Fin qua


In occasione del primo compleanno del blog, pubblico questo “racconto” risalente ad Aprile 2012 e mai pubblicato in questi lidi.

Fin Qua

Oggi devo studiare. Non posso.

Non posso, non voglio? Si studia il passato, per il futuro.

Ieri e domani, quindi.

Ieri e domani, studierò ieri, apprenderò domani.

Ora si vive.

Si vive, sempre si vive, chi può dire di aver vissuto? Tanto meno posso dire che vivrò.

In quest’eterno presente fumoso, che che dirlo iniziato o finituro sarebbe menzogna, ricordo ancora la verde pianura, quella che stava tra la verde discesa ed il verde colle.

Ora cammino sull’erba fresca e umida, sono scalzo, ma la terra è liscia e la pianta comoda, il sole riscalda le mie membra nuove, non ho bisogno di nulla, proseguo.

Il mondo è sempre uguale, che si guardi a destra o a sinistra, di qua sarà sempre la salita, di là sempre la discesa, niente di nuovo sotto il sole. Vado diritto.

Vado diritto, perché il cerchio è diritto, che motivo ho di andare a destra o a sinistra? Bella è la collina e bella la discesa, perché dovrei privarmi di una tale vista?

Arriva lui.

Lui, sì, lui mi assomiglia, sono in due.

Sono in due e si fanno uno, uno mi chiede di andare con lui, mi volta la testa, vedo la discesa e vedo la salita.

Dove andare? Lui mi ha chiesto di seguirlo, dove lo seguo?

A sinistra, poggio il piede sull’orlo e mi taglio, che dolore! Possibile che fuori dalla pianura sia tutto così pericoloso? Io non voglio andarmene.

Non voglio andarmene, ma ecco che sento una spinta. Scivolo giù. Giù nel profondo, la discesa non finisce, scivolo e scivolo, ma non vedo la fine, si può andar più in basso di così? Sono caduto.

Mi sento un po’ più pesante, ma sono fermo, ai miei piedi son comparse le scarpe; si sta bene quaggiù, all’ombra del monte che il sole nasconde.

Si sta bene quaggiù, ma ecco una voce, non è freddo, laggiù? Sì, è freddo, quaggiù il sole non arriva, ma non sapevo cosa il freddo fosse prima che lo nominasti, perché lo invochi? Voce nefasta!

Devo tornare, lui mi ha mentito, non avevo alcun bisogno di scivolare, devo tornare e tornare alla pianura, la grande pianura, quella dove tutto è uguale.

Lentamente si torna, anche se l’erba è scivolosa, lui cammina al mio fianco, non sembra preoccupato.

Arrivo alla pianura, verde, dolce, casa pianura! Tanto mi sei mancata che non ti lascerò più!

Camminare, camminare, ormai mi ha stancato, perché camminare, quando il cerchio si chiude? O verde pianura, anche tu mi hai tradito? Sono stanco, davvero, il tuo sole è svampito.

Mi volto a destra, è la prima volta, mi accorgo. Un nuovo sole che sorge, sulla punta del colle, mi colmo di desiderio, la tiepida pianura s’è freddata.

Devo salire, voglio salire, fino su in cima! Con queste gambe, però, rimpiango presto la discesa, e ridiscendo, arrivato a metà, fino alla pianura.

Cos’ho che non va? Perché non riesco? A salir la metà e scender l’abisso?

Soggetto verbo complemento, così ho studiato; quello era ieri, oggi non penso.

Lui dov’è finito? Lo ricordo che saliva con me, quando ancora eravamo in discesa, ma poi è sparito, quando ho visto che il sole è svampito.

Lo chiamo e non risponde, ma come? Non conosco nemmeno il suo nome. Vada al diavolo, non ho bisogno di nessuno, ho bisogno solo di camminare sulla mia bella pianura.

La mia bella pianura, quanto noiosa! Andrò a farmi un giro in discesa, tanto poi si torna!

Stavolta mi metto a correre, così vedo meglio dove vado, ma non c’è comunque niente più sotto, forse solo un po’ di nebbia.

Un po’ di nebbia, ecco un mostro deforme! Mostro deforme, sta lontano da me! Te lo prometto, non abbandono più la pianura.

Meglio salire, di sotto c’è il mostro. Oh sei tornato, compagno fidato? Ma chi sei, puoi dirlo? Tu vuole essere chiamato, e tu lo chiamo! O tu lo chiami? Che senso ha, d’altronde? Tutututu.

