Babbo Natale è morto – capitolo I


L’amico di mamma e l’idea della lettera

Sabato 1 Dicembre 2012

La nostra storia inizia il primo di Dicembre di quest’anno, durante il Sabato che precede la prima domenica d’Avvento.

Protagonista della nostra storia è Tommaso, un bambino come molti altri, che frequenta la seconda media nella scuola gestita dalla circoscrizione di una città il cui nome non ci interessa davvero, ma che risulta ovviamente situabile nel territorio della Repubblica Italiana.

Inizialmente avevo pensato di raccontarvi gli eventi più importanti della storia di tommaso fino a quel primo di Dicembre, mi sono ricreduto. Cosa potrebbe nascondere, dopotutto, la biografia di un bambino? Niente di che, niente che non possa essere successo anche a tutti gli altri. Una sola cosa aveva determinato un cambiamento improvviso nella sua vita, e ve ne renderete conto molto presto, ciò che successe più o meno in questo stesso periodo, ma nel 2011. Ne parleremo più tardi.

 

Per ora vi basti sapere che quel pomeriggio Tommaso era andato in parrocchia per il catechismo (sarebbe più corretto dire “per la catechesi”, ma dalle sue parti si diceva così), la chiesa era intitolata alla “Santa Famiglia” ed era una di quelle chiese moderne: per immaginarvela pensate alla chiesa più brutta che abbiate mai visto, sarà probabilmente molto simile. La lezione era stata noiosa, si era parlato dell’Avvento imminente, dell’attesa, della nascita di Gesù e bla, bla, bla, le solite cose, cose che a Tommaso interessavano molto poco: aveva pensieri ben più profondi per la testa, lui.

Arrivò finalmente il momento di uscire, ed uscirono tutti, tutti aspettarono nel piazzale che arrivassero i genitori a prenderli per riportarli a casa, ma Tommaso rimase lì per 5 minuti, poi per 10, poi per un quarto d’ora, ed il papà, che doveva andarlo a prendere, non si vedeva mai. Si era dimenticato? Non sarebbe stata la prima volta, specie in quel periodo. Tommaso non aveva preso nemmeno il cellulare che gli avevano regalato tre mesi prima per il compleanno, non rimaneva dunque che aspettare. Però a Dicembre… Presto si fa buio e freddo, e indovinate un po’? Si mise pure a piovere! Erano ormai le diciotto, e non si vedeva nessuno.

“Sei Tommaso, vero?”

Il ragazzino si spaventò, c’era un uomo alle sue spalle e non era suo padre, ed era un uomo piuttosto strano: non solo l’ombrello rosso era l’unica vera macchia di colore su quella strada, che sarebbe potuta essere tranquillamente la più grigia della periferia, con tanto di cemento armato e asfalto in ogni dove (sì, anche la chiesa era fatta di cemento armato, io ve l’avevo detto che era brutta), ma quegli occhiali da sole, completamente neri, in inverno e con la pioggia a che dovevano servire?

Tommaso non era di quei bambini imprudenti e temerari, in effetti era un po’ timiduccio, ma non così tanto da non rivolgere la parola ad un signore che lo avesse chiamato per nome, e se fosse successo qualcosa a papà? Magari era per quello…

“Signore, io non la conosco…”

“Lo so – disse quello, sorridendo – ma io conosco te, e i tuoi genitori soprattutto. Come mai stai qui fuori da solo? Ti prenderai un raffreddore…”

“Papà doveva venirmi a prendere un’ora fa ma…”

“Pietro non si smentisce mai… Vieni a casa mia, che lo chiamiamo.”

“Signore, ma io non so nemmeno chi è, lei…”

“Sono Alessandro, Anna non ti ha mai parlato di me?”

“Mi sa di no…”

“Non importa, tanto abito qui vicino. E non chiamarmi signore, perché così si chiama uno solo.”

“Ah sì? E chi?”

