Scherma


A volte è difficile comprendere quanto una cosa sia stata importante senza allontanarsene, senza guardarla dall’esterno.

 

Mi è successo questo, oggi. Dopo qualche mese di latitanza ho rimesso piede al palascherma prima di tutto per salutare le persone che mi avevano accompagnato negli ultimi 6-7 anni, quindi per comunicare il mio abbandono, forzato per i ritmi della vita universitaria, per gli altri impegni con cui ho a che fare e anche per la questione economica che ha anch’essa il suo peso.

Potrei dire che mi sono tornate in mente un sacco di cose, mentre mi dirigevo lì, ma in realtà l’unica cosa che mi è davvero tornata alla mente, anzi, che si è fatta reale proprio come quando ci andavo per allenarmi era quella sensazione terribile di tedio che provavo ogni volta che mi trovavo a circa 150 metri dall’edificio, legata all’ancestrale disprezzo per tutto ciò che abbia a che fare con gli spogliatoi e con il mettersi una tuta, forse quella stessa forza che spesso mi spingeva a dare priorità ad altro, nei tempi passati.

Anche dopo essere entrato, ci ho messo un po’ a capire cosa stava succedendo. Ho iniziato salutando l’armiere, Bruno, poi sono andato da Danilo, poi c’era pure Riccardo, il presidente e Margherita, a cui dovevo chiedere chiarimenti circa l’attrezzatura (non riuscirò mai a ricordare quali parti della tuta avessi effettivamente acquistato e quanti fossero semplicemente affittati dalla Società, e ancora devo scoprirlo: mi faranno sapere per telefono). Noto però una cosa strana: sono tutti contenti di vedermi, mi accolgono con stupore, allegria, gioia. E io? Io cosa provavo?
Certo, anche io ero contento di rivedere certe facce, volti che avevo visto quasi quotidianamente per anni, ma che ormai appartenevano ad un mondo di cui io non potevo più far parte. Per lo meno, non potrò più farne parte per un pezzo: se anche volessi andare lì a tirare di spada per un paio d’ore non potrei, dato che assicurazione e iscrizione non mi coprirebbero, e fare qualche visita (cosa che comunque farò) non mi permetterà di far di nuovo parte di quel mondo.

Eppure erano felici di vedermi, anche se non c’era più un’iscrizione a vincolarci, non più un rapporto maestro-allievo formale, niente di tutto questo.

Rendendomi conto di ciò, e del fatto che anche io ero felice di rivedere loro e anche quell’edificio, quella palestra, quelle pedane, tutte quelle spade e quei fioretti lasciati qua e là da ragazzini impegnati ad allenarsi, capii perché la scherma aveva lasciato un segno, mentre molte altre cose se ne erano andate per sempre lasciando a mala pena qualche ricordo. Così era stato per il calcio, per il nuoto, per il canottaggio, forse pure per qualcos’altro che ho del tutto rimosso. Esperienze insignificanti, vuote, del tutto infruttuose, e non mi vergogno di dirlo perché è così.

 

Iniziai con la scherma molto tardi: avevo ormai 12 anni, più o meno, sinceramente non ricordo benissimo. Quando arrivai lì, tutti i ragazzi della mia età erano molto più bravi di me, io ero un preadolescente nel periodo più buio della sua vita, un essere incompleto deciso a non accettare nulla del mondo perché a sua volta non si sentiva accettato da lui, una persona che non sapeva chi era, cosa voleva, dove andava, e cosa ci facesse in un palascherma.

