La pedagogia


La pedagogia dovrebbe essere quella scienza che guarda al futuro, una scienza che cerca il meglio per l’uomo, una scienza che tenti di capire come rendere migliori le relazioni che oggi non funzionano, affinché domani possano funzionare.
E che succede? Oggi la pedagogia è la scienza della rassegnazione: “la famiglia tradizionale è in declino”, dicono, bisogna riconoscere l’esistenza delle nuove forme di convivenza, e smettere di parlare di “la famiglia”, ma di “le famiglie”.

Ma poi che succede? Negli stessi libri c’è anche l’onestà intellettuale indispensabile a dire le cose come le stanno, dopotutto, a dire ovvero che più ci si distanzia da quel “la famiglia” di cui è meglio non parlare più, più si creano problemi, più le cose vanno male, più non si riesce ad educare, più va tutto a puttane, prosaicamente.
E certo, che una volta che una famiglia s’è disgregata, nel caso singolo puoi lavorare solo sulla famiglia disgregata, perché devi salvare il salvabile, e certo che devi produrre una teoria pedagogica per capire come lavorare al meglio su certe situazioni, ma perché smettere di parlare di “la famiglia” quando è ormai chiaro che le alternative non funzionano? No, perché, nei libri di pedagogia, il quadro è questo: -famiglia monoparentale con la sola madre? Il bambino soffre. -famiglia monoparentale con il solo padre? Il bambino soffre due volte
-famiglia incentrata sui nonni? Il bambino soffre pure deppiù
-famiglia regolata dai servizi sociali con i vari turni? Non c’è nemmeno bisogno di dire quanto NON funzioni

Io penso che il modo migliore per affrontare questa situazione, ed intendo la più importante, che non è quella presente ma la futura, è educare le nuove generazioni a costruire famiglia che siano le più vicine possibili a “LA famiglia”, che è l’unica che, a scanso dei vari buonismi inutili ed ipocriti che ci tartassano ogni giorno, è collaudata e che sappiamo per certo funzionerà. Se non si fa questo, la pedagogia non farà che continuare ad inseguire un mondo che rotola giù verso il baratro, e si ritroverà ad avere problemi sempre più grossi, e non riuscirà a stare al passo. E si meriterà davvero ciò che viene detto e ripetuto: la pedagogia non è una scienza, e non serve a una minchia.

Perché se vuoi parlare di te come di “scienza del futuro”, come garante di un “progresso” (parola chiave del discorso pedagogico) non puoi limitarti a riconoscere la realtà del presente, ma devi stabilire un ideale, non puoi parlare solo de “le famiglie”, ma devi riconoscere che certe famiglie funzionano, certe altre no.
Dopotutto s’è visto, quanto sono svegli sti pedagogisti: secoli di ricerche e di tentativi, e siamo nell’epoca del post-costruttivismo: in sostanza qualcosa che si avvicina molto ai metodi creati da un militare e una suora inglesi più o meno un secolo fa, fondati non sulle speculazioni intellettuali dei “pedagogisti” ma sulla semplice esperienza di vita, da cui risultava subito chiaro che l’erudizione è fondamentalmente il male, ma la “scienza” ci è arrivata solo dopo grandi sconfitte, a questa semplice considerazione.

E ora, scusate lo sfogo, me ne torno a studiare le code di paglia.

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Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 29 aprile 2013, in Divagazioni emotive, Riflessioni con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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