A luce spenta 1/2


A luce spenta

parte prima

No, questa volta ce la farò da solo, questa volta non avrò paura.

Ero tutto solo, quella sera, in quel momento. In realtà tutta la famiglia era in cucina, dopotutto era ora di cena. Dovevo andare a prendere qualcosa di sopra, ora non è importante sapere cosa fosse, ma quella volta non avevo voluto che qualcuno mi accompagnasse, ero sicuro di essere capace di arrivare fino in fondo da solo, senza nessuno vicino, persino con la luce spenta.

Il buio.

Il buio non fa paura.

 

Due piccoli passi nella sala, la luce della cucina già faticava ad entrare, anche se ce n’era abbastanza perché si potessero scorgere le ombre bianche delle pareti, e le ombre scure dei mobili che le coprivano. Era tutto lì, non c’era niente di strano, di diverso. Quella doveva essere la grande credenza, quello l’orologio, quello era sicuramente il tavolo, quella là era la porta.

Anche i suoni della cucina lentamente si spegnevano, lasciavano spazio ad una sensazione strana, e sentii per la prima volta una gran voglia di fuggire via.

Il silenzio può far paura?

Ma il silenzio non è altro che… il silenzio, insomma, è quando non si fa rumore!

Non potevo tornare di là, mi sarei vergognato come mai prima di allora.

Io sono coraggioso!

Non avevo quindi abbastanza paura per andarmene, ma non ne avevo così poca da fare un altro passo: già dentro di me avevano preso vita mille domande, mille voci, mille immagini. Mille mostri.

E se nel buio ci fosse nascosto qualcosa? Se lì per terra, in quell’angolo nero nero, ci fosse una sorta di animale pronto a saltarmi addosso al prossimo passo che faccio? E se, girandomi per accendere la luce, vedessi davanti a me un uomo cattivo? Un ladro, magari?

Immobile aspettavo che qualcosa si muovesse, con gli occhi sbarrati indagavo tutti gli angoli più impenetrabili, e più guardavo più le ombre prendevano forme strane, forme di cose che non avevo mai visto. Sentivo di avere freddo, come se nella stanza fosse entrata una brezza gelata, capitò che muovessi un piede, e questo fece scricchiolare qualcosa, sul pavimento, e tutto questo mi paralizzò, mi congelò, mi convinse che non dovevo fare altro che starmene lì, in piedi, immobile, senza muovere un muscolo.

Sentendo il mio respiro, sentendo che i battiti del cuore mi rimbombavano nella testa, arrivai in qualche modo a capire che ero solo, che nessuno era lì con me, nessuno era lì con me. Capii, allora, di voler abbracciare la mamma, di volerla lì per aggrapparmi a lei, per farmi accompagnare fino ad accendere la luce. Di fare tutta la strada al buio, ormai, non era rimasta nemmeno l’idea.

Lei però non c’era, avevo scelto di essere solo ed ero solo. Dipendeva tutto da me, ormai, avevo voluto fare di testa mia.

Un cigolio: forse la porta, forse la persiana, ma allora non amavo perder tempo nel trovare spiegazioni a ciò che non può essere spiegato. Io non volevo capire da dove veniva il suono, io volevo vedere nel nero il suono che prendeva vita, che correva verso di me e cercava di prendermi, di assalirmi, di stringermi nel suo abbraccio mortale.

Allora, solo allora sentii un forte formicolio alle gambe, tornai in cucina cercando di correre, ma le gambe non rispondevano, le sentivo fare passetti troppo veloci e troppo corti, così che camminando ci avrei messo di meno. Non ci ero riuscito, il buio ed il silenzio mi avevano scacciato, in quel momento non rimaneva che subire l’umiliazione, non rimaneva che chiedere perdono.

Mamma, di là c’è…

La mamma venne con me, entrò là dove la luce era spenta.

Per qualche secondo, fu ancora buio.

La luce si accese, poi, mostrando la solita stanza, sempre uguale a sé stessa. La luce si accese, poi, mostrando il solido muro che la conteneva.

La luce si accese, il buio svanì, la mia paura con esso.

I grandi non ci arrivano davvero. I grandi non capiscono. I grandi non vedono.

Quando la luce si spense di nuovo, sapevo benissimo che non c’era niente di strano nascosto nel buio.

Lo sapevo benissimo, è vero. Ma quando imparai a camminare anche con l’oscurità che mi avvolgeva, quando imparai a tenere bene a mente l’immagine della stanza luminosa…

Non mi sentii semplicemente cresciuto, allora, perché se mi fossi fermato lì sarei stato ancora un bambino, solo i bambini si compiacciono nel sentirsi grandi.

Ero felice di camminare, con quel piccolo peso nel cuore, con quel lieve gelo sulle braccia, camminare e dire: “Striscia pure, ombra nera! Sono più grande e più forte di te!”

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 15 settembre 2012, in Racconti con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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