Il mostro fa paura, voglio starne lontano, sento la minaccia avvicinarsi pian piano, ho forse visto troppo? Avrei preferito esser cieco, il mostro è vecchio e brutto, e il suo nome fa l’eco.

Salgo di corsa, sul colle del sole, sole arrivo! Sole ti prego! Concedimi di avvicinarmi, brucerai il mostro nero!

Brucerai il mostro nero, ma perché non lo fai? Perché non ti avvicini e non bruci anche il colle? Mi basta la pianura, io l’ho sempre detto.

Ma si sale, tu rimane in pianura, dice che in cima è ripido e nonostante il sole fa freddo.

Corro, corro, non è poi così difficile salire: ho superato pure la metà, e non sono scivolato.

Mi guardo indietro, la pianura è lontana, non ho voglia di scendere, ma la voce mi chiama.

Sali ancora, e non fermarti stolto! Sali ancora, il mostro è vicino!

Il mostro è vicino, mi volto di nuovo, il mostro non vedo, ma la pianura va a fuoco!

Tu, dove sei? Tu, mi rispondi? Ho paura che sia morto.

Non m’importa, era solo un alito di vento, salgo ancora un po’, ma mi giro di nuovo.

Come posso dire, che tu era solo un alito di vento? È morto, morto! E solo perché l’ho abbandonato, con lui non sono restato; sulle mie gambe c’è il pelo.

Morto, ma vicino al sole c’è ora una stella, sono sicuro che è tu, ed è salito più forte di me!

Di che mi preoccupo? Il mostro può bruciare pure tutto quello che vuole, tu ora è lassù, il mio cuore non duole.

Continuiamo a salire, arrivo a una terrazza, una nuova pianura in cima alla collina, che diavoleria è mai questa? La pianura non può che esser una, ma qui c’è un uomo, ti aspettavo, mi dice, e sei puntuale! Ero io quella voce che quassù ti ha chiamato, altra voce mi ha detto di chiamarti dall’alto. Non vedi, là, sopra al secondo sole, c’è una voce bellissima che vicino ti vuole.

Perché allora, la voce non scende? A destra non è più verde, ma bruno e rugoso.

La voce non scende, perché tu sei caduto, e già sai volare, gli altri uccellini no.

Già sai volare, ma dico sei scemo? Non ho che i miei piedi, vedi forse le ali? La voce che dici deve venir giù e subito, io intanto cammino; il sole qui è più tiepido.

Cammino e cammino, torno di nuovo dall’uomo, quello mi dice se vuoi, ti aiuto. No grazie, non voglio l’aiuto, io faccio da solo, sono grande e forzuto; se la voce non scende salgo e la porto giù io, aspettami qui, di sicuro torno.

Oh non tornerai, se trovi la prossima terrazza, là si sta bene, e questo mondo è una macchia!

Voglio fidarmi, dico ti sfido, vediamo che succede se salgo ancora un po’.

La salita è dura, la terra frana e le ginocchia tremano, l’uomo mi tende la mano, ma io non la prendo! Scivolo giù, mi sbuccio i ginocchi, piango un’oretta, dov’è la mia mamma?

Che stupido, io da solo son nulla, lui è lassù e l’uomo, di certo, vedermi ora non vuole; come farò adesso a salire?

La voce non scende, per quanto lo chieda, e se scende adesso davvero, le sente! Non ci provasse, mi son sbucciato le ginocchia, aspetto a guarire e mi rimetto a salire.

Cammino in pianura, e riconosco un albero che cresce al confine del bosco. Una foglia si stacca e verso il precipizio scendo, la mano nera la prende e brucia: vedo ora la testa dell’immondo!

Non posso aspettare, se mi prende son morto, corro in su, anche se frana e rischio di cadere nella bocca del mostro. Ma prima che scivoli, la voce nella testa mi rimbomba: abbi fiducia, io ti sono vicina! Avvicinati tu! Mi sei vicina, dolce voce? O è più vicino il mostro, che urla come un dannato? Scaccialo via, ti prego, non voglio vederlo, mi fa paura, è più nero di un merlo!

La voce grida nelle mie gambe, raggiungo la terrazza e mi sento grande.

Ma grande non sono, è la voce che è grande, stupido son stato ma il sole non piange!

