Il tempo degli dei

La falsa morte

Ci sono fondamentalmente tre motivi per i quali suggerire a quasi qualsiasi essere umano mediamente alfabetizzato di leggere Il tempo degli dei.

Il primo motivo è che si tratta di un romanzo scritto da Berlicche (il blogger, non il demone). E con questo la presente recensione potrebbe dirsi bella che conclusa, quantomeno per coloro che lo conoscono, i quali nel romanzo ritroveranno tutti gli argomenti “core business” del suo blog.


View original post 1.167 altre parole

Solo il contemplativo può denunciare il razzismo – Donal Lamont

“Per quanto riguarda la tesi secondo cui sarei solo una persona “benitenzionata” ma senza alcun titolo per respingere il razzismo, vorrei dire chiaramente ciò che penso. Se un uomo che ha coltivato uno spirito contemplativo, la cui vita si caratterizza per l’interiorità, che apprezza la propria identità, comprende che non è stato fabbricato in serie ma che è unico e irripetibile; se un uomo a cui l’intelligenza e la volontà dimostrano che la sua esistenza è dovuta a Qualcuno – non soltanto a qualcosa, una specie di forza cosmica cieca… – se un uomo si rende conto di tutto questo nel profondo del suo cuore e riconosce che tale è la condizione e il privilegio dell’esistenza di ogni essere umano, senza che importi la sua razza, colore, condizione o religione… Se qualcuno si rende conto di tutto ciò, solo allora ha davvero argomenti di peso per denunciare il razzismo… E gli tocca pure prepararsi ad essere considerato soltanto una persona benintenzionata!

Questa conclusione tanto meditata, sulla quale baso il mio rifiuto della malvagità del razzismo, si appoggia sulla Buona Novella di Cristo tanto chiaramente espressa nel vangelo secondo San Matteo. Cristo vuole essere servito e riconosciuto nel più miserabile e abbandonato degli uomini. Questo dovrebbero insegnare e praticare tutti coloro che professano di seguirlo.”

[Mons. Donal Lamont, O. Carm, Discorso dal banco degli imputati, 1976]

Nato a Ballycastle, Irlanda, nel 1911, il carmelitano Donal Lamont fu dal 1957 il primo vescovo di Umtali (oggi Mutare) in Rodesia del Sud (oggi Zimbabwe). Da sempre critico con l’apartheid in vigore in Rodesia, si scontrò soprattutto con il governo di Ian Smith, che nel 1965 dichiarò l’indipendenza del paese, accusando le sue politiche che “lungi dal difendere la Cristianità e la civiltà occidentale, come proclamate, si fanno beffe della legge di Cristo e spingono gli africani nelle braccia del Comunismo”. Finì a processo nel 1976 con l’accusa di aver permesso a delle suore di fornire cure mediche ai guerriglieri neri e di averle avvisate di non farne rapporto all’autorità per la loro stessa sicurezza. Si riconobbe colpevole e fu condannato a quattro anni di lavori forzati, ma il governo preferì caricarlo di nascosto su un aereo e deportarlo in Irlanda a sua insaputa. Dopo la caduta del governo di Ian Smith fece ritorno alla sua diocesi, ma si dimise per lasciare l’episcopato al vescovo africano Alexio Muchabaiwa. Si ritirò dunque al Terenure College di Dublino, dove morì il 14 Agosto 2003.

San Domenico Savio, 14 anni, “la morte ma non peccati”

“Una volta, venuto a sapere di una rissa fra due compagni cercò di mettere pace parlando con loro, scrivendo loro delle lettere e persino minacciandoli di raccontarlo al superiore, ma essi erano decisi a battersi a sassate, finché uno dei due non avesse ceduto per i colpi presi. Vedendo inutile ogni suo intervento, Domenico chiese ai due di venire a un patto che avrebbe loro spiegato sul luogo della contesa. Giunti sul prato, Domenico prese un Crocifisso e disse ai due di scagliare contro di lui una pietra anche se era innocente. Andò dal primo che rifiutò di colpire un amico, contro cui non aveva nulla, e così fece pure il secondo. Allora Domenico chiese di non offendere quel Sangue innocente che Cristo aveva sparso per loro, dandosi a simili spettacoli. I due capirono cosa Domenico voleva loro dire e desistettero, appacificandosi fra di loro e con il Signore.”

Così giovani, così santi!

