lei gli strinse la mano.

«Lo farai? Ti metterai a urlare?»

Strinse di nuovo.

«Ci credi che è solo un gioco, vero? Non dirai alla tua mamma quello che ti ho detto? Secondo te sono cattivo per davvero o per gioco?»

«Sei buono. Hai gli occhi buoni.» sussurrò lei. Denis sfilò via la mano e si coprì la testa col cappuccio.

«Grazie, Anne. Mi ricorderò per sempre la tua voce. Ma non devi guardarmi troppo. Sai cosa diceva il Padre? Che i giochi che uno fa, dicono chi diventerà. E se io gioco a fare il cattivo, vuol dire che diventerò cattivo. E quando divento cattivo tu devi scappare via, perché non voglio farti del male. Ma quando diventerò cattivo vorrò farti male. E allora tu scappi, e non ci pensi più a me. E anche se ho gli occhi buoni non importa. Va bene?»

Anne non rispose. Denis allungò la mano verso di lei, alla cieca. Le toccò quasi la faccia. Lei si sentì triste, ma poi le passò. Gli prese il polso e lo tirò finché lui non si girò. I suoi occhi erano buoni. Lo abbracciò. Gli baciò la guancia. Era calda.

«A… Anne… Stai giocando a fare la cattiva? Io… Voglio finire di parlare. Fammi parlare.»

Era così buffo. Teneva gli occhi chiusi per riprendere fiato.

«Io… Un giorno diventerò cattivo. Tu non lo sai, quindi non puoi dire di no, devi ascoltarmi. Tu dovrai scappare, andare lontano, aspettare finché non sarò morto. E quando sarò morto mi perdonerai. Mi perdonerai? Se sorridi mi perdonerai.»

Lo vide aprire gli occhi come una fessura. Brillavano. Li richiuse.

«Bisogna perdonare quelli che sono morti. Era la cosa che ti dovevo dire per forza, prima che non riesci più ad ascoltarmi. I miei genitori sono morti, io lo so.»

Riaprì gli occhi. Anne non riuscì più a sorridere e lo abbracciò.

«Non mi importa se sono stati buoni o cattivi. Se sono un figlio di puttana come Thomas, o se mi hanno buttato via perché pensavano che ero cattivo, come Zach. L’importante è soltanto che li perdono. Perché se io li perdono, anche Dio li perdona. E se Dio li perdona, allora giocheremo insieme in paradiso. Per questo ti volevo parlare, perché tu devi perdonare me, altrimenti non potrò giocare in paradiso con i miei genitori. Mi capisci?»

Lei lo strinse forte.

«Non dimenticarti di perdonarmi, ti prego. Non quando sarò morto. Non perdonare uno che è morto, è la cosa più cattiva che si possa fare. Io non sarò mai così tanto cattivo. Bisogna arrabbiarsi con quelli che fanno le cattiverie finché sono vivi, bisogna dire tutte le cose brutte che si pensano finché ti possono sentire. Ma poi bisogna perdonare, non dare fuoco ai morti. Lo capisci, vero? Tu che stai sempre zitta… Mettiti a urlare prima, e non dopo. Va bene? Dillo alla tua mamma. Fatti insegnare a urlare prima.»

[Il Cefaloforo]

Potrebbe essere un primo piano raffigurante persona e bambino

La sconfitta dei tedeschi vista da Tolkien. Il godimento degli orchi e la vittoria delle macchine

“Ho appena sentito le notizie […] I russi a 60 miglia da Berlino. Pare che presto potrebbe succedere qualcosa di decisivo. La terribile distruzione e miseria di questa guerra aumentano di ora in ora: distruzione di ciò che dovrebbe essere (e in effetti è) la ricchezza comune d’Europa e del mondo, se l’umanità non fosse così inebetita, ricchezza la cui perdita riguarderà tutti noi, vincitori o meno. Eppure la gente prova gusto a sentire delle code interminabili, lunghe 40 miglia, di miserabili rifugiati, donne e bambini che si riversano verso ovest, morendo per strada. Sembra che non restino sentimenti di misericordia o compassione, né immaginazione, in quest’oscura ora diabolica. Con questo non intendo dire che nella situazione attuale, creata principalmente (ma non solo) dalla Germania, non sia tutto necessario e inevitabile. Ma perché provarne gusto! Dovremmo avere raggiunto un livello di civiltà in cui potrebbe essere ancora necessario giustiziare un criminale, ma senza gioirne, e senza impiccare sua moglie e suo figlio accanto a lui mentre la folla di orchi ride sguaiatamente. La distruzione della Germania, seppure cento volte meritata, è una delle catastrofi mondiali più terribili. Bene, bene: tu e io non possiamo farci nulla. E questo dovrebbe essere un’indicazione di quanta colpa si possa giustamente pensare di imputare a un qualsiasi cittadino di un paese che non faccia parte del suo governo. Bene, sembra che la guerra delle macchine stia giungendo al suo inconcludente capitolo finale; lasciando, ahimè, tutti più poveri, molti in lutto o mutilati, milioni di morti, e un solo trionfatore: le macchine. Mentre i servi delle macchine stanno diventando una classe privilegiata, le macchine diventeranno estremamente più potenti. Quale sarà la loro prossima mossa? […]

Con tutto l’affetto di tuo padre.”

[J.R.R.Tolkien, lettera al figlio Christopher del 30 Gennaio 1945]