Sono nauseato.


Sono nauseato.

Solo questo, il risultato delle prime due ore di questa mattina passata nel grigio mercato di piazza d’armi, poi davanti al solito terribile giornalismo italiano, per di più accompagnato da uno snervante aerosol.

Sono nauseato, e fino a qualche momento fa non sapevo perché, avevo soltanto davanti qualche immagine, immagini che ormai mi sparano davanti agli occhi da anni, più o meno da quando sono nato.

Sono nauseato, perché un mondo che non è né caldo né freddo merita soltanto di essere vomitato. E la nausea viene prima del vomito, o dopo.

Penso che sia soprattutto una cosa a nausearmi, ed allo stesso tempo ad impedirmi di leggere un qualsiasi libro che non abbia almeno una sessantina d’anni, la stessa cosa che mi spinge a leggere Corazzini e Pascoli, con la cui visione del mondo non posso essere d’accordo, perché chiaramente erano due persone con poca speranza. Eppure la loro poesia mi ammalia.

Perché? Ma ecco, non cambiamo discorso, la domanda era: cosa?

Le parole, questo uso nauseante e disgustoso della lingua italiana che si fa oggi (e forse non solo) è probabilmente la prima causa della mia nausea. Oggi hanno “tutti” un modo di parlare melenso, accomodante, “delicato”, tanto che non si può dire che l’aborto è un omicidio perché qualcuno si offende, non si può dire che Leopardi fa cagare perché qualcun altro si offende, non si può dire che Voltaire era un mentecatto perché, ovviamente, qualcuno si offende.

E ci credo, poi, che uno come Grillo accumula voti, se c’è sempre una Boldrini pronta a sostenere che averla descritta per quello che è rappresenta un’offesa a tutte le donne. E a quanto pare non sono l’unico nauseato, in questo senso.

Tuttavia non vorrei trarvi in inganno: non mi dispiace che non si possa insultare la gente, che non si possano usare parole forti. Oddio, in realtà mi dispiace, perché per esperienza so che il rancore espresso è sempre meno deleterio di quello covato, e che nascondere la brace sotto un velo di cenere non diminuisce gran che il rischio d’incendio. Questo mondo odia la guerra, lo riconosco, eppure non odia l’odio. Semplicemente, se ne vergogna, e preferisce esprimerlo anonimamente, magari, preferisce lasciarsene trasportare quando sa di non potersi rendere ridicolo urlando in luoghi pubblici o prendendosi a cazzotti con il suo nemico.

A me nausea che si parli d’amore in ogni dove, mentre in ogni dove c’è solo freddezza, indifferenza, rancore sepolto. Fareste un servizio migliore all’amore imbracciando un fucile, ma si sa che i fucili sono cattivi, mentre gli uomini sono tutti buoni ed è solo la società a traviarli e a convincerli a fare questa o quell’altra malefatta. Siamo tutti vittime.

Ah, Rousseau, quanto mi disgusti!

Ma torniamo al vocabolario, alla lingua. Ciò che davvero mi dà la nausea, o meglio, ciò che più di ogni altra cosa mi dà la nausea è l’uso di certe espressioni, di certi slogan, di certe invenzioni di menti contorte incapaci di chiamare sasso un sasso e foglia una foglia. Così siete davvero riusciti a rendermi nauseante persino la lotta alla mafia, che a momenti mi vien voglia di tifare per loro. Davvero, non basta leggere stamattina la Tamaro (ed è l’unico esempio che mi viene, perché questo modo di parlare “delicato” e nauseante che ti propinano fin dalle elementari si interiorizza a tal punto che ne senti la presenza ma non capisci dov’è, e poi non te ne ricordi. Certo, posso dire che è legato ai discorsi sui “poveri”, o sull’ambiente in rovina o altre cose così, ma non riesco ad individuarlo chiaramente senza avere il testo davanti) in un articolo in cui poteva anche aver ragione (e probabilmente gliel’avrei data,  considerato che parlava male del “chiacchiericcio” e potevo essere d’accordo), ma che mi ha subito disgustato perché questa si è messa a parlare di quanto “twitta” con i suoi canarini mentre se ne sta alla larga dai social network (e vabbè), si è messa a dire che lo fa perché è un’artista (legittimo, non la conosco e potrebbe pure esserlo), si è messa a scrivere metafore che personalmente considererei puramente retoriche e assolutamente non necessarie (ma anche queste ci possono stare), ma soprattutto, per parlare dello “stordimento” provocato dai nuovi sistemi di comunicazione, paragona tale condizione con la distrazione in cui si immerge giocando con i suoi canarini.