San Domenico Savio in quello che è considerato il ritratto più fedele

Oggi parleremo di quello che, probabilmente, è il santo giovane più celebre: Domenico Savio. Sembrerà strano che trattiamo di lui dopo tanto tempo dall’inizio di questo blog, ma è proprio per questa grande celebrità, che abbiamo rimandato la sua biografia, preferendo far conoscere santi poco noti. Adesso, tuttavia, ci sembra giusto parlare anche di questo giovane esempio di santità.

Domenico nacque il 2 aprile 1841 a Riva di Chieri da Carlo Baldassarre Savio e da Brigida Rosa Gaiato, secondo di dieci figli, di una famiglia povera ma onesta. Il padre svolgeva la mansione di fabbro-ferraio ma, con difficoltà, riusciva a portare avanti la famiglia, per questo da Castelnuovo d’Asti si erano trasferiti a Riva, dove nacque il nostro santo dopo un bambino morto prematuramente. Fu battezzato nel pomeriggio dello stesso giorno con i nomi di Domenico Giuseppe.

Quando…

View original post 2.219 altre parole

La Croce non basta

«Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede.» (1Cor 15, 14)

Credo che tutti noi, o almeno quelli che hanno avuto a che fare con i bambini, abbiamo presente quello che è quasi un luogo comune dell’educazione, ovvero che il bambino un po’ ”ribelle”, quello che fa confusione e disturba gli altri di solito lo fa per attirare l’attenzione. E spesso è così, spesso i bambini che si sentono trascurati o poco stimati mendicano l’attenzione degli adulti in questo modo, spesso raccogliendo proprio le sgridate che si aspettano e confermandosi nella loro idea (molto poco cosciente) di non essere amati e apprezzati. Lo stesso fanno spesso gli adulti nel rapporto con Dio, naturalmente, ma non è su questi atteggiamenti che voglio concentrarmi.

Sì, perché non sempre i bambini reagiscono così. Non tutti i bambini che si sentono trascurati diventano ribelli, si mettono a fare cose spiacevoli o cattive, cercano l’attenzione degli adulti facendo saltare loro i nervi. Ci sono anche quelli, e non sono così pochi, che reagiscono nella maniera diametralmente opposta. Sentono di non ricevere abbastanza attenzioni, si accorgono che gli adulti non sono sempre lì quando ne hanno bisogno, a volte si scoprono soli, ma il loro dispiacere non si manifesta con la ribellione. Sfidano anche loro ”i grandi”, ma in maniera più subdola. Sono i ”Golden boy”, i bambini e ragazzi d’oro che da fuori sembrano tanto buoni, fin troppo buoni, perché inconsapevolmente trasformano la loro stessa bontà in una forma di sfida e di ”giusta” cattiveria nei confronti degli adulti che non si curano abbastanza di loro. Si impegnano ad essere tanto bravi e tanto buoni da dimostrare a mamma e papà che possono cavarsela anche senza di loro, che in fondo non hanno bisogno di quelle attenzioni che non hanno l’umiltà di mendicare. Possono imparare da soli, fare da soli, crescere da soli, perché in fondo sono migliori di tutti gli adulti che conoscono, e spesso la realtà tende a dar loro ragione (finché la loro mente non arriva al punto di rottura).

Davanti a Dio possiamo essere anche così, e anzi tra chi è già entrato in un cammino di fede credo sia logicamente più frequente. Anche nella vita spirituale ad un certo punto tutti affrontano un ”vuoto” di attenzioni. Gesù è sulla croce, è morto. Quella visione ci rende nudi, smaschera il male che c’è in noi, ci fa scoprire che non siamo buoni. Abbiamo peccato, perciò ci è stato tolto Colui che ci consolava. Ci è stato tolto per colpa nostra, non riusciamo più a sentirlo. Ci mortifica sapere che la colpa è nostra, e che Lui se la vorrebbe prendere! No, se lui ci amava davvero ci avrebbe fermati, ci avrebbe reso tanto forti da impedire che tutto questo succedesse.

Leggi il resto di questa voce

Morti

Condivido quest’ottima analisi statistica di Sircliges sul numero di decessi durante i mesi di pandemia

“Ho ripetuto la stessa cosa che avevo fatto a settembre. Sono andato sul sito dell’ISTAT (qui), ho scaricato i dati aggiornati al 5 marzo 2021 che supportano il rapporto ISS-ISTAT (qui), quello con i dati completi per tutto l’anno 2020; poi ho fatto qualche calcolo:”

La falsa morte

Rèquiem aetèrnam, dona eis, Domine, et lux perpètua lùceat eis. Requiéscant in pace. Amen.


