Guy de Larigaudie – Ultimo messaggio

Guillaume Boulle de Larigaudie, conosciuto con il nome di Guy de Larigaudie, il Rover “leggendario” che per primo collegò in auto la Francia con l’Indocina, cadde sul “Campo dell’Onore”, alla frontiera del Lussemburgo l’11 maggio 1940.

Sulla sua salma fu trovata una lettera diretta a una Carmelitana, in cui scriveva:

“Sorella mia,
 eccomi ormai nella mischia.
Può darsi che non ritorni. Avevo dei bei sogni e dei bei progetti, ma se non fosse per la pena immensa che ciò arrecherà alla mia povera mamma e ai miei, esulterei di gioia. Sentivo tanto la nostalgia del Cielo, ed ecco che la porta sta ora per aprirsi. Il sacrificio della mia vita non rappresenta per me nemmeno un sacrificio, tanto è grande il mio desiderio del Cielo e del possesso di Dio.
Avevo sognato di diventare un santo e d’essere un modello per i Lupetti, gli Scout e i Rover. Forse era un ambizione troppo alta per la mia statura, ma era sempre il mio sogno.
Mi trovo in una formazione di cavalleria, e sono felice che la mia ultima avventura sia a cavallo.
Ti ringrazio, sorella mia, per aver tanto pregato per me e per aver seguito così bene per dodici anni il cammino, talvolta a tentoni, della mia anima. Questa preghiera fedele, sorta dal vostro Carmelo, è stata il mio sostegno e la mia salvaguardia. Qualora veniste a sapere della mia morte, scriverete a mia madre per consolarla? Ditele che non c’è bisogno di piangere. Sarò così felice lassù. Che lei pensi che sono partito per una terra lontana, molto più bella anche delle isole coralline, dove avrò la luce, tutta la bellezza, tutto l’amore di cui avevo tanta, tanta sete. Questo, sorella mia, è quello che volevo dirti. Ora non rimane che correre con gioia la mia ultima avventura.”

Callista – di San John Henry Newman

La posizione di Sicca Veneria, luogo in cui è ambientato il romanzo, nella Mappa del Martirologio Romano

250 d.C: l’imperatore Decio emette un editto che costringe tutti i cittadini ad offrire un sacrificio pubblico agli dèi e al Genio dell’Imperatore, pena la morte: inizia così la prima sistematica persecuzione dei cristiani, che diventano il capro espiatorio di un Impero in crisi, rei di rappresentare una minaccia con la loro infedeltà e di attirare l’ira degli dèi con la loro empietà.
Nel XIX secolo questa lettura del fenomeno cristiano era tornata alla ribalta: proprio ai cristiani veniva attribuita la colpa della progressiva decadenza dell’Impero Romano da una certa storiografia, quale quella di Edward Gibbon. In questo contesto l’ora santo John Henry Newman, allora già convertito al cattolicesimo dall’anglicanesimo, scrive proprio un romanzo su Callista, giovane artigiana greca che per mestiere fabbricava idoli, che prende il nome da una martire africana di cui la storia ci ha lasciato giusto questo. Il romanzo sviluppa splendidamente i protagonisti Agellio, giovane cristiano dalla fede tiepida, e Callista, portandoli a contatto con personaggi storici del calibro di San Cipriano, nel cui ritratto si riflette la profonda conoscenza storica dell’autore. Con grande acume, certamente aiutato dall’esperienza storica delle persecuzioni dei cattolici inglesi da parte degli anglicani che in quegli soltanto in quegli anni stavano finalmente arrivando ad una conclusione, Newman riesce a rendere il risveglio della fede in una comunità cristiana ormai intiepidita, resa fiacca dal tempo di pace, ma pronta a dare una testimonianza feconda di conversioni nel momento in cui la folla si inferocisce contro di lei.
Nonostante una partenza lenta e qualche inciampo durante la narrazione, il romanzo è pienamente godibile, in particolar modo nei dialoghi che sono senz’altro il suo punto di forza. Sia i personaggi storici, sia quelli nati dalla fantasia dell’autore riescono a parlare al lettore e a raccontare una storia che non appartiene soltanto al III secolo o al XIX, perché va alla sostanza, all’uomo in quanto tale, che dopo tanti secoli può aver cambiato bandiere ma permane nella stessa natura.

