Archivio mensile:aprile 2013

Le bestie sono migliori degli uomini?

Molti e diversi tra loro sono i motivi che pos­sono spingere la gente ad acquistare e a tenere un cane, e non tutti sono buoni. Innanzi tutto, tra gli amici dei cani vi sono anche coloro che cercano rifugio in un animale soltanto a causa di amare esperienze personali. Mi rattrista sempre sentire quella frase malvagia e total­mente falsa«Le bestie sono migliori degli uomini». Non lo sono affatto! Certo, la fe­deltà di un cane non trova facilmente l’equi­valente tra le qualità sociali dell’uomo. In compenso, però, il cane non conosce quel labirinto di obblighi morali, spesso in contrasto tra di loro, che è proprio dell’uomo, non conosce, o soltanto in misura minima, il conflitto fra inclinazione e dovere, insomma tutto ciò che in noi poveri uomini crea la colpa. Anche il cane più fedele è amorale, secondo il significato umano della responsabilità.

Una chiara ed esatta conoscenza del comportamento sociale degli animali più evoluti non conduce, come molti credono, a ridurre le differenze fra uomo e animale, ma al contrario: soltanto un buon conoscitore del comportamento animale è in grado di valutare la posizione unica e più elevata che l’uomo occupa fra gli esseri viventi.
La comparazione scientifica fra l’animale e l’uomo, su cui si basa tanta parte del nostro metodo di ricerca, non implica affatto – come del resto l’accettazione della teoria sull’origine della specie – una diminu­zione della dignità umana. È nella natura del processo evolutivo il dar vita a forme sempre nuove e più elevate che non erano in alcun modo prestabilire, e neanche solo contenute, negli stadi precedenti da cui esse hanno avuto origine. È pur vero che ancora oggi nell’uomo c’è tutto l’animale, ma non certo tutto l’uomo è nell’animale. Il nostro metodo filogenetico di indagine, che necessariamente parte dal gradino più basso, cioè dall’animale, ci mostra con particolare evidenza proprio l’ elemento essenzialmente umano, cioè quelle alte creazioni della ragione e dell’etica che non sono mai state presenti nel regno animale, e questo appunto perché noi le poniamo in rilievo staccandole da quello sfondo di antiche, storiche qualità e capacità che ancor oggi l’uomo ha in comune con gli animali più evoluti. Dire che gli animali sono migliori dell’uomo  è semplicemente una bestemmia; anche per la mente critica del naturalista, che non nomina con futile presunzione il nome di Dio. Quella frase rappresenta un satanico rifiuto dell’ evoluzione creativa nel mondo degli organismi viventi.

Purtroppo una schiera terribilmente numerosa di amici degli animali, ma soprattutto di coloro che li proteggono, insiste su questo pun­to di vista eticamente tanto pericoloso. Invece l’amore per gli animali è bello e nobilitante e soltanto quando nasce dal più vasto e generi­co amore per tutto il mondo vivente, il cui nucleo centrale e più importante deve rima­nere l’amore per gli uomini. « Io amo ciò che vive », fa dire J.V. Widmann al Redentore nella sua leggenda drammatica Il Santo e gli animali. Solo chi è in grado di dire lo stesso di sé può dare senza pericolo morale il suo cuore agli animali. Ma colui che, deluso e amareggiato dalle debolezze umane, toglie il suo more all’umanità per darlo a un cane o a un gatto, commette senza dubbio alcuno un grave peccato, vorrei dire un atto di ripugnante perversione sociale. L’odio per l’uomo e l’amore per le bestie sono una pessima combinazione.”

 

Da E l’uomo incontrò il cane di Konrad Lorenz (pp. 55-57)

(In risposta a http://melodiestonate.wordpress.com/2013/04/29/lanimale-e-inferiore-alluomo-perche-non-sa-amare/)

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La pedagogia

La pedagogia dovrebbe essere quella scienza che guarda al futuro, una scienza che cerca il meglio per l’uomo, una scienza che tenti di capire come rendere migliori le relazioni che oggi non funzionano, affinché domani possano funzionare.
E che succede? Oggi la pedagogia è la scienza della rassegnazione: “la famiglia tradizionale è in declino”, dicono, bisogna riconoscere l’esistenza delle nuove forme di convivenza, e smettere di parlare di “la famiglia”, ma di “le famiglie”.

Ma poi che succede? Negli stessi libri c’è anche l’onestà intellettuale indispensabile a dire le cose come le stanno, dopotutto, a dire ovvero che più ci si distanzia da quel “la famiglia” di cui è meglio non parlare più, più si creano problemi, più le cose vanno male, più non si riesce ad educare, più va tutto a puttane, prosaicamente. Leggi il resto di questa voce

Delirio ordinario

La tastiera, pigio sulla tastiera, premo, tocco, scrivo, digito.

Il dito. Mi fa male il dito.

Giallo, ecco, sì, giallo è il colore del… sangue.

FFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFF

FFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFFF

Che è sto rumore? Ah sì, la cassa, la cassa… una cassa… cosa contiene vediamo…

Una penna.

Una penna che non scrive. No, ma la tastiera scrive, lo vedo, eppure la penna non stride.

Ho detto stride? Forse l’ho scritto! Bizzarro. Leggi il resto di questa voce

Preferisco il sogno alle tenebre

“Permettete una parola, signora?” cominciò il paludrone, allontanandosi dal fuoco e zoppicando per il gran male. “Una soltanto, se consentite. Sono certo che tutto quello che avete detto sia vero, anzi, verissimo. Io sono un povero diavolo che vede sempre il peggio delle cose e poi le affronta facendo buon viso a cattivo gioco. Che volete, sono fatto così. Dunque credo a tutto quello che avete detto, ma c’è una cosa che tengo a chiarire. Supponiamo che abbiamo fatto un sogno e ci siamo inventati le cose di cui abbiamo parlato poco fa: gli alberi, il sole, la luna, le stelle e perfino Aslan. Supponiamolo: ma lasciate che vi dica che le cose inventate sono più belle e importanti di quelle reali da cui, secondo voi, avremmo tratto ispirazione. Immaginiamo che l’orribile buco nero che governate sia l’unico mondo autentico: non mi piace lo stesso, anzi mi fa una gran pena. Avete detto che siamo ragazzi e stiamo giocando, ma quattro ragazzi che giocano al gioco del mondo, signora, possono essere così abili da spazzar via il vostro mondo. Ecco perché voglio continuare la partita. Io sto dalla parte di Aslan, anche se è pura invenzione; voglio vivere come un Narniano anche se Narnia non esiste. Quindi, grazie infinite per la cena ma vi informo che se questi due gentiluomini e questa signorina sono pronti, noi lasciamo la vostra corte per addentrarci nelle tenebre, dove passeremo il resto della vita a cercare il Mondodisopra. Non che le nostre vite dureranno in eterno, ma che importanza ha se il mondo è piatto e scialbo come ce lo avete dipinto?

[C. S. Lewis, Le cronache di Narnia: la sedia d’argento]

Pozzanghera il paludrone è il San Giorgio che serve oggi.

Fa’, te ne prego, Signore, che io senta nel cuore ciò che tocco con l’intelligenza… Occorre impregnare sempre più la nostra fede di intelligenza, in attesa della visione beatifica.

Sant’Anselmo, vescovo e dottore della Chiesa

Ritorni

In momenti molto strani (e molto rari), certe combinazioni di eventi hanno il potere di risvegliare in me una creatura di cui spesso dimentico anche l’esistenza, qualcosa che c’è e che è importante, ma che è meglio non nominare, non ricordare.

Il ragazzino.

Ed è un ragazzino pieno di angosce, timori, dubbi, un essere immerso nella certezza, negata con tutte le forze, di essere fatto male, di avere qualcosa in meno, di essere nato nel posto sbagliato. Una creatura impaurita, che sente costantemente un nodo allo stomaco, ma che non ha il coraggio per chiedere aiuto, perché è troppo timido e, contemporaneamente, troppo orgoglioso.

Non me la sento di parlarne, di guardarlo in faccia più di quel che devo, perché fa male, fa malissimo.

E so che tutti hanno conosciuto persone simili, eppure so anche che nessuno ne ha conosciuta una uguale.

Eppure ho bisogno di scrivere questo. Quel ragazzino non ha mai ringraziato abbastanza una persona, una persona molto importante, che è scomparsa all’improvviso e che non si può sapere, ora, dove sia.

Manolo, se queste sensazioni sono solo una reminescenza, il grosso del merito è tuo. Mi manchi.

Ma ora questo deve finire, è peggio di qualsiasi incubo. Avevo in mente di sfruttare il momento e scrivere, ma penso che andrò a dormire. Chissà cosa potrebbe uscir fuori, a scrivere in questo stato…

Addio Feisbuk (eddue)

Ecco, quindi… torno a parlare… beh… di…

 

Sì, ok, prendetemi in giro, mandatemi a quel paese, dite quello che vi pare.

Dite pure che non ci credete, che non lo farò davvero.

Forse avete ragione.

 

Ma adesso che l’hai detto, taci e non rompere le palle.

 

Mi fa male l’indice della mano destra, sono un coglione e ho tagliato troppo l’unghia, quindi mi fa male, quindi non scriverò molto, ok? Solo qualche parola.

Facebook mi ha rotto il cazzo.  Leggi il resto di questa voce

Desolazione del povero poeta sentimentale – Sergio Corazzini

I
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
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