Il re sulle nuvole – capitolo II


II

Il deserto bianco

Il sole splendeva alto sulle loro teste, molto più grande e caldo di prima, eppure il cielo aveva perso il suo colore azzurro e l’astro sembrava galleggiare in un mare violaceo del tutto privo di nuvole.

Matteo e Artù si guardavano intorno meravigliati: davanti a loro, solo sabbia bianca; dietro di loro, altra sabbia bianca; alla loro destra sabbia bianca; a sinistra… bianco.

“Ho paura che abbiamo sbagliato strada, il sole sta ancora lassù.”

“Non lo so, fratellino. Qualcosa mi dice che siamo molto lontani da casa, adesso. Non ho mai visto un posto simile prima d’ora.”

Matteo guardò il suo cane con gli occhi e la bocca spalancati.

“A-Artù…”

“Che c’è? Perché mi guardi come se avessi visto un cane fantasma?”

“No no, a mala pena ti vedo, qui è tutto bianco…”

“Vorrà dire che il mostro del cimitero farà più difficoltà a vedermi, fratellino. Vedi? Non hai più nulla da temere, posso pure camminare come voglio.”

“Ma Artù… tu parli!”

“Parlo? Certo che parlo! Sei tu che di solito fai finta di non sentirmi.”

La voce profonda del pastore maremmano era del tutto nuova alle orecchie del ragazzo, eppure in breve tempo si convinse di averla sempre sentita, come un lieve sussurro di cui non si era mai accorto, ma che era stato sempre presente in qualche angolo della sua mente. Guardando il suo cane, Matteo si accorse anche che in realtà la pelliccia era molto più candida della sabbia, e che gli occhi scuri scintillavano di una luce nuova. Quello sguardo fiero andava ad incrociare in pieno il suo, e quando il bambino si avvicinò per coccolarlo e grattargli dietro le orecchie come faceva sempre, percepì qualcosa di diverso anche al tatto: il pelo era più soffice.

“Sono contento di sentirti parlare – disse, mentre l’animale manifestava la sua approvazione socchiudendo gli occhi e strofinando la testa sul fianco dell’amico – almeno tu potrai dirmi qualcosa di interessante, da quando papà non c’è più…”

Sentì l’istinto di guardarsi intorno, e per la prima volta si rese conto di quanto fosse sconfinata quella distesa di sabbia.

Era piatta, completamente piatta, e continuava per chilometri e chilometri senza un’increspatura, curvandosi un poco soltanto all’orizzonte. Il ragazzo immaginava di essere in un deserto, ma allora perché non c’erano cactus? E cammelli? E dune? Le oasi, poi? Sentiva già una gran sete.

“Fa caldissimo qui, Artù, eppure sento tanto freddo nel petto.”

“Freddo? Che genere di freddo, fratellino?”

“Sento freddo… Come se avessi un buco da cui esce fuori tutto il calore, e poi voglio stringere qualcosa con le braccia, più o meno così.”

Gettò le braccia attorno al collo del suo cane e lo strinse forte, aggrappandosi con le piccole mani alla bianca pelliccia. Spinse il volto su quella morbida coperta e chiuse gli occhi. Poi Artù sentì che piangeva e singhiozzava.

“A volte ci si sente così, quando si è soli, quando tutto attorno a noi non c’è nient’altro che inutile sabbia, e nemmeno il sole riesce a scaldare il nostro cuore.”

“Ma io non sono solo… Tu sei con me, come sempre.”

“Certo, ma tu non sei venuto fino a qui per parlare con me. Tu sei qui per incontrare qualcuno, ed io sono al tuo fianco perché quel qualcuno mi ha ordinato di proteggerti da ogni pericolo, quando ancora ero un cucciolo e non sapevo che avrei fatto in tempo ad invecchiare prima di vederti grande e forte.”

“Papà…”

“Speravi di vederlo subito, ma qui non c’è nessuno, per questo sei deluso e ti senti triste, e la mia pelliccia non basta ad accontentarti.”

“Secondo te non lo vedrò mai più?”

Il cane sbuffò.

