Archivio mensile:maggio 2013

La gabbia vuota

Non mi curavo dei rumori
che facevi,
quando c’eri.

Ma ora non ci sei
e sentendoti
mi giro:

perdona i miei
delusi sensi:
ti cercano invano

E invano ti trovano.

Montanelli su Giordano Bruno

“Di Bruno, sul piano della dottrina cattolica che ne determino’ la condanna da parte del Sant’ Uffizio, ha gia’ parlato giovedi’ sul Corriere, con grandissima competenza, Armando Torno. Se del personaggio e dello scrittore Bruno – di cui qualcosa posso dirle anch’ io – lei vuole conservare l’ alta opinione che mostra di averne, le consiglio di non leggerne nulla. Dopo essermi piu’ volte provato a farlo, io non sono mai riuscito ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata, enfatica e lutulenta. I suoi esegeti sono concordi nel dire che, anche se Bruno era un uomo di cultura, non l’ aveva digerita, e che nel suo pensiero c’ era un po’ di tutto, alla rinfusa, ma di suo ben poco. Quanto al personaggio, ecco la scheda autobiografica che compilo’ lui stesso per i suoi ascoltatori londinesi: “Amante di Dio, dottore della piu’ alta Teologia, professore di cultura purissima, noto filosofo, accolto e ricevuto presso le prime Accademie, vincitore dell’ ignoranza presuntuosa e persistente…”, e via di questo passo. Non ho mai capito perche’ si fece frate e scelse l’ ordine piu’ severo, quello dei Domenicani. Il suo carattere era quello di un ribelle a tutte le regole, di uno “sciupafemmine” come dicono dalle sue parti (era di Nola) sempre in caccia di gonnelle. Infatti poco dopo getto’ la tonaca alle ortiche, e comincio’ a girovagare in tutta Europa in cerca di cattedre e di pergami da cui predicare. La sua oratoria era simile alla sua prosa: gonfia di aggettivi e d’ immagini, aggressiva e violenta specie contro la Chiesa: tanto che i calvinisti di Ginevra, credendo che fosse dei loro, lo invitarono a tenere un corso. Ne approfitto’ per denunciare gli errori e gli strafalcioni teologici in cui essi cadevano, e ne fu contraccambiato con l’ espulsione dalla citta’ . Gli amici (qualcuno ne aveva) lo persuasero a rivestire il saio, e stranamente la Chiesa glielo concesse. Lui la ripago’ facendosi propagandista del pensiero copernicano – rielaborato a modo suo – che la Chiesa condannava come eretico. Stavolta il Sant’ Uffizio perse la pazienza, se lo fece consegnare dai gendarmi di Venezia, dove si era ultimamente rifugiato, e lo sottopose a processo. Nell’ interrogatorio del Grande Inquisitore Bellarmino, Bruno non difese le sue posizioni, anzi le rinnego’ come false, confesso’ tutti i suoi peccati, e chiese di essere riaccolto in grembo alla Chiesa. Fu quando si trovo’ issato sul patibolo di Campo de’ Fiori, cioe’ quando ormai non aveva piu’ nulla da perdere, che Bruno si penti’ di essersi pentito e pronuncio’ contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie. No, Bruno non fu un eroe del Libero Pensiero, come un Carnesecchi o un Ochino, di cui non raggiunse l’ altezza morale e intellettuale. Era soltanto un ribelle che si ribellava a tutto per il suo carattere egocentrico e protervo. Con questo – intendiamoci – non intendo affatto giustificare il supplizio a cui fu condannato e su cui era tempo che la Chiesa facesse atto di contrizione. Voglio soltanto dire che, di tutti quelli (e furono tanti) da essa accesi in quei tempi calamitosi, il rogo di Giordano Bruno e’ fra quelli che m’ indignano di meno. Esso illumina della luce piu’ cupa, e quindi piu’ pertinente, lo squallido paesaggio dell’ Italia della Controriforma: un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una Causa a cui intestare il proprio sacrificio. ”

 

[Corriere della Sera, 5 Febbraio 2000, pagina 41]

Per saperne di più sul “razionalismo” del “martire del libero pensiero”: http://www.uccronline.it/2013/05/19/giordano-bruno-magia-e-occultismo-altro-che-razionalita/

Fin qua

In occasione del primo compleanno del blog, pubblico questo “racconto” risalente ad Aprile 2012 e mai pubblicato in questi lidi.

