Un sessantottino cortocircuitato


Poco fa si parlava, a lezione, dell’habitus dell’insegnante e della sua sconveniente origine fondata sul senso comune, sul contesto sociale e, quindi, sulla resistenza alla riflessività e al pensiero critico, a favore di un modo di fare stereotipato, basato su convenzioni e non sulla reale consapevolezza di ciò che succede o deve succedere.

Sono conseguenze di questi habitus espressioni comuni (e conseguenti interventi che piacciono molto al nostro furbissimo ministero) quali “i bambini di oggi non ascoltano”, “bisogna usare le nuove tecnologie in classe” e via dicendo. Insomma tutte le boiate infondate che si sentono quando si parla di scuola e pure quelle fondate ma di cui non si conosce il fondamento.

Allora mi son fatto una risata.

Anche io ho un habitus, ed è particolare quanto scontato: sono un sessantottino.

Ecco, a qualcuno potrà sembrare strano, detto da me. Le cose però stanno così: da quando ero un bambino, complice la relazione problematica che (non) mi lega a mio padre, ho sempre rifiutato qualsiasi tipo di autorità, di tradizione, di senso comune. Per la maggior parte dei bambini ciò che dice la maestra è oro colato, per me le maestre erano stupide (e spesso, ahimé, riuscivo pure a dimostrarlo); gli insegnamenti morali su di me non attecchivano: ero mite perché ero timido, non facevo casino perché non mi andava, ma non avevo alcun tipo di reverenza per le regole. Nessuno era autorizzato ad impormi una regola, solo io potevo farlo, e così provavo un vero e proprio disgusto per tutto ciò che era, appunto, “senso comune”, per tutto ciò che sentivo ripetere da più persone.

Ero (e sono ancora, in parte) fatto così: se una cosa la diceva una persona potevo prenderla in considerazione. Se la stessa cosa la dicevano 5 persone era una sciocchezza, una stupidaggine.

Provavo un tale gusto nell’andare contro a tutto e a tutti che ero pienamente inserito in quella mentalità del “pensiero critico”, per cui bisogna mettere tutto in discussione, non credere a nulla, non fidarsi.

Il problema è appunto che questo tipo di pensiero (che per personalmente discendeva in massima parte da vicende personali) si era fatto senso comune. Era diventato dottrina e stava lì, era vietato opporsi e metterlo in discussione. Così lo percepivo perché in qualsiasi contesto venivo tartassato da gente che mi spiegava la necessità di criticare, di disubbidire, probabilmente anche perché mi vedeva troppo ubbidiente.

Non avevano capito che pareva che ubbidissi semplicemente perché alla maggior parte dei miei pari piaceva fare casino. E io non dovevo essere come loro, perché i soggetti che detenevano una (pur debolissima) autorità su di me proprio questo volevano.

Così crescendo ho sviluppato questo spirito demolitore fino alle estreme conseguenze: ho messo in discussione, da “sessantottino”, proprio gli ideali del sessantotto, ho polemizzato contro la polemica fino a farne la satira (anche se molti non comprendevano che questo facevo), ho distrutto tutti gli ideali assoluti del relativismo, quindi il relativismo stesso, la “libertà”, il pensiero critico, fino ad arrivare a dire che il pensiero non può che essere schiavo e che per essere liberi non bisogna pensare, fino a dire che chi protesta anche per la protesta fine a se stessa è servo di un’autorità e anche più stupido di chi ubbidisce.

Ho annientato tutti i valori che mi erano arrivati, la pace, la democrazia, l’uguaglianza sono diventate per me cose di cui ridere perché fondamentalmente menzogne, avevo capito che i grandi che esaltavano il “vietato vietare” esaltavano anche queste cose solo perché avevano paura di mettere davvero tutto in discussione. Poi scoprii che mi vietavano, (proprio loro!) di farlo.

Insomma, sono così sessantottino che dal vietato vietare sono passato presto al “vietato vietare i divieti”. Seguendo l’esempio di chi aveva fatto la “rivoluzione” ero arrivato a combattere una mia personale contro-rivoluzione, per forza di cose reazionaria. E attraverso questo cortocircuito sono arrivato ad avvertire l’ebbrezza del nichilismo, della volontà di potenza, dell’oltreuomo che è tale perché sa che nulla ha senso e può prendersi gioco di tutto.

Ma ecco che quando scoprii che non c’era nulla che avesse un senso e che non aveva senso nemmeno lamentarsene successe qualcosa. Quando sei circondato dal fumo è più facile vedere da che parte arriva la luce, perché le minuscole particelle disperse nell’aria vengono tutte illuminate e si vede il raggio per intero. Quel raggio mi colpì in testa, mi abbagliò per un momento e caddi in ginocchio: proveniva da un pezzo di pane che non era più un pezzo di pane ma una persona in carne e sangue, una cosa piccola che per la prima volta in vita mia non mi disse che dovevo demolire chi cercava di comandarmi, o la società, o chi mi voleva in un certo modo. Mi disse che dovevo demolire me stesso, pezzo per pezzo, proprio come avevo fatto con tutto il resto.

Dovevo smettere di credere in me stesso, e realizzai che per tutta la vita mi avevano insegnato a credere in me stesso, perché ritenevano che avessi “poca autostima” (fino a convincerli di tanto ero subdolo) e che perciò mi ero sottomesso comunque alla decisione altrui. Accettai la sfida.

Ora credo in Dio padre onnipotente, in Gesù Cristo suo unico figlio e nostro Signore, nello Spirito Santo paraclito e in nient’altro. Nessun valore, nessuno slogan, nessun ordine umano, nemmeno me stesso. Mi sono fermato davanti all’unica realtà che era ontologicamente più grande di me e che non potevo sottomettere in alcun modo, a cui non avrei mai potuto sottrarmi in alcun modo.

Il bello è che quell’unica realtà allo stesso tempo demolisce tutto quanto ma in qualche modo lo giustifica: ha senso l’affannarsi dell’uomo sotto il sole, se il suo scopo è dimostrare il suo amore nei confronti di Dio. Ha senso che gli uomini si uniscano se il loro scopo è essere una cosa sola in Cristo. Ha senso che gli uomini si diano delle leggi, se il loro scopo è non dimenticare quanto Lui ci ha insegnato. Quella luce che illumina le particelle di fumo le rende preziose: persino il pensiero critico, la demolizione ha un senso se serve a liberarsi dalle catene che ci costringono a fissare lo sguardo da un’altra parte.

In qualche modo “ama i tuoi nemici” può voler dire anche questo: quando il Signore vuole raggiungerti si servirà anche di loro, persino quando sono (perché così hanno scelto) pure nemici suoi.

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Informazioni su ishramit

Un essere umano, che in quanto tale vive, osserva, studia e crea; un bambino non troppo cresciuto e che di crescere non ha alcuna voglia, e che assolutamente non ha alcuna paura di mostrarsi bambino; un Cristiano, che crede nel Dio che vive nelle persone del Padre, dello Spirito e del Figlio, in Gesù Cristo, Verbo divino che ogni giorno si fa carne per portare il peso che quei bambini irresponsabili che ogni giorno lo crocifiggono non sono in grado di sostenere . Ci sarebbe poco altro da dire, ma nessuno lo dirà.

Pubblicato il 4 marzo 2015, in Riflessioni con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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