In Memoria di Babbo Natale


In Memoria di Babbo Natale

“La verità vi farà liberi”. Ecco, sì, liberi.

Forse è pensando a questo che mi sono convinto a farlo.

Perché in fondo la libertà non c’entra nulla con quello che è stato spacciato come tale negli ultimi secoli.

No. Il ribelle non è libero, anzi, è il meno libero tra i cittadini, perché in fondo è adolescente, dipende più di chiunque altro dal proprio “padre” ed è per questo che lo nega e lo combatte.

L’adolescente, infatti, la verità non la conosce, non più del bambino. Se quest’ultimo ama il padre vedendoci solo l’eroe, l’altro lo odia, vedendoci solo il traditore.

La verità è che il padre è sempre lo stesso: è semplicemente una persona. Non può dire di conoscerlo, dunque, chi non ha visto le sue brutture, come anche chi ne ha dimenticato la bellezza.

Essere liberi è essere adulti. Essere adulti è amare intimamente i propri genitori, vedendoli come semplici persone, sapendo di essere come loro, apprezzandone la bellezza senza l’ingenuità di chi è ignaro della bruttura. Essere adulti è aver perdonato i propri genitori.

(Babbo Natale è morto, capitolo 18: Scelte)

Cambiare pelle è dura, questo disse Kaa, il pitone delle rocce, a Mowgli il ranocchio che scopriva con dolore che “l’uomo torna all’uomo”, e che non c’è niente che possa evitarlo.

Non sempre è dura perché si è troppo affezionati alla propria condizione, o meglio: non sempre si è affezionati positivamente alla propria condizione. A volte si tratta di nostalgia, altre di vittimismo, o persino disperazione. Ci si può convincere che le cose non cambieranno mai, e che tutto sarà sempre così, senza un senso e senza una direzione.

Ma non divaghiamo.

“Babbo Natale è morto”, questa breve ed enigmatica frase mi accompagna ormai da un anno e mezzo e forse anche più: è il titolo di un libro che ho finito di scrivere nella vigilia di Pasqua di quest’anno, un libro che parla di un bambino costretto ad abbandonare il suo mondo meraviglioso e sensato per entrare in quello dell’adolescenza, in cui i punti di riferimento sono avvolti da una nebbia folta ed in cui non si sa mai dove andare. Eppure non è solo questo.

Come dicevo, cambiare pelle è dura: a volte per farlo tocca scriverci un libro. Ebbene, “Babbo Natale è morto” è la mia vecchia pelle, un insieme di idee, immagini e sentimenti che ho dovuto trasfigurare dando vita a personaggi e storie, per poter finalmente depositare quella pesante pelle a terra, per potermi liberare di un involucro fatto di incubi e angosce, e soprattutto di superstizioni.

Ho dovuto parlare di un bambino per abbandonare l’adolescenza, ho potuto perdonare i miei genitori accusando due genitori inventati, ho potuto scoprire che il mondo è bello e che, nonostante tutto, si può essere felici facendolo dire al più infelice degli uomini.

Me ne sono reso conto mentre lo correggevo: scrivendolo non capivo perché mi fossero venute in mente quelle scene, o almeno non del tutto. Ora, rileggendolo, si faceva pian piano sempre più profonda la consapevolezza di avere a che fare con le mie domande più sincere e terribili, domande che forse non hanno ancora tutte una risposta, ma che non fanno più così paura.

