Babbo Natale è morto – Capitolo II


Ad te levavi

Domenica 2 Dicembre 2012

Prima domenica d’Avvento.

“E muoviti, Tommaso! Tuo padre è già qua fuori e non ho nessuna voglia di vederlo!”

Come la stragrande maggioranza delle domeniche del 2012, anche quella del due Dicembre era iniziata nel peggiore dei modi, Tommaso non aveva avuto nemmeno il tempo per pensare a ciò che voleva sul suo letto, che la madre lo aveva già scaraventato nell’abisso della verità, quella verità che sarebbe stato un delitto dimenticare.

“Ma mamma… Non ho voglia di andare a messa oggi.”

Sapeva benissimo quale sarebbe stata la risposta, ma alle otto della domenica mattina non è molto facile ragionare, e si finisce per dire qualcosa di sbagliato. Profondamente sbagliato.

“Tommaso, non importa se andate alla messa o dove ti pare, basta che ti muovi a cambiarti e porti quell’uomo lontano da questa casa.”

La calma apparente con cui formulava quelle parole era di gran lunga peggiore delle urla, dalla bocca socchiusa della donna uscivano odio e disprezzo e non era facile capire davvero a chi fossero destinati. Il ragazzino sentiva in parte erano anche per lui, anche se la sua ragione gli diceva il contrario; non aveva mai odiato una voce come quella di sua madre che fingeva di essere calma e tranquilla. Non rispose, anche perché non c’era più nessuno nella sua stanza, iniziò a cambiarsi con poca voglia ed un paio di sospiri.

Il viaggio in macchina si consumò nel silenzio, Tommaso non aveva voglia di parlare e le linee mezzo sbiadite sull’asfalto erano sicuramente più interessanti della persona che gli stava a fianco. Malauguratamente, questi provò a parlare con il figlio che non vedeva da tre giorni, e che non aveva potuto vedere la sera prima per “cause di forza maggiore” di evidente importanza.

“Com’è andata poi ieri sera? Sei stato bene da… Com’è che si chiamava…”

“Alessandro? Sì, è… simpatico.”

Avrebbe voluto dirgli che di sicuro peggio che con il padre non poteva essere andata, che per lo meno quello sconosciuto non lo aveva abbandonato sotto la pioggia, che l’espressione sofferente stampata sul suo volto era ridicola, ma non era abituato a dire cose del genere, non con lui.

Una cosa però riuscì a dirla, e mentre lo faceva i suoi occhi scrutavano così attentamente quelli dell’interlocutore che questi, accorgendosene, non riuscì a mentire con la sua solita naturalezza.

“Tu dove sei stato?”

Per poco non tamponarono la macchina davanti, ferma al semaforo, ma Pietro fece finta di nulla.

“Ho lavorato fino a tardi, purtroppo avevo un incarico urgente e…”

Il ragazzo smise di ascoltare, le sue dita erano notevolmente più interessanti delle panzane del vecchio, dopotutto le prime due parole e la reazione scomposta erano bastate a far capire tutto. Disse qualcosa solo quando il rumore di sottofondo era cessato.

“Tanto non ti credo. Lasciami in pace che non ho voglia di parlare.”

Riprese a giocare con le dita, con l’aria del bambino che cerca di non farsi notare dopo aver fatto un dispetto, tuttavia era sicuro di questo: il padre se lo meritava.

“Tommy, te lo ricordi il quarto comandamento?”

Sapeva la risposta giusta, ma sapeva anche che quell’uomo non aveva il diritto di rifarsi al “quarto comandamento” per giustificare quelle menzogne.

“Forse è… non commettere atti impuri? Ah, ecco, hai deciso di dirmi la verità, facevi quelli ieri sera…”

Il ceffone sulla nuca non gli fece troppo male, fisicamente, e chiaramente sapeva di esserselo cercato. Rimaneva però una botta molto amara, perché fino all’anno prima il papà non lo aveva mai toccato se non per bravate veramente grosse, mentre quella mattina era bastata una battuta, che tra l’altro descriveva la verità, almeno nella sua testa. Perché il papà era cambiato? Perché tutto era cambiato?

“E non provare a fare la comunione stamattina. La farai quando sarai abbastanza grande da rispettare tuo padre.”

