Forma e Sostanza /appunti


E’ interessante notare come, ad una prima impressione, nelle discussioni tra “tradizionalisti” e “progressisti”, soprattutto in ambito liturgico, sembra che i primi siano più astratti, mentre i primi più concreti, mentre è vero esattamente il contrario.
Chi, infatti, non riduce il simbolo ad allegoria, ma comprende come esso è strettamente legato al reale, alla carne ed alla materia, in nessun modo può essere “astratto”: se si afferma che è differente pregare in ginocchio dal pregare in piedi, è perché si dà un valore al corpo e alla sua posizione, che partecipa alla preghiera nella sua totalità.
Quando, invece, si afferma che è irrilevante come si preghi, cosa si fa mentre si prega, quali formule o riti si usano, non solo si dimostra di essere delle capre per quanto riguarda la comprensione della psicologia e della cultura umana, ma pone molto in alto il pensiero rispetto alla carne, le idee rispetto alle cose, lo spirito rispetto al sangue, l’idea della gioia rispetto al vino. Così la fede diventa una cosa astratta, un raccoglitore di valori, di pensieri, e trova forti ostacoli nel contare realmente qualcosa, nel farsi carne e quindi nel farsi realmente fede.
Come, e lo sappiamo benissimo, nel modo di fare dei tradizionalismi c’è la tentazione al formalismo ed alla rimozione del significato di ciò che si fa, diciamo alla perdita della memoria che trasforma in ripetizione meccanica quella che dovrebbe essere invece compartecipazione di tutto l’essere nella ricezione dell’amore divino, nel modo di fare opposto, quello cioè che privilegia le idee e i pensieri, c’è il rischio che queste cose rimangano pensieri, che si fermino alla superficie, che entrino a far parte del bagaglio culturale senza trasformare la vita.
Ma è inutile inginocchiarsi senza sapere perché lo si fa, come è inutile pensare all’amore di Dio se non si cade in ginocchio e in lacrime.La natura stessa del mondo, la natura stessa della mente umana richiede che le idee si facciano carne, che il pensiero permei la materia e che i due piani non si separino: quando pensiamo al pane ne sentiamo il sapore, quando lo abbiamo tra le mani esso acquisisce un significato simbolico potente, perché è il frutto del nostro lavoro e la materializzazione della nostra fatica. Così, mentre chi ricorda e mantiene la forma dimenticando la sostanza è come chi mangia un pane che non sa di niente perché non è costato alcuna fatica, chi parla della sostanza e disprezza la forma è come chi fatica per produrre la sua pagnotta, per poi gettarla a marcire.

Se poi si pensa a ciò che avviene durante la consacrazione eucaristica, è chiaro come il Signore abbia voluto perpetuare il suo sacrificio nella vera e concreta (eppure così carica di significato) forma del pane, riempiendola con la vera e concreta presenza del Suo corpo.

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Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 26 ottobre 2013, in Riflessioni con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Tutto ciò è molto buono!

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