“Ma come? Al catechismo non vi insegnano nulla? Vieni va, che si fa tardi.”

Alessandro partì senza aggiungere altro, così speditamente che Tommaso pensò che quello si fosse già dimenticato di lui. Nonostante si sentisse piuttosto “libero” proprio per questo fatto, si decise subito a seguirlo e, un po’ riluttante, attraversò anche lui l’asfalto bagnato, girò a destra per Via Carlo Collodi e si fermò di fronte a quel portone (era il numero 7) in cui era entrato quell’altro. Lo aveva lasciato fuori, a quanto pare, e non sapeva se suonare uno dei campanelli sperando di beccare quello giusto, o andare via accettando di essere stato preso in giro.

Prima che si decidesse, la porta si aprì.

“Oh, scusa Tommaso. Mi ero dimenticato di te, davvero non so dove ho la testa.”

Il tipo si era tolto gli occhiali da sole, e l’accostamento dei due occhi marroni che guardavano ovunque, ma mai negli occhi suoi, e delle guance arrossate sotto la barba incolta fecero sorridere Tommaso, Alessandro gli stava già simpatico.

“Entra pure, prendo il telefono.”

Il ragazzino entrò e lasciò la giacca sull’attaccapanni di legno, poi prese il suo tempo per stupirsi del gran numero di crocifissi dispersi per la stanza: quell’uomo era forse un esorcista? Ce n’era almeno uno per parete, più uno su ogni porta, e non appena diede un’occhiata in cucina… Ce n’era addirittura uno che pendeva sul tavolino a mo’ di lampadario! Ma dov’era finito? Al catechismo non ce n’erano così tanti!

“Oh, non spaventarti per i crocifissi, non sono pazzo… e nemmeno prete… tantomeno santo… è solo che… beh… mi piacciono i crocifissi, ecco.”

Nessuno avrebbe mai creduto ad una scusa così blanda, ma Tommaso era troppo educato per fare altre domande, e aveva pure un po’ paura di quel signore, per quanto sembrasse amichevole.

Arrivò dall’unica altra stanza che si apriva sul minuscolo salottino d’ingresso (quella in cui c’erano la camera da letto e il bagno) con il cellulare in mano, chiese il numero di Pietro e lo chiamò.

“Pronto? Sono Alessandro.”

“Come Alessandro chi? Alessandro Verti, quello che…”

“Sì, esatto.”

“Beh, ho qui Tommaso, tuo figlio, mi ha detto che…”

“Non preoccuparti, può restare da me per cena se non riesci.”

“Beh, almeno finché parli al telefono potresti dirle di fare silenzio, sei sempre il solito.”

“E va bene, chiamo anche la madre, è da un po’ che non la sento.”

Chiuse la chiamata e fece l’occhiolino.

“Il numero di Anna ce l’ho già, tu intanto siediti in cucina…”

Tommaso prese posto vicino a quel piccolo tavolino su cui pendeva l’inquietante crocifisso di legno scuro a cui avevo già accennato prima, ma come faceva la mamma ad essere amica di uno così? Non era da lei…

“Non mi prendi in giro, sai bene che è impossibile che non lo sia più…”

“No, non mi faccio prete, e sai benissimo che non potrei nemmeno.”

“Comunque mi ha detto che tuo figlio può stare a cena da me, lui sembrava piuttosto… occupato.”

“Sta tranquilla, non succederà mai più.”

“Nemmeno per sogno, sai che puoi fidarti.”

“Ci sentiamo…”

Si sedette anche lui, proprio di fronte al bambino.

“Ebbene, la mamma dice che devo portarti a casa per le nove, altrimenti mi fa il culo. Parla così anche con te?”

“Beh, quando è nervosa…”

“Mmm, dopo ricordami che devo chiederti quanto spesso capita, che sia nervosa intendo. Allora, cosa facciamo per cena?”