Ora le cose sono cambiate, ma quello che mi ha dato la scherma non è certo quello che normalmente si cerca quando si sceglie uno sport: certo, non sono più un ragazzino goffo, scoordinato e timoroso, e questo sicuramente è vero anche grazie agli allenamenti fatti là, ma non sono mai arrivato ad essere bravo, con la spada, quanto i miei coetanei, né con i ragazzi più piccoli. C’è da capirlo: loro si allenavano seriamente, anche cinque volte alla settimana, io se mi presentavo tre volte su cinque era anche tanto, perché comunque sono sempre stato un po’ pigro e al tempo stesso pieno di cose da fare (poi non sono il tipo di persona che può darsi agli sport agonistici, io, e dallo sport non cercavo certe soddisfazioni). Eppure quando andavo lì stavo bene: sia con Imperia, che nei primi anni trascorsi lì riuscì (miracolosamente?) a raddrizzarmi come nessuno era riuscito a fare, e non potrò mai ringraziarla abbastanza per avermi accompagnato nella scoperta di un corpo che fino ad allora avevo vergognosamente trascurato; sia mentre, con estrema calma e lentezza, mi avvicinavo ai misteri delle armi, quindi alla pratica di uno sport davvero meraviglioso da tutti i punti di vista.
Ovviamente (e chi mi conosce avrà già avvicinato) ci misi parecchio ad integrarmi in mezzo a quella gente, a stringere amicizie e anche solo a parlare con qualcuno. Tuttavia, dopo anni di permanenza, quelle stesse persone con cui ero inizialmente legato probabilmente da un rapporto di reciproca antipatia e indifferenza erano diventate quelle persone da cui prendevo una marea di legnate, e che mi facevano sentire parte di un qualcosa nel momento in cui mi facevano pagare le mie diserzioni e la mia impreparazione. In un certo modo erano diventati amici, compagni, anche se li vedevo solo lì.
Arrivai al punto di tirare “perché sì”, perché era giusto farlo, perché era bello tenere in mano una spada e cercare di portare la punta a toccare il braccio, il busto, le gambe di qualcun altro, e magari farci qualche bravata mentre il maestro era girato dall’altra parte e non poteva vedere le lame che volavano. Mi convinsero pure a prendere parte a qualche gara, ma l’idea non mi allettava più di tanto ed i risultati mi confermavano in quell’idea.

 

Ecco, io andavo lì perché è bello farlo, perché è bello far funzionare il proprio corpo, perché è bello condividere del tempo con delle persone che si divertono ad infilzarne altre, ma anche perché i maestri avevano capito che non ci andavo con l’intenzione di impegnarmi davvero nella scherma, eppure non pretendevano che prendessi una strada che non mi interessava, che iniziassi ad allenarmi ogni giorno o che facessi le gare. Avevano capito che non sarei mai diventato un campione e chissà che, eppure non smisero mai di starmi dietro, di spingermi ad ottenere qualcosa da quegli allenamenti, di aiutarmi a crescere come volevo io, consapevoli, probabilmente, che la mia strada mi avrebbe condotto lontano dalle spade.

 

Il mondo della scherma è un mondo che mi ha accompagnato nella mia strada per diventare un uomo, mi ha accompagnato in quelli che sono stati probabilmente i momenti più difficili, e legati a quelle stanze, a quelle persone e a quei gesti ci sono migliaia di ricordi, ma anche di fantasie, di pensieri, di riflessioni, persino di frustrazioni e di sofferenze, che spesso prendevo fuori per farle sparire tra una stoccata e l’altra. Mi ha accompagnato e mi ha reso migliore di quello che sarei stato se non avessi mai tenuto una spada in pugno e un casco in testa, e forse questo è stato possibile proprio perché quel mondo funziona più come una famiglia che come una società, perché c’è posto per chi vuole fare del suo meglio per vincere delle gare ma anche per chi vuole passare un paio di pomeriggi alla settimana a perdere su una pedana. Poi si cresce comunque tutti insieme.

 

Ecco: posso capire quello che provavano quelle persone nel rivedermi, perché penso che sia lo stesso che provavo io nel rivedere lì un ragazzino, che era stato lupetto durante il mio primo anno di servizio e che aveva ormai abbandonato lo scautismo. Ero contento di vederlo, perché vedevo che stava crescendo bene e che non perdeva il suo tempo, ed anche che era in ottime mani, anche se su una strada diversa da quella che ci eravamo immaginati quando l’avevamo accompagnato nella sua salita al riparto. Poi perché era lui, una persona per cui avevo lavorato e mi ero impegnato, e che ha uno spazio nella mia mente e nel mio cuore.
Li capisco perché sono educatore anch’io, e anch’io mi ritrovo a lavorare su un prodotto che non potrò mai vedere finito e che non mi apparterrà mai, e che pure è la cosa più meravigliosa che Dio abbia creato: la persona umana. E se un educatore è felice nel vedere che un suo ex-allievo è cresciuto bene, l’ex allievo è felice perché sa che non sarebbe cresciuto altrettanto bene senza quell’educatore, e poche cose sono belle quanto la gratitudine.

 

Ma ormai ho scritto abbastanza: forse avrei potuto esaurire tutto ciò scrivendo che non mi aspettavo di provare una tale nostalgia nello smettere di andare a tirare, ma come al solito sono prolisso. Permettetemi pure di essere banale.

Ebbene… Io non faccio più parte del mondo della scherma, ma quel mondo fa ormai parte di me, ed è bello averlo scoperto.

 

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 31 ottobre 2013, in Divagazioni emotive con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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