Zacharias – Il Cefaloforo

Thomas perse il filo dei suoi pensieri quando alle sue spalle sentì due colpi di tosse e un rigurgito soffocato, quindi i passetti svelti di Denis che si aggrappava timoroso alla porta. Distolse lo sguardo dal caminetto per verificare che il ragazzo si fosse effettivamente svegliato. Gli arrivò in faccia l’odore rancido del vino ma trattenne una smorfia di disgusto. Si sforzò di sorridere, mentre si sedeva di fianco al pagliericcio.

«Buongiorno… Zacharias, vero? Come stai?»

«Come…» gemette quello «Perché sai il mio nome?»

«Sono Thomas, ti ricordi? Quando sei arrivato ero un novizio.»

«Ah, quello che è andato a Parigi… E perché sei tornato qua a… A morire.»

«Thomas non morirà, e nemmeno io!» esclamò Denis con affanno, senza staccarsi dalla porta «Me lo ha promesso.»

Zacharias tossì, sembrò quasi avere un altro conato di vomito.

«Sei un bambino…» la voce gli fischiava «Come ti chiami?»

Denis strinse tra le braccia la testa del Priore e nascose il volto contro la porta.

«Ma quella è… Una testa? E perché hai paura di me?»

«Ieri sera lo hai aggredito, ti ricordi?» intervenne Thomas, delicato.

«Io…? Io non ricordo niente. Come sono finito qui? Quegli uomini mi hanno preso?»

«No. Ti abbiamo trovato in cantina. Eri ubriaco e ti sei messo a gridare e a lanciare le cose.»

«Oh…» tossì ancora «Perdonatemi, io non ricordo di avervi visti.»

«Ricordi qualcosa però? Chi erano quegli uomini?»

Zacharias lasciò andare la testa sul cuscino e rivolse il volto paffuto contro il soffitto. Una lacrima gli scivolò verso l’orecchio sinistro.

«Non capivo la loro lingua.» mormorò «Ma potevo sentire… Hanno ammazzato tutti i monaci, ma i bambini li hanno portati da qualche parte. Gridavano terrorizzati, si lamentavano perché li tiravano per i capelli…»

«Hanno ucciso anche loro» Thomas parlò con un filo di voce, un po’ per l’emozione, un po’ sperando che Denis non sentisse.

«Li hai trovati? Tutti insieme, vero?» Zacharias girò lentamente la testa verso di lui, lo vide annuire «Avevano ancora i vestiti addosso?»

Per un attimo la stanza iniziò ad ondeggiare attorno a Thomas.

«P… Perché pensi che…?»

«Sei più grande di me, non fare finta di…»

«E… Erano tutti vestiti.» il ragazzo si nascose la faccia tra le mani «Ammassati nella stessa stanza, in una pozza di sangue. Ma erano vestiti.»

«Sono in Cielo adesso.» Zacharias si strinse nella coperta «Ma quelli che li hanno toccati saranno sventrati dai demoni.»

«E tu invece?» squittì Denis, indignato «Non mi importa cos’è che non vuoi farmi sentire!» fece un balzello in avanti, ma poi tentennò e tornò alla sua porta. «Perché sono morti tutti e tu no?»

«Perché mi sono chiuso in cantina…» sospirò quello «Avevo paura, come tutti.»

«Li hai abbandonati.»

«Che avrei dovuto fare?» replicò Zacharias, affranto «Pensavo che mi avrebbero ammazzato comunque.»

