Omuncoli


 

L’ora di anatomia era appena iniziata.
Era la prima lezione, per Laura, in quella strana università, una scuola straniera, ben diversa da quelle che aveva frequentato fino ad allora.
Ci era arrivata grazie ad una borsa di studio: era sempre stata una studentessa modello, diligente e appassionata; voleva fare l’insegnante e tutti le avevano detto che quella era la scuola che faceva per lei.
Non aveva alcun problema con la lingua: dopotutto l’idioma di quel paese, il più civile ed avanzato del mondo, si insegnava persino nei paesini di campagna, compreso quello in cui Laura era nata e cresciuta.
Chiunque avrebbe pensato che non poteva che essere un grande onore, studiare in una facoltà così prestigiosa, il luogo in cui si plasmava la cultura mondiale. Il posto in cui si formavano coloro che avrebbero educato esseri umani nuovi, finalmente liberati da tutti i mali del passato. Eppure l’entusiasmo di Laura si era già smorzato nel momento in cui aveva varcato la soglia: non era abituata a tutto quel grigio, a quel silenzio innaturale, a quegli orribili camici.
Le spiegarono che quelle divise servivano ad immedesimarsi meglio negli alunni, che erano grigi e rigidi perché non dovevano esserci differenze tra gli “omuncoli”, perché tutti sono uguali davanti a la legge e perché nessuno, nel mondo nuovo e riordinato, avrebbe dovuto sentirsi offeso nel notare ciò che lo differenziava dagli altri.

Lei disse che capiva, ma non poteva che rattristarsi pensando ai grembiulini che ancora si usavano nel suo paese, ai capelli sciolti e alle facce sorridenti. Pensò però che si sarebbe abituata, e che non poteva perdere tempo con quelle cose: la lezione sarebbe iniziata da lì a poco. Entrò e indossò la cuffia e la mascherina. “Ma devo diventare una maestra o un medico?” protestò. Non le risposero.

Decise che si sarebbe abituata anche all’indifferenza e andò al suo posto, lo riconobbe perché c’era un cartello con il suo numero di matricola: X28477753-A. Non c’era una sedia, né un banco, solo il cartello ed una piccola barella di ferro, con sopra qualcosa ricoperto da un telo. Passò in quel momento l’assistente del professore e le diede un arnese affilatissimo, lei sorpresa lo toccò nel modo sbagliato e si tagliò, lasciandosi scappare un’imprecazione.
L’assistente non se ne curò, si limitò a toglierle l’arnese e rimpiazzarlo con un altro, pulito.

Quando tutti ebbero il loro equipaggiamento, il professore iniziò a parlare.

“Questa è una lezione di anatomia, è stata inserita in questo corso perché è previsto che voi conosciate ciò con cui avrete a che fare quando sarete stati inseriti nell’Industria. So che alcuni di voi saranno deputati a rieducare delle persone, ma la Legge non ci consente, ovviamente, di studiare sulle persone vive. Le cavie che abbiamo qui, invece, ci sono state fornite attraverso i programmi governativi di recupero materiali organici. Sono, essenzialmente, gli omuncoli che non potevano più svolgere alcuna mansione utile presso i loro generanti o proprietari, sono stati offerti alla ricerca scientifica per evitare sprechi, altrimenti sarebbero stati eliminati direttamente dai responsabili. Sono ora di proprietà dell’Istituto, ed è vostro diritto usarli per acquisire le conoscenze necessarie, che è ciò che faremo durante questa lezione di anatomia. Lasciate, però, che prima spieghi le caratteristiche delle cavie che abbiamo a disposizione, poi potrete procedere all’esplorazione anatomica delle stesse. Rimuovete il telo.”

Laura era un po’ riluttante. Non si era abituata al linguaggio e alle leggi di quel luogo, non abbastanza da capire cosa fosse una persona e perché, invece, gli “omuncoli” potevano essere usati per lo studio in laboratorio. Cosa c’era sotto al telo? Una sorta di mostro? Una scimmia? Un essere artificiale creato sul modello umano?

Respirò profondamente ed iniziò a tirare il pesante telo che lo ricopriva, e dapprima si scoprì un piedino, poi, dall’altra parte, una piccola mano, ed ecco che ben presto il quadro fu completo, e la ragazza iniziò ad agitarsi.

Sembrava uno di quelli che al suo paese chiamavano ancora “bambini”.
Era vivo, dormiva, molto probabilmente era stato sedato. I polsi e le caviglie erano legate al lettino con cinghie di ferro, per il resto era completamente nudo.
Il professore riprese a parlare.

“Le cavie sono state sedate con un nuovo anestetico, in grado di evitare che si accorgano di ciò che sta succedendo senza compromettere il normale funzionamento dell’organismo. La loro coscienza è addormentata, tutto il resto funziona come se fossero svegli, questo vi sarà utile in caso voleste osservare meglio l’apparato visivo, o anche altre funzioni che, in un normale stato di sonno, non potrebbero che essere alterate.”

Solo in quel momento notò che il bimbo non dormiva più. Anzi, la fissava, due grandi occhi marroni erano rivolti verso di lei, ma rimanevano inespressivi.

“Ora, le vostre cavie sono diverse, alcune possono contare una decina d’anni di esistenza, altre a mala pena quattro o cinque, ma non importa. Potete vedere chiaramente come questi non sono ancora persone: toccateli, annusateli, osservateli attentamente. Sono stati già sterilizzati e disinfettati, quindi non c’è nulla da temere. Tra cinque minuti vi chiederò quali caratteri fisici li dividono dalle persone, poi passeremo alla lezione vera e propria.”

