Il mio cristianesimo


“Beh, il Cristianesimo non è niente di tutto ciò. Certo, tutte queste cose esistono e corrispondono a qualcosa che è strettamente collegato a quell’altra cosa che chiamiamo Cristianesimo; tuttavia, con tutte queste diciture, e potremmo aggiungere anche quella di “fede cristiana” senza cambiare gran che, del Cristianesimo non abbiamo ancora detto nulla. Per questo non devi sentirti umiliato o in colpa per quello che ho detto prima: si può vivere qualcosa che non si conosce?”

[Alessandro Verti, Babbo Natale è morto]

E come si può parlare di qualcosa che non si conosce?

Di qui la polemica insita nel titolo di questo post: per questa volta non parlerò del Cristianesimo, di cui hanno parlato e continuano a parlare persone ben più pronte di me (in primis Cristo stesso), ma di quella manifestazione particolare dello stesso che posso chiamare “il mio cristianesimo”, inteso in termini diciamo “dispregiativi”, per rimettere ogni cosa nel posto che le spetta.

“Il mio cristianesimo”, infatti, traduzione de “il Cristianesimo”, non può che essere una visione ideologica di quest’ultimo, una visione che lo mostra diverso da quel che è. Tale diversità nasce in parte dalla pretesa tipicamente umana (fu la stessa a portare alla nota tragedia nell’Eden) di porsi al posto di Dio e decidere come “il Cristianesimo” dovrebbe essere, in parte dall’ignoranza, anch’essa tipicamente umana, che mi separa dalla vera intimità nel rapporto con Cristo: consiste fondamentalmente nella “scelta” di ciò che de “il Cristianesimo” mi piace, o di ciò che dello stesso comprendo, nell’eleggere alcuni aspetti mentre ne trascuro altri, nel non riuscire ad accogliere integralmente ciò che Cristo dona. 

Esiste un termine preciso per indicare “il mio cristianesimo”, cosi definito: tale è il termine “eresia”, che assieme ad “eretico” va oggi molto di moda, tanto che pare quasi si faccia a gara per definirsi eretici e avvalorare così le proprie tesi filosofiche espresse nella forma del “vangelo secondo me” che diventa necessariamente più autorevole di quelli secondo Marco, Matteo, Luca e Giovanni (e non fate i furbi, se vi chiamate Marco, Matteo, Luca o Giovanni). Essere “eretici” è estremamente pericoloso e sconsigliato, tuttavia non è evitabile, a meno che non si rientri nella categoria dei profeti (abolita da Cristo stesso, per quel che so), poiché la via che conduce a Cristo (o a “il Cristianesimo” se vogliamo rimanere in tema) è dura e lunga e fatta di tante piccole eresie che vanno superate una per una per giungere alla Verità.

Ne consegue che l’unico modo di sfuggire al pericolo insito nell’eresia (e di cogliere quel bene che comunque essa rappresenta: un punto di partenza verso la Verità) è essere consapevoli del carattere eretico della stessa. Insomma: per camminare verso “il Cristianesimo” dobbiamo avere chiaro in mente che “il mio cristianesimo” è appunto il mio e non il Suo, che stiamo ascoltando la Sua Parola con le orecchie un po’ otturate e che non possiamo (pena l’inferno spirituale e magari pure metafisico) mettere il cerume al di sopra della musica celestiale che siamo destinati a godere.

 Scrivo tutto questo perché oggi (cioè… ieri) il mio “il mio cristianesimo” è entrato in una fase di crisi piuttosto forte, ed ho ritenuto utile sia al compimento della conversione, sia all’interesse dell’eventuale lettore ed al confronto con la sua realtà personale fare un riepilogo dell’evoluzione del mio cristianesimo (ebbasta con le virgolette su) nel corso degli ultimi anni.

Il mio cristianesimo nasce con la mia prima “intuizione” della forza divina (che identificai successivamente con lo Spirito Santo) durante un’esperienza di deserto al campo di riparto (mi pare fosse quello, ricordo che era il campo dopo la Cresima) svoltosi a Soriano nel 2007, prima di allora c’erano solo (poche) informazioni disorganizzate ed un’esperienza davvero minima della pratica religiosa. Sentii allora per la prima volta la “voce” dello Spirito avvolgere la natura, la “potenza” di Dio emergere dagli alberi, dall’erba, dal ruscello (sì, ricordo un ruscello, forse non era Soriano) e ne fui spaventato, perché era qualcosa di completamente nuovo, per me. Da quel giorno iniziai a vedere il mondo in modo diverso, ma con il senno di poi potrei dire di aver scoperto quella che chiamano “bellezza” e quello che chiamano “sublime”, perché la prima descrive il mondo in cui ero immerso, il secondo quella forza dirompente che ne era emersa all’improvviso, non appena ebbi fatto abbastanza spazio nella mente e nel cuore per rendermene conto.

Non cambiò molto altro, è vero che iniziai ad interessarmi un po’ a quei filosofi della religiosità immanente (Spinoza, in parte Bruno, ecc.), ma la voce dei testi cristiani rimaneva una tra le tante, ed intendevo quel poco (pochissimo) che conoscevo di essi come uno dei tanti modi di dire ciò che tutti, dopotutto, dicevano. Tempo dopo (forse un anno, forse due, forse pure di più, ho degli appunti di Gennaio 2010 ma non so se si riferivano proprio a quello) quella prima conversione arrivò la seconda. Ero in camera mia, al buio, all’improvviso sentii un forte calore al volto e al petto e dovetti sdraiarmi sul letto. Non era una sensazione sgradevole, tutt’altro, era fondamentalmente la stessa forza sentita là, ma non c’era la grande natura attorno a me, eppure era tutto amplificato, più forte. Respiravo profondamente e godevo di ogni istante, mi accorsi che nella mia mente avevano preso corpo un concetto ed un’immagine.

Il concetto diceva che Dio esiste e che è infinitamente grande, molto più grande della natura stessa, molto più grande di me, che non ero che un essere piccolo ed insignificante al Suo cospetto. L’immagine era quella di una quercia e di una foglia che si staccava, rendendosi conto per la prima volta dell’esistenza dell’albero. Da quel giorno non mi accontentai più del Dio immanente, non poteva bastare.

Nel frattempo iniziavano a maturare le prime acerbe discussioni online su questo o quel concetto della fede cristiana, che comunque difendevo più che altro per un legame di “tradizione” o di “famiglia”, o semplicemente di “cultura”. Tale difesa mi costrinse ad andare alla ricerca delle informazioni che servivano appunto a costruirla, e fu così (ed ancora è così, spesso) che iniziai a conoscere il pensiero cristiano, le idee su cui si fonda e la storia di quelle stesse idee.

Era fondamentalmente una situazione di stallo che serviva a ben poco oltre alla raccolta di informazioni, continuavo a fregarmene altamente (se non per un velato senso di colpa che permaneva nel profondo della mia coscienza perché, fondamentalmente, qualcuno, in famiglia e fuori, mi aveva detto che Dio voleva la preghiera, la messa eccetera, ma non erano cose che potevo o volevo capire allora) della pratica della fede, poi c’è da dire che non ero nemmeno cristiano, non del tutto.

Infatti rimaneva un ostacolo grosso: io Cristo proprio non lo capivo, nel mio sistema filosofico infantile c’era ma era un fantoccio, qualcosa che stava lì perché ce l’aveva messo qualcun altro, qualcosa che segnava sì un possibile collegamento tra immanente e trascendente, ma che non andava oltre. Il mio era un “cristianesimo senza Cristo”, probabilmente: filosofia, non fede.

Per l’incontro con Cristo, tuttavia, non riesco a stabilire un momento preciso. Successe gradualmente, senza i grandi sconvolgimenti delle altre due volte, una gradualità segnata da una serie di “scommesse”, che Cristo puntualmente vinse. Non so se riesco a ricordarle nell’ordine, ma penso che la prima riguardasse la preghiera del Padre Nostro. Essendo passato parecchio tempo da entrambe le due esperienze già descritte, iniziavo a sentirne la nostalgia, finché un giorno non arrivai alla conclusione che dovesse esserci un modo per trovare il “contatto” con Dio senza aspettare momenti del genere, che più si allontanano nel tempo più iniziano ad assumere le sembianze di allucinazioni o sogni ad occhi aperti. Così provai in vari modi, ed il primo fu la preghiera quotidiana, serale, del Padre Nostro: effettivamente la sensazione continuava a presentarsi, ma solo quando la preghiera rispettava certe condizioni, ovvero quando mi concentravo fortemente sul crocifisso che tenevo tra le mani e sulle parole che pronunciavo. A molti cristiani potrebbe far impressione scoprire che uno che scrive quasi quotidianamente di questi argomenti abbia pronunciato il suo primo “vero” Padre Nostro a 17 anni, ma 17 anni mi ci sono voluti a capire che l’idea del dialogo diretto con Dio nei nostri pensieri è (o almeno lo era nel mio caso) senza fondamento: non c’era alcun contatto diretto, ero io che dialogavo con me stesso, e certo che Dio di là mi ascoltava, ma io non ero nelle condizioni di ascoltare la risposta! Il Padre Nostro, la stessa preghiera osteggiata perché vista (da me stesso) come un “ripetere a memoria privo di significato” diventò un modo per annullare quotidianamente la mia volontà così come l’avevo annullata durante il Deserto a 13 anni, così come l’avevo fatto durante l’altra esperienza. Ed iniziò a darmi forza: Cristo aveva vinto.

La seconda scommessa riguardò l’eucaristia. Sapevo che le parrocchie organizzano settimanalmente, più o meno, adorazioni dell’eucaristia, avevo sentito dire che la stessa era la cosa più importante per un cristiano, perché è il corpo di Cristo stesso, di Dio che si è incarnato e sacrificato per noi. La mia curiosità mi portò un giorno ad entrare in chiesa, ovviamente quando non c’era nessuno, ad aprire la “finestrella” che nella nostra parrocchia permette di intravedere il pane nel tabernacolo e sentii un’emozione così forte e inspiegabile da costringermi a rimanere in contemplazione per diversi minuti, cosa mai accaduta prima di allora. Cristo 2-0 me.

Si arriva poi al giorno di Pasqua del 2012, in cui riuscii a confessare un peccato che, nascosto distrattamente, continuava a farmi del male da parecchio tempo. In realtà tornando dalla messa ero arrivato davanti casa, quando sentii di dover tornare in chiesa e chiedere di confessarmi. Non mi ero mai sentito così libero come dopo quella confessione, tanto da arrivare alle lacrime. Solo da quel giorno iniziai a prendere sul serio i Sacramenti, ed a viverli con coscienza, anche se ancora c’è ovviamente tantissima strada da fare anche su quel versante. 3-0.

Questi 3 punti furono accompagnati da un nuovo tipo di riflessione, poiché compresi di voler approcciare ciò che nella struttura razionalistica e deduttiva dei testi del Catechismo (et cetera) non avevo trovato, era il momento infatti di iniziare a vedere Cristo come scandalo, alla maniera di Kierkegaard ma anche oltre (paradossalmente anche Nietzche fu fondamentale per l’accensione della mia fede), di iniziare a godere anche di quell’irrazionale che trascende i limiti della ragione umana e la porta al massimo splendore. Solo così, solo con l’approccio irrazionale (o extra-razionale) riuscii a concepire Dio e Cristo come Persona e come Vivente (e ci aggiungerei anche “presente”), il creatore non più come architetto, la creazione come azione continua e perpetua della volontà divina.

Ci fu anche un nuovo rapporto con figure di santi, ma il testo si sta già facendo piuttosto lungo, magari ne parlo un’altra volta.

Quello che mancava davvero (o meglio: quello che sentivo mancare, perché di cose che mancano ce n’è un’infinità) era un rapporto autentico con la Chiesa (la SUA Chiesa come scrisse Ratzinger nel testo citato nel post precedente) e con Maria, che rimaneva un punto interrogativo che esisteva soprattutto a causa della devozione che molti provano nei suoi confronti; la Route di Soviore conclusasi oggi (ieri…) ha evidentemente centrato l’obiettivo.

Anzi: non solo mi ha fatto vivere la Chiesa in maniera autentica (non sempre, per carità), non solo mi ha spinto a toccare con mano la Potenza della Madre di Dio nella sua Santa Casa, ma ha predisposto degli strumenti che hanno fatto in modo che una nuova “conversione” avvenisse.

Sì, perché c’è da dire una cosa: durante tutta questa evoluzione sono sempre stato piuttosto sicuro, emotivamente (razionalmente sarebbe stato folle), di essere “arrivato”, di aver raggiunto “il Cristianesimo”, ma durante questa Route sono stato messo di fronte a persone che erano molto più avanti di me, cosa che la mia superbia ha subito cercato di soffocare con un senso di repulsione.

Ma questa mattina quella superbia è stata sconfitta, permettendo la crisi: sono bastate poche parole di un vescovo (era pure la prima volta che mi rivolgevo personalmente ad un vescovo) per fare a pezzi senza pietà quel mio cristianesimo che si gloriava dei risultati raggiunti fino a quel momento. E ringrazio il Signore per avermi fatto parlare con quella persona: finalmente sono di nuovo sicuro di non averci capito una mazza, del Cristianesimo, e so di nuovo di essere piccolo ed insignificante al cospetto di Dio.

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 31 dicembre 2012, in Bibbia, Divagazioni emotive, Riflessioni con tag , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti.

  1. Grazie Michele. Con parole semplici ed essenziali hai rappresentato molto bene le tue convinzioni!

  2. Grazie Mik. Sei toccante.

  3. Una bella storia, ci rivedo molto di me stesso.

    Anche per me, paradossalmente, furono utili Marx e Nietzsche ai fini della mia conversione.

    Buon Natale e buon anno!

  4. Mille sono le vie del Signore. Quando Lui chiama non si può resistere. Chiede però la nostra umiltà e penso che sia essa la porta che hai attraversato per convertirti.

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