Quell’orfanotrofio al di là dell’oceano…


Il cosiddetto ban

Per una storia digitale dell’indifferenza

 

I più malati avranno riconosciuto al volo la struttura del titolo: non ho interesse a nasconderne la provenienza, e saperne qualcosa gioverà alla comprensione di questo post.

Konrad Lorenz, il pluricitato etologo austriaco, premio nobel per la medicina e la fisiologia eccetera eccetera, scrisse nel ’63 un testo rivoluzionario, destinato a far scalpore all’interno della comunità scientifica e pure fuori: “Il cosiddetto male. per una storia naturale dell’aggressività” Perché? Ma perché Lorenz sosteneva che il “male” non esistesse in quanto tale, ma solo in quanto manifestazione di moduli comportamentali inadeguati all’ambiente in cui l’animale (o l’uomo) si trova ad agire. Lorenz ci parla infatti di aggressività, ci mostra le funzioni assolutamente indispensabili che essa ricopre nel contesto della sopravvivenza della specie e mette a nudo il fatto che l’uomo non sia così aggressivo per un sarcastico scherzo della natura, ma semplicemente perché sfuggito dal contesto in cui quell’aggressività si rivelava utile e ben condotta. 

Ora, a prescindere dalla validità delle teorie di Lorenz (che vedeva l’aggressività un po’ come Freud vedeva la sessualità: il libro fu soprannominato “sciacquone Lorenz”), ciò su cui vorrei far luce è quell’attività che Lorenz, ivi ed altrove, riconosce come antagonista degli effetti distruttivi dell’aggressività: la ritualizzazione.

Come ci mostra Lorenz, infatti, l’aggressività in natura viene resa innocua e canalizzata in direzioni “utili” da forme sempre più complesse di ritualizzazione (e con rito si intende un comportamento che nel corso della filogenesi perde la sua funzione originaria facendosi “stereotipato e convenzionalizzato”, per poi assolvere a funzioni quali, appunto, l’inibizione dell’aggressività o la coesione all’interno di gruppi o culture): si parte dal ratto delle chiaviche, che fa a pezzi qualunque altro ratto non sia segnato dall’odore tipico della sua colonia all’affascinante e complesso rituale d’accoppiamento delle oche, responsabile di uno dei matrimoni più solidi dell’universo (perché, scrive Lorenz, più forte è l’aggressività intraspecifica e più forti sono i legami intraspecifici)

Ma ciò che davvero ci interessa è la degenerazione dell’aggressività, non la sua canalizzazione. Potremmo quindi parlare dello scimpanzé e… dell’uomo, accomunati da un particolarissimo modo di sfogare l’aggressività rompendo qualsiasi forma di rito. Sappiamo infatti che lo scimpanzé, come la maggior parte dei mammiferi, è fornito di inibizioni di carattere fisiologico atte ad evitare che l’esemplare più forte faccia del male al più debole: la fisionomia del muso dei cuccioli, ad esempio, può essere vista quasi come un “rito” che comunica all’adulto “io sono intoccabile”. Lo scimpanzé, però, in certe condizioni, e soprattutto quando fa parte di una massa di consimili eccitati ed euforici, può raggiungere uno stato che Lorenz chiama “Entusiasmo militante”. In questo stato il pelo si drizza, i muscoli si gonfiano e l’individuo non ha più alcuna forma di controllo sul proprio comportamento: nemmeno le suddette inibizioni funzionano più. In questo stato lo scimpanzé è capace di fare a pezzi i propri cuccioli, la propria compagna, e diventa ben più pericoloso di animali ben più grossi e dotati di armi naturali.

L’uomo è soggetto allo stesso processo, basta tirare nel modo giusto certe corde emozionali e la manifestazione pacifica si trasforma in un massacro, la massa lo disinibisce totalmente ed il povero individuo, privato dei riti e della ragione, fa cose che in altre condizioni non avrebbe mai fatto.

Ma fino a qui, per quanto possa sembrare inquietante l’entusiasmo militante (la cui citazione è qui totalmente strumentale all’argomento, chi vuole saperne di più su fenomeni come questo legga pure il libro, edito in Italia come “L’aggressività”), siamo ancora sul piano del “naturale”, per quanto possa essere appunto naturale la massa del ventunesimo secolo. C’è dell’altro, c’è che l’uomo, nel corso della sua evoluzione culturale, ha sviluppato strumenti (ed armi) che hanno lasciato “indietro” le inibizioni fisiologiche: è stato così costretto a sviluppare delle inibizioni, culturali anch’esse, come le armi che si dovevano inibire, per far sì che il sasso appuntito che era stato appena scoperto ed usato per aprire una noce non venisse usato per aprire la testa del consanguineo.

Senza rivangare tutta la storia di tali inibizioni culturali (che, chiaramente, non sono mai riuscite a sostituire in maniera efficace quelle biologiche di animali “terribili” come i lupi), basta fare un esempio per rendere lampante la natura delle stesse.

Avete presente il codice cavalleresco? Quell’assurda serie di norme che definivano come due cavalieri dovessero sfidarsi a duello per ammazzarsi, come andava fatto un saccheggio, eccetera? Ebbene, quella è una ritualizzazione, una serie di comportamenti stereotipati atti a contenere l’aggressività, a non sfogarla contro donne e bambini.

Ma il punto è che le armi si sono evolute sempre di più, velocemente come velocemente si è evoluta la cultura della civiltà occidentale (non complichiamoci la vita): ben presto i riti che coinvolgevano i grandi eserciti e le armi bianche divennero insufficienti: era stata scoperta la polvere da sparo, ora per uccidere bastava premere un grilletto, e le inibizioni naturali diventavano ancora più deboli: l’uomo era sempre più alienato dal suo bersaglio, quindi il rito culturale doveva essere più forte, per contenere l’aggressività nello stesso modo (e com’è noto il codice cavalleresco stesso non bastava).

La polvere da sparo non fu abbastanza: da anni è ormai possibile premere un bottone che invii un missile a distruggere “l’orfanotrofio al di là dell’oceano”, fondamentalmente ignari di ciò che succederà, perché chi premesse quel bottone non avrebbe davanti le sue vittime, non le vedrebbe neppure da lontano. C’è stato il forte pericolo che ciò accadesse, ed il tutto fu evitato grazie a quella ritualizzazione (basata ovviamente sulla consapevolezza delle conseguenze del recupero dei conflitti) che chiamiamo “guerra fredda”, poiché, come scrive Giorgio Celli in commento allo stesso libro di Lorenz:

“Un Principe assassinato a Sarajevo diede l’innesco, nel secondo decennio del Novecento, alla prima guerra mondiale, mentre centinaia di uomini uccisi negli ultimi anni per le vie di questa stessa città suscitano oggi soltanto le deplorazioni dell’ONU e la minaccia di interventi aerei che mai si faranno.” (era il 1994)

Più la violenza si è de-ritualizzata, più persone ha ucciso, e con la crescita esponenziale delle vittime di guerre è diminuito anche lo scandalo percepito: ai tempi delle dichiarazioni di guerra eravamo terrorizzati, ora ci sono massacri ogni giorno, e basta sfogliare pagina (cartacea o web) per dimenticarsene. Anzi, siamo convinti, intimamente, che dopotutto questa sia un’era di pace, poiché la nostra percezione di certi eventi si fa ogni giorno più distante, al punto che consideriamo più importante il riconoscimento dello stato palestinese che la morte dei palestinesi stessi.

Ma basta parlare di violenza e di aggressività, figuriamoci se voglio parlare di Israele e Palestina. Io volevo parlare di internet.

Perché allora questo lunghissimo preambolo? Il primo motivo è ovviamente il solito: se state ancora leggendo si vede che l’argomento è di qualche interesse. Il secondo è che lo stesso processo, dicasi de-ritualizzazione, che ha colpito l’aggressività umana sta colpendo anche un’altra facoltà: l’indifferenza.

L’indifferenza, il non-valore dell’esistenza, delle idee, delle azioni delle persone che ci stanno intorno è anch’essa cresciuta esponenzialmente nei secoli, a seguito del progresso tecnologico, dell’industrializzazione, dell’urbanizzazione. Sempre citando Lorenz, si potrebbe semplicemente paragonare la reazione di una persona che vive in città e di una che vive in un luogo in cui è costretta a vedere pochissime persone al giorno, allo stesso evento: il suono inaspettato del campanello. Lo standard della gente di città è una reazione più o meno irritata, apriamo la porta già pronti a qualche seccatura che ci sconvolge i piani, mentre quell’altro accoglierà molto probabilmente l’ospite improvviso con gioia, desideroso di poter finalmente passare del tempo con qualcuno.

Ora, questo esempio era proposto da Lorenz per affermare che il sovraffollamento fosse uno dei “peccati capitali della nostra civiltà”, responsabile di distruzione culturale, depravazione morale e via dicendo. Andiamo un po’ oltre gli anni ’70, però, perché ne è passata di acqua sotto i ponti.

