La Vanità


Dovevo pensare ad un primo “vero” articolo per questo blog, e nell’ozio forzato del viaggio in autostrada di stasera ho avuto tempo e modo di raccontarlo e recitarlo a me stesso, fino a giungere alla conclusione che sì, la vanità sarebbe stato un ottimo argomento per iniziare.
Ma attenzione, non parlo certo della vanità del pavone, ma di qualcosa di molto più profondo, ed il testo da cui partirò, per parlarne, è molto particolare. Pensate, ad esempio, che ispirò due dei grandi pessimisti della cultura occidentale, che simpaticamente chiamerò Giacomino e Schoppy, e non nasconderò che, con rispetto parlando, mi sono sempre parsi due idioti (non lo nascondo, e non mi piacerebbe la finzione di un apprezzamento da chi mi vede idiota, come spesso sono, forse).
Il punto è: questo testo, a parer mio, fonte di grandi pessimismi, non è che il più BELLO che abbia mai letto nella Bibbia, eppure io non sono affatto pessimista, come si spiega tutto ciò?
Ovvio, vorrete sapere di che libro sto parlando, è piuttosto naturale.
Ebbene, parlo del Qohelet, fonte di citazioni spesso inserite a sproposito un po’ ovunque: “niente di nuovo sotto il sole”; “vanità di vanità”.

Vi assicuro che non c’è un brano, in tutta la Bibbia, che io abbia letto più attentamente e più appassionatamente di questo, sono convinto che, se dovessimo stilare una classifica di testi biblici in base alla “quantità” di ispirazione divina ivi contenuta (e forse qualcuno avrà assistito a qualche disputa su questi argomenti, evitate di portarla a galla che non è di questo che ho voglia di parlare) il Qohelet sarebbe sicuramente ai primi posti, e questo perché, paradossalmente, non c’è in tutta la Bibbia un libro così umano, un libro così sincero.
Ma cosa dice Qohelet?
Oh Vanità Immensa, tutto è Vanità e occupazione senza senso.

In questa frase si può riassumere un po’ tutto il testo, che non fa che espanderla ed espanderla, e mostrare come sia vanità pressoché qualsiasi cosa avvenga “sotto il sole”, qualsiasi cosa abbia a che fare con l’uomo, persino la Legge che nella cultura ebraica, si sa, era piuttosto importante.
Ma allora, direte, te sei scemo, come si fa a non essere pessimisti quando si concorda nel dire che tutto è fumo, tutto è vanità, tutto è un ripetersi insensato di millenarie azioni insensate e vuote?

Se ve lo chiedete, e molti di voi se lo chiedono, significa che non avete ancora colto, non avete ancora compreso il valore estremamente liberante di queste parole.

Perché sì, lo vediamo tutti i giorni, l’uomo si affanna a dare un senso alla propria vita, a costruire un futuro, a procurarsi il pane per il giorno dopo, ma compie l’errore di non rendersi conto della vanità di tale affanno, non si rende conto che il futuro che costruisce ora, domani sarà già passato, e che il “mondo migliore” per cui lavora (abbia esso le forme del socialismo, di un’utopia fantascientifica o di quel che vi pare) sia destinato a sparire come tutto il resto, che si realizzi o meno; non si rende conto, dunque, che tutte le proprie pretese e le proprie aspettative non sono che alienazione, occupazione senza senso, preoccupazioni inutili che mirano a controllare l’incontrollabile.
Se io dunque vi dico che tutto è Vanità e occupazione senza senso, vi dico anche che non avete bisogno di tutto ciò, non avete bisogno di riempire i granai con un grano che non c’è, non avete bisogno di creare uno stato immune alle crisi e benevolo nei confronti dei propri cittadini, non avete bisogno di tutto questo “futuro”, che in fondo nemmeno c’è e nemmeno c’è mai stato, probabilmente non ci sarà nemmeno.

“Ma tutto ciò che facciamo è vanità, allora vivere non ha senso?”