“Babbo Natale è morto” è una storia che parla soprattutto dell’infanzia, un’infanzia sottratta, frodata, un’infanzia che non tornerà più e che quindi si trasforma in lutto. Io volevo parlare di bambini perché, come chiunque legga questo blog sa, i bambini mi affascinano terribilmente, volevo parlare di bambini perché avevo in mente di spiegare al mondo quali fossero i desideri dei bambini, quali le loro aspirazioni, quali le ferite che sono costretti a subire a causa di un mondo e di una società che li disprezza e li umilia. Ora so che parlavo di bambini perché tenevo imprigionato il bambino con il mio stesso nome, gli avevo vietato di crescere e lo avevo costretto a non provare quelle emozioni che poi scaturirono naturalmente dal libro. L’avevo costretto a non illudersi di poter vivere in una famiglia fondata sull’amore, a non illudersi di poter amare qualcuno senza secondi fini, a non illudersi di poter lavorare per qualcosa che non fosse il denaro. Attenzione, non dico che io pensassi o dicessi certe assurdità: semplicemente le sentivo, e mentre magari sostenevo (perché altri me l’avevano insegnato) che occorre amare persino i nemici perché questo rende felici, mi ritrovavo a simulare innamoramenti per non sentirmi diverso, inadeguato, sbagliato. Mentre io volevo tutt’altro, e mentre parte di me sapeva di voler trattare certe persone come amiche, e che non sarebbe mai riuscito a vederle diversamente. Quegli innamoramenti non erano motivati dall’amore nei confronti dell’altra persona, ma dal bisogno di giustificarsi, di dimostrare al mondo che non mi mancava niente, che anche io “potevo”. Nel momento in cui, poi, il tentativo falliva (o quando mi spaventavo per la troppa prossimità a qualcosa che non volevo assolutamente perché non ero pronto e perché avrebbe messo i bastoni tra le ruote ai miei piani di conquista solitaria del mondo) si faceva strada il disprezzo, venivano fuori tutti quei difetti consapevolmente occultati, l’amata diventava un mostro da cancellare, qualcuno che ti aveva fatto del male e che non meritava più nemmeno un saluto. Poi però è sempre arrivato il perdono, sia per l’eventuale rifiuto altrui sia per la propria coglionaggine, e ho iniziato ad amare veramente quelle persone (chi più chi meno) scoprendo che il loro posto nella mia vita sarebbe stato comunque importante, e che ero felice di vederle in quello che, se proprio non era il posto giusto (chi può saperlo, d’altronde?), era un posto migliore rispetto alla prospettiva di ritrovarsi a fianco di uno che aveva ancora bisogno di fare tanta strada da solo e, soprattutto, di scoprire cosa significasse amare una persona.

Il fatto è che dovevo ancora ricostruire i frammenti della mia identità, e finché non si è fatto questo la possibilità di costruire qualsiasi altra cosa è sostanzialmente irrealistica: dovevo capire chi fosse mio padre, perché lo avessi cancellato dalla mia sfera emotiva e affettiva, perché avessi rimosso tutti i ricordi felici che avevo avuto con lui. E dovevo capire quale fosse la natura del mio legame con mia madre ed il motivo per cui le sue parole, la sua approvazione ed il suo umore erano così importanti e “pesanti”, ma soprattutto dovevo ancora capire che non ero destinato a compiere i loro stessi errori. Paradossalmente, per tutta la mia adolescenza sono stato ansioso di essere padre, volevo a tutti i costi avere un figlio (ed è una fortuna che io non sia grado di farne da solo), qualcuno che mi vedesse come il padre che desideravo avere, che invidiavo agli altri mentre disprezzavo il mio perdendomi l’occasione di goderne la presenza. Questo andava a corrompere anche la mia visione della donna, che senz’altro era uno strumento, oltre che di approvazione sociale, per ottenere proprio questo. Un riscatto, forse, una sorta di vendetta. Poi qualcuno ha avuto la bella idea di affidarmi dei bambini, e scoprii di essere pronto al massimo a farmi “fratello maggiore”, scoprii che adoravo lavorare coi bambini non perché mi permetteva di dar loro quello che io non avevo avuto, ma perché era un modo di condividere gioie e dolori di esseri a me molto simili, simili soprattutto a quella persona a cui non permettevo di uscire dal bozzolo, dalla prigione, dalla pelle secca. La mia mente partorì quindi Tommaso, un po’ come Geppetto fece con Pinocchio, ed il mio desiderio fu non solo appagato, ma soprattutto rivelato: avevo bisogno soltanto di manifestare la mia sofferenza, di assegnare colpe, di condannare. E poi di perdonare.

Ora non ho più queste idee folli in testa, nonostante sia convinto che crescere un figlio potrebbe essere la gioia più grande della mia vita ed uno dei modi più alti di servire il Signore. Ma prima devo scoprire qual è la mia strada, che potrebbe benissimo non comportare la comparsa di figli. E comunque prima dovrò incontrare una persona con cui unirmi formando una famiglia nuova, che non sarà una famiglia perfetta, ma almeno una famiglia fondata su una promessa e un impegno: vale a dire trovare una persona da amare fino al martirio, cui essere fedele in eterno ed a cui chiedere “soltanto” di essere una cosa sola con me.

Fino ad un paio di generazioni fa questa visione della famiglia poteva sembrare obsoleta, irrealistica, folle. Ma i bambini che nascono in famiglie diverse da questa soffrono e fanno fatica a crescere. Chi ce la fa preferisce la solitudine e la sterilità ad una fertilità distorta, perché non può sopportare di immaginare i propri figli in quel posto da cui è uscito con tanta difficoltà. Non si tratta della “famiglia tradizionale” ma della nuova famiglia redenta in Cristo, fondata non sul debole e provvisorio sentimento dell’innamoramento ma sull’Amore, ossia la ferma volontà di affidarsi eternamente all’altro e di formare in due una sola carne e il tempio del Dio vivente. Fondata sull’amore e sul perdono.

Ma serve a poco parlare a lungo di questo: di fatto queste cose si fanno in due, e anche quella volontà non può certo essere di uno solo. Poi non è proprio di questo che volevo parlare.

“Babbo Natale è morto” mi è servito ad abbandonare l’adolescenza, e di fatto dopo averlo scritto sono successe molte cose strane: ho iniziato a ricordare, spesso e ripetutamente, momenti di un’infanzia che credevo perduta, ho ricominciato a volere quello che volevo quando ero un bambino, ho ricominciato a meravigliarmi per la bellezza delle cose e delle persone che avevo intorno, ho ricominciato a fidarmi delle persone. Ho scoperto che niente ha senso sotto il sole, ma ogni cosa ha senso sopra di esso, ho scoperto che la famiglia diventa un bel posto se si servono le persone che ci vivono, se si fanno buone azioni, se si aiuta a fare la spesa o a sparecchiare la tavola. Ho scoperto che avevo tanta voglia di sapere cosa ci fosse di bello nel mondo, tanta voglia di diventare una persona vera, proprio come gli adulti che stimavo. Ho scoperto che amare significa guardare una persona negli occhi e tenderle la mano, sopportarla quando è di cattivo umore, confortarla quando è triste, essere felice con lei quando è felice. Amare è stimare le persone per ciò che di buono c’è in loro, compiacersene, rifiutare ogni forma di invidia e di gelosia. Capire di non essere altro che un servo inutile, e che alla fine al massimo avrò fatto quanto dovevo fare, e per questo avrò la mia paga. Ho scoperto che la gioia è sapere di non meritare niente, eppure vedersi regalata la vita. Ho scoperto che non ci si deve vergognare a farsi portare per mano da un’altra persona.

Diventare adulti è svegliarsi da un letargo. Qualcuno direbbe che è “tornare bambini”, ma questo è errato. Si diventa adulti quando il bambino, che ha sempre saputo cosa voleva, invece di fare il muso lungo e piagnucolare perché non potrà mai averlo solleva lo sguardo e col sorriso sulle labbra dice: “ce la farò”.

E ce la farò, con il Tuo aiuto.

Scrivendo (e correggendo) questo libro ho potuto scoprire tutto questo, ora riuscire a pubblicarlo e a farlo leggere è sicuramente secondario, perché il suo scopo (inconsapevole) era chiaramente un altro. Se voleste leggerlo, però, potete tranquillamente chiedere, la versione definitiva però sarà pronta solo tra un po’ (e magari un giorno lo troverete in libreria, ma chissà)

Babbo Natale è morto, ma per fortuna non abbiamo bisogno dei suoi regali: siamo stati adottati dal Re dell’Universo, e quest’immensa Vita è la sua eredità. Il resto è vanità e occupazione senza senso.

(vi sarò probabilmente sembrato presuntuoso, scrivendo tutto questo. Ebbene lo sono e lo sono sempre stato, ma non ho peccato di superbia con queste parole. D’altronde, niente di tutto questo è merito mio, e so che sarà difficile mantenermi fedele alla mia identità ritrovata, e che questa non sarà mai definitiva. Aver abbandonato l’adolescenza significa aver scoperto una strada dove prima pareva che non ci fosse nulla, ma i bivi sono innumerevoli e la destinazione una sola. Finalmente ho scoperto il gusto di scegliere, ma quante volte ancora dovrò farlo!)

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 23 novembre 2013, in Babbo Natale è morto, Divagazioni emotive, Riflessioni con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti.

  1. a quando la pubblicazione Michele?

    • Magari ci fosse una data… Sono al secondo turno dell’editing, entro qualche mese spero ci sia la versione da mandare alle case editrici, poi bisognerà vedere se qualcuno vorrà pubblicarlo.

  2. Citando Bersani (Samuele, chiaramente…) “…vivere in emergenza, anestetizza l’anima, e toglie il senso del pericolo mortale…” e leggendo le tue righe, è come se avessi avuto la sensazione che tu, sei riuscito ora a premere quel bottone che spegne l’allarme e ci fa vedere la realtà con occhi nuovi. Grazie Mik, non vedo l’ora di leggerlo.

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