Archivio mensile:dicembre 2014

L’obbedienza è una virtù

L’obbedienza è una virtù

e proprio per questo è sbagliato pretenderla

Sapete, io sono stato un bambino, nemmeno troppo tempo fa, e penso di ricordare abbastanza bene certe cose che mi succedevano attorno.

Ancora non me ne rendevo conto, ma anche da fanciullo avevo un grande interesse per l’educazione e soprattutto per ciò che gli educatori dovevano e non dovevano fare: in fondo sono sempre stato polemico come pochi altri.

Una cosa che ho sempre notato è che la maggior parte di loro era (e spesso guardandomi intorno torno a confermare questa prima ipotesi di lavoro) totalmente incapace di comprendere l’inutilità di certi modi di fare. Il mondo è pieno di educatori che sbraitano, urlano, si lanciano in sermoni infiniti su ciò che NON si deve fare, su ciò che succede quando si fanno cose che fanno perdere tempo, sui mal di testa provocati dai ragazzini urlanti e così via.

Ok, ammetto di essere un po’ di parte avendo, a quanto pare, ricevuto un dono piuttosto raro: a me le urla dei ragazzini il mal di testa lo fanno passare, quindi da una parte non posso dire di poter capire chi si lamenta.

Da bambino comunque mi imbestialivo per questo: io ero uno di quelli che stavano buoni (più per spocchia che per altro), e davvero mi infastidiva che si dovesse perdere tempo perché gli altri facevano casino, ma molto più mi infastidiva che, una volta che tutti si erano calmati, il “maestro” di turno doveva perdere altri 5 minuti a sfogare la sua frustrazione, di cui francamente a me non interessava affatto, e spero che anche gli altri la vedessero allo stesso modo.

E poi si arriva a fine lezione/riunione/qualsiasicosasia e si parte con le lamentele su i ragazzi che non obbediscono, che non stanno mai zitti, che non ascoltano… E ce credo, hai passato più tempo a lamentarti che a parlare di ciò che dovevi spiegare!

Il punto è che spesso si parte con un pregiudizio che, in molti casi, fa fallire anche il più nobile intento educativo: “i ragazzi devono obbedirmi”.

Ma chi te l’ha detto!

L’obbedienza è una cosa seria, una cosa importante, una cosa da coltivare e da allenare. Proprio per questo non si deve credere che sia una capacità innata o che sia un diritto/dovere. L’educatore che, con i suoi modi, ordina al bambino “tu devi obbedirmi” non riuscirà mai a cavare un ragno dal buco, perché è una cosa antipatica e nessun bambino obbedisce alle persone antipatiche, a meno che non abbia paura.

Ora, bisogna comprendere come funziona l’obbedienza nella mente di un bambino. Molti si stupiranno, abituati come sono a fare di tutto per rendere odiosa l’obbedienza, ma quello di ubbidire è un vero e proprio bisogno del bambino, che sarà ben felice di poterlo fare. I bambini hanno bisogno di ubbidire perché hanno bisogno di sentirsi utili, bravi, buoni, e perché questo sia possibile devono sentire su di loro l’approvazione di una persona che ammirano, a cui vorrebbero per qualche motivo somigliare.

Una persona che sa farsi obbedire deve sapere, però, che naturalmente il bambino non ci riuscirà sempre, non deve allarmarsi e non deve farsi turbare dai “fallimenti” del piccolo. Il bambino “fallisce” per tre motivi:

  • la cosa che gli si richiede è al di sopra delle sue possibilità (il silenzio e l’immobilità oltre i 3 minuti, ad esempio, lo sono quasi sempre);

  • la cosa che gli si richiede non è significativa ed il bambino si reputa troppo intelligente per farla;

  • l’educatore non viene identificato come personalità significativa;

Ora metterei subito in chiaro che chiunque osi pretendere l’obbedienza di un ragazzino MERITA il terzo tipo di disobbedienza. Ubbidire perché “si deve”, perché è una regola, perché altrimenti l’altro si mette ad urlare e non la finisce più è alienante, rovina la bellezza stessa dell’obbedienza e rende impossibile l’atto educativo. Capisco che gli adulti sono abituati ad un mondo alienante in cui si fanno cose che si odiano per campare ed in cui si è disposti a mettere da parte la propria umanità pur di avere uno stipendio, ma permettete che per lo meno nell’educazione non debba essere così. Spesso chi chiede ai bambini di essere alienati li ammorba poi di discorsi retorici ed autoreferenziali del tipo “voi siete il nostro futuro”: per lo meno abbia il contegno di non preparare un futuro alienato quanto il presente. I bambini sono il presente, come anche noi lo siamo. L’ultima volta che ho controllato il passato era passato e il futuro era futuro, non vedo perché mettere in testa certe cose ai ragazzini.

Dicevo, non si deve pretendere l’obbedienza. Spesso lo si fa dando per scontato che ubbidire sia brutto, che nessuno voglia farlo, che debba essere il risultato di una negoziazione o di un compromesso. Lo si fa perché chi chiede l’obbedienza è abituato ad obbedire storcendo il naso, oppure non ubbidisce affatto. Perché l’obbedienza sia vera e fruttuosa il bambino deve essere innanzi tutto libero di disobbedire, deve sapere che non gli verrà fatto assolutamente nulla quando sarà colto in fallo.

L’obbedienza è una cosa che ottiene quando il bambino capisce che ciò che gli si chiede è per il suo bene. Quindi si può dire che il bambino ubbidisce quando si sente amato, quando percepisce che l’obiettivo di chi si prende cura di lui non è la tranquillità del momento, bensì il suo bene. Da questo nascerà il timore di deludere la persona che si impegna per lui, ed anche la volontà di vederla contenta. Il bambino imparerà che quando ubbidisce si sente apprezzato, mentre di solito impara solo che quando sbaglia si sente aggredito.

Questo è ciò che riguarda il terzo punto. Torniamo ai primi due.

Si tratta di due casi opposti: o la richiesta è troppo difficile, oppure troppo facile, e quindi di scarso interesse. Non essendoci una ragione valida per chiedere ad un bambino di 8 anni di impegnarsi per fare quello che fanno quelli di 5, il vero problema sta solo nel primo caso: il fatto è che non è un problema.

Il bambino sbaglierà, non riuscirà a mantenere l’attenzione, si distrarrà… Come è naturale che sia.

È importante anzi che succeda: finché le richieste rivolte al bambino rimarranno al di sotto dei suoi limiti saranno fondamentalmente inutili (dal punto di vista educativo). Ovvio che non debbano essere esageratamente al di sopra, ma se il ragazzo non sbaglia mai significa che siamo noi a sbagliare, perché potremmo proporgli qualcosa di più difficile.

Ciò che è importante è però affrontare positivamente gli errori: non è bene arrabbiarsi, a meno che non vogliamo crescere degli iracondi, persone che cercheranno di ottenere ciò che vogliono alzando la voce. La cosa migliore è sempre accorgersi di quanto sia buffo che quel ragazzo, così convinto a voler essere grande e a voler imparare tante cose (perché non gli abbiamo fatto già passare la voglia)… è ancora un bimbetto. Se ne accorgerà anche lui, e si sentirà ferito nell’orgoglio.

E ferirgli l’orgoglio è proprio ciò che vogliamo.

Invece di sbraitare mettiamoci a ridere. Ridiamo anche di noi stessi, che spesso pensiamo di essere tanto interessanti e poi scopriamo che i nostri ragazzi preferiscono parlare tra loro di figurine, per quanto siamo noiosi.

L’importante è capire che l’obbedienza non è questione di diritti e doveri, ma di virtù. L’educatore ha il dovere di farsi ascoltare e ubbidire, ma l’educando non ha il dovere di ubbidirgli. L’educatore deve riflettere e scoprire che anche lui sta obbedendo a qualcuno, e che lo sta facendo senza costrizioni, solo perché quel qualcuno è importante e gli chiede di educare per spingerlo alla perfezione, e quindi alla felicità. L’educatore riconoscerà che, nonostante capisca che è bene ubbidire e voglia farlo, fa spesso una grande fatica a portare avanti il suo compito, riconoscerà di avere parecchi difetti, di voler fare spesso di testa sua… e riconoscerà che spesso si comporta proprio come i ragazzi di cui si prende cura.

Allora si metterà a ridere.

E vedendolo allegro e felice, i bambini vorranno seguirlo e desidereranno l’obbedienza.

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Di chi si confessa senza prete

Gira da tempo la superstizione protestantizzante che ci si possa “confessare con Dio”, che non sia necessario raccontare “i fatti propri” ad un sacerdote, che Gesù Cristo non abbia istituito il Sacramento della Riconciliazione e via dicendo.
Non ho intenzione di citare i passaggi in cui tale Sacramento viene istituito perché certamente è cosa facile da trovare anche solo con google, ma vorrei proporre una semplice riflessione.
San Paolo scrive: se Cristo non è risorto dai morti, vana è la nostra fede.
Ma più in generale, se Cristo si è incarnato e ha voluto personalmente incontrare il suo popolo (e se continua a farlo ininterrottamente da più o meno 2000 anni) è chiaramente perché ce n’era bisogno, perché prima qualcosa non andava.
Così è anche per il perdono.
Anche prima di Cristo la gente poteva “confessarsi con Dio”, poteva chiedere perdono, anzi: facevano anche tanti digiuni, si mortificavano in vario modo, si facevano purificare; e non c’è dubbio che qualcuno sia stato effettivamente perdonato se possiamo dire che Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosé e via dicendo sono santi, pur essendo tutti loro dei peccatori come chiunque altro.
Quindi sì, è possibile essere perdonati senza passare per il sacerdote, ma voler approfittare di questa possibilità significa chiaramente esporsi ad un pericolo mortale: prima della venuta di Cristo non c’era alternativa, bisognava aspettare l’ultimo giorno e vedere che succedeva, ma Gesù è venuto per rimettere i peccati, e decidere arbitrariamente di fare “come quelli di prima” significa nientemeno che rifiutare il Vangelo.
Ora, Cristo è venuto a rimettere PERSONALMENTE i peccati, poiché SOLO DIO può rimettere i peccati. E questo ha sconvolto tutte le carte in tavola: prima non c’era alcun modo (a meno che non si fosse profeti o giù di lì) di sapere se i propri peccati fossero stati perdonati. L’uomo era costretto a vivere nel dubbio, nella contrizione, nella penitenza, sperando che il Signore alla fine decidesse di rimuovere quelle catene. Con la venuta di Cristo, la peccatrice può andare da lui e ungere fisicamente i suoi piedi con l’olio profumato, asciugarli con i suoi capelli. Quando Gesù le dice che i suoi peccati sono perdonati, non esiste più alcun dubbio: è libera, non deve più mortificarsi, non deve più piangere. Ha la CERTEZZA del perdono, ed il peccato è dimenticato per sempre.
Così anche per chi si confessa dal sacerdote: solo così si può avere la certezza del perdono, perché chi si confessa da solo può pure convincersi che Dio vede tutto e quindi anche i suoi peccati, e che vedendoli li perdona perché è buono, ma nessuno glielo confermerà mai. Nessuno gli dirà: i tuoi peccati ti sono perdonati, va e non peccare più.
La confessione sacramentale elimina metà del dubbio sulla sorte eterna: resta ovviamente la parte che riguarda l’uomo, resta da vedere se siamo davvero decisi a vivere secondo il Signore e se davvero abbiamo cambiato vita, quindi se davvero desideriamo di vivere eternamente in Lui. Ma tutto ciò che riguarda la decisione di Dio è rivelato: se hai chiesto perdono per un peccato e ti viene detto che ti è stato perdonato, non c’è da aspettarsi nessuna sorpresa. È così.

C’è poi da considerare un ulteriore elemento, che in realtà è fondamentale: la superbia. Pretendere di potersi salvare da soli, pretendere di avere un filo diretto con Dio (quindi autoproclamarsi profeti alla vecchia maniera, in pratica) e di non aver bisogno di sentirsi dire di essere stati perdonati è esattamente ciò che facevano i farisei, che seguivano tutte le leggi e si sentivano nel giusto perché nella loro mente avevano fatto quanto dovevano. Chi si confessa da solo ha deciso che Dio deve perdonarlo perché nella sua mente sa di meritarlo.
Ma nessuno merita il perdono di Dio; esso è sempre gratuito e sommamente immeritato.
In fondo è lo stesso peccato di Adamo ed Eva che continua ad andare di moda ancora oggi. Non è vero che chi non vuole confessarsi non ne vuole sapere del prete, è Dio quello che dà realmente fastidio.