No, non hai capito, solo così vivere ha senso, solo se ci si spoglia della vanità, se si abbandonano le utopie, i progetti, gli obiettivi assoluti. Perché si può vivere, invece, anche senza dire “entro la prossima settimana il granaio dovrà essere pieno”, anche senza dire “un giorno il potere sarà del popolo”, insomma possiamo vivere senza preoccuparci, in fondo, di cose che non ci riguardano affatto.
Il fatto è, mio caro, che quando ci poniamo obiettivi del genere, degli obiettivi “assoluti”, creiamo divinità, poniamo qualcosa più in alto di dove dovrebbe stare, forgiamo un vitello dorato e ci inginocchiamo di fronte ad esso.

Succede infatti che noi votiamo la nostra vita, o parte di essa, al raggiungimento di quell’obiettivo, consumiamo risorse ed energie per rendere reale quel futuro che esiste solo nella nostra mente, e se falliamo ci disperiamo, perdiamo il contatto con noi stessi, cadiamo nella più profonda delle sofferenze. Questo succede quando ci si prende  troppo sul serio, quando si prende qualsiasi cosa troppo sul serio, dimenticando che quella cosa NON È CHE VANITA’ un frutto dei nostri effimeri desideri, un po’ di fumo esalato dalla cenere.
Dunque si viola il primo comandamento, ed il più importante: “Non avrai altro Dio al di fuori di me”, si pone al posto di Dio un’altra divinità, che è però una divinità che, per quanto possa sembrare, ai nostri occhi, perfetta e bellissima, finirà per svanire con tutto il resto, perché non rimarrà che prodotto essenzialmente umano, finito, incapace di sollevarsi più in alto della punta dei propri capelli.
Noi, invece, non abbiamo bisogno di idoli, non abbiamo bisogno di un futuro perfetto a cui ambire, in fondo non abbiamo affatto bisogno di alcun futuro, perché non è nel futuro che viviamo. e quando facciamo qualcosa dobbiamo essere consapevoli che non abbiamo il diritto di illuderci che le nostre azioni perseguano “un fine più grande”, ma il solo dovere di accettare la conseguenza delle nostre azioni qualunque essa sia, ricordando l’eventualità di non aver calcolato quel particolare che manderà tutto in malora, ed assicurandoci di non aver preso quell’azione così tanto seriamente da porre sullo stesso piano il suo fallimento ed il nostro.
Dovremmo, dunque, astenerci dal “fare”? Ritirarci dal mondo, in un’ascesi pessimistica che si compiace del mondo che svanisce davanti a noi?

No, certo che no, se le nostre azioni sono vanità di vanità e occupazione senza senso, la nostra vita non è che un gioco, e di fatto è così, solo che spesso ce ne dimentichiamo e la trattiamo come qualcosa di estremamente serio, che si vince o si vince, e tremiamo ogni volta che un lancio di dado volge a nostro sfavore. Dobbiamo tornare a comprendere la “giocosità” della vita, dobbiamo tornare a divertirci come da bambini (perdendo piangevamo, ma il giorno dopo volevamo giocare ancora) e dobbiamo giocare fino in fondo, affrontando ogni ostacolo con la massima voglia di vincere, accettando la possibilità della sconfitta dietro ogni angolo.
“Quindi ci serve un progetto? Come facciamo a sapere quando abbiamo “vinto”?”
Sì, certo, ma il progetto non sarà che un tentativo, un pretesto per giocare, perché vince, alla fine, solo chi si è divertito.
Però la sto facendo troppo lunga, e scommetto che in molti si saranno già stancati di stare qui a leggere le chiacchiere di questo ciarlatano.
Il punto è: non abbiate pretese! Ciò che oggi volete potrebbe NON essere ciò di cui avete bisogno, che bello sarà scoprirlo quando avrete speso l’intera vita per ottenerlo: rimarrete con un pugno di mosche, vanità delle vanità.
Quando un giorno il gioco sarà finito, non otterrete certo un premio in base ai punti guadagnati, che saranno azzerati e riposti come i segnalini nella scatola, ma potrete dire di esservi divertiti, o di aver subito la frustrazione di chi ha il terrore della sconfitta.
Così, invece di passare notti insonni pensando a come riempire il granaio nei periodi di siccità, siate consapevoli che riempire quel granaio non è davvero importante, perché che riusciate o meno a mangiare domani, dopodomani sarete comunque morti.

Da Matteo 6, 25-34:
25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.”
Davvero, qui avete la dimostrazione pratica della vanità dell’agire umano: non potevo forse citare subito Matteo 6, piuttosto che sforzarmi di spiegare lo stesso concetto in molto più tempo? Eppure, credetemi, l’ho fatto perché volevo farlo, perché era ciò che sentivo di dover fare, e seriamente non mi importa che questo porti ad un miglioramento o ad un peggioramento della situazione mia o altrui, se anche avessi fatto una cazzata arriverà quel giorno in cui la mia cazzata non potrà più fare del male a nessuno.
Vivete con gioia, dunque, non affannatevi, perseguite i vostri obiettivi senza “angustia”, senza rancore, senza timore, perché sapete che i vostri obiettivi sono una vanità come tante, e non ha senso affannarsi per la vanità, ma ha senso essere felici.
Voglio concludere, ora, con altre due citazioni, davvero utili ai fini di questo discorso davvero poco lineare:
la prima è delle Lettere di Berlicche, di C.S.Lewis:
“Una volta essi sapevano che alcuni mutamenti erano per il meglio, altri per il peggio, altri indifferenti. Noi abbiamo in gran parte rimosso una tale conoscenza. All’aggettivo descrittivo “immutato” abbiamo sostituito l’aggettivo emotivo “stagnante”. Li abbiamo educati a pensare al Futuro come a una terra promessa che eroi favoriti riescono a raggiungere – non come qualcosa che ciascuno raggiunge alla velocità di sessanta minuti all’ora, qualunque cosa faccia, chiunque egli sia.”
E parla da sola.
La seconda proviene dall’opera di quell’ignoto che dev’essere senza dubbio un Santo, colui che ha steso la De Imitatione Christi ed ha completato con grande bellezza la sentenza di Qohelet: “Vanitas Vanitatum et omnia Vanitas, praeter amare Deum et Illi soli servire”
Vanità delle vanità: tutto è Vanità, tranne amare Dio, e servire Lui solo.
Esattamente, perché se si serve qualcos’altro si diventa schiavi di quel qualcosa, se si cerca di dare un senso, uno scopo alla vita non si fa che diventare schiavi di quello scopo.
Ma Dio è immenso, Dio è perfetto, Dio è irraggiungibile, per questo lo scopo è Lui, perché è un traguardo così lontano che non può essere visto, così grande che cercandolo per il gusto di cercare in realtà l’abbiamo già raggiunto.
L’uomo del 2000 è troppo impegnato a costruire futuri alienanti, per questo è disabituato alla felicità che si prova affidandosi all’avvenire, accettando qualsiasi cosa avvenga, senza prendere troppo sul serio i propri “bisogni”.
Questo il senso della provvidenza cristiana che, lungi dall’essere un “destino” predeterminato, si esprime proprio nella preghiera che Cristo insegna ai suoi discepoli, e che dice: “Sia fatta la Tua volontà.”
La vanità così svanisce, svanisce il “dover-essere”, si cessa di urlare alle cose che dovrebbero andare diversamente, e le si gode per quello che sono.