«E ti sei messo a bere? E se fossi morto che avresti raccontato a Gesù?»

«Non ci ho pensato!» non riuscì più a trattenere le lacrime «Ho pensato soltanto che il vino mi avrebbe aiutato a morire senza accorgermene.»

«E non ti vergogni ad avere più paura di…»

«Denis, basta!» Thomas si voltò verso di lui e lo gelò con lo sguardo «Non voleva farti male ieri sera. Non voleva dirti quelle cose. Vieni qui e chiedigli scusa.»

«Perché devo chiedergli scusa? È la verità!»

«La verità è che vuoi umiliare un ragazzino malato perché ha avuto paura di morire mentre tutti gli altri morivano, mentre tu non hai nemmeno il coraggio di avvicinarti a lui e dirgli come ti chiami!»

«Non essere troppo duro con lui, è un bambino.» Zacharias tirò su con il naso.

«Mi chiamo Denis.» bofonchiò quello, avvicinandosi a testa bassa «Non avevo capito che eri malato.»

«Ciao Denis.» sorrise quello «Perdonami se mi sono ubriacato mentre potevo provare a salvare la vita a qualcuno. E per quello che ti ho fatto ieri.»

«Non lo farai più?»

«Non lo farò più. Tu ricordamelo però, che è più importante aver paura di andare all’Inferno che di morire.»

Denis annuì.

«Ma io non voglio che quegli uomini tornino e uccidano qualcuno di noi. Non lo faranno, vero? Thomas, Gesù vuole che anche Zacharias continui a vivere, vero?»

Thomas gli strinse la spalla e lo tirò verso di sé.

«Sono andati via per sempre.» sussurrò.

Intanto Zacharias si era messo seduto, e dopo essersi pulito gli occhi si stava guardando la tunica, esplorandola nervosamente con le mani. Il volto paffuto si stava colorando di rosso.

«Mettiti giù Zacharias, hai…»

«T… Tu mi hai…» balbettò «Questa tunica è pulita.»

«Sì, certo. L’altra era tutta sporca di vino.»

«Ma allora hai… Tu mi hai guardato… Tu sai…»

Cercò gli occhi di Thomas, ma non li trovò.

«Fuori di qui!» gridò, e lo spinse via con forza «Lasciami solo!»

«Io non volevo…»

«Non mi importa! Non dovevi vedere!»

«Lasciamolo solo, Denis.»

«Perché?»

Thomas lo trascinò via dalla stanza senza rispondere, mentre l’altro soffocava il pianto dirotto nella coperta.

«Perché piange?» insisté Denis.

«Non vuole che tu lo sappia.»

«Certo!» gridò quello «Io non devo sapere mai niente! Solo le bugie avete il coraggio di dirmi!»

«Io non ti ho detto nessuna bugia.»

«Non sono un bambino piccolo.» ringhiò «Lo capisco quando fai solo finta di sapere le cose.»

«Denis, ti prego…»

«Preghi… Le bugie sono peccati.»

«Non ti ho detto nessuna bugia!» sbraitò Thomas, gli afferrò con forza le spalle e lo fissò fino a farlo sbiancare. Poi aggiunse piano «Io credo davvero in tutto quello che ti ho detto. Credo che non ci succederà più niente di brutto. Ma non posso esserne certo. Devo crederci. Voglio crederci. Zacharias… È un eunuco.»

«C… Che significa?» domandò con un filo di voce Denis, tramortito.

«Che qualcuno gli ha fatto male, e non ha più quello che tu hai tra le gambe.»

«Oh… Poverino, perché…?»

«Non sono affari tuoi. Se vorrà te lo dirà lui, ma tu quello che ti ho detto non lo sai, capito? Non deve capire che te l’ho detto.»

«Ma io non so…»

«L’hai voluto sapere, ora dimostra che non sei un bambino piccolo. Altrimenti non ti dico più niente.»

«Ma come fa a fare pipì…?»

«Denis!» ruggì.

«Non so niente, non so niente.» sussurrò, e deglutì «Spero che guarisca presto.»

[Il Cefaloforo]

Dio vive e vuole che viviamo anche noi – Il Cefaloforo

Tirò su il collo di scatto e soffocò un lamento. Era ancora in chiesa, o quel che ne rimaneva. Le spalle congelate gli dolevano, ma era un dolore lontano, come in un sogno. Purtroppo non era un sogno, si era svegliato.

Le palpebre gli si chiudevano di nuovo. Se le stropicciò, alzò le pupille verso il tabernacolo. Forse era ancora pieno. Non gli faceva alcun effetto.

Si stropicciò di nuovo gli occhi, con più forza, se li pulì dai cristalli duri delle… Lacrime? Aveva pianto? Nel sonno? E lui?

Lui non piangeva. Vedeva Denis davanti all’altare, a gambe incrociate, gesticolando con la testa del Priore che aveva appoggiato sul gradino. Sembrava un sogno, doveva essere un sogno. Il bambino sembrava giocare. Contava qualcosa, forse, sbatteva le dita di una mano sul palmo dell’altra. Prima due dita, poi tre dita. Sembrava tranquillo. E allora perché guardarlo gli faceva venire… La testa…

Denis voltò lentamente la testa verso di lui, i loro sguardi si incrociarono. Poi tornò a guardare il morto.

«Denis…» biascicò, la bocca secca gli prese fuoco «Non mangiamo da ieri, è… È stato un lungo viaggio. Dovremmo avere fame, anche se io non riesco a sentirla.»

Denis annuì, serio.

«È importante che mangiamo, anche se…» alzò per un attimo il braccio come ad indicare ciò che lo circondava, ma subito lo lasciò ricadere contro il pavimento «Sarà difficile.»

Denis chinò la testa e chiuse le palpebre. Parlò molto piano, ma nella chiesa vuota e fredda le sue parole rimbombarono su ogni pietra.

«Il Priore dice che è vero. È una cosa buona che ci pensi… Dice che dobbiamo mangiare per avere le forze per… Per seppellire i morti.»

Qualcosa camminò sulla spina dorsale e sullo sterno di Thomas, qualcosa che pungeva. Sentì freddo.

«I… I morti. Sì, è giusto farlo. Anche il Priore… La sua testa… Merita di riposare, Denis.»

Il fanciullo girò di nuovo gli occhi verso di lui. Sorrise.

«Ma il Priore mi deve ancora parlare.»

«Denis, il Priore è… È morto.» non riuscì a trattenere un singhiozzo.

«Lo so.» sospirò il bambino con una serenità spettrale. «Ma Dio è vivo. Vero?»

«Dio è…»

Lo sguardo del fanciullo cadde verso il basso, sulle mani. Ricominciava il suo gioco, questa volta battendo le dita faceva rumore.

«Denis…» ansimò Thomas, abbracciandosi le ginocchia «Anche tu hai… Paura?»

Denis annuì. Si voltò verso di lui.

«Di cosa hai paura tu?» sussurrò.

«Di morire. Anche tu hai paura di morire?»

Il fanciullo annuì di nuovo. Poi si alzò in piedi e gli si avvicinò. Da vicino gli si leggeva in faccia che era terrorizzato.

«M… Mi fai una promessa, Thomas? Facciamola… Promettiamoci che nessuno dei due morirà prima dell’altro.»

«Ma come posso prometterti questo…»

«Lo chiediamo a Dio. Lui ci chiamerà insieme al Giudizio quando vorrà. Insieme.» tirò su col naso «Altrimenti avrò troppa paura.»

«Denis…» allungò un braccio verso di lui, il ragazzino lo aiutò ad alzarsi in piedi e sorrise «Andiamo a vedere se in dispensa c’è ancora qualcosa da mangiare.»

