Archivio mensile:novembre 2014

Il Battesimo e il mito della caverna

Il Battesimo e il mito della caverna

Branco in tana; luci spente; persiana chiusa. Su una parete della tana si dispone un faro o simile fonte di luce accesa.

*N***** è un lupetto del nostro branco e non è ancora battezzato, gli si chiede di alzarsi e di mettersi in piedi davanti alla fonte di luce, dando le spalle alla stessa.*

Il Battesimo è il sacramento con cui l’uomo viene liberato dal peccato originale.

Il peccato originale è quello che abbiamo ereditato da Adamo ed Eva, che mangiando il frutto proibito tradirono Dio e persero la possibilità di vivere presso di Lui nel giardino dell’Eden.

Dopo la caduta, ogni persona nata sulla terra (con l’eccezione di Gesù e Maria) sono nati con il peccato originale, quindi in uno stato di separazione da Dio e dalla sua grazia, nell’incapacità di conoscere Dio “di persona”, cosa che invece Adamo ed Eva potevano fare.

Così, se immaginiamo che questa lampada sia Dio e questa luce il suo amore, quando nasciamo siamo un po’ come N***** in questo momento: Adamo ed Eva hanno voltato le spalle a Dio, e così tutti nasciamo dandogli le spalle. Ovviamente N***** in questo momento non può vedere la lampada, la luce lo colpisce e produce un’ombra sul muro che ha davanti. N***** vede la luce, e forse può immaginare che ci sia qualcosa che la produce. Può fare delle ipotesi, e può pure arrivare alla conclusione che deve esserci una lampadina. Tuttavia i suoi occhi rimangono nell’ombra, la luce non illumina mai il suo volto, egli può allontanarsi ma non avvicinarsi, e potrebbe pensare che quell’ombra, sia più importante della luce stessa.

Questo perché N***** non ha ancora ricevuto il Battesimo. Gesù ci ha dato il Battesimo perché, essendo nati una volta rivolti dalla parte sbagliata, possiamo nascere di nuovo rivolti dalla parte giusta; smettere di guardare l’ombra e rivolgerci finalmente verso la vera fonte della luce.

Se N***** vorrà voltarsi e vivere come un figlio di Dio, come qualcuno che viene illuminato in volto dal suo amore e che non presta attenzione alle ombre, allora chiederà il Battesimo, gli verrà bagnata la testa con l’acqua benedetta che laverà via il peccato originale dalla sua anima grazie all’azione dello Spirito Santo, che invocato nella formula battesimale “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” scenderà su di lui per dargli la fede, la speranza e la carità, eliminando quel peccato che lo tiene girato dall’altra parte.

*il capo fa ruotare fisicamente il ragazzo di 180°, in modo che ora sia rivolto verso la fonte della luce*
Ora N***** può conoscere di persona il Signore, sa da dove viene il bene che c’è nella sua vita e può godere direttamente del suo amore. Dato che lo Spirito Santo, che è Dio, è sceso nella sua anima in cui, essendosene andato il peccato, non c’è niente che possa distoglierlo.

N***** non ha però perso la sua libertà. Può continuare a guardare nella direzione giusta ed essere santo, ma può anche seguire le ombre che intravede con la coda dell’occhio, può fare delle cose cattive, cose che sprecano l’amore di Dio e non portano frutto.

Anzi, vi dico che è quasi impossibile che non lo faccia. Molto spesso lo farà senza rendersene conto o senza sapere che quello che faceva è cattivo, e allora volterà soltanto la testa, oppure si sposterà di poco a destra o a sinistra, ma il suo volto continuerà ad essere illuminato dall’amore di Dio e, non appena se ne accorgerà, potrà rimettersi nella direzione giusta senza grande fatica. Questi piccoli spostamenti li chiamiamo peccati “veniali”, che non interrompono l’amicizia con Gesù iniziata nel Battesimo.

Potrà però anche fare cose molto cattive, sapendo che lo sono e sapendo che le sta facendo, cose che vanno contro ciò che ci ha insegnato Gesù. Insomma, potrebbe, preso da qualche fantasticheria o illusione, pensare che l’ombra sia meglio della luce. Queste cose lo faranno voltare del tutto, proprio come era prima.

*viene chiesto al ragazzo di ritornare nella posizione di prima*

Questa condizione la chiamiamo di peccato “mortale”, perché quella nuova vita che era iniziata con il battesimo viene buttata via, è perduta. L’uomo sceglie di non voler più avere la luce di Dio sul volto e cerca la felicità altrove, nelle ombre.

Ma nelle ombre non c’è niente di buono, allora N***** diventerà triste e sarà portato ad allontanarsi sempre di più, a meno che non riconoscerà di aver sbagliato e, sinceramente pentito, chiederà il perdono dei suoi peccati, confessandoli ad un sacerdote.

Se lo farà il suo peccato sarà rimosso, e N***** tornerà a guardare nella direzione giusta, grazie al sacramento della Riconciliazione o Confessione, che ristabilirà quel rapporto con Dio che si era rotto.

Ma di questo sacramento parleremo un’altra volta.

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Una tomba, due iscrizioni, tre preghiere

Nel tardo venerdì pomeriggio di un novembre insolitamente mite, mi trovo a pregare in un piccolo cimitero di campagna, visitato a quell’ora soltanto da uccelli, lucertole e insetti.