Una nuova pianura, ma non son sicuro, di voler salir subito: alla mia destra sta ora una ripida scarpata, e più salgo e più m’accorgo, che il sole sta in alto.

Il sole sta in alto, urla l’uomo dalla pietra, ma io sono la voce che per te è scesa, mi riconosci su questa pietra? Ma sei l’uomo di prima, eri tu la voce? Perché non lo dicesti prima, perché quella croce?

Io l’ho già detto, tu le orecchie hai tappato, ma son qui lo stesso perché tu non sia affamato.

Allora ti prego, resta lassù, non voglio che per me tu debba scender giù.

Una volta già son sceso, due volte e di più, non è fatica, se lo vuoi tu.

Ti prego, non ora, io voglio capire; perché quest’aurora, perché questo salire.

Quando vorrai, sarò allora con te, io sono l’uomo, ma siamo in tre!

Uomo io sentirò ancora nostalgia della pianura, quando sarò in cresta, quando di guardar giù avrò paura?

Seguimi e lo saprai; le menti pigre il sole non vedono, e salgono solo nel fumo.

Sono confuso, ricordo che quando scendevo stavo bene, ma ora non sto bene, eppure non scendo!

Perché mai l’uomo deve salir per star male, e scender per star bene ed incontrare il mostro?

Non c’è alcun senso, ma giù non ci guardo, preferisco star male: sono felice!

Le ferite, il sudore, valgono più, di mille sorsi di nebbia, di mille fiori blu.

Ecco perché sta bene l’ozioso, che si stende sotto l’albero che poi prende fuoco, io ozioso non sono più, star bene non mi basta: voglio molto di più!

Voglio salire, salire ti prego, queste rocce aguzze mi intimoriscono, non nego, ma mi darai una piccola spinta e potrò andare più su, e allora la paura non sarà più.

Si sale lentamente, quando si è vicini alla china, così lentamente che il resto sembra collina. Le mie mani, però, non si rompono sulle bianche lame, è quasi come aver guanti, come velate.

Arrivo ad uno spazio un po’ piano, ma non è la terrazza, c’è qualcuno o qualcosa che piange e che chiama. Per te ci son io, subito consolo, che nemmeno ci penso.

Sembra felice, tengo per mano, sali con me, posso andare più piano: non c’è nulla da piangere, se vuoi esser felice, basta che guardi in su, se lo vuoi anche tu.

Non c’è altro da volere, il resto è tutto fumo, ma dimmi, sconosciuto, perché vuoi portarmi su?

Mille sono, realmente i motivi, non posso lasciarti qui e il dovere mi chiama.

Il dovere ti chiama, il dovere di chi? Devi esser sincero, non mentirmi proprio qui!

Allora te lo dico, me l’ha detto la voce, lo diceva di me, ora io a te: son due parole semplici e chiare, perché vedi: come la luce del sole per tutto il monte si spande, lo stesso fa l’amor della voce, e a tutti le dice e le fa dire. Ti amo, ecco perché, e colui che si ama lo si vuole felice.

Ora sei sincero, e potrei anche seguirti; anche questo qui, però, lo stesso mi dice. Chi devo seguire, lui o te? Non so di chi parli, spiegalo meglio.

Parlo di questo, girati sveglio!

Mi giro e vedo: per l’altra mano tiene, l’immondo mostro che di nero si veste, gli occhi di sangue e i denti di pece, le mani di fuoco e l’odore di fiele.

Ma quello è il mostro, lui non ama, di sicuro mente e nell’abisso ti chiama.

No non mente, io lo so: mi avrà chi tirerà più forte, e l’altro mi piangerà fino alla morte!

Il mostro può amarti, ma solo giù in basso, lui ti vuole morto, lui ti vuole sasso!

Riconosco il mostro e il pianto mi acceca, l’urlo orribile le orecchie mi lega.

Mostro deforme, mostro crudele, lascia quella mano e cadi di sotto!

Voce che mai, dicesti, mi hai abbandonato, non abbandonare nemmeno il nuovo arrivato: impediscimi, ti prego, di amare come il mostro, nel fuoco blasfemo per lui non c’è posto.

Senza amore, lo so, non salirà mai, ma con quello sbagliato scenderà assai: ecco una mano allenta la presa, il colpo mortale deve imporre la resa.

Ho deciso: oggi non scriverò più, il finale, magari, puoi scriverlo tu.

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 21 maggio 2013, in Racconti con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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