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Fiabe, bambini e paura

Coloro secondo i quali i bambini non devono essere spaventati possono voler dire due cose: (1) che non dovremmo fare niente che possa inculcare nei più piccoli paure ossessive, paralizzanti e psicologiche contro le quali il normale coraggio non può nulla, in altre parole fobie. Oppure (2) che dobbiamo nasconder loro il fatto di essere nati in un mondo di morte e violenza, avventure e dolori, eroismo e vigliaccheria, bene e male. Personalmente sono d’accordo con coloro che sostengono il primo punto ma non con i secondi. Questi ultimi intendono nutrire i bambini di false sensazioni ed escapismo del tipo deteriore; oltretutto, c’è qualcosa di ridicolo nel tentativo di educare in questa maniera una generazione nata nel secolo della polizia sovietica e della bomba atomica. È probabile che i giovani debbano affrontare nemici crudeli: che almeno abbiano sentito parlare di valorosi cavalieri ed eroiche gesta di coraggio. Non prepararli minimamente equivarrebbe a dar loro un futuro più oscuro, non più luminoso. Per quanto riguarda violenza e spargimenti di sangue letterari, la maggior parte di noi sa che non innescano paure ossessive nella mente del bambino. In questo senso mi oppongo tranquillamente al riformatore moderno e mi schiero con la razza umana: continuino a esistere re malvagi e decapitati, battaglie e carceri sotterranei, draghi e giganti; e che i cattivi vengano senz’altro uccisi alla fine del racconto. Niente potrà convincermi che questi espedienti provochino, nel bambino normale, un brivido o un livello di paura superiore a quello che vuole e che ha bisogno di provare. Perché il bambino vuole essere un po’ spaventato.

[C.S. Lewis, Tre modi di scrivere per l’infanzia]

La pedagogia (2)

Ma il pedagogista non si arrende, e si ostina a parlare dell’ “uomo nuovo”, quello che oggi descrivono come “destinato all’immobilità fisica”, “destinato ad essere sempre più avvolto in una macrorete informatica”, “destinato a non avere più un contatto con la natura ed un utilizzo congruo del proprio corpo”, eccetera.

Ipocriti, è inutile che continuiate ad usare questi termini: se anni fa potevate riuscire ad ingannare qualcuno, oggi non ci credete più nemmeno voi. Quello che abbiamo di fronte non è l’uomo nuovo, ma l’uomo posto di fronte al proprio limite ed all’annientamento della sua stessa umanità, smettetela con questa neolingua.
Hanno sostenuto i progetti di Hitler e Stalin, e per inerzia continuano a fare lo stesso gioco, la stessa disgustosa opera di ideologizzazione del futuro, in cui ci sarà “l’uomo nuovo”, il “mondo nuovo”, tutte queste novità che…

Pensate a come si possa intervenire, piuttosto che guardare rassegnati all’ “uomo nuovo” che, ve lo si legge tra le parole, fa cagare pure a voi.
Ma dato che vi impegnate tanto ad incentivare la “tecnologia nelle scuole”, dato che quando fate le vostre comparsate mediatiche non fate che lodare l’avvento del nuovo modo di affrontare il sapere, temo proprio che la lezione non l’abbiate ancora imparata.

La pedagogia potrebbe rappresentare quella forza in grado di cambiare il corso della corrente e spingere l’uomo ad incamminarsi su quella strada che davvero potrebbe in qualche modo essere chiamata “progresso”, invece non fa altro che immergersi nella corrente, e gloriarsi di essa.
Ma allora la pedagogia è del tutto inutile, qualcuno restituisca quelle braccia all’agricoltura!