Avrebbe voluto rispondere con un “non me ne frega niente della comunione”, ma la situazione non volgeva a suo favore (il padre non era di buon umore, lui era legato dalla cinta al sedile passeggero, se la prima botta era quasi passata una seconda avrebbe comunque fatto piuttosto male) e si rendeva pure conto che non sarebbe riuscito a guardarlo in faccia senza rischiare di piangere, e certe cose non si possono dire guardandosi le dita. Si soffermò poco sull’ironia di quel padre che pretendeva “rispetto”, anzi non realizzò come proprio il rispetto era stato totalmente assente, negli ultimi mesi, da parte dei due genitori. Forse Tommaso non aveva ancora la voce abbastanza grossa, le spalle abbastanza larghe o la lingua abbastanza tagliente da meritare il rispetto di qualcuno, d’altronde lui nemmeno lo voleva, il rispetto, che ci avrebbe fatto? Ambiva a qualcosa di molto più semplice, a quella certezza che era svanita come fumo non molto tempo prima. La verità è che a Tommaso non importava nulla che gli si dicesse che non era “abbastanza grande”, avrebbe fatto i salti di gioia per essere trattato come un bambino piccolo anche solo per un’ora, di nuovo.

La messa era noiosa, come al solito, e sembrava non finire mai. Questa volta il ragazzo non provò nemmeno a seguire una parola, tanto cosa sarebbe cambiato? Fece di tutto per ignorare quella presenza, alla sua sinistra, che ripeteva ogni formula a pappagallo che manco le vecchie in prima fila, le quali tra l’altro si vestivano in modo strano, d’altri tempi, e ce n’era una che muoveva sempre la gamba di qua e di là, era quasi ipnotica… Che dire, poi, di quei due con la chitarra sulla destra dell’altare? Chissà cos’avevano in testa per fare una cosa del genere… E quelle due bambine di quattro, cinque anni che correvano qua e là manco fossero al parco? Meglio guardare altrove, magari verso quella grossa finestra sulla sinistra, completamente grigia perché nessuno aveva mai avuto il tempo o la voglia di montarci una di quelle vetrate colorate, su cui c’era quella crepa strana su cui veniva proiettata, dalla luce del neon, l’ombra del grosso crocifisso perché si formasse un asterisco quasi perfetto. Ma com’è fatto un asterisco perfetto? Ci sono misure precise? Dipende dagli angoli? Mah, un cancelletto perfetto è più facile da immaginare. Niente era più interessante, però, delle simmetrie tra le mattonelle del pavimento, ma soprattutto dei confini tra pavimenti e pareti, e la domanda fondamentale di tutta la celebrazione fu: possibile che non siano in grado di fare un pavimento di soli quadrati interi?

Nel corso della sua osservazione apatica Tommaso si era silenziosamente rifiutato di alzarsi in piedi, a prescindere da quello che facessero gli altri, o dagli sguardi che avrebbe dovuto immaginare puntati su di sé, magari da qualche vecchia un po’ tradizionalista ed impicciona. L’unica cosa a cui volle davvero fare attenzione fu il comportamento del padre durante quell’eucaristia che gli era stata vietata, ma non trovò il coraggio di commentare quando lo vide mettersi in fila e prendere l’ostia direttamente in bocca, era così santo che potevano dargli pure il vino!

Il vino… cos’era che aveva detto, quello lì, sul vino? Ah, ecco. Beh, fortuna che non gliel’hanno dato, a papà, perché sarebbe stato proprio il colmo. Eccolo che ritorna.

Il ragazzo era troppo attento ai propri pensieri per accorgersi che il padre aveva, in realtà, girato la testa proprio davanti al prete, e rinunciato al sacramento a testa bassa. Tornando si sedette molto vicino al figlio e gli strinse forte una mano. Senza guardarlo gli disse:

“Puoi andare se vuoi…”

Ipocrita, fingi che l’ostia ti abbia reso più buono? Questo il pensiero del bambino, ma non poteva ovviamente esprimerlo ad alta voce, ma non poteva nemmeno fingere di essere felice per questo “ripensamento”.

“Non posso, penso che prima avrei dovuto confessarmi, sai… posso parlare senza che mi picchi?”

L’uomo accennò un sorriso ed annuì, ma Tommaso dovette comunque dar sfogo a tutto il suo coraggio nascosto per completare la frase.