Laura accarezzò quel bambino con una mano tremante, iniziò dal volto, e non notò alcuna differenza tra il suo e quello di una persona. La pelle era liscia, le guance soffici come quelle di qualsiasi altro fanciullo. La passò poi rapidamente sul torace: sentì le costole sotto i polpastrelli, nitidamente. Gli avevano dato da mangiare?
Inavvertitamente, urtò con un dito il palmo della mano del fanciullo, e lui la strinse. Si ricordò dei bambini del suo paese e si intenerì, sentì che avrebbe voluto dargli un bacio ma non lo fece, lo avrebbe fatto più tardi, dopo avergli chiesto come si chiamava e come mai era finito lì, tutto solo.

Intanto i vicini iniziavano a proclamare le prime risposte.

“Il mio non ha le mammelle, come invece è normale per una persona di sesso A”

“Non ci sono peli né sul volto, né sotto le ascelle o nella zona del pube.”

“L’organo sessuale non è sviluppato.”

“I denti non ci sono tutti, e quelli che ci sono sono diversi da quelli delle persone.”
“La pelle è in generale più liscia e morbida, e le dimensioni sono ridotte.”

Laura iniziava a capire, e la sua angoscia aumentava ad ogni minuto. Inizialmente avrebbe voluto urlare “Ma queste cose sono vere per tutti i bambini, non può essere questo a distinguere le cavie dalle persone!” Poi comprese e tacque, dopo essersi ritratta repentinamente dal corpicino che non voleva più toccare.

“Bene, ora inizia la lezione vera e propria. Vi lascio carta bianca, avete gli strumenti per aprire ed il libro di testo per confrontare ciò che vedete con il modello a pagina 53. Identificate tutti gli organi e riponeteli nelle apposite celle senza commettere errori, per qualsiasi dubbio potete chiedere a me o ai miei assistenti.”

Laura voleva mettersi a piangere. Aprire? Avrebbe dovuto aprire la pancia di un bambino? E che razza di esercizio era, quello? Riporre degli organi umani in celle frigorifere…
In che razza di scuola era finita?
Per molto tempo rimase a fissare quegli occhi spalancati, e quel corpo debole e inerme, come sarebbe riuscita a svolgere quel compito?
Diede un’occhiata agli altri strumenti, quasi tutti avevano già le mani lorde di sangue, sembravano del tutto ignari di ciò che stavano facendo. Chi erano quelle persone? Perché lo facevano?

Il professore passò lì vicino, guardò Laura con sospetto e fece per avvicinarsi, quando un altro studente lo chiamò.

“Professore, questo qua è il cuore?”

“Sì, ragazzo. Come vedi, anche gli omuncoli hanno un cuore, serve a far arrivare il sangue in tutto il corpo, e con esso ciò che serve alla sopravvivenza. Puoi notare anche che è diverso dal nostro.”

“Sì, certo professore, come potrebbe non esserlo?”

“Già, è più simile a quello di un cane, no?”

“Professore, cos’è un cane?”

“Dimenticavo… Lascia perdere.”

Laura non fece in tempo a scandalizzarsi per ciò che aveva sentito, che vide quello studente affondare la lama in profondità nel torace di quello che rimaneva del suo bambino. Poco dopo si sentì un tonfo: era la testa del piccolo che si abbandonava sul lettino di metallo.

Ora Laura aveva paura, tanta paura, e i suoi occhi avevano già lasciato che qualche lacrima bagnasse le sue guance. Il professore era davanti a lei, la fissava. Sentì la testa e il petto che battevano come un tamburo, lo stomaco che si contorceva. Infine impugnò l’attrezzo che aveva ricevuto con la mano destra, ed adagiò la sinistra sul petto del bambino.

Poteva sentire il battito del suo cuore, sentiva la vita che riempiva quel corpo, proprio come l’aria riempiva, ad ogni respiro, quei polmoni.
Non poteva.

“Io… non posso.”

“Perché mai?”

“Non vede… Non vede che è un bambino?”

“Non dica sciocchezze… È solo un omuncolo.”

“Non mi importa, io non gli farò del male, anche se fosse un omuncolo.”

Il professore fece un cenno con la testa, in quel momento Laura si sentì afferrare da dietro, poi due grosse mani le bloccarono il braccio sinistro, ed altre due quello destro.

“Fatele vedere come si fa: è straniera e non conosce la nostra cultura. Vedrete che si abituerà presto…”

I due uomini la costrinsero con la forza ad avvicinare la lama all’addome del bambino, lei resistette finché poté. Chiuse gli occhi e sentì la carne che si lacerava, la sua mano che si sporcava di sangue innocente. Poi ancora, e ancora, mentre l’odore del sangue le riempiva le narici ed il vomito le saliva su per l’esofago.
Finalmente le lasciarono le braccia. Aprì gli occhi. Davanti a lei c’era un bambino dal ventre divelto, che continuava a fissarla, come se non fosse successo niente. Provò a chiamarlo, a schiaffeggiarlo, ma lui si limitava a seguire con lo sguardo le sue mani.
“Da quel sonno non ci si sveglia, l’anestesia è permanente. Ti abbiamo già detto che non è quello che pensi, non ti risponderà.”
Ma la donna decise che non poteva più sopportare quella visione. Diede un ultimo affondo, ed un cuoricino si spaccò in due.
Quegli occhi trovarono finalmente la pace.

 

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Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 8 ottobre 2013, in Racconti con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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