L’indottrinamento


Il mio maestro Oskar Heinroth, naturalista e irrisore delle scienze morali, usava dire: “Quello che uno pensa è quasi sempre sbagliato, ma quello che uno sa, è giusto”. Questa frase, non gravata da alcuna ipoteca gnoseologica, esprime perfettamente il processo evolutivo di tutto il sapere umano, e forse di tutto il sapere in genere. Prima ci si ‘forma un’idea’, poi la si mette a confronto con l’esperienza e con i dati successivamente registrati dai nostri sensi, e infine, secondo che questi fattori coincidano o meno, si giudica se l’idea che ci eravamo formata è giusta o sbagliata. Questo confronto fra una regola interiore formatasi in qualche maniera nell’organismo e un’altra che vige nel mondo esterno rappresenta probabilmente il metodo di gran lunga più importante grazie al quale un essere vivente è in grado di giungere alla conoscenza. Karl Popper e Donald Campbell hanno definito questo metodo pattern matching, un’espressione intraducibile.

Così il nostro Konrad Lorenz inizia il suo capitolo sull’indottrinamento: peccato capitale della nostra civiltà. Il settimo (su 8, nonostante quello delle armi nucleari sia molto diverso dagli altri).

Sembra paradossale, no? Lorenz scrive negli anni ’70 del ‘900, un periodo in cui i cosiddetti “maestri del sospetto” avevano attecchito così fortemente da porre in netta difficoltà qualsiasi dottrina, un periodo in cui i giovani non davano più retta ai vecchi, un periodo in cui l’imposizione di una cultura sembrava ormai impossibile, un fenomeno superato, un pericolo scampato per sempre.

Nulla di più falso e sbagliato.

Questa è infatti la storiella di chi l’indottrinamento lo crea, non di chi lo teme. Per Lorenz, ad esempio, la grande dottrina che minacciava di distruggere la civiltà occidentale era la “dottrina pseudo-democratica”, basata sulla trasformazione in dottrina degli studi sul riflesso condizionato, quella dottrina behaviourista che afferma che il condizionamento è l’unico meccanismo che regola lo sviluppo degli uomini, e che quindi si possono creare uomini “ideali” a patto che li si faccia crescere in ambienti altrettanto “ideali”. Le conseguenza del predominio di tale dottrina sono evidenti sia nel mondo del capitalismo occidentale, in cui si è cercato di asservire gli uomini ai mercati, al consumo e alle mode, sia nel mondo comunista, in cui la propaganda aveva la medesima funzione: condizionare il cittadino convincendolo della bontà dell’ideologia dominante.

Ora, non sono qui per scrivere un riassunto del capitolo di Lorenz, se volete leggere la sua analisi prendete “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà” e andatevela a leggere (se volete ve lo presto io il libro, sempre che viviate in Ancona, s’intende). Di Lorenz ci serve, in questo momento (poi magari potrebbe servirci di nuovo) solo quest’ultima osservazione: la dottrina pseudo-democratica behaviourista, che affermava che gli uomini nascono “tabula rasa”, quindi completamente indeterminati e determinabili a posteriori, “programmabili”, negava la possibilità dell’esistenza di caratteri ereditari. In sostanza, il bambino non doveva essere figlio di suo padre e sua madre, ma semplicemente “un bambino”, una creatura da allevare ed educare come se fosse uguale a tutte le altre, nelle scuole del partito o davanti ad un televisore.

Ma facciamo un passo indietro.

L’accusa di indottrinamento è popolare e diffusa, è un’arma che è stata spesso usata senza la benché minima coscienza di cosa l’indottrinamento sia di fatto. Nel corso dell’ultimo secolo (soprattutto) si è cercato di tacciare qualsiasi figura genitoriale con l’etichetta di “indottrinatore”: l’unico genitore buono è quello che lascia la “libertà” al bambino, quello che non tenta di condizionarlo, quello che tutto permette e tutto approva per “amore” del bambino che deve potersi sviluppare come vuole. La verità è, cari miei, che se il genitore si rifiuta di educare il proprio figlio, sarà il pifferaio magico ad indottrinarlo, e si sa che per questa strada non farà una bella fine.

La tradizione ereditaria, quella che viene naturalmente trasmessa da una generazione all’altra, è stata indicata come “nemica dell’umanità” dai cosiddetti “libertari”, ci si è illusi della possibilità di creare una nuova cultura dal nulla, fondandola sul “pensiero razionale e scientifico”, e ovviamente questa cultura non poteva e non doveva scontrarsi con le varie culture nate in seno ad ogni famiglia (che poi potevano riconoscersi in una “cultura generale” più ampia, ma sempre culture distinte rimanevano), tali culture dovevano essere distrutte, sradicate, per affermare la vera libertà, la vera giustizia, il futuro radioso verso cui ci si stava incamminando.