“Sai… dovrei confessare di aver detto la verità a mio padre, e dovrei impegnarmi a non farlo mai più.”

“Tommy, vai.”

Lui l’aveva fatta, lui era un ipocrita, fare ciò che fa un ipocrita non rende ipocriti?

“No.”

“Va bene, Tommaso, allora per oggi non c’è comunione per nessuno dei due.”

Quelle parole giunsero del tutto inaspettate, voleva dire che alla fine il papà non l’aveva più fatta?

“Tu non l’hai già fatta?”

“No.”

Mantennero il silenzio imbarazzante finché il sacerdote non riprese a parlare.

“Tommy, hai gli occhi rossi…”

“Non è niente.”

E invece era qualcosa, perché il fanciullo non riuscì a fare a meno di stringersi al padre e di inondargli il braccio di lacrime, perché è difficile non emozionarsi quando una certezza viene a mancare, e quando si hanno dodici anni è ancora più difficile.

La messa finì e non si dissero più nulla, e per diversi minuti, in macchina, Tommaso intervallò l’osservazione del marciapiede con sguardi sospettosi nella direzione del guidatore, trasalì quando questi gli rivolse la parola.

“Negli ultimi tempi papà ha troppe cose per la testa…”

“Cose più importanti di me?” Questa era la domanda che sentiva nel cuore, ma la risposta faceva troppa paura. Non voleva sentirsi dire un sì, ed un no sarebbe stato l’ennesima menzogna, rimaneva comunque un quesito senza uscita.

“Io pure.” Disse invece lapidario, cercando di sembrare il più seccato possibile.

“Mi dispiace di essermi dimenticato ieri. Volevo dirti questo prima.”

“Io volevo dirti che dispiaceva anche a me.”

Il muro tra i due sembrava invalicabile, una vera comunicazione era impossibile, fu così che alla fine scelsero di restarsene zitti, almeno finché non arrivarono davanti al cancello di casa.

“Salutami mamma, noi ci vediamo dopodomani…”

“Va bene… Ah, dovevo chiederti una cosa, prima che mamma stamattina me la facesse passare di mente e che tu…”

“Chiedi pure.”

“Sono troppo grande per scrivere una lettera a Babbo Natale?”

“Penso di no… Come mai questo pensiero?”

“Ieri quell’Alessandro… Mi ha consigliato di provarci.”

In realtà Tommaso voleva solo tastare il terreno, negli ultimi minuti aveva infatti ricordato tutte le cose che gli erano state dette la sera prima, e forse quel ripensamento del padre era un segno che, beh, magari Babbo Natale quella seconda possibilità se la meritava un pochino, forse poteva funzionare.

“E cosa chiederai?”

“Un regalo bellissimo. Non so se potrà portarmelo, però, ma se non me lo porta non scriverò mai più nulla.”

“Vedrai che te lo porterà…”

“Lo spero.” “Però speravo pure che ieri venissi a prendermi” rimbombò in qualche angolo del suo cervello, ma quel briciolo di pace che erano riusciti a costruire negli ultimi minuti andava preservata, e affermazioni del genere avrebbero potuto portare addirittura ad un altro ceffone, che sarebbe stato troppo.

Si salutarono e Tommaso rientrò in casa, abbracciò la mamma dicendole “ti voglio bene” (con un bel “e tu?” sottointeso e mai espresso) e le diede un bacio. Questa non pote’ che ricambiare come qualsiasi mamma di questo mondo avrebbe fatto (a parte forse un paio, o una decina ecco; saranno pure un centinaio, ma insomma lei non era tra queste), ma dovette pure chiedersi cosa fosse successo perché si scatenasse questa dimostrazione gratuita d’affetto, mentre Tommaso si era chiaramente chiuso in sé stesso da quando il marito l’aveva tradita. Pensando a quella stranezza non si accorse nemmeno del fatto che il figlio stesse già correndo su per le scale.

“Tommy, dove vai?”

“A fare i compiti, stavolta ci hanno caricato…”

Era davvero andato a fare i compiti, ma non lo avevano caricato, alla fine non erano più del solito.