Oggi tutti sono su internet, su facebook siamo amici più o meno del mondo intero, sono tutti “amici” nostri, ma quando ci arriva una mail o un messaggio in chat sono più le volte che pensiamo “che seccatura” che altro. Ma c’è di più: come nel processo che ha coinvolto l’aggressività, anche qui, nei rapporti sociali e culturali tra persone, è avvenuta la stessa alienazione. Comunicando online, infatti, non solo non abbiamo più davanti la persona con cui stiamo “parlando”, non solo non vediamo i suoi occhi e la sua mimica facciale, non solo non sentiamo il tono di voce e tutto quanto rende la conversazione così pregna di significato. Online l’idea di quella persona che parla vale molto meno che nel mondo reale, perché, se nel mondo reale, ignorandola mi mostro esplicitamente per l’ignorante (nel senso dispregiativo del termine) che sono, e mi becco tutto il tacito (o meno) disprezzo del tale con cui stavo parlando, online posso, con un semplice click, annullare le idee che mi mettono in difficoltà senza che l’altro possa replicare, se non lo conosco di persona posso addirittura farlo sparire dal mio mondo per sempre, posso sfuggire ad una domanda a cui non voglio rispondere fingendo di essere impossibilitato da “problemi tecnici”, eccetera.

Insomma, posso selezionare non solo le idee che ritengo giuste, ma anche quelle degne di essere rilevate. Nel mondo dell’estrema e sconfinata condivisione, posso impedire a chiunque di “condividere” con me, e senza vergognarmene (se non razionalmente, ma sappiamo tutti che la vergogna razionale è una boiata, e se me lo chiedete vi spiego pure perché), senza beccarmi la delusione di quella persona. Nel mondo della rete l’altro esiste finché io non decido che cessi di esistere, e di fatto ANCHE IO esisto finché non decido di cessare di esistere, o di esistere sotto altro nome.

E me la chiamate cultura, quando io posso scegliere di vedere solo quelli che stanno simpatici a me? Me la chiamate “rete sociale” quando, a differenza che nel mondo reale, ci sono solo i miei amici (ovvero quelli che non si discostano dalla mia personale visione di persona rispettabile ed accettabile) e posso erigere un muro per tenere fuori tutti gli altri?

Là fuori per dire “ti odio” a qualcuno servono sforzi considerevoli, perché (se detto seriamente) non è qualcosa che puoi fare senza coinvolgere nella comunicazione tutti i meccanismi del tuo corpo e del tuo carattere che mettono chiaramente a nudo questa o quella parte di te; qua dentro basta scriverlo in una casella di testo, pigiare un bottone e aspettare la risposta. Per poi eliminarla se non ci piace, per poi far credere a quell’altro che era tutto uno scherzo, che in fondo non era vero. Tanto non ci ha visto in faccia, no? Si può sempre tornare indietro, quante balle si possono inventare per ricostruire il passato?

Qua dentro è tutto sempre più facile, troppo facile. Ma la vita non è facile per niente, grazie al cielo. Se qua dentro non conta più nulla cosa le altre persone pensano, ma solo ciò che noi vogliamo le persone pensino, di là ancora abbiamo volti veri, bocche vere, voci vere.

Quando usiamo questi affari, ricordiamoci che dall’altra parte c’è un affare simile che si apre su un mondo reale, e proviamo ad essere lì, almeno con la mente, quando pigiamo quel pulsante che manda missili sull’orfanotrofio al di là dell’oceano: anche se il nostro corpo non se ne rende conto, non siamo innocenti, non siamo privi di responsabilità.

Volevo scrivere un articolo molto più intelligente, all’inizio, ma è venuta fuori sta roba.
Sapete com’è: nel tempo di internet scrivere qualcosa non è poi un gran valore, possono farlo tutti e non richiede alcuno sforzo vedersi pubblicato il proprio post, io ho scritto probabilmente una marea di stronzate e ci sarà comunque qualcuno che le leggerà, e se anche avessi scritto un capolavoro non varrebbe molto più del link depresso di facebook. Anzi, il link di facebook viene visualizzato da molta più gente, pronta comunque a dimenticarlo subito.

Ultima provocazione: internet libero? Finché gli internauti non saranno educati ad una gestione umana delle informazioni, del sapere, delle relazioni e via dicendo sarà solo uno dei tanti veicoli attraverso cui i suddetti sarano assoggettati all’entusiasmo militante, se ne pentiranno poi quando l’eccitazione verrà meno e scopriranno di aver ucciso partner e prole (cultura e verità potrebbero creare un buon parallelo) mentre correvano in giro coi peli rizzati si vantavano della libertà, della potenza, delle infinite amicizie strette in questa finestra sul nulla.

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 29 novembre 2012, in Riflessioni con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. molto molto interessante (ed anche intelligente, non flagellarti)quello che scrivi. Sento di concordare, e sento che farò leggere le tue parole (la seconda parte dell’articolo, non la prima che è un po’ “tecnica”) ai novizi.
    thanks

  2. Particolarmente acute le tue osservazioni….
    io però preferisco lo scrittore di fantasia, al filosofo moralista ‘nichilista’.
    Pubblico perché come al solito lo ritengo un buon lavoro per un ragazzo di diciannove anni! Avevi buoni voti a scuola?

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