A parte il fatto che il paragone non regge per nulla, perché la distrazione è fisiologica e lo stordimento non lo è, PORCO CANE perché non usi la parola “alienazione”? Spero che semplicemente non le sia venuta in mente, ma oggi c’è caso che la si eviti per non arrecare offesa agli alienati. “Sono distratto” è molto più pacifico di “sono alienato”. Peccato che la prima proposizione afferma A, mentre la seconda afferma B, e A=/=B.

Marx e Freud avrebbero detto alienato.

Si propaganda questo modo di fare e di parlare dicendo che è “rispettoso”, ma non c’è niente di più irrispettoso di nascondere ciò che si pensa per non ledere la sensibilità altrui: se io penso che tu sbagli devo dirtelo, e se non voglio dirtelo taccio. Non te lo dico per metà aggiungendoci un cucchiaino di miele. In questo modo si rispettano le idee, non le persone, e le idee possono pure bruciare in eterno, per quanto mi riguarda. Non è “rispetto” lasciare che ognuno abbia le proprie idee con indifferenza, non è “amore”: l’amore e il rispetto permettono di combattere senza odiare, certo, permettono di vedere anche il buono che c’è nelle persone con cui ci scontriamo, ma obbligano anche a prendersi cura di loro, cura che può esprimersi anche in un “No!” e persino in un “sei un idiota”.

Tornando a quanto volevo dire prima, ecco: questa ipocrisia del “volemose bene”, del “non offendere”, sta portando ad un’assurdità estrema, a qualcosa di rivoltante. Ebbene sì: la “lotta alla mafia” si sta trasformando, lentamente ma prepotentemente, nella “cultura della legalità”.

Non vorrei che chi lotta contro la mafia si vergogni di avere dei nemici (i mafiosi, appunto) e che voglia nasconderlo dietro a qualche groviglio lessicale: la lotta alla mafia è una lotta contro un nemico, contro delle persone, questo bisogna accettarlo. E se è necessario lottare contro la mafia, è necessario avere quei nemici. Se è necessario combattere un nemico, è necessario ferirlo. Non è necessario odiarlo, ma può essere necessario ferirlo, privarlo di ogni potere. Non c’è nulla di cui vergognarsi, in questo.

Ora, non so quanto questo cambiamento sia effettivo, ma non vorrei che alla lotta contro i criminali e la criminalità si sostituisse una melensa campagna a favore degli onesti e della legalità. Una campagna che nascondesse che c’è gente che muore ammazzata, che si concentrasse sulla rivoluzione culturale e sulle nuove generazioni ignorando che quelle vecchie continuano a sparare, e che solo un totalitarismo potrebbe riuscire ad estirpare i germi culturali della criminalità.

I bambini devono sapere che esistono persone cattive, prigioniere delle loro miserie e dei loro comportamenti aberranti: è un loro diritto.

Non abbiate paura della spada: è certamente uno strumento di offesa, ma anche un necessario strumento di difesa. Non date retta a chi dice che il mondo è buono, e si aspetta che lo diventi solo perché lo dice. Non dategli retta perché è vostro nemico.

