Archivio mensile:ottobre 2013

Scherma

A volte è difficile comprendere quanto una cosa sia stata importante senza allontanarsene, senza guardarla dall’esterno.

 

Mi è successo questo, oggi. Dopo qualche mese di latitanza ho rimesso piede al palascherma prima di tutto per salutare le persone che mi avevano accompagnato negli ultimi 6-7 anni, quindi per comunicare il mio abbandono, forzato per i ritmi della vita universitaria, per gli altri impegni con cui ho a che fare e anche per la questione economica che ha anch’essa il suo peso.

Potrei dire che mi sono tornate in mente un sacco di cose, mentre mi dirigevo lì, ma in realtà l’unica cosa che mi è davvero tornata alla mente, anzi, che si è fatta reale proprio come quando ci andavo per allenarmi era quella sensazione terribile di tedio che provavo ogni volta che mi trovavo a circa 150 metri dall’edificio, legata all’ancestrale disprezzo per tutto ciò che abbia a che fare con gli spogliatoi e con il mettersi una tuta, forse quella stessa forza che spesso mi spingeva a dare priorità ad altro, nei tempi passati.

Anche dopo essere entrato, ci ho messo un po’ a capire cosa stava succedendo. Ho iniziato salutando l’armiere, Bruno, poi sono andato da Danilo, poi c’era pure Riccardo, il presidente e Margherita, a cui dovevo chiedere chiarimenti circa l’attrezzatura (non riuscirò mai a ricordare quali parti della tuta avessi effettivamente acquistato e quanti fossero semplicemente affittati dalla Società, e ancora devo scoprirlo: mi faranno sapere per telefono). Noto però una cosa strana: sono tutti contenti di vedermi, mi accolgono con stupore, allegria, gioia. E io? Io cosa provavo?
Certo, anche io ero contento di rivedere certe facce, volti che avevo visto quasi quotidianamente per anni, ma che ormai appartenevano ad un mondo di cui io non potevo più far parte. Per lo meno, non potrò più farne parte per un pezzo: se anche volessi andare lì a tirare di spada per un paio d’ore non potrei, dato che assicurazione e iscrizione non mi coprirebbero, e fare qualche visita (cosa che comunque farò) non mi permetterà di far di nuovo parte di quel mondo.

Eppure erano felici di vedermi, anche se non c’era più un’iscrizione a vincolarci, non più un rapporto maestro-allievo formale, niente di tutto questo.

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Forma e Sostanza /appunti

E’ interessante notare come, ad una prima impressione, nelle discussioni tra “tradizionalisti” e “progressisti”, soprattutto in ambito liturgico, sembra che i primi siano più astratti, mentre i primi più concreti, mentre è vero esattamente il contrario.
Chi, infatti, non riduce il simbolo ad allegoria, ma comprende come esso è strettamente legato al reale, alla carne ed alla materia, in nessun modo può essere “astratto”: se si afferma che è differente pregare in ginocchio dal pregare in piedi, è perché si dà un valore al corpo e alla sua posizione, che partecipa alla preghiera nella sua totalità.
Quando, invece, si afferma che è irrilevante come si preghi, cosa si fa mentre si prega, quali formule o riti si usano, non solo si dimostra di essere delle capre per quanto riguarda la comprensione della psicologia e della cultura umana, ma pone molto in alto il pensiero rispetto alla carne, le idee rispetto alle cose, lo spirito rispetto al sangue, l’idea della gioia rispetto al vino. Così la fede diventa una cosa astratta, un raccoglitore di valori, di pensieri, e trova forti ostacoli nel contare realmente qualcosa, nel farsi carne e quindi nel farsi realmente fede.
Come, e lo sappiamo benissimo, nel modo di fare dei tradizionalismi c’è la tentazione al formalismo ed alla rimozione del significato di ciò che si fa, diciamo alla perdita della memoria che trasforma in ripetizione meccanica quella che dovrebbe essere invece compartecipazione di tutto l’essere nella ricezione dell’amore divino, nel modo di fare opposto, quello cioè che privilegia le idee e i pensieri, c’è il rischio che queste cose rimangano pensieri, che si fermino alla superficie, che entrino a far parte del bagaglio culturale senza trasformare la vita.
Ma è inutile inginocchiarsi senza sapere perché lo si fa, come è inutile pensare all’amore di Dio se non si cade in ginocchio e in lacrime.La natura stessa del mondo, la natura stessa della mente umana richiede che le idee si facciano carne, che il pensiero permei la materia e che i due piani non si separino: quando pensiamo al pane ne sentiamo il sapore, quando lo abbiamo tra le mani esso acquisisce un significato simbolico potente, perché è il frutto del nostro lavoro e la materializzazione della nostra fatica. Così, mentre chi ricorda e mantiene la forma dimenticando la sostanza è come chi mangia un pane che non sa di niente perché non è costato alcuna fatica, chi parla della sostanza e disprezza la forma è come chi fatica per produrre la sua pagnotta, per poi gettarla a marcire.