Si alzò ed iniziò a cercare nel frigo, era riuscito a cambiare discorso con una velocità allarmante.

“Vediamo… ho delle cotolette, ti piacciono le cotolette?”

“Sì, certo.”

“Bene, allora vada per le cotolette, tu sta’ immobile per qualche minuto che senò mi arrabbio…”

Tommaso continuava a chiedersi da dove fosse uscito quello lì, riusciva a sembrare, contemporaneamente, la persona più seria e più scherzosa del mondo, al punto da rendere incomprensibile la distinzione tra il primo ed il secondo atteggiamento.

“Hei, stavo solo scherzando – disse sedendosi a tavola e servendo la carne – è solo che tua madre mi ha invitato a non toccarti e volevo evitare che succedesse per incidente. Ti dirò, sembrava piuttosto strana per telefono…”

“È da un po’ che è strana, e non solo lei…”

“Sì, probabilmente ti sembrerò parecchio strano, non sono abituato ad avere ospiti.”

“No, non parlavo di te.”

Ricordi troppo tristi inondarono la tenera mente di Tommaso, che si sentì quasi di piangere; non era bello piangere in casa d’altri, soprattutto quando sono gentili…

“Beh, immagino che se ora ti chiedo se hai voglia di fare una preghiera prima di mangiare ti sembrerò strano, invece.”

Il sorriso di Alessandro era contagioso, e sicuramente non si poteva dire di no.

“Perfetto, allora facciamo il segno della croce, poi ripeti quello che dico io.”

“Va bene.”

Si segnarono, poi la preghiera cominciò:

“Signore, ti ringraziamo per questo cibo”

“Signore, ti ringraziamo per questo cibo”

“e per questo vino, che per tanto che sia, e tanto forte”

“e per questo vino, che per tanto che sia, e tanto forte”

“mai riuscirà a farci impazzire come la beata consapevolezza”

“mai riuscirà a farci impazzire come la beata consapevolezza”

“dell’Amore infinito che si sacrifica per i peccati nostri, nonostante”

“dell’Amore infinito che si sacrifica per i peccati nostri, nonostante”

“nonostante noi non ce lo meritiamo, e per il Perdono”

“noi non ce lo meritiamo, e per il Perdono.”

“Amen. Dunque, anche a casa si fa?”

“No, non si è mai fatto a casa…”

Mangiarono in silenzio, finché Tommaso non si accorse di un particolare piuttosto divertente.

“Alessandro, a che servivano tutte quelle parole sul vino se qui…”

“Il vino c’è sempre, Tommaso, il vino c’è sempre. Anche se sono astemio, e tu hai dodici anni, quindi non penso servisse metterlo sul tavolo.”

“Ma allora perché ringraziare per il vino, quando non si beve?”

“Il vino è l’Amore, Tommaso, se non c’è quello il resto non ha più senso. Tutti gli esseri umani devono amarsi, è il minimo.”

I discorsi sull’amore non piacevano affatto al fanciullo, gli facevano tornare la voglia di piangere. Alessandro guardandolo in faccia se ne accorse, e si sbrigò a cambiare argomento.

“Così domani è la prima di Avvento, tra poco è Natale.”

“Sì, non vedo l’ora che finisca la scuola…”

“Mmm – l’uomo prese a giocare con le punte dei capelli, corti e castani – avrai già pensato a cosa chiedere a Babbo Natale, immagino.”

“Non credo a Babbo Natale, dall’anno scorso…”

“Come mai? E chi li porta i regali, allora?” Il suo sorriso era macchiato da un’ombra, ma l’altro non se ne rese conto, poiché il suo sguardo era fisso sul piatto vuoto.

“Beh, tutti gli altri anni Babbo Natale, o qualcuno vestito come lui, era venuto a mezzanotte per dare i regali, ma l’anno scorso…”

Non riuscì a trattenere le lacrime, quella era una ferita che faceva ancora molto male.

“Tommaso… Se non vuoi raccontarlo va bene lo stesso, non volevo…”

“No. Ormai devo dirtelo.”

“Va bene. Prima riprenditi, però, eccoti un fazzoletto.”

Col naso rosso e gli occhi lucidi, il bambino ricominciò a raccontare.

“L’anno scorso non è venuto nessuno, mio padre e mia madre mi hanno anzi chiuso in camera, e hanno passato tutta la notte a litigare…”

Alessandro capì di aver beccato proprio l’argomento peggiore sulla piazza, ma ormai non si poteva tornare indietro. Si convinse, tuttavia, di essere un grande idiota.

“E questo ti fa soffrire, è un bel problema. Speravo che prima Anna scherzasse…”

“Sai, Alessandro, tra i miei genitori non c’è molto vino, come direste voi, non c’è mai stato.”

“Oh sì che c’era. Magari s’è inacidito, o innacquato, oppure era così poco che già è finito. Come alle nozze di Canaa…”

“Non c’è molto vino nemmeno per me. Ormai non si preoccupano più nemmeno che…”

Scoppiò a piangere di nuovo. Non sapeva perché avesse accettato di parlare della cosa che più gli stava a cuore, e perché, soprattutto, aveva confessato di non sentirsi amato. Forse teneva quelle parole nel cuore da molto tempo, troppo tempo, e aveva bisogno di buttarle fuori, di vomitarle. La prima persona apparentemente simpatica e affidabile se le era prese, di certo quello lì non avrebbe detto tutto alla mamma, non sembrava proprio il tipo.

“Tommaso. Io ti assicuro che Babbo Natale esiste.”

“Ma che mi frega di Babbo Natale…”

“Devi imparare a parlare per metafore, Tommaso, è più divertente…”

“Beh, non sono in vena di divertirmi…”

Alessandro si alzò, si avvicinò al bambino e gli poggiò entrambe le mani sulle spalle.

“Lo sai? A dodici anni non si dovrebbe pensare a niente che non sia divertente, guardami.”

Vedersi costretto a fissarlo negli occhi quasi a testa in giù riuscì ad alleggerire, un pochino, l’animo di Tommaso, che però rimase estremamente serio.

“Purtroppo non dipende da me…”

“Certo. Cos’è che vuoi fare adesso? Abbiamo un’oretta, e non ho intenzione di parlare di vino annacquato.”

“Nemmeno io, scusami…”

“Non hai capito, semplicemente non voglio vedere persone che piangono in casa mia – gli asciugò le ultime lacrime con una mano, prima di continuare a parlare con aria divertita – e non dire a tua madre che ti ho toccato, che senò mi fa il culo anche per questo.”

“Se tu non le dici che…”

“Neanche per sogno, non voglio peggiorare la situazione.”

“Grazie…”

“Comunque di là ho la Playstation, se non hai idee migliori.”

Andava benissimo giocare con la Playstation, il tempo passò molto velocemente, e alle otto e tre quarti Alessandro accompagnò Tommaso in macchina, perché altrimenti Anna “gli avrebbe fatto il culo”, era una donna di parola.

“Beh, Tommaso, bisognerà farti gli auguri di buon Natale adesso…”

“Non è un po’ presto?”

“Non lo so… Tu scrivi a Babbo Natale, forse qualcosa succederà.”

“Non si sono mai amati. Non succederà nulla…”

“Chi ti ha detto che parlavo di quello? Esci, su, che mancano quaranta secondi alle nove. Buonanotte.”

“Buonanotte!”

Tommaso uscì dall’auto stranamente soddisfatto, senza riuscire a capire perché stesse meglio di pochi minuti prima. Una decisione stava prendendo forma nella sua mente, ma rimandò la scrittura della lettera al giorno dopo, ora doveva impegnarsi a non farsi scoprire con gli occhi rossi dalla mamma, e ad andare a dormire presto senza sentire discorsi inutili.

