Archivio mensile:maggio 2014

Peccati di pensiero/appunti

Molti cristiani ritengono oggi che sia folle parlare dei “peccati di pensiero”, di quei peccati che si commettono con la mente, con le parole non dette, con le immagini prodotte e non trasformate in azione, in realtà.
Eppure la realtà è che è proprio lì la radice del peccato: niente è più pericoloso del pensiero, e si inizia ad uccidere con l’immaginazione, “per gioco”, come un bambino inizia per gioco a fare l’uomo, ed il gioco si trasforma in realtà, e dal nulla quell’uomo si scopre con le mani sporche di sangue.
Proprio perché le piante nascono da piccoli semi, è quanto mai opportuno praticare l’igiene dell’immaginazione, ripulire la mente da tutti i pensieri malvagi, anche quelli per cui si dice “ma tanto non lo farò mai”. Tutto inizia con un “ma tanto non lo farò mai”, e poi le cose cambiano, e si dice che quello era un tanto bravo ragazzo.
Un bravo ragazzo che con gli occhi del corpo vedeva il mondo, e con quelli dell’anima l’inferno.
Fin da bambini occorre impararlo, occorre iniziare a scacciare i cattivi pensieri: quelli che provocano turbamento, quelli che spingono ad azioni malvagie, quelli che impediscono le buone azioni.
Ricordiamoci che nessuno si sveglia improvvisamente malvagio: si inizia ad essere malvagi molto prima di fare cose malvagie, le cattive azioni possono nascere da anni e anni di azioni immaginate e non fatte, ma che producevano piacere e abituavano la coscienza a starsene in un angolo. Anzi, è auspicabile che si inizi quanto prima possibile a tradurre in realtà la malvagità covata nell’intimo, cosicché la coscienza non ancora del tutto sopita possa svegliarsi e gridare tutto il suo sconforto. E una piccola cattiva azione avrà evitato i delitti abominevoli che sarebbero venuti.

“21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. (…) 27 Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; 28 ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.”

“Chiunque odia il suo fratello, è omicida” (1Gv 3,15).

Autostima e umiltà/appunti.

Potrebbe essere interessante indagare sulla nascita del concetto di autostima, che inevitabilmente va a mettersi in contrapposizione con la chiamata all’umiltà.
Eppure deve essere stato un clamoroso errore: di fatto ciò che fa crollare l’autostima è la realtà dei fatti, per cui chi stimava di essere più grande di quel che era viene umiliato suo malgrado, con conseguente sofferenza. A questo punto non ha senso ricostruire un’autostima che era menzogna, poiché inevitabilmente il ciclo si ripeterà con ancora maggiore sofferenza.
D’altra parte basterebbe un grammo di umiltà per annientare qualsiasi frustrazione che il superbo si autoinfligge, e che ormai comunemente si intende curare con l’ “autostima”.
Eppure è evidente che chi viene solitamente indicato come “persona con poca autostima” può davvero averne poca, ma ciò che conta è che ci è attaccato come una cozza, e non agisce per non perdere quel poco che ha, ha paura di essere umiliato ulteriormente e rifiuta di muoversi. Ebbene, probabilmente il problema di chi ha “poca autostima” è proprio che ne abbia, e che questo poco sia causa di comportamenti di orgoglio e superbia, mentre l’unica cura può essere nell’umiltà di chi non ha timore di essere disprezzato, perché già da sé si disprezza e sa di meritarlo, e perciò agisce.
L’umile sa invece di non valere granché, o addirittura di non valere nulla, e si considera indegno anche di ciò che riesce a fare e di ciò che ottiene, così da poter essere grato del molto come del poco, senza rischiare di subire frustrazioni notando che ciò che ottiene è inferiore a ciò che si aspettava di poter ottenere, perché chi si stima un nulla non può che ottenere qualcosa di superiore al nulla, se ottiene qualcosa, e dovrà esserne inevitabilmente felice.
In questo modo il valore stesso della cosa ottenuta aumenterà notevolmente, poiché precedentemente esso era soffocato dall’aspettativa di un risultato maggiore, legato alla menzogna sul valore del soggetto che ottiene (autostima). Motivo per cui l’umile, nel momento in cui si ritrovi ad avere qualcosa, inevitabilmente avrà qualcosa di molto grande, dato che l’umile non si ritiene meritevole nemmeno della più piccola delle cose. Al contrario, l’uomo con poca autostima, che come detto prima è il superbo, sarà sempre convinto di non avere, poiché aspira ad avere di più, crede di meritare di più e si cruccia perché la realtà gli ricorda che sta mentendo.
Perciò il superbo è destinato a nascondere quel poco che ha (e sappiamo che lo ha proprio perché ci sta attaccato come una cozza, proprio perché ha poca autostima) e a perderlo, perché afferma di non avere abbastanza. Dall’altra parte, l’umile otterrà un grande tesoro anche da una piccola moneta, perché sa di non meritare ma sa anche di avere, e che se non avesse la giustizia sarebbe comunque rispettata.
Perciò in realtà è solo l’umile ad avere, ed a lui sarà dato. Il superbo invece non ha, perché pretende cose che non merita, e si vede sfuggire dalle dita anche quel poco che aveva e di cui non ha saputo essere felice.
Ecco perché è preferibile umiliarsi che “costruirsi un’autostima”.