Visitati i miei morti, continuo a recitare il rosario e a camminare senza una meta ben precisa, quand’ecco che qualcosa attira la mia attenzione. L’avevo già notato prima, ma mai mi era capitato di soffermarmici, era un vaso di fiori attaccato alla ringhiera, dalla parte opposta della parete con i loculi, un vaso di marmo ben piantato nel pavimento, con dei fiori dentro e una targa sopra, con l’iscrizione: “****, sarai sempre nel mio cuore – tuo padre”; in quel momento vedo un ragno in agguato proprio lì, appeso con la sua ragnatela tra la targa e i fiori, allora non posso fare a meno di distruggere la sua trappola e costringerlo a migrare da un’altra parte: in fondo, mi dico, vale più il decoro della tomba di un uomo morto fanciullo, che la cena di un ragno, potrà tessere di nuovo la sua ragnatela e acchiappare tutte le prede che vuole.

Mi dico, tuttavia, che lì c’era solo quel vaso: da qualche parte doveva esserci pure una lapide, e presumibilmente una bara. Perciò mi volto e iniziò a cercare tra i loculi se quell’**** avesse un volto e un’età. Vedo che l’unico con quel nome sta su in cima, all’ultima fila, proprio di fronte a quel vaso, e allora capisco la volontà del genitore di rendere più visibile la sua tragedia. Un ragazzino che muore non è come tutti gli altri, non è qualcosa di naturale, ed innaturale è per il padre sopravvivere al figlio, non mi meraviglio perciò di questa scelta.

Vedo dal basso una data e, pensando che fosse quella della nascita, mi addolora pensare che non abbia fatto in tempo nemmeno a vedersi crescere addosso il primo pelo dei baffi, ma non si vede bene nemmeno la foto e prendo la scala, e mi avvicino.

Scopro finalmente che non era, quella, la data della prima nascita, ma della seconda; le date non erano certo distanti, e i sedici anni non sono poi una gran consolazione. Ma ecco che qualcosa mi fa venire un tuffo al cuore. “Ti amo – La mamma”. Questo era scritto sulla pietra.

Perché mai, mi dico, questa separazione? Certo, poteva essere una specie di coreografia, oppure il padre non poteva salire la scala e gli avevano fatto il vaso per consolazione, o forse si trattava di qualche altra romanticheria, una figura retorica che genitori e figlio potevano capire, e che faceva bene a tutti e tre.

Non mi interessa quale sia la realtà, non ero certo lì per giudicare genitori o figli, lascio il fanciullo con una preghiera: una al Signore che possa accoglierlo tra i suoi santi il prima possibile, se non l’avesse già fatto; l’altra a lui, che da lassù preghi e perdoni, perché se anche si fossero messi d’accordo di ucciderlo anche dopo morto possano riabbracciarlo tutti e due, e non uno al piano di sopra e uno di sotto.

Ti hanno messo al mondo insieme, insieme ti rivedranno, se tu chiederai a chi tiene le chiavi del loro cuore di fare in modo che questo non sia solo un ricordo, una scritta sul marmo. Se tu che sei nel cuore di Dio sei davvero nel loro non hai da temere.

Chissà, forse te ne sei andato in missione.

Prega anche per me.

Don Camillo e il fallimento della scuola moderna

Lo spezzone più becero e reazionario del film, che farebbe venire la pelle d’oca a parecchia gente che tutt’ora, nonostante la realtà abbia smentito clamorosamente il mito dell’educazione moderna, parlano di “ascensore sociale” e “mobilità sociale” e illusioni simili.
Il figlio di Peppone viene mandato in collegio, tuttavia continua a scappare e non studia. Allora mandano don Camillo per convincerlo a studiare: finisce che il prete si porta a casa il bambino e costringe il padre a riprenderselo, perché “è meglio farne un contadino per amore” che un professore per forza.
Ai tempi in cui fu girato il film non potevano saperlo, ma il figlio di Peppone non sarebbe MAI diventato un professore (se, infatti, don Camillo non l’avesse portato via ci avrebbe pensato l’istituzione scolastica a liberarsene in qualche modo), nemmeno rimanendo in collegio. Sarebbe diventato al massimo un impiegatuccio, e sarebbe diventato ancora più povero del padre contadino. In più, sarebbe diventato un impiegato infelice.
Così, con il senno di poi, la soluzione più becera e reazionaria (mandare il fanciullo nella scuola di paese che lo avrebbe portato ad essere un contadino proprio come i suoi antenati) diventa l’unica soluzione pedagogicamente ragionevole, l’unico modo di servire il bambino piuttosto che lo Stato.
La scuola non poteva, come non può e non fa adesso, dare ai figli del popolo l’opportunità di ascendere nella scala sociale. Al massimo poteva dar loro l’illusione di essere diventati colti, intelligenti, consapevoli, emancipati, mentre i loro nonni lo erano molto più di loro, pur essendo assai meno eruditi. La scuola ha raccontato ai figli del popolo che stavano diventando come tutti gli altri, e così è stata neutralizzata la possibilità che si ribellassero ai padroni.
L’unica soluzione ragionevole era riconsegnare ai contadini e ai lavoratori la loro dignità, e quindi fare in modo che in nessun caso un professore potesse considerarsi più “degno” del più umile dei contadini.
Non fu fatto, perché la scuola l’hanno inventata i professori, mica i contadini.