“Dov’è finito il tuo coraggio? Sei caduto cento volte, prima di riuscire ad arrampicarti su quel davanzale, e ti sei sempre rialzato. Adesso ti arrendi solo per un deserto? Sali in groppa al tuo cavallo, cavaliere! Ci vuole ben altro per fermarci! Toglimi questo scomodissimo zaino di dosso, però.”

Matteo si affrettò a slacciare lo zainetto, che si caricò in spalla. Restò un attimo in silenzio finché le lacrime non evaporarono e tornò a sentire che la pelle della sua faccia si rinsecchiva per la temperatura, poi timidamente domandò.

“Quindi mi porterai? Posso cavalcarti?”

“Sì, fratellino, perché se procedessimo al tuo passo questo deserto ci farebbe morire di sete, o rinsecchiti.”

“Oh… grazie.” Il bimbo si morse le labbra, non si aspettava di sentirsi dire una cosa così cattiva dal suo migliore amico. Artù capì e gli balzò addosso, facendolo cadere a terra. Prese a leccargli la faccia e continuò finché il suo padroncino non fu costretto a sorridere e ad implorarlo di smettere.

“Pensi che esistano bambini capaci di correre veloci quanto me? Non devi offenderti per così poco. Preferivi una bugia?”

“Matteo scosse il piano, si tirò in piedi e si scrollò di dosso la sabbia che era rimasta sui suoi vestiti. Poi, con il più fiero dei suoi sguardi, sentenziò.

“Non mi accontenterò mai di una bugia, mai finché il sole non sarà sotto di noi. Voglio la verità, tutta la verità, non mi accontento di niente di meno.”

“Così sia allora! Salimi in groppa, fratellino.”

Partirono al trotto e Matteo sentì che la delusione di poco prima lo abbandonava mentre il vento gli smuoveva i capelli e quell’immensa distesa di sabbia bianca scorreva veloce sotto i suoi occhi.

Se ne stava ben comodo sul suo destriero, eppure quell’aria calda e secca lo opprimeva sempre di più, e sentiva la stanchezza farsi sempre più forte, e la sete, ed il sudore che gocciolava giù per la fronte e arrivava a bruciargli negli occhi, oppure gocciolava giù dal naso e dal mento, e già si sentiva tutto zuppo e sudicio. Continuarono a correre per bel po’, senza che nemmeno un piccolo cactus comparisse all’orizzonte.

Il sole restava sempre lassù, in alto, immerso in quel cielo viola.

“Artù – ansimò il bambino – ma tu non sei stanco di correre? Io non ce la faccio più.”

“Certo, Matteo, ma non posso fermarmi. Se non troviamo una fonte, oppure qualcuno che ci dia da bere… moriremo.”

“Moriremo?”

“Sì.”

“E poi?”

Il cane tirò dentro la lingua che da un pezzo pendeva dalla sua mascella e chiuse la bocca di scatto.

“E poi qualcuno si mangerà queste belle mani che sento aggrappate alla mia pelliccia, ed il tuo bel faccino, e non potrò mai più sentire la tua voce.”

Il ragazzo scivolò in avanti, ed appoggiò la testa molto vicino ad un orecchio di Artù.

“Ma qui non c’è nessuno – sussurrò – non dobbiamo avere paura. Nessuno vuole mangiarci.”

“No, nessuno – sbuffò il cane – ma abbiamo bisogno di bere.”

Mentre i due dialogavano, Artù vide per la prima volta qualche cosa in lontananza, un puntino scuro che si muoveva nella direzione opposta alla sua, per poi sparire alle sue spalle. D’apprima non ci fece molto caso, ma poi lo vide di nuovo, ed era più vicino.

Continuò a correre, ed un’altra volta comparve il puntino scuro, ancora più vicino, che sembrava alto quanto un uomo adulto e camminava lentamente, senza fare caso ai due.

“Matteo, l’hai visto quello?”

“Cosa?”

“Là, c’è un uomo che cammina verso il luogo da cui veniamo noi.”

“Sì, ma l’hai superato, ora è lontano e non si vede più.”

“Guarda avanti, ce n’è un altro, e stavolta è più vicino. O forse è sempre lui, ma non può essere…”

“Eh no, se prima l’abbiamo superato adesso non può starci davanti.”

“Che vuoi fare, fratellino?”

“In che senso?”

“Vuoi parlarci?”

“Non lo so. Decidi tu.”

“Ma sei tu il padrone qui, io sono solo un cane.”

“Sì ma…”

Matteo non poté concludere la frase, perché Artù si era fermato di botto, ed il ragazzino era rimasto con la bocca spalancata a fissare quell’uomo alto che stava in piedi davanti a lui con una mano aperta e distesa come quella di un vigile che impone di fermarsi. Era tutto ricoperto di pesanti vesti di lana scura, più o meno dello stesso colore violaceo del cielo, forse un po’ più tendente al blu. Il volto era coperto da stoffe che non lasciavano intravedere nemmeno un lembo di pelle, a parte ovviamente quello immediatamente circostante gli occhi.

“Dove credete di andare?”

Il tono arrogante di quella voce fece subito irritare Matteo, che non volle perdere tempo in chiacchiere.

“Ce ne andiamo dove ci pare, che t’importa?”

“Certamente – replicò l’uomo, quasi gridando – un moccioso a cavallo di un bastardo, che se ne va in giro da solo per il deserto, crede di poter andare dove gli pare. A me sembra che tu non stia andando da nessuna parte.”

“Ti sbagli! – gridò il bambino verso quell’essere antipatico – Noi andiamo oltre il sole, c’è una persona che mi aspetta lì. E non provare mai più ad offendere Artù, altrimenti…”

“Altrimenti? Ti metti a piangere?”

Matteo era così arrabbiato che avrebbe davvero voluto mettersi a piangere, ma strinse i denti e riuscì a resistere.

“Altrimenti dovrai vedertela con me.”

“Oh, che paura! Un bambino matto, che crede di poter andare oltre il sole, e che si aggira per il deserto aspettando che il caldo lo sprema come un’arancia… vedersela con me! Mi fai quasi tenerezza.”

L’uomo abbassò finalmente il braccio e si voltò dall’altra parte, riprendendo la sua marcia. Intanto Matteo rimaneva lì, impalato, sul suo cane, mordendosi le labbra per non mettersi a piangere.

“A-Artù, p-perché non mi hai…”

“Non me l’hai chiesto.”

“M-ma potevi dire qualcosa” Sentì le prime lacrime scorrergli giù dagli occhi. In fondo non erano molto diverse dal sudore.

“Ad esempio?”

“Che io non sono matto!” Gridò, con tutta la forza che aveva in corpo, lasciandosi cadere sul dorso dell’amico e mettendosi a piangere rumorosamente.

“Fratellino, non devi prendertela in questo modo. Quell’uomo non ti conosce.”

“Oh, sì che lo conosco.” L’uomo era di nuovo lì, ma stavolta era alle spalle del maremmano, che si girò subito. Matteo trovò il coraggio di alzare la testa.

“E allora chiedimi scusa e smettila di insultarmi. Ho cose importanti da fare.”

“Chiedere scusa? Per aver detto la verità? Tu sei matto.”

“No!”

“Pazzo.”

Il ragazzo smise di fare qualunque cosa. Prese a fissare il viandante negli occhi, con serietà. Poi parlò.

“Nessuno può chiamarmi così. Nessuno.”

“Eppure sono stati i tuoi genitori a chiamarti Matteo… il matto” L’uomo rise, e la sua voce si fece cupa.

“Non tirare in mezzo i miei genitori. Non direbbero mai una cosa del genere.”

“Se ti vedessero quassù, a cercare di andare oltre il sole! In groppa ad un cane parlante, per giunta…”

“Si dà il caso che sia stato proprio mio padre a dirmi di andarci.”

“Dimmi, allora – riprese l’uomo, ridendo – il babbo ti ha detto di passare per la luna?”

“La luna?”

“Ma come, non ti sei nemmeno chiesto in che razza di posto ti trovi? Questa è la Luna, e prima o poi i matti arrivano tutti qui.”

L’uomo non rideva più, ora guardava il ragazzino con degli occhi severi e cattivi. Forse sapeva che Matteo non sopportava quella parola, forse sapeva fin troppe cose. Ci faceva apposta, a fargli male, a farlo soffrire, il ragazzo lo sapeva bene: non era certo la prima volta che incontrava una persona così perfida e malvagia.