View original post 1.008 altre parole

Il cane che torna al suo vomito e la Sapienza

Ultimamente con il mio figlioccio si parlava di Sapienza. Il Qohelet per l’avvento, poi Salomone essendo arrivati al primo libro dei re, una rapida volata su Sap 9. E non so come mi si è formato un collegamento mentale tra la sapienza e il cibo, il cibo e il vomito, e l’orrore dei sapienti antichi per il cane, simbolo della lussuria in quanto “torna al proprio vomito”, rimangia cose che ha vomitato, senza potersi contenere.

C’è un collegamento stretto in realtà tra la sapienza e la lussuria, essendo in profondità l’atto di insegnare legato all’atto di nutrire, l’atto di nutrire frutto di una pulsione erotica, che assicura la vita ma che può sfuggire di mano prendendo il sopravvento, non tanto sfociando nella sessualità consumata quanto nell’immagine archetipica della madre castrante, che non vuole (senza rendersene conto molto spesso) che il figlio possa nutrirsi da solo, che possa fare a meno di lei, del cibo che vomita nella bocca del suo uccellino.

Eppure è ancora un’immagine tenera, nonostante ci faccia un po’ di ribrezzo non essendo noi tipo dei pellicani, l’immagine del genitore che mastica il cibo per i suoi piccini. Una condivisione della saliva e dei succhi gastrici necessaria per la loro sopravvivenza, perché effettivamente da soli non potrebbero farcela. E così è l’iniziazione, la prima formazione nell’uomo nel suo nido, il rapporto dell’adolescente con il suo “mentore” che quando è saggio lo conduce a nutrirsi da solo, là, all’albero della Sapienza dove con il becco ormai formato potrà attingere alla polpa fresca del frutto vergine, con la delicatezza e la dedizione del colibrì.

Ma quale tenerezza potrebbe suscitarci l’immagine del professore che fa ingurgitare lo stesso cibo digerito decenni prima a studenti formati in serie? Dovrebbe farci orrore, se fossimo svegli, ma non è ancora il peggio. Il peggio è ciò che vediamo oggi. È il frutto della Sapienza vomitato, cagato, sputato in strada, leccato da uomini brutalizzati, abbandonati ad un’esistenza ferina, che poi se lo vomiteranno in bocca a vicenda, finché quell’idea non sarà più altro che appunto un rigurgito, una triste parodia del pensiero, il prodotto fermentato, inebriante dei succhi gastrici che serve solo a far credere al cane della nostra civiltà di essersi nutrito, mentre non sta che rimettendo in circolo gli scarti del suo precedente pasto.

Ecco, di questa natura è lo slogan, o ancora peggio l'”informazione virale”, ovvero ciò che vediamo in opera ogni giorno su queste piattaforme (il post è stato pubblicato su facebook ndA). E questa umanità spesso ridotta molto peggio dei cani. Che rimangono creature nobili, per molti altri versi.

Elogio della lezione frontale

ovvero

Come l’educazione non formale rousseauniana sopprime la libertà dell’educando

o anche

Facendo a pugni con un padre si cresce, respirando l’aria contaminata dai virus dei messaggi subliminali si muore

Non esiste alcun assoggettamento più completo di quello che conserva l’apparenza della libertà; in questo modo si imprigiona la volontà stessa (…) È fuor di dubbio che egli non debba fare quel che vuole; ma egli non deve volere se non quello che voi volete che egli faccia; egli non deve fare un solo passo che voi non abbiate previsto, né deve aprir bocca senza che voi non sappiate quello che sta per dire. (…) Voi dovete disporre tutto intorno a lui gli insegnamenti che volete impartirgli, senza che egli pensi di riceverne nessuno

Jean-Jacques Rousseau, Emilio.