Nella sua mente aveva già organizzato tutto: prima di pranzo avrebbe scritto il tema, subito dopo pranzo avrebbe pensato a matematica e avrebbe studiato quelle due pagine di storia, poi finalmente avrebbe messo le mani su quella lettera di Natale, che era il motivo per cui voleva finire i compiti il prima possibile.

Saltiamo però fino alle tre del pomeriggio, perché non penso che a molti di voi interesserebbe sapere come Tommaso occupò il tempo in cui non riusciva a trovare un’introduzione per il suo tema, che alla fine non scrisse più, né servirebbe descrivere tutti gli scarabocchi e i disegnini fatti sul quaderno di matematica, in cui c’erano sicuramente più occhi che frazioni, e i quadretti colorati per formare piccole scacchiere erano sicuramente più di quelli con numeri dentro.

Insomma, venne fuori che non aveva fatto un bel niente, ma aveva quella dannata lettera in testa che non gli permetteva di pensare davvero ad altro. Proprio alle tre si arrese e scese dalla mamma (fingendo di aver già fatto tutto, ovviamente, ma tanto la mamma non controllava) per chiederle qualcosa su cui scrivere questa fantomatica richiesta.

“Certo che puoi scrivere una lettera a Babbo Natale, non si è mai troppo grandi… Ecco, qui nel cassetto ne ho giusto una vuota.”

Si catapultò quindi in camera sua e scrisse, cancellò e riscrisse la lettera più e più volte, passando da cose esageratamente esplicite ad indovinelli quasi incomprensibili. All’ora di cena aveva trovato la versione definitiva, dopo cena la ripassò a penna e la lasciò sulla credenza della cucina. Dentro c’era scritto questo:

Caro Babbo Natale,

Non ti scrivo da molto tempo, e mi dispiace di doverti dire che quest’anno non ti avrei scritto affatto, se una persona non mi avesse convinto.

Il fatto è che l’anno scorso non sei venuto, e nonostante tu mi abbia fatto trovare i pacchetti con le cose che volevo sotto l’albero, quelle cose non mi hanno dato nessuna gioia, e credimi sono rimasto delusissimo, perché pensavo che tu esistessi, e che mi volessi bene.

Ora, quest’anno non voglio le solite cose inutili, non voglio giocattoli costosi, non voglio niente di tutto questo, quelle cose può portarle chiunque, e sinceramente un giorno potrò pure comprarmele da solo.

Non ti chiedo nemmeno la pace nel mondo, nemmeno il cibo per i poveri o che tutti siano felici. Anzi, posso dirti che non me n’è mai importato gran che? Era la mamma a consigliarmi di metterci quelle cose, perché così tu mi avresti visto più altruista e avresti pensato che fossi un bambino più buono, quest’anno non voglio mentire, conosco troppi bugiardi e non voglio essere come loro.

Prima di dirti cosa voglio, ti dico pure che spero di essere stato abbastanza buono per meritarmelo, ma vorrei che tu capisca anche che questo è stato l’anno peggiore della mia vita, e che ho fatto del mio meglio, ti prego chiudi un occhio per tutte le volte che ho risposto male a mamma e papà, che ho fatto finta di non sentire quando loro mi parlavano, per tutte le volte che non vedevo l’ora di chiudermi in camera e non vedere né sentire nessuno, io volevo bene ai miei genitori anche in quei momenti, e gli voglio bene anche adesso.

Io ti chiedo un regalo grandissimo: che mamma e papà smettano di litigare, di urlare, di dire cose cattive e di dare botte quando uno non se le merita (qualche volta me le sono meritate, lo ammetto), che torniamo tutti a volerci bene davvero. Del resto non me ne importa, non mi importa nemmeno di poter fare l’università o di andare in vacanza quest’estate, tengo a questo regalo più che ad ogni altra cosa.

Per favore, voglio continuare a credere in te, ti voglio bene.

PS: mamma e papà, non arrabbiatevi se leggete questa lettera,spero che possiate capire. Vi voglio bene, a tutti e due.

Tommaso

PS: Ovviamente non pubblicherò tutti i capitoli qui, e non so se questo sarà l’ultimo. Chi volesse leggere altro me lo faccia sapere (comunque per ora il capitolo III non esiste)

Annunci

Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 14 luglio 2012, in Babbo Natale è morto con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. E’ un racconto delicatissimo e scritto anche con maestria!
    Complimenti!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: