La Famiglia Felice ad Assisi


La Famiglia Felice ad Assisi

ovvero

storia di un Akela che si scoprì lupetto

Il lupetto ascolta il vecchio lupo,

il lupetto non ascolta se stesso.”

Sarà un caso?

Oggi, 27 Aprile 2014, si è conclusa l’XI Rupe di Assisi, che ha radunato i vecchi lupi d’Italia nel paese del loro santo patrono; che dovevano fare questi vecchi lupi? Ascoltare, seguendo l’esempio di San Francesco che domandò al Signore: “Che vuoi che io faccia?”

In qualche modo sono riuscito anche io a mettermi in ascolto, pur avendo disobbedito a Baloo e aver lasciato che i soliti pensieri funesti occupassero la mia mente guastandomi l’umore e rendendomi tutta l’esperienza parecchio difficile. Il problema è che tali pensieri derivavano proprio dall’essere lì, e dal dover essere, tra una settimana, di nuovo in mezzo ai lupetti: fino a venerdì, giorno di inizio della Rupe, non avevo avuto modo di pormi domande sincere sulla mia capacità di essere un capobranco: non ne avevo avuto il tempo, i ritmi erano così serrati da non lasciarmi modo di pensare, di mettere in discussione non tanto il mio fare (cosa che invece faccio quotidianamente) quanto il mio essere, di dubitare della mia capacità di portare fino in fondo qualcosa che avevo accettato con esemplare imprudenza.

Ed è stato un bene che queste domande si siano sprigionate così tardi: un educatore non può permettersi di dubitare quando è in presenza dei bambini, altrimenti il suo cervello si incastra e rende il 10% di quello che potrebbe, ed i primi a pagarne il prezzo sono loro. Puoi, sì, pensare che i tuoi lupetti starebbero meglio con ben altro Akela, ma mentre li hai davanti l’Akela è uno solo, loro non ne conoscono altri.

Comunque non sono nelle condizioni di dare lezioni ad alcuno, quindi non mi dilungherò oltre, riguardo a questo.

Come dicevo, è stata una rupe difficile, perché quando si arriva al punto di non avere più dei vecchi lupi in carne ed ossa, o comunque chiaramente e univocamente identificabili, ascoltare il vecchio lupo si fa difficile, perciò si tende ad affidarsi a qualcuno che si pensa di conoscere abbastanza bene: se stessi.

Cerco dunque di ascoltare me stesso, e mi rendo conto che l’incubo non è finito: è ancora lì, un bambino che al “Lupi” non risponde “Yau”, che all’ “Issa oh” si alza solo perché si rende conto di essere rimasto l’unico ancora seduto a scrivere, che quando Akela dice che il branco si riunirà a tale ora in tale luogo non se ne accorge perché stava pensando a che attività fare la settimana successiva piuttosto che fare quello che avrebbe dovuto fare. È sconvolgente riconoscere che è proprio vero ciò che dice Sant’Agostino: i bambini vengono a ragione rimproverati quando giocano invece di studiare, mentre gli adulti si concedono senza vergogna la versione evoluta degli stessi giochi. Ancora più sconvolgente è capire che parla proprio di te, che ti lamenti perché i tuoi lupetti ancora non sanno fare un cerchio, e non rispondono bene ai richiami, e…

Andiamo avanti.

Di me stesso non c’era dunque da fidarsi, e questa non è che fosse una grande novità. Per fortuna abbiamo pregato molto, fin dal primo giorno, e la voce del Vecchio Lupo per eccellenza a cui dicevo, con le parole del salmo scelte alla partenza: “A te si stringe il mio essere, la tua destra mi sostiene” mi ha preservato dall’esagerare. Certe cose di cui divenivo, passo dopo passo, consapevole andavano infatti ad appesantirmi, ma non riuscivano ad offuscarmi del tutto la mente.

Arriviamo al secondo giorno, e si va in giro per Assisi. Sono apatico perché fisicamente stanco, anche per problemi di stomaco, inoltre i racconti sentiti da altri vecchi lupi accendono in me il pensiero di non avere abbastanza da offrire ai miei lupetti. Temevo che, con la mia sempre più certa inadeguatezza, li stessi tenendo lontani da quella bellissima cosa che è, in realtà, il lupettismo, perché di fronte a certi racconti entusiasmanti mi pareva che le mie attività fossero proprio noiose e fiacche, mentre lì c’era chi ci sapeva fare davvero. E li invidiavo, tenendolo segreto anche a me stesso, ma il mio spirito fiacco me lo dimostrava.

