Archivi categoria: Citazioni

Sull’immagine di un Gesù debole e melenso

Invece che guardare dei libri e dei quadri sul Nuovo Testamento, guardai il Nuovo Testamento. Vi trovai un resoconto che nulla aveva a che fare con una persona con i capelli divisi da una scriminatura centrale o con le mani strette in supplica, ma che riguardava un essere straordinario dalle labbra tonanti e dalle azioni terribilmente decise, che rovesciava tavoli, cacciava i demoni, che passava con la selvaggia segretezza del vento dall’isolamento della montagna a una sorta di demagogia paurosa; un essere che spesso si comportava come un dio arrabbiato, e sempre come un dio. Cristo aveva addirittura un suo stile personale, che non si ritrova, credo, da nessun’altra parte: esso consiste in un uso quasi furioso della a fortiori. I suoi “quanto più” sono accatastati uno sopra l’altro come dei castelli sulle nuvole. Le parole usate su Cristo sono state, e forse saggiamente, dolci e remissive. Ma le parole usate da Cristo sono curiosamente smisurate: sono piene di cammelli che saltano attraverso le crune degli aghi e di montagne scagliate in mare. Dal punto di vista morale sono ugualmente terribili; Egli ha definito se stesso una spada di carneficina, e ha detto agli uomini di vendere le tuniche e comprare le spade. Il fatto che usasse altre parole perfino più sfrenate per la resistenza passiva aumenta notevolmente il mistero, ma anche in certa misura la violenza. Non possiamo nemmeno spiegarlo definendo pazza una tale creatura, perché la pazzia di solio segue un percorso logico. Il pazzo generalmente è monomaniaco. Qui dobbiamo ricordare la difficile definizione del cristianesimo fornita in precedenza: il cristianesimo è un paradosso sovrumano per cui due passioni opposte potrebbero risplendere una accanto all’altra. La sola spiegazione del linguaggio evangelico in grado di chiarire tutto questo è che lo sguardo di colui che si trova a un’altezza sovrannaturale scorge una sintesi più sorprendente.

 

[Gilberth Keith Chesterton, Ortodossia]

 

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la vita, che è bella: tutta bella; cioè sarebbe

Rimangano rimangano questi canti su la tomba di mio padre!… Sono frulli d’uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane: non disdicono a un camposanto. Di qualche lagrima, di qualche singulto, spero trovar perdono, poiché qui meno che altrove il lettore potrà o vorrà dire: Che me ne importa del dolor tuo?
Uomo che leggi, furono uomini che apersero quella tomba. E in quella finì tutta una fiorente famiglia. E la tomba (ricordo un’usanza africana) non spicca nel deserto per i candidi sassi della vendetta: è greggia, tetra, nera.
Ma l’uomo che da quel nero ha oscurato la vita, ti chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e a gli altri. Bella sarebbe; anche nel pianto che fosse però rugiada di sereno, non scroscio di tempesta; anche nel momento ultimo, quando gli occhi stanchi di contemplare si chiudono come a raccogliere e riporre nell’anima la visione, per sempre. Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario dànno, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima, che anche nello spengerci sembra ci culli e addormenti. Oh! lasciamo fare a lei, che sa quello che fa, e ci vuol bene.
Questa è la parola che dico ora con voce non ancor ben sicura e chiara, e che ripeterò meglio col tempo; le dia ora qualche soavità il pensiero che questa parola potrebbe esser di odio, e è d’amore.
Livorno, marzo del 1894

[Giovanni Pascoli, Prefazione a Myricae 3° edizione]

Sulla sconvenienza della bellezza.

La faccia del Selvaggio si illuminò d’improvviso piacere.

“L’ha letto anche lei?” chiese. “Credevo che nessuno conoscesse questo libro in Inghilterra.”

“Quasi nessuno. Io sono uno dei pochissimi. È proibito, sapete. Ma siccome io faccio le leggi, qui, posso anche violarle. Con impunità, signor Marx” aggiunse volgendosi a Bernardo. “Mentre temo che voi non possiate.”

Bernardo piombò in una infelicità ancor più disperata.

“Ma perché è proibito?” domandò il Selvaggio. Nella sua emozione di trovarsi con un uomo che aveva letto Shakespeare, aveva momentaneamente dimenticato ogni altra cosa.

Il Governatore alzò le spalle.

“Perché è vecchio; questa è la ragione principale. Qui non ci è permesso l’uso delle vecchie cose.”

“Anche quando sono belle?”

“Soprattutto quando sono belle. La bellezza attira, e noi non vogliamo che la gente sia attirata dalle vecchie cose. Noi vogliamo che ami le nuove.”

“Ma le nuove sono tanto stupide e orribili! Questi spettacoli dove non c’è nulla all’infuori di elicotteri che volano dappertutto e dove si sente la gente che si bacia.” Fece una smorfia. “’Caproni e scimmie.’” Soltanto con le parole d’Otello egli poté dare un corso conveniente al suo disprezzo e al suo odio.

“Dei buoni animali domestici, dopo tutto” mormorò il Governatore a mo’ di parentesi.

“Perché non fate leggere loro Otello, piuttosto?”

“Ve l’ho detto, è vecchio. D’altra parte non lo capirebbero.”

Sì, era vero. Si ricordò come Helmholtz avesse riso di Romeo e Giulietta.

“Ebbene, allora” disse dopo una pausa “qualche cosa che somigli a Otello e che essi possano capire.”

“È quello che tutti noi abbiamo desiderato di scrivere” disse Helmholtz rompendo un lungo silenzio.

“Ed è quello che tutti voi non scriverete mai” ribatté il Governatore. “Perché, se somigliasse veramente a Otello, nessuno lo capirebbe, per quanto nuovo potesse essere. E se fosse nuovo, non sarebbe possibile che somigliasse a Otello.”

“Perché no?”

“Sì, perché no? Ripeté Helmholtz. Anche lui dimenticava la penosa realtà della situazione. Soltanto Bernardo, verde d’inquietudine e d’ansia, se ne ricordava; gli altri non gli badavano. “Perché no?”

“Perché il nostro mondo non è il mondo di Otello. Non si possono fare delle macchine senza acciaio, e non si possono fare delle tragedie senza instabilità sociale. Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno che condursi come si deve. E se per caso qualche cosa non va, c’è il soma… che voi gettate via, fuori dalle finestre, in nome della libertà, signor Selvaggio. Libertà!” si mise a ridere. “V’aspettate che i Delta sappiano cos’è la libertà! E ora vi aspettate che capiscano Otello! Povero ragazzone!”

Il Selvaggio restò un momento in silenzio. “Nonostante tutto” insistette ostinato “Otello è una bella cosa, Otello vale più dei film odorosi”.

“Certo,” ammise il Governatore “ma questo è il prezzo con cui dobbiamo pagare la stabilità. Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte. Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato.”

[Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo, capitolo XVI]

Perché su Malacandra non esiste la guerra?

[Il filologo terrestre Elwin Ransom cerca di scoprire se a Malacandra, pianeta popolato da ben tre specie “razionali”, esista la guerra. Non conosce però i termini con cui spiegare al hross Hyoi cos’è la guerra, così cerca di approcciare l’argomento a partire dalle cause: la scarsità di risorse, magari provocata da un aumento della popolazione] Leggi il resto di questa voce

Montanelli su Giordano Bruno

“Di Bruno, sul piano della dottrina cattolica che ne determino’ la condanna da parte del Sant’ Uffizio, ha gia’ parlato giovedi’ sul Corriere, con grandissima competenza, Armando Torno. Se del personaggio e dello scrittore Bruno – di cui qualcosa posso dirle anch’ io – lei vuole conservare l’ alta opinione che mostra di averne, le consiglio di non leggerne nulla. Dopo essermi piu’ volte provato a farlo, io non sono mai riuscito ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata, enfatica e lutulenta. I suoi esegeti sono concordi nel dire che, anche se Bruno era un uomo di cultura, non l’ aveva digerita, e che nel suo pensiero c’ era un po’ di tutto, alla rinfusa, ma di suo ben poco. Quanto al personaggio, ecco la scheda autobiografica che compilo’ lui stesso per i suoi ascoltatori londinesi: “Amante di Dio, dottore della piu’ alta Teologia, professore di cultura purissima, noto filosofo, accolto e ricevuto presso le prime Accademie, vincitore dell’ ignoranza presuntuosa e persistente…”, e via di questo passo. Non ho mai capito perche’ si fece frate e scelse l’ ordine piu’ severo, quello dei Domenicani. Il suo carattere era quello di un ribelle a tutte le regole, di uno “sciupafemmine” come dicono dalle sue parti (era di Nola) sempre in caccia di gonnelle. Infatti poco dopo getto’ la tonaca alle ortiche, e comincio’ a girovagare in tutta Europa in cerca di cattedre e di pergami da cui predicare. La sua oratoria era simile alla sua prosa: gonfia di aggettivi e d’ immagini, aggressiva e violenta specie contro la Chiesa: tanto che i calvinisti di Ginevra, credendo che fosse dei loro, lo invitarono a tenere un corso. Ne approfitto’ per denunciare gli errori e gli strafalcioni teologici in cui essi cadevano, e ne fu contraccambiato con l’ espulsione dalla citta’ . Gli amici (qualcuno ne aveva) lo persuasero a rivestire il saio, e stranamente la Chiesa glielo concesse. Lui la ripago’ facendosi propagandista del pensiero copernicano – rielaborato a modo suo – che la Chiesa condannava come eretico. Stavolta il Sant’ Uffizio perse la pazienza, se lo fece consegnare dai gendarmi di Venezia, dove si era ultimamente rifugiato, e lo sottopose a processo. Nell’ interrogatorio del Grande Inquisitore Bellarmino, Bruno non difese le sue posizioni, anzi le rinnego’ come false, confesso’ tutti i suoi peccati, e chiese di essere riaccolto in grembo alla Chiesa. Fu quando si trovo’ issato sul patibolo di Campo de’ Fiori, cioe’ quando ormai non aveva piu’ nulla da perdere, che Bruno si penti’ di essersi pentito e pronuncio’ contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie. No, Bruno non fu un eroe del Libero Pensiero, come un Carnesecchi o un Ochino, di cui non raggiunse l’ altezza morale e intellettuale. Era soltanto un ribelle che si ribellava a tutto per il suo carattere egocentrico e protervo. Con questo – intendiamoci – non intendo affatto giustificare il supplizio a cui fu condannato e su cui era tempo che la Chiesa facesse atto di contrizione. Voglio soltanto dire che, di tutti quelli (e furono tanti) da essa accesi in quei tempi calamitosi, il rogo di Giordano Bruno e’ fra quelli che m’ indignano di meno. Esso illumina della luce piu’ cupa, e quindi piu’ pertinente, lo squallido paesaggio dell’ Italia della Controriforma: un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una Causa a cui intestare il proprio sacrificio. ”