Avvicinò la bocca al suo orecchio e sussurrò:

«Dio vive e vuole che viviamo anche noi. Insieme. Te lo prometto.»

[Il Cefaloforo]

Una professione tra le macerie – Il Cefaloforo

La piccola processione attraversò in silenzio il grande portale della chiesa del Monastero. Ognuno dei tre avrebbe voluto intonare un canto, ma il chiarore dell’aurora che sfondava il tetto bruciato, il fruscio dei pipistrelli tra le travi, l’odore del sangue che cacciava quello dell’incenso nei loro ricordi… Strinsero le tre gole in un unico nodo.

Thomas andava avanti, tenendo alta la croce che aveva intagliato. Lasciò spazio a Denis perché si inginocchiasse sui gradini dell’altare maggiore prima di sistemarvi sopra la testa del Priore con le manine tremanti. Quindi si fece avanti Zacharias, lo scapolare violaceo brillava sulla tunica bianca apena lavata, rischiarata dal mozzicone di candela che stava poggiando sull’altare. Si inginocchiò sul terzo gradino, lo sguardo sugli occhi vitrei della testa decapitata.

«Che cosa chiedi, fratello Zacharias?» domandò con un filo di voce Thomas, vicino alla sua spalla destra.

«Chiedo…» deglutì «Per grazia di Dio chiedo di professare i voti religiosi in questo glorioso ordine dei Fratelli delle Anime Bambine del Purgatorio.»

«A quale fine?»

Per essere le labbra dei bambini che non hanno più pace per giocare; per essere le palpebre dei ragazzi che non piangono più, per essere le orecchie che ascoltano il dolore di chi grida nel buio e… E…»

«Le mani.» sussurrò Denis, vicino alla sua spalla sinistra.

«…E sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo.»

«Ma questo è Isaia…» sibilò Thomas «Non era così il cerimoniale.»

«Non me lo ricordo il cerimoniale» alzò lo sguardo verso la reliquia del Priore e arrossì alla luce della candela «Mi sono venute quelle parole.»

«A me sembra molto bello» gongolò Denis. Thomas tacque, strinse delicatamente la spalla di Zacharias per invitarlo a proseguire.

«Devi metterti davanti a me» grugnì quello «Sei tu il superiore, non posso certo professare nelle mani di un morto.»

«Ma io…» Thomas fece un timido passo in avanti «Io non sono il vostro superiore. Non ne sono capace e non lo merito.»

«Ma a qualcuno devo farle queste promesse, e mi perdonino le anime bambine del Purgatorio e il Priore ma ho bisogno che sia vivo e mi guardi negli occhi.»

«Il Priore dice che possiamo farlo» squittì Thomas.

«Possiamo?»

«Una mano per uno.» Denis si fece avanti e sciolse le mani giunte di Zach per prendersi la sinistra, che avvolse con entrambe le braccia premendosela sul petto. Un po’ titubante, anche Thomas si lasciò toccare, e con la mano sinistra coprì le dita del compagno adagiate sul suo cuore.

Zacharias sorrise, mentre qualche lacrima salata gli bagnava le labbra.

«Ci ho pensato a lungo, sapete? A questi voti. Se avessero ancora senso» scrutò il volto di Thomas che iniziava a colorarsi alla luce dell’alba e capì che poteva prendersi la libertà di dire ciò che voleva «Per uno come me… Uno a cui hanno bruciato la casa, ammazzato i superiori, tagliato… Reso eunuco dagli uomini… Ma ho capito che Gesù Bambino lo vuole. E allora io faccio voto di povertà, perché mi impegno a farvi vedere tutto quello che trovo e che faccio e a darvelo se lo volete; faccio voto di castità, perché mi impegno a vincere qualsiasi gelosia che il diavolo cercherà di mettermi nel cuore per dividerci; io faccio voto di obbedienza, perché mi impegno a non fare più nulla di testa mia disprezzando il vostro giudizio. Che la Mamma del Cielo mi stringa nel suo manto e mi purifichi, perché io possa essere all’altezza delle mie parole e della vostra fiducia.»

Sì udì un singhozzo, e Thomas con uno strattone tirò a sé Zacharias, gli abbracciò la testa e lo baciò in mezzo ai capelli.

«Fratellino» mugolò la voce rotta «Maria mi perdonerà per essere stato così cattivo con il suo figlio preferito?»

Il ragazzo non rispose. Lo strinse forte ed invocò su di lui una benedizione col cuore.

Intanto Denis era corso a prendere la cappa azzurra là dove l’avevano preparata, e tutto pimpante, trascinandola a terra, la pose sulle spalle del neo-professo.

«Siete così belli con questi mantelli!» esclamò «Mi fate venire voglia di…»

«E perché no?» domandò Zach, puntando su di lui gli occhi umidi.

«Sono ancora piccolo» mormorò «E spero che Gesù mi lascerà il tempo di crescere ancora un po’.»

Una smorfia rivelò che non era riuscito a costringersi a sorridere, e senza altri tentennamenti si gettò tra i due con tanta foga che caddero a sedere. Rimasero abbracciati ai piedi dell’altare finché il calore del sole non fece evaporare le loro paure.

Tra sincerità e libertà: un paradigma antipedagogico

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta il 4 Ottobre 2019 in Contro Corrente: Saggi contro la deriva antropologica. Vol. 7: Educazione (un progetto antipedagogico)

TRA SINCERITÀ E LIBERTÀ

Perché per educare occorre prendersi la colpa ma non la pena

Gesù Cristo ci ha redenti, ha preso su di sé il peccato del mondo, ha immolato se stesso come riscatto per i nostri peccati, privandoci di quella colpa che avrebbe comportato la nostra morte eterna.

Tuttavia, come tutti possiamo quotidianamente sperimentare, non ha voluto sottrarci alle conseguenze del peccato, non ha voluto nemmeno impedirci di continuare a peccare e di dovergli consegnare ulteriori colpe da riscattare, non ci ha tolto la morte del corpo né la sofferenza della tentazione, né la pena temporale per quelle colpe che gli carichiamo addosso ogni giorno.

Non oso – sarebbe davvero temerario farlo – cercare di fornire una risposta definitiva alla domanda sul “Perché” abbia voluto così. Immagino che tutti noi ci saremo chiesti, almeno una volta, perché mai non abbia voluto toglierci tutto, cancellare ogni peccato con un colpo di spugna e rifare il mondo così come lo aveva originariamente progettato. Essendo onnipotente avrebbe sicuramente potuto farlo, tuttavia non ha voluto. Un motivo sicuramente c’è, ma per comprenderlo appieno dovremo sicuramente attendere il giorno in cui: “lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3, 2).

Nel frattempo, tuttavia, possiamo capire che, se lui avrebbe potuto decidere diversamente, a noi – creati a sua immagine e somiglianza – non è concesso agire in un modo diverso, a meno che non vogliamo mettere noi stessi o qualcun altro nei guai.

Avendo infatti nostro Signore scelto di farci suoi figli in questo modo e di renderci così simili a lui, la nostra sostanziale dipendenza dal suo modo di volere e di agire ci impedisce di riuscire a fare di qualcuno un “uomo” o un “adulto” in un modo diverso. Non siamo noi a scegliere le regole del gioco, e se ci illudiamo di giocare con altre regole non possiamo che allontanarci dalla vittoria.

Prima di spiegare in che modo questo avvenga vorrei però fare un passo indietro, raccontando alcuni aspetti della mia esperienza di educatore che mi hanno fatto comprendere ciò che sto per dire.