“Finalmente sei arrivato, mi hai fatto preoccupare…”

“Ma mamma, sono perfettamente in orario.”

“In orario sarà il mio avvocato, domani. Ah, se scopre cos’ha fatto tuo padre stasera…”

No. Non di nuovo. Ogni occasione era buona per contattare l’avvocato e sperare di ottenere qualcosa di più, fosse la macchina, una parte della casa, un assegno… Da quando era successa quella cosa, la mamma non aveva fatto altro che cercare pretesti del genere, per quanto potesse avere ragione Tommaso non riusciva ad accettare tutto ciò, una volta era diverso, una volta non c’erano avvocati, e il papà non dimenticava di andarlo a prendere.

“Non fare quella faccia, Tommaso. So che stai facendo quella faccia.”

“Non puoi chiedermi di essere contento.”

“Quando riuscirò a pagarti l’università sarai contento, e allora verrai a dirmi quanto avevo ragione.”

“Se potessi evitare tutto questo rinunciando ad avere l’università pagata…”

“Tuo padre mi ha tradita, deve pagare.”

“Anche tu lo tradivi.”

Gli arrivò uno scappellotto sulla nuca, di quelli che si ricordano per un paio d’ore, e Tommaso dovette tenersi la lingua tra i denti per mantenere l’orgoglio.

“Ti ho detto che non devi dirlo a nessuno, tantomeno devi usarlo per accusarmi.”

Non ci fu alcuna risposta, Tommaso voleva solo mettersi a piangere, ancora una volta.

“Così hai conosciuto Alessandro, eh?” Anna si sforzò di sorridere, dopo che entrarono in casa, ma non gli riuscì molto bene.

“Sì, è… simpatico.”

“Non abbastanza, evita di incontrarlo di nuovo, se puoi.”

Quando una madre, specie una madre con cui non si va molto d’accordo, vienta qualcosa ad un ragazzo di quell’età lo invita, in realtà, a farla con estremo piacere, e Tommaso non era più ubbidiente come una volta, almeno da un anno a quella parte.

“E perché?”

“Perché ti… perché potrebbe metterti in testa idee che non mi piacciono, ecco.”

Una condanna. Tommaso decise che avrebbe fatto di tutto per vederlo di nuovo, in settimana.

“Va bene mamma. Posso andare a dormire adesso?”

“Sì, buonanotte.”

“Buonanotte…”

Salì le scale, entrò in camera e si distese sul letto. Ne approfittò per mettersi a piangere; lì, al buio, nessuno lo avrebbe visto, nessuno lo avrebbe sentito, era finalmente solo. Quando ebbe finito pensò all’incontro di quella sera, e decise di dare un’altra possibilità a Babbo Natale, qualunque cosa significasse. Si infilò sotto le coperte e asciugò il volto sul cuscino. Si addormentò molto in fretta.

Così inizia la nostra storia, Tommaso era già ben consapevole di non poter più credere a “Babbo Natale” come l’aveva sempre conosciuto, poiché quello era morto. Tommaso voleva sapere se un altro “Babbo Natale” poteva esserci, se poteva ancora fidarsi. Se quel vino potesse riprendere sapore, o se fosse destinato ad annacquarsi sempre più, e sempre più. 

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 30 giugno 2012, in Babbo Natale è morto con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Sembra molto interessante – Tommaso è un nome programmatico o il primo che ti è venuto in mente? – ma non mi puoi lasciare in sospeso In oculo serpentis! ç___ç

    • In oculo Serpentis va avanti, tranquillo, confido di farti avere il nuovo capitolo prima del campo lupetti.
      Il nome è il primo venutomi in mente che non mi facesse schifo, comunque :asd:

      PS: comunque questo l’ho scritto tipo 3 giorni fa, da allora ho toccato solo IoS, che spero di poter continuare molto presto (oggi no, il ripasso di storia mi ha risucchiato l’anima).

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