Se poi si pensa a ciò che avviene durante la consacrazione eucaristica, è chiaro come il Signore abbia voluto perpetuare il suo sacrificio nella vera e concreta (eppure così carica di significato) forma del pane, riempiendola con la vera e concreta presenza del Suo corpo.

Omuncoli

 

L’ora di anatomia era appena iniziata.
Era la prima lezione, per Laura, in quella strana università, una scuola straniera, ben diversa da quelle che aveva frequentato fino ad allora.
Ci era arrivata grazie ad una borsa di studio: era sempre stata una studentessa modello, diligente e appassionata; voleva fare l’insegnante e tutti le avevano detto che quella era la scuola che faceva per lei.
Non aveva alcun problema con la lingua: dopotutto l’idioma di quel paese, il più civile ed avanzato del mondo, si insegnava persino nei paesini di campagna, compreso quello in cui Laura era nata e cresciuta.
Chiunque avrebbe pensato che non poteva che essere un grande onore, studiare in una facoltà così prestigiosa, il luogo in cui si plasmava la cultura mondiale. Il posto in cui si formavano coloro che avrebbero educato esseri umani nuovi, finalmente liberati da tutti i mali del passato. Eppure l’entusiasmo di Laura si era già smorzato nel momento in cui aveva varcato la soglia: non era abituata a tutto quel grigio, a quel silenzio innaturale, a quegli orribili camici.
Le spiegarono che quelle divise servivano ad immedesimarsi meglio negli alunni, che erano grigi e rigidi perché non dovevano esserci differenze tra gli “omuncoli”, perché tutti sono uguali davanti a la legge e perché nessuno, nel mondo nuovo e riordinato, avrebbe dovuto sentirsi offeso nel notare ciò che lo differenziava dagli altri.

Lei disse che capiva, ma non poteva che rattristarsi pensando ai grembiulini che ancora si usavano nel suo paese, ai capelli sciolti e alle facce sorridenti. Pensò però che si sarebbe abituata, e che non poteva perdere tempo con quelle cose: la lezione sarebbe iniziata da lì a poco. Entrò e indossò la cuffia e la mascherina. “Ma devo diventare una maestra o un medico?” protestò. Non le risposero.

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Ma è difficile!

10/09/2013

A volte mi chiedo con che criterio certe persone si ritrovino tra le mani certe responsabilità.
La domanda è sempre quella: perché proprio io? Perché ha scelto me che sono così debole e impreparato? Perché mi assegna questo incarico, quando è chiaro che ci vorrebbe ben altri, al mio posto?

Già ci pensavo quando, più di un mese fa, leggevo la prefazione di un libriccino sulle “cacce francescane”: lì si descriveva il modello del vecchio lupo che sarebbe riuscito a far conoscere san Francesco ai lupetti.
Inutile dirlo: quel vecchio lupo era san Francesco, era il ritratto della santità, l’incarnazione di un educatore che poteva essere pure analfabeta, ma che portava con sé il distintivo dei santi.

Io non sono un santo, Signore, e tu lo sai bene.
Anzi, potrei pure passare ore ed ore a spiegarti che quello che mi chiedi non è nelle mie possibilità, che non sono che un bambino, un infante.
Mi chiedi, tramite bocche altrui, di aiutare quei bambini a diventare uomini, e a diventare santi, ma ecco che io non sono né l’una né l’altra cosa. Il mio carattere è acerbo, e la mia fede? Non è che una fiammella, sempre in pericolo, sempre pronta a piegarsi al vento.
Cos’è la fede che hai voluto donarmi in confronto a quella di Francesco, Filippo, Giovanni, Ignazio, Josè? Ben poca cosa, e sono davvero tentato di metterla in una buca, ma so anche che chi mi tenta è mio nemico.

Certo, da una parte posso consolarmi sapendo che non dovrò essere in alcun modo un padre, ma solo un fratello maggiore, ma risparmiami di porti la stessa domanda che ti fece Caino. E, comunque, questo non cambia gran che le cose.

Solo Tu, Signore, puoi renderli come li vuoi.

Serviti pure di me, ma ricorda che sono debole, che fallirei se Tu non mi sorreggessi e non compensassi i iei limiti.
Sì, lo so, ho paura, eppure… Leggi il resto di questa voce