Il viandante indicò un punto all’orizzonte.

“Vedi quel tondo blu che sale? Quella è la Terra, là c’è casa tua.”

Effettivamente in quel momento la Terra sbucò all’orizzonte. Sembrava quasi una luna, una luna blu e un po’ più grossa del normale. Rendendosi conto di essere realmente arrivato sulla Luna, Matteo sentì una forte sensazione di meraviglia, tuttavia la rabbia era ancora lì, ed aveva bisogno di essere sfogata.

“È vero, questa è la Luna – disse – ma di certo io non sono matto, e se sono arrivato qui arriverò pure oltre il sole.”

“Ne dubito. Non c’è niente oltre il sole.”

“Non mi interessa quello che pensi tu, vattene via! Abbiamo perso troppo tempo!”

“Tempo che vi servirà giusto per soffocare nel deserto, tu e questa bestia puzzolente.”

“Adesso basta! – gridò Matteo saltando giù dalla sua cavalcatura – ti avevo detto di non farlo!”

Prese dallo zaino il bastone dell’orto, e scoprì che si era tramutato in una spada affilatissima con l’impugnatura d’oro, ma pesante come un macigno.

L’uomo si mise a ridere, di nuovo.

“Mi sfidi a duello? Ti rendi conto di ciò a cui vai incontro?”

“Non mi importa, mi hai stufato!” Tenendo la spada con entrambe le mani, Matteo cercò di menare un fendente addosso al suo nemico, che però si scansò facendolo cadere rovinosamente a terra. Quando riuscì a rialzarsi in piedi, vide che quello aveva sfoderato una lama lunghissima, che ora puntata su di lui, e si sentì tremare le gambe, e si sentì ancora più in difficoltà quando dalle stoffe che coprivano quella bocca giunse la voce.

“Pensi che sulla Luna ci impietosiamo per un bambino?”

“Non mi importa di questi discorsi!”

Sollevò con grande fatica la spada e cercò di farla ricadere su quella dell’altro duellante, ma questa si mosse veloce come un fulmine e colpì di piatto la sua mano, disarmandolo, poi andò a premere proprio sulla gola del fanciullo, che non trovò il coraggio di dire o fare nulla.

I due si guardarono per diversi secondi, che parvero interminabili, mentre Artù osservava senza commentare.

“Lo sai? Sei fortunato. Nessuno oserebbe mai versare del sangue sul Deserto Bianco, perché potrebbero succedere cose terribili, quindi potrai ancora vivere finché non ti metterai in guai ancora più grossi.”

Matteo non riuscì a dire niente, ma le sue ginocchia iniziarono a tremare così forte che cadde in ginocchio, tanta era la paura.

“Ma mi hai sfidato e devi pagare.”

L’uomo lasciò finalmente andare la spada e si avvicinò al bambino. A quel punto gli afferrò la faccia con una mano, tirandolo in piedi con violenza e stringendogli le guance fino a fargli un gran male. L’ultima cosa che il ragazzino vide fu la grossa mano destra del suo nemico alta sopra la sua testa, pronta a scendere in uno schiaffo poderoso, ma serrò gli occhi prima di sentire il colpo e…

Sentì invece un urlo di dolore, seguito da un ringhiare rabbioso. Aprì gli occhi e Artù era davanti a lui, mentre quell’essere malvagio correva via mentre una mano, lacerata dalle zanne del cane, perdeva abbondante sangue che colorava la sabbia come fa la tempera con un foglio bianco. Il maremmano si mise ad abbaiare.

“Grazie Artù.”

“Aspetta a ringraziarmi, mi sa che ti ho messo in un bel guaio.”

“Ma che dici…”

“Guarda!”

Il sangue caduto a terra iniziò a sprigionare un fumo scurissimo, che puzzava di zolfo. L’odore era così forte che Matteo si sentì bruciare il naso, e poco dopo il mondo girava velocemente attorno a lui. Si fermò solo quando il bimbo cadde disteso sulla sabbia, che iniziò a sprofondare sotto il suo peso, mentre altra sabbia si riversava sopra di lui, inghiottendolo.

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Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 5 aprile 2014, in Il re sulle nuvole con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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