 

[Corriere della Sera, 5 Febbraio 2000, pagina 41]

Per saperne di più sul “razionalismo” del “martire del libero pensiero”: http://www.uccronline.it/2013/05/19/giordano-bruno-magia-e-occultismo-altro-che-razionalita/

Fiabe, bambini e paura

Coloro secondo i quali i bambini non devono essere spaventati possono voler dire due cose: (1) che non dovremmo fare niente che possa inculcare nei più piccoli paure ossessive, paralizzanti e psicologiche contro le quali il normale coraggio non può nulla, in altre parole fobie. Oppure (2) che dobbiamo nasconder loro il fatto di essere nati in un mondo di morte e violenza, avventure e dolori, eroismo e vigliaccheria, bene e male. Personalmente sono d’accordo con coloro che sostengono il primo punto ma non con i secondi. Questi ultimi intendono nutrire i bambini di false sensazioni ed escapismo del tipo deteriore; oltretutto, c’è qualcosa di ridicolo nel tentativo di educare in questa maniera una generazione nata nel secolo della polizia sovietica e della bomba atomica. È probabile che i giovani debbano affrontare nemici crudeli: che almeno abbiano sentito parlare di valorosi cavalieri ed eroiche gesta di coraggio. Non prepararli minimamente equivarrebbe a dar loro un futuro più oscuro, non più luminoso. Per quanto riguarda violenza e spargimenti di sangue letterari, la maggior parte di noi sa che non innescano paure ossessive nella mente del bambino. In questo senso mi oppongo tranquillamente al riformatore moderno e mi schiero con la razza umana: continuino a esistere re malvagi e decapitati, battaglie e carceri sotterranei, draghi e giganti; e che i cattivi vengano senz’altro uccisi alla fine del racconto. Niente potrà convincermi che questi espedienti provochino, nel bambino normale, un brivido o un livello di paura superiore a quello che vuole e che ha bisogno di provare. Perché il bambino vuole essere un po’ spaventato.

[C.S. Lewis, Tre modi di scrivere per l’infanzia]

Le bestie sono migliori degli uomini?

Molti e diversi tra loro sono i motivi che pos­sono spingere la gente ad acquistare e a tenere un cane, e non tutti sono buoni. Innanzi tutto, tra gli amici dei cani vi sono anche coloro che cercano rifugio in un animale soltanto a causa di amare esperienze personali. Mi rattrista sempre sentire quella frase malvagia e total­mente falsa«Le bestie sono migliori degli uomini». Non lo sono affatto! Certo, la fe­deltà di un cane non trova facilmente l’equi­valente tra le qualità sociali dell’uomo. In compenso, però, il cane non conosce quel labirinto di obblighi morali, spesso in contrasto tra di loro, che è proprio dell’uomo, non conosce, o soltanto in misura minima, il conflitto fra inclinazione e dovere, insomma tutto ciò che in noi poveri uomini crea la colpa. Anche il cane più fedele è amorale, secondo il significato umano della responsabilità.

Una chiara ed esatta conoscenza del comportamento sociale degli animali più evoluti non conduce, come molti credono, a ridurre le differenze fra uomo e animale, ma al contrario: soltanto un buon conoscitore del comportamento animale è in grado di valutare la posizione unica e più elevata che l’uomo occupa fra gli esseri viventi.
La comparazione scientifica fra l’animale e l’uomo, su cui si basa tanta parte del nostro metodo di ricerca, non implica affatto – come del resto l’accettazione della teoria sull’origine della specie – una diminu­zione della dignità umana. È nella natura del processo evolutivo il dar vita a forme sempre nuove e più elevate che non erano in alcun modo prestabilire, e neanche solo contenute, negli stadi precedenti da cui esse hanno avuto origine. È pur vero che ancora oggi nell’uomo c’è tutto l’animale, ma non certo tutto l’uomo è nell’animale. Il nostro metodo filogenetico di indagine, che necessariamente parte dal gradino più basso, cioè dall’animale, ci mostra con particolare evidenza proprio l’ elemento essenzialmente umano, cioè quelle alte creazioni della ragione e dell’etica che non sono mai state presenti nel regno animale, e questo appunto perché noi le poniamo in rilievo staccandole da quello sfondo di antiche, storiche qualità e capacità che ancor oggi l’uomo ha in comune con gli animali più evoluti. Dire che gli animali sono migliori dell’uomo  è semplicemente una bestemmia; anche per la mente critica del naturalista, che non nomina con futile presunzione il nome di Dio. Quella frase rappresenta un satanico rifiuto dell’ evoluzione creativa nel mondo degli organismi viventi.

Purtroppo una schiera terribilmente numerosa di amici degli animali, ma soprattutto di coloro che li proteggono, insiste su questo pun­to di vista eticamente tanto pericoloso. Invece l’amore per gli animali è bello e nobilitante e soltanto quando nasce dal più vasto e generi­co amore per tutto il mondo vivente, il cui nucleo centrale e più importante deve rima­nere l’amore per gli uomini. « Io amo ciò che vive », fa dire J.V. Widmann al Redentore nella sua leggenda drammatica Il Santo e gli animali. Solo chi è in grado di dire lo stesso di sé può dare senza pericolo morale il suo cuore agli animali. Ma colui che, deluso e amareggiato dalle debolezze umane, toglie il suo more all’umanità per darlo a un cane o a un gatto, commette senza dubbio alcuno un grave peccato, vorrei dire un atto di ripugnante perversione sociale. L’odio per l’uomo e l’amore per le bestie sono una pessima combinazione.”

 

Da E l’uomo incontrò il cane di Konrad Lorenz (pp. 55-57)

(In risposta a http://melodiestonate.wordpress.com/2013/04/29/lanimale-e-inferiore-alluomo-perche-non-sa-amare/)

Preferisco il sogno alle tenebre

“Permettete una parola, signora?” cominciò il paludrone, allontanandosi dal fuoco e zoppicando per il gran male. “Una soltanto, se consentite. Sono certo che tutto quello che avete detto sia vero, anzi, verissimo. Io sono un povero diavolo che vede sempre il peggio delle cose e poi le affronta facendo buon viso a cattivo gioco. Che volete, sono fatto così. Dunque credo a tutto quello che avete detto, ma c’è una cosa che tengo a chiarire. Supponiamo che abbiamo fatto un sogno e ci siamo inventati le cose di cui abbiamo parlato poco fa: gli alberi, il sole, la luna, le stelle e perfino Aslan. Supponiamolo: ma lasciate che vi dica che le cose inventate sono più belle e importanti di quelle reali da cui, secondo voi, avremmo tratto ispirazione. Immaginiamo che l’orribile buco nero che governate sia l’unico mondo autentico: non mi piace lo stesso, anzi mi fa una gran pena. Avete detto che siamo ragazzi e stiamo giocando, ma quattro ragazzi che giocano al gioco del mondo, signora, possono essere così abili da spazzar via il vostro mondo. Ecco perché voglio continuare la partita. Io sto dalla parte di Aslan, anche se è pura invenzione; voglio vivere come un Narniano anche se Narnia non esiste. Quindi, grazie infinite per la cena ma vi informo che se questi due gentiluomini e questa signorina sono pronti, noi lasciamo la vostra corte per addentrarci nelle tenebre, dove passeremo il resto della vita a cercare il Mondodisopra. Non che le nostre vite dureranno in eterno, ma che importanza ha se il mondo è piatto e scialbo come ce lo avete dipinto?

[C. S. Lewis, Le cronache di Narnia: la sedia d’argento]

Pozzanghera il paludrone è il San Giorgio che serve oggi.

Fa’, te ne prego, Signore, che io senta nel cuore ciò che tocco con l’intelligenza… Occorre impregnare sempre più la nostra fede di intelligenza, in attesa della visione beatifica.

Sant’Anselmo, vescovo e dottore della Chiesa

Desolazione del povero poeta sentimentale – Sergio Corazzini

I
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
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