Intanto voglio mettere in chiaro che, provocatoriamente, ho usato il termine “lezione frontale” per sintetizzare tutti i metodi di istruzione o educazione “positiva”, ovvero in cui c’è qualcuno che fornisce un’informazione chiara e qualcun altro che la riceve sapendo di riceverla. Si parte dalla classica lezione frontale ma si comprendono quasi tutti i modelli educativi, salvo quelli incriminati, ovvero quelli della cosiddetta “educazione negativa”, dove l’educando non sa di essere educato.
Cosa succede in una lezione frontale? L’insegnante dice, trasmette un messaggio, una nozione, una direttiva, l’educando ascolta, riceve, rielabora e la fa sua. Oppure la rifiuta.
L’educando, così istruito, deve necessariamente cercare di comprendere cosa gli si insegna e deve infine decidere se accettarlo o meno. E qui sta il grandissimo pregio della lezione frontale e dell’istruzione positiva: l’allievo conserva il diritto di non essere d’accordo. Di controbattere, di smontare, di rifiutare. Nessuno, per quanto capace, potrebbe riuscire a convincere un allievo di aver ragione senza il suo consenso.L’educazione non formale è tutta un’altra storia. Ne abbiamo un ottimo esempio nel funzionamento dei media, specie con la pubblicità televisiva: arriva un messaggio, la mente dell’inconsapevole allievo lo riceve, lo rielabora, lo fa suo. Potrebbe anche rifiutarlo, potrebbe schermarlo e rimanere indenne, resistere in un certo senso, tuttavia non può non essere d’accordo, perché non c’è nessuno a cui si possa controbattere, non c’è nessuno da smontare, non c’è nessuno a cui dire “No.”. O, per lo meno, non si sa chi sia.Nel primo caso l’allievo sa che qualcuno sta cercando di convincerlo di qualcosa, fosse una norma morale o la sfericità della terra. Nel secondo caso non lo sa, e se non è stato adeguatamente preparato non sa nemmeno che c’è un messaggio. Assorbe e basta, senza avere la forza di opporsi.

Leggi il resto di questa voce

Il peggio della DaD

Dall’inizio di questa storia non mi era ancora capitato di partecipare ad una didattica a distanza dalla parte dell’insegnante. (sì, di fatto faccio catechismo in videochiamata con il mio figlioccio tutte le settimane da qualche anno ormai, ma essendo uno l’esperienza è molto diversa)

Oggi invece mi avevano chiesto di partecipare ad una riunione degli esploratori per un piccolo intervento, mi hanno intervistato e li ho arringati un po’, ma il punto non è ciò che ho fatto o detto.

Una breve esperienza è stata infatti sufficiente per rendermi conto di quello che (per me) sarebbe il peggio di questa didattica a distanza: io potevo guardarli, ma loro non potevano sapere che li guardavo. Forse potevano immaginarlo, ma non avevano i miei occhi ad incrociare i loro.

Terribile per me, che sullo sguardo investo un’ampia parte della mia pratica educativa. Terribile essere mutilati in questo modo, non poter far sentire al ragazzo che mi interessa quello che fa.

Non per controllo, naturalmente. Per scherzo ho pure scritto ad uno dei capi di questi ragazzi, che poco più di un lustro fa era mio lupetto, che se chiude il video poi non posso essere sicuro che stia attento: mi ha risposto che in effetti non era stato molto attento, anche se ciò che avevo detto lo aveva comunque fatto riflettere. Ma ciò che mi interessava non era la sua attenzione, era che sapesse che ero interessato, che sono interessato. A lui. Allo stesso modo se questa riunione si fosse potuta fare in presenza, avrei guardato quei ragazzi negli occhi uno per uno, non (solo) per assicurarmi che mi stessero seguendo, ma perché sentissero che mi importa che siano lì, mi importa ciò che sentono, mi importano le loro reazioni a ciò che dico. Con uno sguardo avrei potuto interrogarli, distogliendolo risolvere una situazione di potenziale imbarazzo. La riunione dei lupetti inizia sempre con stretta di mano e saluto, guardandosi negli occhi, e finché non ci si guarda negli occhi è come se non ci si fosse salutati. Ho sempre considerato quel guardarsi negli occhi la parte più importante del mio ruolo, e non sarei mai disposto a farne a meno se non (come in questo caso) per costrizione.

Non si può eliminare dall’educazione il corpo dell’educatore (e tantomeno quello dell’alunno), non senza indebolire drasticamente le potenzialità dell’azione educativa. Per la semplice istruzione, certo, può bastare anche un libro, ma non basta. Quel di più che naturalmente cerchiamo è fatto anche di spazio e, come dicono i didatti (credo Damiano), l’insegnante che svolge il suo lavoro è “un corpo che si muove tra i corpi”, e ciò che fa il corpo non è neutro. Non è neutro mettersi di fronte agli alunni o mettersi di lato, ad esempio. Non è neutro rimanere a distanza o avvicinarsi. Non è neutro stare seduti o stare in piedi. La geografia è un dato fondamentale dell’azione educativa.