 

Assurdo: Dio ci dà da mangiare suo Figlio

Assurdo: Dio ci dà da mangiare suo Figlio

Sabato scorso, avendo ****** detto di essere molto eccitato all’idea di ricevere, il giorno seguente, l’Eucaristia per la prima volta, ******* ha detto una cosa interessante, potremmo chiamarla un’obiezione, a cui vorrei rispondere ora che siamo in tanti, perché tutti possiate meditarci.

Ciò che ha detto è molto interessante, perché è la stessa cosa che pensavano molti discepoli quando Gesù disse:Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”, ma anche la stessa cosa che pensavano i pagani quando sentivano dire che i cristiani mangiavano il corpo di Cristo: prendere l’eucaristia è una cosa da cannibali?

Quei discepoli si allontanarono da Gesù, perché non potevano sopportare un’idea del genere: “questo parlare è duro”, dicevano, non riuscivano a capire, ma è proprio così: Gesù è il pane per la vita eterna, ricevendo l’Eucaristia mangiamo davvero il corpo e beviamo davvero il sangue Gesù, non è un simbolo, è proprio questo.

Se ci pensate è una cosa grossa, tanto grossa: Dio ci ama così tanto da mandare sulla terra il suo Figlio unigenito, da mandarlo a morire, da darcelo perché mangiamo il suo corpo e beviamo il suo sangue. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.” Disse Gesù durante l’ultima cena: nessuno può amare più di così.

Ma per capire quanto davvero è grande il suo amore, dobbiamo dire anche perché è sbagliato dire che si tratta di cannibalismo: il cristiano è molto diverso da un cannibale, per varie ragioni. Leggi il resto di questa voce

Educazione e imitazione – Appunti

Il vero rapporto tra imitazione ed educazione è il fatto che la prima sia l’effetto collaterale della seconda. Nessun educatore consapevole dovrebbe voler essere imitato, perché una tale volontà celerebbe una debolezza ed un pericolo. Egli sa però che, suo malgrado, sarà imitato, e perciò è “costretto” a farsi quanto più simile possibile al modello proposto perché l’imitazione non vanifichi l’educazione, ma piuttosto vada a costituirne il fondamento.

L’educatore per eccellenza resta tuttavia il pensiero, che genera la ragione per cui l’educazione procederà in una determinata direzione, ed è per questo che l’educatore deve innanzi tutto occuparsi di trovare una strada che abbia senso e significato, che non sia contraddittoria, che conduca al vero. Infatti è scritto “Fate e osservate ciò che vi dicono, ma non quello che fanno.”, e non sono solo gli scribi e i farisei coloro che “dicono e non fanno”, ma l’uomo in quanto tale; l’educatore che, assumendo questo nome, si pone nella spiacevole condizione di dover fare qualche cosa che non potrà mai fare: egli, che ancora non ha restaurato in sé l’immagine di Dio, ha il dovere di guidare un’altra persona nel farsi immagine di Dio, ovvero nel farsi pienamente persona. Tuttavia l’educatore non è ancora pienamente persona, poiché non la sua educazione non è finita, ed in fondo non può essere che un intermediario, un vice, e non può davvero farsi chiamare “padre” o “maestro”, essendo egli ancora figlio ed allievo.
Così l’educatore deve parlare, annunciare, affidarsi alla parola per indicare il vero maestro, che sta oltre la sua persona e rimane anche quando egli fallisce.
Il Signore ha voluto trarci d’impaccio, infatti: “Verbum caro factum est”, il Verbo si è fatto carne, Cristo non solo fa quello che dice ma è quello che dice, ed il naturale istinto all’imitazione trova il suo oggetto definitivo.
Finalmente l’educando può imitare l’immagine di Dio e farsi immagine di Dio, senza doverla immaginare oltre i limiti del suo maestro terreno.