Archivi categoria: Citazioni

Le Pre-Persone, di Philip Dick (Finale)

A questo link trovate la registrazione della terza parte del racconto di Philip Dick: le Pre-persone.

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Le Pre-Persone, di Philip Dick (parte 3)

A questo link trovate la registrazione della terza parte del racconto di Philip Dick: le Pre-persone.

 

Qua in un articolo di Tempi il racconto completo:
https://www.tempi.it/le-pre-persone-dick-autore-di-blade-runner-aveva-gi-previsto-tutto-nel-1974/

Le Pre-Persone, di Philip Dick (parte 2)

A questo link trovate la registrazione della seconda parte del racconto di Philip Dick: le Pre-persone.

Qua in un articolo di Tempi il racconto completo:
https://www.tempi.it/le-pre-persone-dick-autore-di-blade-runner-aveva-gi-previsto-tutto-nel-1974/

Le pre-persone, di Philip Dick (Parte 1)

A questo link trovate la registrazione della prima parte del racconto “Le Pre-Persone” di Philip K. Dick.

Qua in un articolo di Tempi il racconto completo:
https://www.tempi.it/le-pre-persone-dick-autore-di-blade-runner-aveva-gi-previsto-tutto-nel-1974/

Marcellino in Cielo (testo e audio)

IL DOLCE MISTERO CRISTIANO DI SORELLA MORTE, INTRODOTTO DA JOSE MARIA SANCHEZ SILVA NELL’INTRODUZIONE DI MARCELLINO IN CIELO

“I propositi che mi indussero a scrivere “Marcellino Pane e Vino” si completano oggi con questa serie di avventure in Cielo del piccolo Amico di Gesù. Perché si ricorderà che in “Marcellino” si parla spesso della Morte e si dice che si tratta di un racconto “dolcemente impregnato dell’idea della morte, così estranea alla maggior parte dei giovani”. A questo si aggiunga ciò che molti mi hanno fatto notare, e cioè che “è un vero peccato che Marcellino muoia così presto”.

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Sull’immagine di un Gesù debole e melenso

Invece che guardare dei libri e dei quadri sul Nuovo Testamento, guardai il Nuovo Testamento. Vi trovai un resoconto che nulla aveva a che fare con una persona con i capelli divisi da una scriminatura centrale o con le mani strette in supplica, ma che riguardava un essere straordinario dalle labbra tonanti e dalle azioni terribilmente decise, che rovesciava tavoli, cacciava i demoni, che passava con la selvaggia segretezza del vento dall’isolamento della montagna a una sorta di demagogia paurosa; un essere che spesso si comportava come un dio arrabbiato, e sempre come un dio. Cristo aveva addirittura un suo stile personale, che non si ritrova, credo, da nessun’altra parte: esso consiste in un uso quasi furioso della a fortiori. I suoi “quanto più” sono accatastati uno sopra l’altro come dei castelli sulle nuvole. Le parole usate su Cristo sono state, e forse saggiamente, dolci e remissive. Ma le parole usate da Cristo sono curiosamente smisurate: sono piene di cammelli che saltano attraverso le crune degli aghi e di montagne scagliate in mare. Dal punto di vista morale sono ugualmente terribili; Egli ha definito se stesso una spada di carneficina, e ha detto agli uomini di vendere le tuniche e comprare le spade. Il fatto che usasse altre parole perfino più sfrenate per la resistenza passiva aumenta notevolmente il mistero, ma anche in certa misura la violenza. Non possiamo nemmeno spiegarlo definendo pazza una tale creatura, perché la pazzia di solio segue un percorso logico. Il pazzo generalmente è monomaniaco. Qui dobbiamo ricordare la difficile definizione del cristianesimo fornita in precedenza: il cristianesimo è un paradosso sovrumano per cui due passioni opposte potrebbero risplendere una accanto all’altra. La sola spiegazione del linguaggio evangelico in grado di chiarire tutto questo è che lo sguardo di colui che si trova a un’altezza sovrannaturale scorge una sintesi più sorprendente.

 

[Gilberth Keith Chesterton, Ortodossia]

 

la vita, che è bella: tutta bella; cioè sarebbe

Rimangano rimangano questi canti su la tomba di mio padre!… Sono frulli d’uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane: non disdicono a un camposanto. Di qualche lagrima, di qualche singulto, spero trovar perdono, poiché qui meno che altrove il lettore potrà o vorrà dire: Che me ne importa del dolor tuo?
Uomo che leggi, furono uomini che apersero quella tomba. E in quella finì tutta una fiorente famiglia. E la tomba (ricordo un’usanza africana) non spicca nel deserto per i candidi sassi della vendetta: è greggia, tetra, nera.
Ma l’uomo che da quel nero ha oscurato la vita, ti chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e a gli altri. Bella sarebbe; anche nel pianto che fosse però rugiada di sereno, non scroscio di tempesta; anche nel momento ultimo, quando gli occhi stanchi di contemplare si chiudono come a raccogliere e riporre nell’anima la visione, per sempre. Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario dànno, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima, che anche nello spengerci sembra ci culli e addormenti. Oh! lasciamo fare a lei, che sa quello che fa, e ci vuol bene.
Questa è la parola che dico ora con voce non ancor ben sicura e chiara, e che ripeterò meglio col tempo; le dia ora qualche soavità il pensiero che questa parola potrebbe esser di odio, e è d’amore.
Livorno, marzo del 1894

[Giovanni Pascoli, Prefazione a Myricae 3° edizione]

Sulla sconvenienza della bellezza.

La faccia del Selvaggio si illuminò d’improvviso piacere.

“L’ha letto anche lei?” chiese. “Credevo che nessuno conoscesse questo libro in Inghilterra.”

“Quasi nessuno. Io sono uno dei pochissimi. È proibito, sapete. Ma siccome io faccio le leggi, qui, posso anche violarle. Con impunità, signor Marx” aggiunse volgendosi a Bernardo. “Mentre temo che voi non possiate.”

Bernardo piombò in una infelicità ancor più disperata.

“Ma perché è proibito?” domandò il Selvaggio. Nella sua emozione di trovarsi con un uomo che aveva letto Shakespeare, aveva momentaneamente dimenticato ogni altra cosa.

Il Governatore alzò le spalle.

“Perché è vecchio; questa è la ragione principale. Qui non ci è permesso l’uso delle vecchie cose.”

“Anche quando sono belle?”

“Soprattutto quando sono belle. La bellezza attira, e noi non vogliamo che la gente sia attirata dalle vecchie cose. Noi vogliamo che ami le nuove.”

“Ma le nuove sono tanto stupide e orribili! Questi spettacoli dove non c’è nulla all’infuori di elicotteri che volano dappertutto e dove si sente la gente che si bacia.” Fece una smorfia. “’Caproni e scimmie.’” Soltanto con le parole d’Otello egli poté dare un corso conveniente al suo disprezzo e al suo odio.

“Dei buoni animali domestici, dopo tutto” mormorò il Governatore a mo’ di parentesi.

“Perché non fate leggere loro Otello, piuttosto?”

“Ve l’ho detto, è vecchio. D’altra parte non lo capirebbero.”

Sì, era vero. Si ricordò come Helmholtz avesse riso di Romeo e Giulietta.

“Ebbene, allora” disse dopo una pausa “qualche cosa che somigli a Otello e che essi possano capire.”

“È quello che tutti noi abbiamo desiderato di scrivere” disse Helmholtz rompendo un lungo silenzio.

“Ed è quello che tutti voi non scriverete mai” ribatté il Governatore. “Perché, se somigliasse veramente a Otello, nessuno lo capirebbe, per quanto nuovo potesse essere. E se fosse nuovo, non sarebbe possibile che somigliasse a Otello.”

“Perché no?”

“Sì, perché no? Ripeté Helmholtz. Anche lui dimenticava la penosa realtà della situazione. Soltanto Bernardo, verde d’inquietudine e d’ansia, se ne ricordava; gli altri non gli badavano. “Perché no?”

“Perché il nostro mondo non è il mondo di Otello. Non si possono fare delle macchine senza acciaio, e non si possono fare delle tragedie senza instabilità sociale. Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno che condursi come si deve. E se per caso qualche cosa non va, c’è il soma… che voi gettate via, fuori dalle finestre, in nome della libertà, signor Selvaggio. Libertà!” si mise a ridere. “V’aspettate che i Delta sappiano cos’è la libertà! E ora vi aspettate che capiscano Otello! Povero ragazzone!”

Il Selvaggio restò un momento in silenzio. “Nonostante tutto” insistette ostinato “Otello è una bella cosa, Otello vale più dei film odorosi”.

“Certo,” ammise il Governatore “ma questo è il prezzo con cui dobbiamo pagare la stabilità. Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte. Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato.”

[Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo, capitolo XVI]

Perché su Malacandra non esiste la guerra?

[Il filologo terrestre Elwin Ransom cerca di scoprire se a Malacandra, pianeta popolato da ben tre specie “razionali”, esista la guerra. Non conosce però i termini con cui spiegare al hross Hyoi cos’è la guerra, così cerca di approcciare l’argomento a partire dalle cause: la scarsità di risorse, magari provocata da un aumento della popolazione] Leggi il resto di questa voce

Montanelli su Giordano Bruno

“Di Bruno, sul piano della dottrina cattolica che ne determino’ la condanna da parte del Sant’ Uffizio, ha gia’ parlato giovedi’ sul Corriere, con grandissima competenza, Armando Torno. Se del personaggio e dello scrittore Bruno – di cui qualcosa posso dirle anch’ io – lei vuole conservare l’ alta opinione che mostra di averne, le consiglio di non leggerne nulla. Dopo essermi piu’ volte provato a farlo, io non sono mai riuscito ad andare oltre le prime due o tre pagine della sua prosa disordinata, enfatica e lutulenta. I suoi esegeti sono concordi nel dire che, anche se Bruno era un uomo di cultura, non l’ aveva digerita, e che nel suo pensiero c’ era un po’ di tutto, alla rinfusa, ma di suo ben poco. Quanto al personaggio, ecco la scheda autobiografica che compilo’ lui stesso per i suoi ascoltatori londinesi: “Amante di Dio, dottore della piu’ alta Teologia, professore di cultura purissima, noto filosofo, accolto e ricevuto presso le prime Accademie, vincitore dell’ ignoranza presuntuosa e persistente…”, e via di questo passo. Non ho mai capito perche’ si fece frate e scelse l’ ordine piu’ severo, quello dei Domenicani. Il suo carattere era quello di un ribelle a tutte le regole, di uno “sciupafemmine” come dicono dalle sue parti (era di Nola) sempre in caccia di gonnelle. Infatti poco dopo getto’ la tonaca alle ortiche, e comincio’ a girovagare in tutta Europa in cerca di cattedre e di pergami da cui predicare. La sua oratoria era simile alla sua prosa: gonfia di aggettivi e d’ immagini, aggressiva e violenta specie contro la Chiesa: tanto che i calvinisti di Ginevra, credendo che fosse dei loro, lo invitarono a tenere un corso. Ne approfitto’ per denunciare gli errori e gli strafalcioni teologici in cui essi cadevano, e ne fu contraccambiato con l’ espulsione dalla citta’ . Gli amici (qualcuno ne aveva) lo persuasero a rivestire il saio, e stranamente la Chiesa glielo concesse. Lui la ripago’ facendosi propagandista del pensiero copernicano – rielaborato a modo suo – che la Chiesa condannava come eretico. Stavolta il Sant’ Uffizio perse la pazienza, se lo fece consegnare dai gendarmi di Venezia, dove si era ultimamente rifugiato, e lo sottopose a processo. Nell’ interrogatorio del Grande Inquisitore Bellarmino, Bruno non difese le sue posizioni, anzi le rinnego’ come false, confesso’ tutti i suoi peccati, e chiese di essere riaccolto in grembo alla Chiesa. Fu quando si trovo’ issato sul patibolo di Campo de’ Fiori, cioe’ quando ormai non aveva piu’ nulla da perdere, che Bruno si penti’ di essersi pentito e pronuncio’ contro la Chiesa la sua ennesima requisitoria condita di orrende bestemmie. No, Bruno non fu un eroe del Libero Pensiero, come un Carnesecchi o un Ochino, di cui non raggiunse l’ altezza morale e intellettuale. Era soltanto un ribelle che si ribellava a tutto per il suo carattere egocentrico e protervo. Con questo – intendiamoci – non intendo affatto giustificare il supplizio a cui fu condannato e su cui era tempo che la Chiesa facesse atto di contrizione. Voglio soltanto dire che, di tutti quelli (e furono tanti) da essa accesi in quei tempi calamitosi, il rogo di Giordano Bruno e’ fra quelli che m’ indignano di meno. Esso illumina della luce piu’ cupa, e quindi piu’ pertinente, lo squallido paesaggio dell’ Italia della Controriforma: un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una Causa a cui intestare il proprio sacrificio. ”

 

[Corriere della Sera, 5 Febbraio 2000, pagina 41]

Per saperne di più sul “razionalismo” del “martire del libero pensiero”: http://www.uccronline.it/2013/05/19/giordano-bruno-magia-e-occultismo-altro-che-razionalita/