Nel corso degli anni, e specialmente dopo lo scontro intellettuale con la pestilenziale dottrina che sta alla base del moderno modo di pensare e agire l’educazione che possiamo riassumere con l’affermazione di Rousseau:

Non esiste alcun assoggettamento più completo di quello che conserva l’apparenza della libertà; in questo modo si imprigiona la volontà stessa (…) È fuor di dubbio che egli non debba fare quel che vuole; ma egli non deve volere se non quello che voi volete che egli faccia; egli non deve fare un solo passo che voi non abbiate previsto, né deve aprir bocca senza che voi non sappiate quello che sta per dire. (…) Voi dovete disporre tutto intorno a lui gli insegnamenti che volete impartirgli, senza che egli pensi di riceverne nessuno“.(J.J. Rousseau, Emile ou de l’éducation, Classique Garnier, Paris 1964, p. 121)

ho scoperto la necessità di due principi che facciano da antidoto a qualsiasi educazione di stampo totalitario (come quella dell’Emilio), anche al costo di inficiare l’efficacia, pienamente convinto della superiorità della libertà a qualsiasi parvenza di perfezione morale o intellettuale: quello della sincerità e quello della libertà.

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Gara Stagionale d’Estate 2021 – BraviAutori.it

Il mio racconto “In Paradiso si gioca tutto il tempo” ha vinto l’ultima edizione delle gare letterarie stagionali organizzate del sito https://www.braviautori.it/.

A questo indirizzo potete scaricare gratuitamente l’ebook in cui sono stati pubblicati il racconto vincitore e gli altri arrivati in cima alla classifica. Negli ultimi giorni di competizione la rincorsa dei primi posti è stata molto serrata e posso assicurarvi che leggerete racconti di qualità.

La prossima edizione della gara inoltre è già partita! Se voleste partecipare con un racconto o anche semplicemente commentando quelli dei partecipanti basta iscriversi al forum e visitare questa sezione.

Il Fiume di Fuoco – Recensione di Dario Biagiotti

Dario ha voluto commentare così il libro sul suo diario facebook e, avendo lui acconsentito, sono lusingato di poterla riportare anche qua:

Il fiume di fuoco di Michele Silvi è un grande romanzo. Verrebbe da dirlo fantasy perché ne ha le sembianze, ma è molto di più, soprattutto perché il “mondo delle fate” è solo uno dei mondi presenti. Ma preferisco non andare oltre ed evitare spoiler.

È un grande romanzo perché ha un pregio che nella letteratura attuale, di genere e non, è quasi scomparso: non lascia indifferenti.

Le umanissime vicende raccontate (che potrebbero riguardarci o averci riguardato tutti – sono storie di ferite, di traumi, di tragedie, ma anche di crescita, maturazione, di pellegrinaggi dell’anima) ci mettono di fronte alla dolcezza e all’orrore, alla gioia e alla rabbia, alla malinconia, alla frustrazione, alla speranza, all’allegria, senza mai girarci intorno, lasciando che ci arrivino addosso con tutto il loro peso.

E c’è Dio. Che a poco a poco si fa vedere, sempre più, fino a sfolgorare della Sua immensa presenza.

È un libro da cui ci si deve “riprendere”, perché lascia addosso molte emozioni, un rimestare di sentimenti contrastanti, alcuni belli, altri molto meno. Ma che è bene ogni tanto ridestare dal torpore in cui l’immaginario fantastico attuale delle proprietà intellettuali ci ha fatto piombare.

Altri settemila… contro lo zelo amaro del profeta

“Zelo zelatus sum pro domino Deo exercituum”, ardo di zelo per il Signore Dio degli eserciti: è il motto dell’Ordine in cui ieri ho professato i voti in forma semplice. A prima vista può sembrare un grido di battaglia, ma chi conosce il testo biblico (1Re 19) e la storia del profeta Elia sa che in realtà è tutt’altro: un grido di angoscia, un lamento di fronte al fallimento.