Mentre Akela inizia a leggere qualcosa su Francesco che viene imprigionato dal padre, mi rendo conto di avere la responsabilità di ascoltare e non perdermi in pensieri sciocchi, perché di quelle cose non ne sapevo abbastanza ed ogni parola sarebbe stata ben più preziosa delle mie preoccupazioni, quindi decido di tornare alla realtà e di abbandonare, per qualche tempo, l’ansia di non essere all’altezza de “gli altri”.

Ad un certo punto il branco stesso si divide in piccoli gruppi, ed ogni gruppo deve visitare dei luoghi della vita di San Francesco, leggere sulle fonti francescane l’episodio ad essi collegato e poi farne una rappresentazione. Io finisco nel gruppo di “frate Angelo” (il branco si era diviso in quattro, come i quattro frati sepolti assieme a Francesco) in cui c’è, soprattutto, Baloo. Questo Baloo, con il quale avevo avuto modo di parlare il giorno prima e che, evidentemente, aveva intuito qualcosa circa la mia indole, si mette a spronarmi perché partecipi attivamente alla preparazione di questa rappresentazione che dovevamo fare. Il punto è che lo fa proprio come avrei fatto io avendo a che fare con un bambino insicuro, che spesso rimane nascosto perché pensa di non essere abbastanza bravo, o peggio: teme di non essere abbastanza bravo, e per paura non fa proprio niente. A prescindere dalla corrispondenza tra quel bambino e il sottoscritto (della quale non sono affatto sicuro), in quel momento ho sentito proprio la presenza di quell’uomo come qualcosa di antico e quasi dimenticato, stando dall’altra parte: un capo che ti dice cosa fare, e che devi farlo. La cosa mi lusinga, ma mi mette di fronte ad un’ulteriore consapevolezza: se mi stavano proponendo delle attività, lo facevano perché imparassi qualcosa, perché le sfruttassi per crescere. Perciò dovevo crescere. Perciò dovevo superare i miei limiti (anche se, in quel caso, il limite principale era il bisogno di un bagno).

Arriva la sera e passo parecchio tempo a parlare con altri vecchi lupi. È ufficiale: non ce n’è uno che non sia migliore di me, e questo mi rattrista (nonostante la mia ammirazione e simpatia nei loro confronti sia più che sincera), sia perché per natura sono orgoglioso e competitivo, sia perché sono sempre più convinto di avere ben poco da offrire ai miei lupetti, mentre gli altri vecchi lupi d’Italia erano veri vecchi lupi, non capi improvvisati e maldestri come il sottoscritto.

Arrivo alla conclusione dello scontro tra il sottoscritto ed il metodo lupetti: “Padroneggio il metodo più o meno come un bambino di 8 anni padroneggia le sue dita”.

Ma ecco che arriva la domenica, e le numerose preghiere dei giorni precedenti portano i loro frutti: mi sveglio con uno spirito nuovo, quasi dimenticando il lato negativo di avere scoperto tante persone migliori di me, e realizzo di aver già imparato molto e di potermi mettere al lavoro. Mi metto il cuore in pace, e accetto la dura realtà dei fatti: sono Akela da pochi mesi, non ho alle mie spalle che un paio di anni di esperienza, se “ci sono passati tutti” (come mi è stato detto) significa che prima o poi diventerò un buon capobranco anche io.

Ripongo parecchie speranze nella visita alla Porziuncola, speranze che coltivavo in realtà da prima che iniziasse la Rupe, e che si erano riaccese con forza durante l’adorazione eucaristica del sabato.

Riuniti in branco, proviamo per l’ennesima volta questo canto, e finalmente ci viene bene:

Cuor sincer e tanto amore da donar
qualcun chiamò e noi rispondere vogliam

ma chi siamo in verità?

Siamo quelli che han fatto la scelta
di servire il Signore
aiutando i bambini a crescere

nella mente, nel corpo e nel cuor!

Una stessa legge ci unisce,

uno stesso sangue ci lega,

una famiglia felice noi siamo:

vecchi lupi d’Italia, urrà!”

Mi rimane in mente, e continuo a canticchiarla silenziosamente finché non torniamo a Santa Maria degli Angeli: in quel canto c’era la chiave di tutto, e ce l’avevo avuto sotto il naso fin dall’inizio della Rupe. Averlo in testa mi ha impedito di sentire nuovamente la pesantezza dei miei pensieri e mi ha riempito di gioia, perché quelle parole erano vere: mi rispecchiavo in quel vecchio lupo, anche se non mi sentivo pronto ad esserlo appieno, come invece altri dimostravano di fare.