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 28 settembre 2013, in Divagazioni emotive, Riflessioni con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. La lotta per la legalità E’ una lotta contro la mafia.Dietro alle parole ci stanno i fatti di tante persone che si fanno il culo giorno e notte per FARE contro non solo delle persone, ma contro una mentalità, che è’ quella dell’omertà, della pigrizia, del “ci penserà qualcun altro”. Quel nemico è dentro ognuno di noi, e per questo la lotta non può solo essere contro, ma anche “per”. Peccato tu non sia venuto a Sessa Aurunca (non per colpa tua, ma risalendo a ritroso, forse per colpa di Nello 😛 ) : questo post sarebbe stato un po’ meno pessimista e nauseato.

    E comunque mi sono offeso per Leopardi. 😀

    • Lo so che nel concreto è una lotta contro la mafia, come dici tu, e proprio perché queste persone sono immerse nella realtà e non nel ritratto mediatico della stessa, in cui le parole contano e parecchio.
      Non ho detto che il mutamento è già avvenuto e che abbia già fatto danni, anzi: penso che si potrebbe dire che la lotta a mafie e affini non sia mai stata “sentita” come ora nei luoghi in cui la si combatte (più ci si allontana e più si sente meno, ed è anche normale), però se ne sente parlare sempre meno, e quando se ne sente parlare i toni sono molto più teneri e sfumati rispetto a qualche anno fa… perché? Queste realtà stanno forse morendo? Eventi tragici come quelli che coinvolsero Falcone e Borsellino (un esempio tra tanti) appartengono al passato e non potranno più riproporsi?

      Io temo che questo insistere sulla legalità non nasca semplicemente dalla necessità di costruire oltre che distruggere (se ricordi giusto pochi giorni fa ti dicevo che ritengo questa strategia fondamentale), ma da radici simili a ciò che permette questo (http://www.isiciliani.it/caserta-ricorda-don-don-peppe-diana-ma-dimentica-la-camorra/#.UkbsgIZ3YUE). Non è che mentre il “popolo” di tante realtà più o meno locali (pur con l’interesse di gente più distante geograficamente) si risveglia e reagisce si cerca di anestetizzare la situazione desensibilizzando l’interesse nazionale puntando su obiettivi molto più generici e anche contestabili? (ricordo, ad esempio, che la “cultura della legalità” comprende anche la lotta all’evasione, almeno come idea. E sappiamo anche che la lotta all’evasione non può essere vista come quella alla mafia, soprattutto da chi pensa/riconosce che sia un mero pretesto per recuperare qualche spicciolo senza scomodare gli interessi di quelli che stanno in alto).

      Sempre in Campania, negli ultimi mesi (o anni, sinceramente non so di preciso quando è iniziato) si sono moltiplicate le morti causate dai rifiuti tossici nascosti nel sottosuolo, è in atto una strage di cui NESSUNO parla, se non chi la subisce e si trova barbaramente ignorato dal solito rappresentante dello Stato che promette e poi scompare. Giusto una settimana fa padre Maurizio Patriciello si è trovato, parlando in Parlamento, una Serenella Fuksia (senatrice marchigiana del M5S) che non era disposta a credere che la gente moriva di tumore senza dati scientifici certi, alla tragedia che si consuma senza che lo stato muova un dito lo Stato risponde che la gente di lì “parla di pancia” e che non ha metodo.

      Riconosco di nutrire pregiudizi verso la maggior parte dei neologismi e degli slogan, soprattutto quando nascono in ambienti politici, ma non è da qualche giorno che la gente si tiene buona giocando con le parole, e magari qualcuno si convince pure di avere una cultura perché sa parlare con le parole usate dai giornalisti…

    • (Comunque la questione della lotta alla legalità m’è venuta in mente mentre scrivevo, il vero crimine è stato leggere il Corriere della sera, già grave rischio di per sé, mentre facevo l’aerosol. Poi ero scazzato e me so’ dovuto sfogà, è probabile che se rileggessi ora non sarei d’accordo in diversi punti, ma pazienza…)

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