Elia, come è capitato a molti di noi, era stato tanto pieno di fervore da venirne consumato. Sul Carmelo aveva visto grandi segni, nella sua euforia si era sentito onnipotente, una cosa sola unito al suo Dio al punto da rimanere spiazzato quando si rende conto che la situazione è del tutto superiore alle sue forze: ha ammazzato i profeti di Baal, ma a cosa è servito? La regina Gezabele lo vuole comunque morto e lui è rimasto solo. Piuttosto preferisce lasciarsi morire nel deserto.

Ma Dio non ci sta, non avvalla questa vigliaccheria. Manda il suo angelo per convincerlo a continuare e lo conduce sull’Oreb, ovvero il Sinai, lo stesso monte dove Mosè aveva stipulato l’alleanza. L’alleanza va rinnovata, ma Elia dovrà scoprire un Dio che è molto diverso da come lo aveva immaginato. Lui, che alla presenza di Dio era pur sempre stato fino ad allora.

lo riconosce nel silenzio, e nel silenzio grida la sua angoscia. Lo zelo lo divora, lo acceca, e lui grida: sono rimasto solo e vogliono togliermi la vita! Israele ti ha abbandonat! Hai fallito, Signore!

Quanto spesso oggigiorno si possono leggere cose simili tra le righe di ciò che dicono e scrivono i cristiani più ferventi. Quante volte è successo a me! Ci impegniamo tanto, otteniamo anche bei risultati con la Grazia di Dio, ma quello stesso fuoco che abbiamo dentro (che non è tutto e solo Spirito Santo) ci confonde e ci fa pensare che siamo noi al centro di questa storia. Guardiamo gli altri e non vediamo lo stesso fuoco, arrivano gli attacchi del nemico e capiamo che non siamo abbastanza forti per reggere il mondo da soli. E scappiamo, nascondendoci nel nostro zelo, screditando magari gli sforzi degli altri.

Ma risponde il Signore: “mi sono risparmiato in Israele settemila persone” (ancora fedeli a me). Settemila persone che aspettano soltanto che Elia smetta di fare il bambino e viva la sua vocazione profetica. È finita la fase dell’eroe solitario che fa giustizia sugli apostati, è ormai scaduto il tempo in cui il prescelto si erge al di sopra del mondo per giudicarlo. La missione di Elia è ungere Eliseo come profeta al suo posto, è ungere Ieu re di Israele e Cazael re di Aram. È passare in mezzo a quel Popolo impaurito quanto lui per annunciare che la Storia non è prodotto degli uomini, dei popoli, di re e regine o di profeti, ma di Colui che chiama tutti costoro con una vocazione particolare, che in primo luogo richiede di non illudersi di essere indispensabili e insostituibili.

Nei miei momenti di angoscia anche a me il Signore ha mostrato la stessa cosa: quante persone attorno a me sono pronti a servire il Signore e lo fanno anche! Quanto bene c’è anche in quelli che quando ero più immaturo mi sembravano “tiepidi”, mentre avevano soltanto superato prove che io ancora non avevo riconosciuto. Apite gli occhi, voi che leggete, e lasciate andare il vostro zelo amaro: non siete soli, c’è un grande popolo che aspetta anzi che smettiate di fare gli schizzinosi e usciate dalla prigione delle vostre angosce per farvi coraggio in mezzo al Popolo e dare a quel Popolo coraggio.

Perchè la Comunione dei Santi è la nostra forza e il nostro vanto. Al di fuori di essa ci sono le nostre debolezze, che portano frutto solo quando impariamo a vantarcene in quanto debolezze, riconoscendo che è la Grazia a far divampare la fiamma sulla nostra cenere.

Il Fiume di Fuoco – Presentazione a Florville, Brescia

La presentazione si è svolta il 29 Agosto 2021, presenti l’autore, Samuele Baracani del progetto editoriale Schegge Riunite e Massimiliano Peroni che, oltre ad essere prefatore del libro, ci ha ospitati nella sua libreria.