Ciò che più mi piace di quel canto, è il fatto che ci ricorda qual è il nostro compito, il nostro modo di servire il Signore: “aiutare i bambini a crescere”. Quindi se uno è bambino deve crescere. Quindi non c’è niente di male nel riconoscersi in un bambino, finché si può crescere, e io posso crescere, ed è proprio quello che sto facendo. Quindi? Quindi non c’è nulla da temere, come cresco io cresceranno anche i bambini che mi sono affidati, perché il mio compito è aiutarli, dare il mio contributo, fare del mio meglio, proprio come io venivo aiutato a crescere dalle altre persone che erano lì con me. Soprattutto: questo aiutare è un servire il Signore, non una corsa ad essere il miglior Akela del mondo. Fintantoché servirò il Signore facendo del mio meglio potrò stare tranquillo, perché Lui conosce i miei limiti e non mi chiede di cose impossibili, magari nel tempo che impiegherò ad apprendere il metodo alla perfezione interverrà lui per sopperire alle mie mancanze.

Certo è che non vuole che mi metta in un angolo a non fare nulla pensando che quel poco che riesco a fare sia inutile, di certo non vuole che sprechi le mie energie per torturarmi con l’idea di non stare facendo abbastanza bene perché il mio meglio non basta.

Tuttavia, non avevo ancora “ascoltato” abbastanza: fu solo durante il capitolo delle stuoie (il momento in cui ci si riunisce tutti assieme perché ognuno possa dire la sua, nel rispetto della Legge, specialmente riguardo i frutti dell’esperienza vissuta assieme agli altri) che capii davvero qualcosa, e che quell’esperienza acquisì un senso nel mio percorso.

Ognuno può dire la sua,

nel rispetto della Legge.

Il lupetto ascolta il vecchio lupo,

il lupetto non ascolta se stesso.

Mi resi conto di essere stato davvero uno stupido a preoccuparmi in quel modo. Perché?

Una famiglia felice noi siamo”

In ogni famiglia, naturalmente, c’è chi è nato prima e chi è nato dopo. In un branco ci sono Akela e i vecchi lupi, ci sono i lupi dal pelo color del tasso, capaci di abbattere da soli un cervo, e ci sono i giovani lupi neri di un anno, che credono di essere capaci di fare altrettanto.

Così, ricuperando il mio pensiero del giorno precedente, c’è il bambino che già sa portare a termine un lavoro fatto con le proprie mani, e quello che ha bisogno di essere aiutato, quello a cui non solo devi far vedere come si fa, ma a cui devi proprio prendere la mano e sostenerlo finché non riesce a fare da solo. La realtà è che quel “vecchio lupo” della legge non è Akela (anche se per un lupetto è necessario che lo sia, perché non è ancora capace di fare a meno di un punto di riferimento solido e continuerà a non esserlo per parecchio tempo), ma la voce di Akela che ci arriva attraverso chi è più grande di noi, o da chi sa fare certe cose meglio di come le facciamo noi, è quella voce che ci aiuta a crescere, mentre noi vorremmo essere già così grandi da non crescere più, e così rimaniamo bambini.

La famiglia felice è questo luogo fantastico in cui si cresce insieme, e si guarda gli altri, e si capisce che gli altri sono più bravi di noi e dovremmo imitarli, e si inizia a voler loro del bene perché ci si rende conto di essere sinceramente contenti perché gli altri sono migliori di noi in qualcosa, così come siamo contenti se qualcuno impara qualcosa ascoltandoci.

La famiglia felice è una famiglia in ascolto, in cui non conta quanto uno è grande, conta soltanto che tutti facciano del loro meglio perché tutti diventino grandi, perché tutti imparino a fare tutto. Una famiglia in cui nessuno è al centro, perché al centro può esserci solo il Signore, al cospetto del quale ognuno di noi non è che un bambino che non sa nulla della vita e si fa male in continuazione.

Scrivo questo post perché avrei voluto dire queste cose al Capitolo ma, come è chiaro dalla lunghezza del testo, non sono riuscito a formulare quanto avevo capito abbastanza bene prima che finissimo il tempo.

Ho davvero potuto imparare molte cose da ognuno dei vecchi lupi presenti, persino quelli che ho solo visto dall’altra parte del cerchio, perché solo quando ho permesso al mio cuore di riempirsi di ammirazione e di guardarvi come si guarda a dei fratelli più grandi, ho potuto comprendere in che direzione volevo andare, e che ci sarebbe stata attorno a me una famiglia felice pronta a sostenermi, nonostante le mie difficoltà.

Concludo dicendo che nel giorno della mia Partenza, poco più di tre mesi fa, lasciai il Clan con una riflessione su un capitolo della lettera ai Romani di San Paolo (il dodicesimo) in cui, tra le altre cose, sta scritto:

amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda”

Ed è questo che si fa in una famiglia felice, come quella che si è riunita in questi tre giorni ad Assisi.

Non posso però lasciarvi senza dirvelo… questa volta ho vinto io!

Rupe

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 27 aprile 2014, in Riflessioni con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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