Per quanto possano essere utili le tecnologie didattiche, sarebbe disastroso accontentarsi di un’educazione tramite schermo. Perché lo schermo non è neutro, è appiattente. Certo, mi ha permesso di essere presente questa volta nonostante io viva a migliaia di chilometri di distanza rispetto a loro, e ne sono grato. Ma di certo non può essere la norma, non in ambito educativo.

Dov’è tuo fratello? Capitolo 1

Segue da qui. Come sempre qualsiasi osservazione o commento è ben accetto. Ricordo che mentre questo libro è ancora in fase di revisione, Il Fiume di Fuoco è già disponibile.

C’era una volta…
Ma no, questa volta è sbagliato iniziare così, perché questa non è una storia come le altre che avete ascoltato in questo luogo. Il punto è che non c’era niente, non c’era nessuno. È questo, sapete, quello che si dice un deserto. Nient’altro che terra, ovunque il vostro pensiero possa vagare. E la mia voce non può addolcirla, non lo farà. Ormai siete grandi.
E la terra era informe e deserta.

Un giorno e una notte

La terra era informe e deserta.
Un sole spietato, al quale nemmeno una nuvola osava opporsi, bruciava quella terra abbandonata, piagata, svuotata. Zolle piccole e grandi erano imprigionate in un reticolo senza trama fino ai quattro angoli dell’orizzonte, solo a tratti nascosto da mucchi di polvere che nessun vento smuoveva da chissà quanto.
Su quella terra camminava Simon.
Camminava trascinando i piedi, che bruciavano per il caldo e per l’attrito. Sui capelli sentiva la cocente derisione del sole, la testa gli doleva fino a scoppiare. Non sapeva più da quanto camminava, né sapeva dove fosse diretto. Ogni centimetro della sua pelle era rossa e gonfia, quasi ustionata; in bocca la lingua secca usava il dolore per minacciare di rompersi ogni volta che la strappava dal palato, eppure continuava a farlo periodicamente, pentendosene ogni volta; le dita gli si contraevano, durante quella marcia insulsa, senza che potessero sperare di stringere nulla, e quando per sbaglio sfioravano il suo corpo si sentiva graffiare e bruciare, e si chiedeva se avesse sempre avuto così tante ossa da contare. Non le contava, tuttavia, perché non poteva concentrarsi.
Voleva cibo, voleva acqua, voleva aria, voleva affetto. Non poteva avere nessuna di queste cose, né sapeva se davvero esistessero. Voleva anche morire morire. Agognava il momento in cui la sua marcia sbilenca l’avrebbe lasciato cadere e confondersi nella polvere, ma ad ogni passo ne seguiva un altro, e fermarsi era ancora più doloroso, dato che il suo peso gli schiacciava le piante dei piedi su quel suolo ruvido e ardente.
Avrebbe apprezzato, forse, un alito di vento, ma nemmeno l’aria si muoveva. Non c’era nulla che si muovesse, a parte lui, e persino l’orizzonte rimaneva sempre uguale. Ma anche senza vento, una brezza crudele sembrava soffiargli nelle orecchie:
«Sono proprio fortunato» sussurrava, e allora con fatica si sbatteva le mani sul padiglione auricolare, si graffiava con le unghie e gridava. Quindi quella brezza incorporea tornava.
«Ad avere un fratello così grande e forte».
Simon si sforzava di nascondere quella voce dietro a rumorose bestemmie., Parole sconnesse, confuse, di cui non riconosceva più il significato, la cui unica sostanza era l’intenzione di offendere chi lo guardava dall’alto.

Leggi il resto di questa voce

L’Uomo: il Subcreatore — Il volto di Aslan

“Caro Signore, benché a lungo alienato,l’Uomo non è perduto né del tutto cambiato. Forse è in disgrazia, non detronizzato,E della sua signoria i cenci ha conservato: l’Uomo, il Subcreatore, questa riflessa Luce, passando per il quale dal Bianco si produce di colori una gamma, senza fine in viventiForme commisti e scambiati tra le menti.Le fessure […]

L’Uomo: il Subcreatore — Il volto di Aslan

L’intero poema Mythopoeia in lingua originale lo trovate qui