Non siete forse lieti, dunque, che tutto sia vanità e occupazione senza senso? Non fosse così, i nostri fallimenti meriterebbero davvero la disperazione, mentre ora sappiamo di essere piccoli al cospetto di tutto il resto, e che le nostre ambizioni non sono poi così importanti, così fondamentali.
Riconoscere che tutto è vanità significa rinunciare all’egocentrismo, all’affermazione della propria volontà su quella degli altri e persino su quella inconoscibile di Dio (o del caso, se non credete in Dio, o di quel qualcosa che determina cosa vi succederà), quindi vivere con più leggerezza, e prendersi sulle spalle solo i pesi che siamo in grado di sostenere.
Lasciamo che il sole segua il suo corso, dunque, e, piuttosto che ostinarci a farlo spostare in senso orario, godiamone il calore.

Correggetemi se sbaglio.

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 23 maggio 2012, in Bibbia, Riflessioni con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. Spettacolare, una pagina di filosofia in-commento pura. Mi è piaciuto tanto. Congrats Ish

  2. per quanto il titolo del tuo blog inviti al silenzio, mi sento autorizzato a commentare dall’ultima frase di questo post. non so se sbagli, ma se il senso è che tutto è vanità al cospetto della chiosa di Qoèlet, allora potrei pure esser d’accordo. ciò però non riesce, a discapito del tuo invito, a rendermi meno triste (o più lieto) del fatto che tutte le mie occupazioni siano vanità. c’è che una certa tristezza è sana: è proprio quel senso di inappagamento delle “cose terrene” che alle volte fa guardare alle “cose celesti”, come la vecchiaia attesta che non siamo fatti per la vita terrena, come la carenza di spazio nell’utero attesta che non siamo fatti per una gestazione eterna. ma il vecchio non è meno triste della sua inadeguatezza al mondo, il nascituro non è meno angosciato del trauma del parto. sarà che sono un inguaribile pessimista … ma qualcuno disse che l’ottimista è solo un pessimista male informato, e qualcun altro disse che l’ottimista immagina che la vita sia una festa, il pessimista sa che è vero, ma non vi è invitato.

    • Il silenzio non è mai uguale a sé stesso; come si può invitare al silenzio si può anche provocare al silenzio, o pure costringere, incatenare, ridurre e molto altro ancora: sono silenzi sempre diversi.

      In quanto alla vanità, forse ho sbagliato persino ad introdurre termini come “pessimismo”, in effetti, non si tratta davvero di pessimismo o ottimismo, che tratterei come aspetti altrettanto negativi dell’atteggiamento umano.
      Il fatto è che, comprendimi, fin da quando avevo 10 (forse anche uno o due meno) anni alla parola morte, nella mia mente, ne veniva sempre associata un’altra, che immagino ai più suoni stranissima in questo caso: “avventura”.
      Anche dopo aver visto morire sempre più piante, animali e uomini, tale associazione non si è sganciata dalla mia mente.
      Ma la vanità, dunque, che centra? In qualche modo ci sta: abbiamo due modi di vedere la vanità, il primo è quello suggerito da qohelet, ovvero quello del grande Salomone (spero di non sbagliarmi) che guardandosi indietro vede tutto ciò che ha costruito e si rende conto che è stato tutto vano, inutile, fumo.
      Il secondo è quello del bambino, che più che della morte ha paura del genitore che potrebbe punirlo togliendogli il giocattolo (ovviamente si mette a piangere quando la mamma gli dice “un giorno non ci sarò più”, ma qui si tratta di morte altrui, non conosco bambini che abbiano considerato l’eventualità della propria morte, e spero di non conoscerne presto), e di fronte alla vanità può pensare, con tutta la sua ingenuità, che in fondo non c’è niente da temere, in questo mondo, e che ci si può spingere alla scoperta anche del più brutto degli uomini neri, che sarebbe la morte stessa.
      In effetti sei proprio tu che scrivi “il vecchio non è meno triste della sua inadeguatezza al mondo”, io dico che il bambino è invece molto più felice di poter giocare tutto il giorno alla vita, persino nella prospettiva di poter giocare, se il futuro lo assiste, infine a fare il vecchio.
      In fondo o si vince o si perde, ma chi ha paura di perdere non gioca mai.

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