Ma non è in famiglia che si fa indottrinamento. Non è il bambino quello che lo subisce, anzi, potremmo dire che la tradizione trasmessa dai genitori ai figli è fatta di anticorpi: quegli anticorpi messi lì per rendere inoffensivi i virus e i batteri indottrinanti sono stati confusi per gli agenti patogeni stessi, con una meccanica che ricorda vagamente quella dell’AIDS. Fuori dalle sempre insidiose metafore organicistiche, ciò che voglio dire è che non è la trasmissione di una cultura forte a determinare un rischio di indottrinamento, ma l’assenza di tale cultura. Perché? Ma perché lascia il nostro povero essere umano allo sbaraglio, senza difese, incapace di discernere gli stimoli che arrivano dall’esterno. Così la prima personalità attraente, il primo corpus di idee interessante, il primo gruppo di persone che apparirà esaltante potranno sostituire il nulla lasciato dai genitori assenti con il loro tutto.

Chi parla di indottrinamento da parte delle famiglie di origine, infatti, perde di vista proprio quel “processo evolutivo di tutto il sapere umano” che Lorenz ci indica nella citazione su in cima: è assolutamente naturale che il bambino assimili la cultura d’origine dai genitori, ed è altrettanto naturale che la metta in discussione durante l’adolescenza. Ma se non assimila nessuna cultura, cosa metterà in discussione? Nulla. Diventerà un individuo “sradicato”, che senza radici non potrà costruire idee proprie, personalità propria, conoscenze proprie: sarà totalmente succube di fronte a chi cercherà di indottrinarlo.

Ma ora è forse il momento di distinguere diversi tipi di indottrinamento: quello infantile (che, per quanto negato qua sopra, in una precisa forma esiste comunque) e quello adolescenziale (che a sua volta divideremo in “indottrinamento di origine affettiva”, “indottrinamento coatto” e “indottrinamento da sradicamento”).

L’indottrinamento infantile non è un vero e proprio fenomeno culturale, quanto psicologico: è una psicosi, un arretramento allo stato infantile caratterizzato dall’incapacità di abbandonare il nucleo familiare, un attaccamento al genitore così forte da impedire una vera e propria adolescenza. In sostanza, esso nasce dall’incapacità di “lasciare il nido” per cercare la novità e mettere in crisi la cultura dei genitori. Chiaramente non è di questo che voglio parlare.

Prima di parlare di quello adolescenziale, occorre ridefinire più chiaramente il processo che porta all’evoluzione del “posizionamento culturale” dell’individuo: esiste una fase iniziale (l’infanzia), in cui l’individuo assorbe informazioni di ogni tipo dalla famiglia di origine, quindi “eredita la tradizione”, questa è seguita da una seconda fase (l’adolescenza), in cui la tradizione ereditata viene messa in discussione, anche violentemente, e viene momentaneamente accantonata. Al contempo, l’adolescente si mette “in viaggio”, ovvero cerca nuovi punti di riferimento (persone, gruppi, idee, la scelta può essere estremamente variegata) che andranno a costituire quella che sarà, fondamentalmente, una seconda famiglia “adottiva”. Superata la fase adolescenziale, l’uomo ormai adulto ricupererà la tradizione ereditata dai genitori, snellendola di ciò che è divenuto obsoleto ed inadatto all’ambiente socio-culturale della nuova generazione, così da costruire una nuova tradizione che prende vita dalla sintesi tra la tradizione ereditata e la tradizione adottiva: questa sarà la nuova tradizione da ereditare, ed il ciclo vedrà un nuovo inizio nella generazione successiva.

Ed ecco, nel periodo adolescenziale assistiamo al momento di maggior ed estremo pericolo di indottrinamento, il momento in cui gli “anticorpi” vengono messi alla prova, perché l’adolescente sarà tirato per la camicia da un parte e dall’altra, ma lui potrà percorrere il suo cammino naturale solo se riuscirà ad affrontare le varie personalità attraenti in maniera “libera”: la tradizione accumulata durante l’infanzia genererà (anche senza che questo avvenga coscientemente) una sorta di diffidenza nei confronti di tutte quelle idee troppo lontane da quelle della famiglia, che saranno testate con più tenacia prima di essere accolte.
In questa fase dello sviluppo umano, l’individuo troverà nuovi maestri, e qui si ingenera un preciso pericolo di indottrinamento: quello affettivo.

L’indottrinamento affettivo è la conseguenza di una relazione educativa troppo sbilanciata sul lato relazionale e affettivo, è ciò che avviene quando il maestro si fa così vicino al suo allievo che questo se ne “innamora”, lo trasforma praticamente in un idolo ed inizia a recepire acriticamente le informazioni che questo trasmette. Quando un maestro (che può esserlo istituzionalmente ma anche no) riesce a stringere una relazione così forte con un ragazzo, ha tra le mani un potere manipolatorio immenso: è qui che può avvenire il vero e proprio plagio, il maestro-eroe può anche inconsapevolmente sfruttare il rapporto affettivo per plasmare l’allievo senza lasciarlo libero di formarsi una personalità autonoma, l’adolescente “fuggito di casa” trova rifugio in una personalità forte che lo accoglie a braccia aperte e che riempie il vuoto lasciato dal rifiuto adolescenziale dei genitori, non spingendo il ragazzo ad un’ulteriore ricerca e costruzione ma tenendolo incatenato lì, prigioniero di un rapporto morboso ed asfissiante che porta la “vittima” ad identificarsi completamente con il maestro. Questo rischio pone la necessità, per i maestri, di non farsi adulare ed ammirare oltre i limiti consoni: se il maestro diviene più di una persona (o di un gruppo di persone) deve essere ridimensionato nel più breve tempo possibile.

Quello che chiamo “indottrinamento coatto” si identifica invece con una vera e propria pratica persecutoria già messa in atto da diversi regimi, non ultimo quello nazista. Tale forma di indottrinamento si basa sulla distruzione delle certezze dell’individuo, la cui psiche viene frantumata e che viene ridotto praticamente ad un vegetale in balia di ciò che il torturatore vuole che accetti come vero. In questi casi il persecutore punta a “dimostrare” al perseguitato che tutto ciò in cui crede è falso, e lo fa ovviamente in assenza di un punto di riferimento estraneo che possa rispondere alle accuse del persecutore. Così la cultura di appartenenza dell’individuo viene fondamentalmente eliminata in maniera violenta, ed al suo posto rimane un vuoto che può essere riempito a piacimento. Un altra forma può essere individuata in quegli ambienti in cui viene tagliato ogni rapporto con personalità ed idee “estranee”, bloccando quindi la ricerca della novità adolescenziale ma anche la coscienza dell’esistenza di un mondo esterno e di altre culture. Questa è quella forma che comunemente viene anche chiamata “lavaggio del cervello”.

L’ultima forma di indottrinamento è quello degli “sradicati”, di coloro che sono cresciuti senza radici, che non hanno accumulato una tradizione. L’assenza di una vera educazione familiare ingenera, in questi casi, una scomparsa dei valori “forti”, delle massime etiche e morali indiscutibili: agli occhi di un ragazzo cresciuto lontano dalla trasmissione culturale, tutte le idee e le culture appaiono uguali, il discernimento tra ciò che è buono e ciò che non lo è diventa arduo e spesso porta ad uno stato confusionale. La ricerca dell’adolescente non è, in questo caso, un vero e proprio viaggio, perché di fatto non ha nessuno contro cui ribellarsi, non ha mai conosciuto un vero punto di riferimento e non sa cosa cercare. L’adolescente “sradicato” rimane in una condizione di sostanziale apatia, quelli che il senso comune vorrebbe più “liberi” ed “autonomi” sono invece pronti a bersi qualunque diceria che possa sembrare minimamente interessante, accumulano idee diverse e spesso contrastanti e si trasformano in contenitori acritici di una moltitudine di culture che non hanno cercato, ma contro cui hanno semplicemente sbattuto il naso. La mancanza di radici rende oltremodo difficile, in questi casi, la costruzione di uno spirito critico: non sapendo che esistono il bene e il male, i due principi si mescolano, sempre che uno non venga del tutto eliminato, anche verità e menzogna perdono di significato e di importanza. Il risultato è una cultura anch’essa sradicata, svuotata, un amalgama impotente ed incapace di resistere alle accuse di culture più forti.
Questo nel caso in cui lo sradicamento non venga a coincidere con gli altri due indottrinamenti sopra descritti, che trovano anch’essi vita facile in corrispondenza di una pianta senza radici.

In sostanza risulta erroneo il pensiero che vede la “tradizione” quale causa dell’indottrinamento: essa è indispensabile per il sano sviluppo della cultura, e solo chi già è immerso in una tradizione può trarre vantaggio dalla novità. La novità idolatrata, invece, messa su un altare come vera garante di una supposta “libertà”, lascia la via aperta a chiunque voglia approfittarsi della situazione estremamente precaria che si è andata a formare. In conclusione, chi cerca di nascondere le proprie appartenenze culturali e certezze etico-morali ai propri figli non li libera dal condizionamento, ma li espone alle insidie di un mondo che si approfitterà della debolezza cui sono stati indotti.

 

 

 

PS: A scanso d’equivoci, faccio notare come Lorenz usasse il termine “indottrinamento” per definire la trasformazione in dottrina di ipotesi di lavoro (soprattutto scientifiche e pseudoscientifiche, quali le considerazioni di Freud e di Pavlov, spesso ree di essere non-falsificabili o di essere abbastanza plastiche da scampare alle necessarie falsificazioni) elevate al rango di verità inconfutabili e/o principi unici di interpretazione del reale, sulla scia dell’interpretazione dei totalitarismi operata da Popper in “La società aperta e i suoi nemici”. Nella mia riflessione ho invece puntato ad un altro significato del termine, che prende in considerazione la “vittima” nella sua individualità piuttosto che il pensiero delle masse che seguono la moda del momento.

Annunci

Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 5 febbraio 2013, in Riflessioni con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: