Contro gli altruisti


Contro gli altruisti

o, almeno, i sedicenti tali

Stasera me stanne sul cazzo gli altruisti. Non gli altruisti in genere, per carità, non chi si impegna per fare del bene agli altri.

Parlo di quella categoria, molto diffusa in ambiente adolescenziale o di adulto-adolescenti, che si autoconvince di essere proprio gentile e generosa, fino a far proprio il celebre motto: “è ora di finirla a pensare sempre agli altri!”

La storia può essere lunga: si inizia da ragazzini, si cerca di attirare l’attenzione facendo un favore a questo, un favore a quell’altro, e poi arriva il momento di essere ringraziati o ricambiati.

Puntualmente, questo non succede.

Da lì parte una serie di reazioni isteriche e irrazionali, che dipingeranno il mondo con tinte fosche e drammatiche: da una parte c’è il povero altruista sempre attento ai bisogni di tutti, brutalmente dimenticato al momento del bisogno (o del compenso), dall’altra un mondo di egoisti che si approfittano dell’altruista, in mezzo c’è l’amico stronzo, imbarazzato e un po’ imbecille che rinforza questo comportamento scellerato. “Ma lo sai quanto vali, lo sai quello che fai, sono loro che non capiscono, che non sanno vedere…” e bla bla bla, insomma: chiacchiere di convenienza, la maggior parte delle volte puttanate pazzesche che culminano in “sì, devi pensare di più a te stesso ed essere un po’ più egoista perché sennò vai a finì male.”

Ragazzi ma che stamo addì, si dà il caso che questo curioso esemplare di “altruista” emerito, non sia altro che un edonista perpetuo, altrettanto egoista dei suoi ingrati “aguzzini”, un essere che si atteggia a latore delle più grandi virtù per ottenerne un appagamento di un qualche tipo, molto spesso affettivo ma a volte anche un po’ più “materiale”.

Il problema è che si è persa del tutto la bussola: l’altruismo non può trovare una finalità nell’appagamento, nel ringraziamento, nella lode o nel riconoscimento sociale. Una persona che voglia fare del bene agli altri, non può incatenarsi a tali volgari compensi, perché il compenso diventa più importante del bene, ed il bene un semplice mezzo per arrivare al compenso. E allora non sei un altruista, non fai del bene agli altri: sei un parassita che si approfitta del disagio altrui per colmare le sue lacune affettive.

Quando poi si scopre che il buono, ma soprattutto il giusto, portano a compensi fatti di sputi, insulti e percosse, ecco che il carattere egoistico di questo “altruismo” si palesa in dichiarazioni sconcertanti: “Da oggi penserò solo a me stesso”, ma dicendo così dimostri di aver SEMPRE pensato solo a te stesso, perché se te la sei presa è perché ti aspettavi un compenso diverso, oppure perché il tuo tentativo di aiutare è miseramente fallito e hai fatto peggio, ma in questo secondo caso si tratta di un riconoscimento di impotenza e, finalmente, di resa, cose di cui non penso ci sia bisogno di parlare.

Il fatto è che se si vuole fare il buono, il giusto o pure il bello, la finalità deve essere nel buono, nel giusto e nel bello in essi stessi. Non nei sorrisi che si ricevono, non nelle parole di ringraziamento, non nei certificati delle istituzioni. Il vero “altruista” è colui che riconosce il valore delle persone che ha intorno, ed agisce nei loro confronti secondo giustizia, ed è felice di farlo perché farlo è giusto e dà un senso all’agire quotidiano ed alla condizione esistenziale di chi lo fa.

Si può inoltre dire che tale giustizia corrisponde, se è vera giustizia, al progetto che Dio ha per la singola persona che la mette in atto (ovviamente nel più ampio ambito della carità), e che è quindi fonte di gioia farsi come Dio intendeva che fossimo.

Leviamoci dalla testa certe lagne, dunque: se si è pieni di rabbia per il mancato riconoscimento, è opportuno realizzare innanzi tutto di avere a che fare con uno spirito orgoglioso e superbo, volenteroso di sfruttare altre persone per la realizzazione personale. Tale spirito va preso a frustate, almeno finché non riuscirà a gioire nella gioia altrui senza che gli venga consegnato un attestato di lode.

E ora, una citazione (quasi) a caso:

Non c’è forse sentimento al mondo, nemmeno l’avidità del guadagno, che sia tanto contrario all’ingenuità del poeta, quanto questa gola di gloriola, che si risolve in un desiderio di sopraffazione! Quanto sei preso da questo morbo, tu (ma tu non c’entri, allora), io, non cerco il poetico, il buono e il bello, ma il sonante e l’abbagliante. Oh! non cerco allora i lapilli, i nicchi, i fiori per la mia via, ma veglio inquieto spiando i quaderni altrui, magari leggendo di sulle spalle dello scrittore ciò che egli scrive. Allora io smetto il mio verso, e mi metto a far quello d’altri: come un merlo noioso che canta, in questo mentre, non le sue arie mattinali di bosco, ma la ritirata: perché, se non per voglia di gloriola, nel suo padrone e forse in lui? O merlo dal becco giallo, tu hai voluto esser troppo furbo! Come puoi credere che il tuo “Io ti vedo!” che risonava tra il cader della guazza, sia peggio di codesto insopportabile “Ritirati cappellon!”?
Ma è pur vero che “merlo” vuol dire sì furbo e sì il contrario! O anche, insistiamo troppo su un nostro verso o motivo o vezzo o genere, che sia una volta piaciuto; e riusciamo stucchevoli; non basta; diventiamo falsi. Imitiamo da noi medesimi, col vetro d’un bicchiere, il diamante puro che una volta trovammo. E sempre, pensando o scrivendo, siamo distratti dalla preoccupazione dell’effetto: che ne diranno? Vincerò, con questo, il tale o il tal altro? E la tua grazia, che non è grazia se non è spontanea, si perde per sempre. Tu non vedi più giusto e limpido; anzi non guardi più; seppure, ciò che sarebbe peggio, non guardi, come ho detto, negli altri, e non baratti le vesti e magari l’anima con altri, che tu veda o creda più pregiati di te!”

Annunci

Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 10 gennaio 2014, in Riflessioni con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: