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Se vuoi la pace, educa alla guerra

Se vuoi la pace, educa alla guerra.

Sono decenni ormai che i vecchi (dentro o fuori non fa differenza) che governano il mondo ci ammorbano con il pacifismo. E quale sarà la conseguenza? La guerra, e chiunque sappia qualcosa della gioventù lo capirebbe.
È stato un gravissimo errore storico parlare di “giovanilismo” per gli eventi della fine degli anni 60, per gli hyppie, il “peace and love”, per la contestazione studentesca partita con l’avversione per l’ennesima guerra in Vietnam. L’unica cosa “giovanile” di tutta quella faccenda era la guerra alla generazione precedente, l’odio tribale (descritto magistralmente dall’etologo Konrad Lorenz che poté osservarlo in quegli anni) di una cultura contro un’altra. Ma nessuna delle due culture poteva essere giovane: il trauma della seconda guerra mondiale aveva invecchiato all’improvviso tutto l’occidente, ed il confronto era tra una generazione di persone vecchie culturalmente e fisicamente (quella che la guerra l’aveva fatta) e una di persone giovani fisicamente ma vecchie culturalmente (quella che venne dopo).
Il vero giovanilismo non fu in quegli anni, ma per tanto tempo si è fatto finta di dimenticarlo. Ora ne è passato di tempo e possiamo ricordare: pensate a chi è che faceva pellegrinaggi alla tomba di Carducci perché l’Italia entrasse nella Grande Guerra, erano forse gli anziani?
Furono i giovani, gli studenti universitari, perché è nella natura dei giovani fare la guerra, è una forza che pulsa nel sangue tanto quanto l’istinto sessuale.
La Chiesa questo l’ha sempre saputo. E così come la pulsione erotica viene equilibrata dalla vita contemplativa (e non fa meraviglia che la “rivoluzione sessuale” sia avvenuta in primo luogo in quelle terre che, perduta l’Eucaristia, avevano cercato di combattere le deviazioni dell’istinto sessuale con la sola repressione puritana), quella aggressiva trova il suo equilibrio nella vita ascetica.
La Chiesa non ha mai proposto la “pace” ai suoi giovani, sa bene che lo spirito umano non è adatto alla pace, soprattutto quando è ancora forte e focoso. Nel medioevo i popoli europei erano giovanissimi e di fatti si facevano la guerra ininterrottamente, e cosa fece la Chiesa? Inventò la cavalleria. Diede ai giovani un codice d’onore, una regolamentazione dell’attività militare, un’ascesi della battaglia. Si doveva fare la guerra soltanto per buone ragioni, e questo era indispensabile per evitare che i giovani cristiani si ammazzassero tra di loro. Si trovò, insomma, un nemico diverso: a volte l’invasore islamico che minacciava le terre cristiane, altre il bandito, il nemico dell’ordine pubblico. Insomma, chi aveva scelto di fare del male al prossimo e aveva così rinunciato alla tutela. La guerra si poteva fare, si poteva combattere, ma doveva esserci una grande disciplina.
Oggi non siamo nel medioevo e i popoli europei non sono più giovani ma decrepiti, ora si parla di pace perché in Europa sono quasi tutti vecchi. Ma verrà un giorno in cui le generazioni che oggi sono in su con gli anni spariranno, e i giovani (autoctoni o non) torneranno ad costituire una fetta importante della società, e allora vorranno fare la guerra. E se parlate con i giovani di oggi vi accorgerete che non potrebbe essere altrimenti: siamo pieni di guerrieri repressi così come nell’800 (era in cui persino il cattolicesimo acquisì tratti puritani) era pieno di puttanieri repressi (e non a caso fu l’era del romanticismo).
Il mondo esploderà in una nuova rivoluzione e i nostri giovani si ammazzeranno l’un l’altro per il solo gusto di farlo. E non essendoci più una disciplina militare, non essendoci più una “nazione” o un “ideale” per cui combattere sarà tutto più violento e grottesco di quanto sia mai stato.
Ecco allora che oggi serve una cavalleria ancora più che allora, nel senso che serve ascetismo, ma non il solo ascetismo sessuale e puritano che ci ha portato a questo schifo che imperversa oggi, ma un ascetismo integrale: i giovani vanno educati alla guerra.
Una guerra che è quella di cui si è sempre parlato nella Chiesa dai tempi di San Paolo (per non andare troppo indietro Emoticon grin ), la guerra contro i tre nemici: la carne, il mondo, Satana.
I giovani di domani saranno cavalieri o assassini, proprio come quelli di oggi sono in bilico tra il mistico e il giocattolo sessuale. Dovranno imparare che la vita è una guerra e che per la pace ci sarà tempo solo dopo la morte, e che ogni minuto in cui saranno sorpresi a ritrarre le armi dal combattimento contro i loro tre nemici li porterà più vicini a trafiggere un amico o un fratello per il semplice motivo che non sapranno contenersi.
Tanti cristiani oggi combattono contro la sessualizzazione della società, contro l’omosessualismo e la dissoluzione dei costumi: malattie di popoli e culture senili, destinate alla morte. Avranno il coraggio di armare i loro figli? Di parlare del modo giusto di combattere oltre che del modo giusto di amare? Ricordatevi che se è vero che vostro figlio rischia di dannarsi giocando con il piacere sessuale è anche vero che avrà occasione di pentirsi e di smettere. Ma se uno si fa ammazzare mentre gioca con un’arma rimane poco da fare. Non perdiamo d’occhio il male di oggi ma non bendiamoci a quello di domani.
Alle nuove generazioni farà schifo tutto questo pacifismo, questo “volemose bene”, e diventeranno assuefatti persino al piacere erotico. Allora scoppierà la vera bomba.
E se volete conferme di tutto questo intervistate i giovani europei che si arruolano nell’Isis: è probabile che a pochi di loro interessi qualcosa di Allah, ma quelli islamici sono popoli dallo spirito ancora giovane e attirano questa gioventù repressa che non capisce quel che vuole.
Ma il nostro problema è che anche la Chiesa, in europa, è mentalmente senile.

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La Stagione del Qohélet

La Stagione del Qohélet

Testo preparato come traccia per approfondimento finale sul libro che era stato letto durante il campo mobile del Clan Monte Vettore del gruppo scout Ancona 1 (FSE).

Cos’ha da dire Qohélet?

Vanità delle vanità, tutto è vanità ed occupazione senza senso:

Qohélet non è un nome proprio, è “colui che parla nell’assemblea”, in particolare prende la parte del figlio di Davide, quindi di un re d’Israele, e si mette in particolare nei panni di Re Salomone, con cui il regno raggiunse il massimo splendore, famoso per la sua grande sapienza.

Questo re ha ottenuto tutto ciò che poteva ottenere nel corso della sua vita, e più di ogni altra cosa ha accumulato la sapienza, il cui valore è superiore a tutto il resto. Ma vertice della sapienza è scoprire che la sapienza stessa non può salvare, proprio come tutte le altre cose. Il percorso è stato graduale, tutte le cose hanno assunto, una dopo l’altra, l’aspetto che mostrava la loro più sincera natura: il fumo. Tutto è fumo, dice Qohélet, tutto è fumo ed inseguire il vento. Questo il significato di quel “vanitas” delle traduzioni latine: l’uomo può ottenere ciò che vuole, ma alla fine in mano non avrà altro che un po’ di fumo, un po’ di nulla, niente potrà mai bastare a soddisfarlo.

Non importa quanto l’uomo si sforzi, quanto si affatichi, la verità è che tutto è destinato a svanire, a tornare alla polvere, ad essere dimenticato. Innanzi tutto l’uomo, che è destinato a morire e non solo non potrà portarsi nulla nella tomba, ma nemmeno potrà lasciare nulla dopo di sé, perché anche chi verrà dopo è destinato a morire, il ricordo degli antichi non rimarrà e ciò che si è costruito nel corso della vita cadrà in mano ad un erede incapace che vanificherà ogni suo sforzo.

Quando Qohélet dice “tutto è vanità” intende dire proprio “tutto”, non c’è niente che faccia eccezione, non c’è niente che potrà salvarsi dalla morte. Perciò tutto ciò che resta da fare è godere di ciò che si può godere, senza sprecare quel poco sollievo che ci è concesso.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole:

L’uomo si affanna alla ricerca di cose nuove, soprattutto l’uomo che, come Qohélet, cerca la Sapienza, ma nessuno potrà mai trovare qualcosa che sia davvero nuovo: tutto è già stato, tutto era già conosciuto da qualcun altro prima di noi, e questa è una conseguenza della vanità del tutto. Dato che tutto muore, le nostre scoperte non gioveranno a nessuno, e chi verrà dopo di noi sarà costretto a riscoprire ogni cosa ripartendo da capo. L’uomo vorrebbe arrivare a scoprire il senso delle cose, ma tutto è vanità, tutto è insensato. Sotto il sole.

Tutto questo avviene in un preciso scenario: la vita dell’uomo che si affanna sotto il sole, quel sole che gli ricorda il suo limite, la sua incapacità di raggiungere il cielo, di arrivare alle verità ultime, di salvarsi dalla terra di cui la sua natura è impregnata. L’uomo sa di essere polvere, ma guarda al cielo perché la polvere non lo soddisfa. E nel cielo c’è una barriera, c’è quel sole che ripete incessantemente il suo ciclo, senza lasciare spazio alla speranza che qualcosa possa cambiare, che la barriera che separa le cose terrene da quelle celeste possa infrangersi. Al di là del sole c’è Dio, ma Dio non si fa guardare in faccia, Dio scruta silenziosamente tutte le cose per decidere, infine, ciò che dovrà accadere. E l’uomo non può farci nulla, né può immaginare quale sia la volontà divina.

Chi accresce il sapere, accresce il dolore:

Scoprire tutte queste cose è, come abbiamo detto, il culmine della sapienza umana, quanto di più perfetto l’uomo possa arrivare a comprendere. Ma questa sapienza non consola, perché la realtà è spaventosa e sottolinea l’incapacità umana di trovare il senso delle cose o anche di crearlo. Il sapiente ha gli occhi in fronte, mentre lo stolto cammina nel buio, ma ad entrambi attende la stessa sorte. Sapere è sapere che si morirà, che tutto ciò per cui lavoriamo non vale niente.

Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto:

Il libro finisce ammonendo i lettori: è vero che tutto è vanità, è vero che non sappiamo se c’è una vita dopo la morte e che il nostro spirito vitale potrebbe andare perdersi sottoterra come quello degli animali e che non abbiamo alcuna ragione di credere che andrà in Cielo a raggiungere Dio, ma bisogna ricordare che Dio vede tutto e tutto giudica, perciò l’uomo sapiente farà ben attenzione a non offenderlo, perché questo non porterebbe ad altro che ad ulteriore sofferenza. Qohélet è re d’Israele e sa bene che al suo popolo è stata data una legge che viene da Dio, perciò la cosa migliore che l’uomo possa fare è cercare di rimanere fedele a questa legge. Tuttavia la conclusione della storia rimane ugualmente ignota: Qohélet sa anche che tutti gli uomini sono peccatori, e che alla fine solo la libera (e arbitraria) scelta di Dio potrebbe salvarli. Occorre temere Dio, per evitare che si adiri contro di noi, e fare quanto ci ha comandato. Se Dio ci ami o meno non è dato saperlo, né a nessuno è mai stato detto che i suoi sacrifici gli hanno ottenuto la purificazione dai peccati. L’invito di Qohélet è un invito a non peggiorare la situazione, a non attirare altre sciagure su di sé e sul Popolo. Per il resto, il sapiente ha visto che il giusto ottiene spesso la ricompensa del malvagio, e al malvagio sono dati i privilegi del giusto, sotto il sole. Chi ci dice che non sia questa la volontà di Dio? Nessuno, perché nessuno ha mai visto il volto di Dio.

Ecco, questa è una novità: Qohélet domanda perché il Cielo risponda

Segnata dai sentimenti di Qohélet è quella stagione che precede il Vangelo

Il Cielo si squarciò:

Questa è dunque la condizione del popolo d’Israele prima della venuta del Figlio dell’uomo: nel migliore dei casi la consapevolezza che senza l’intervento di Dio nessuno è capace di salvarsi, una consapevolezza che fa male perché questo intervento non sembra arrivare. Israele è costretto ad attendere, e nell’attesa non ottiene che il silenzio, mentre il sole continua il suo corso e tutto sembra stagnante, immobile, immutabile. Si offrono sacrifici a Dio nella speranza che s’impietosisca, ma lentamente si perde la speranza che ciò avvenga e i riti diventano fini a sé stessi, ci si rassegna all’impossibilità di sapere se questi siano ben accetti e persino la legge rimane in quanto legge e non in quanto strumento di salvezza e redenzione.

Solo la decisione di Dio poteva salvare gli uomini, e sarà proprio questa, il suo Verbo a farlo. Qohélet aveva ragione, perché la Sapienza si rivelasse agli uomini non c’era alcuna utilità nell’affannarsi, perché la risposta sarebbe venuta dall’alto: “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge”, un sole nuovo, qualcosa che non si era mai visto prima. E così fu, nel momento in cui Gesù si presentò al Giordano per farsi battezzare da Giovanni “vide squarciarsi i cieli” e scese su di lui lo Spirito Santo, l’amore divino, e la voce di Dio lo annunciò come suo figlio, così come l’ultimo profeta l’aveva chiamato “l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo”. Succede ciò che Qohélet non aveva osato sperare, pur essendo egli consapevole dell’impossibilità di altre soluzioni: i cieli si aprono, colui che vive oltre il sole viene a vivere in mezzo agli uomi. Et verbo caro factum est. Il verbo, la sapienza divina diventa uomo e si fa conoscere dagli uomini. Tale Sapienza è eterna, è assoluta, è perfetta, Gesù Cristo è quel senso che Qohélet cercava sotto il sole e non trovò mai, è colui che è venuto “per accendere un fuoco sulla terra”, è “Colui che è” in una coltre di fumo senza senso. Rimane la vanità delle cose, e su questo Gesù insiste spesso, ricordando che i gigli dei campi vestono meglio di re Salomone ma finiscono comunque nel forno, ma c’è qualcosa che non finirà più. Il Figlio di Dio è colui che è in eterno, ed è venuto nel mondo per dare agli uomini il potere di divenire anche loro figli di Dio, eterni come lui. È venuto a dire cosa vuole Dio per gli uomini: che si salvino ed abbiano la vita eterna, una vita di unione d’amore con Dio stesso, con l’assoluto, con l’unica cosa che può soddisfare davvero i loro bisogni.

Se l’uomo diventa eterno e acquisisce un valore, inizia ad essere effettivamente qualcosa in più di un mucchietto di polvere, anche le altre cose acquisiscono un senso nuovo: diventano doni, cose date all’uomo per goderne e per trarne vantaggio al fine di rendersi più simili a Dio. Non sono eterne come gli uomini e svaniranno, per questo Qohélet continua a dire cose molto importanti, ma senza quell’antica amarezza: tutto è vanità, dice ora Qohélet, e non ha senso affannarsi per le vanità. Il Padre vostro, che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli dei campi, provvederà anche ai vostri bisogni, voi pensate a ciò che non è vano: cercare il Regno di Dio e la sua giustizia.

La buona novella: Mai prima qualcuno aveva detto: ti sono perdonati i peccati.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole, perciò la barriera doveva essere sfondata e la novità scendere sulla terra. Vangelo significa “buona notizia”, è la notizia della vittoria dell’esercito in battaglia, nello specifico è la notizia della vittoria sulla morte, che con la morte di Cristo in croce viene distrutta per sempre (“dov’è, o morte, la tua vittoria?”) La novità è Dio che cammina in mezzo a noi e ci comunica la sua volontà, con chiarezza e semplicità. Mai prima della venuta di Cristo qualcuno avrebbe potuto dire “ti sono perdonati i peccati”, ed infatti Gesù venne accusato di bestemmiare ogni volta che si permise di farlo. Se Dio in persona ti dice che i tuoi peccati sono perdonati non c’è più alcuna ragione di temere che il sacrificio non sia stato accettato, l’uomo è del tutto e definitivamente libero dal suo passato, dalla sua condizione originaria, da quelle catene che lo tenevano ancorate a terra. Il perdono non è più una speranza, ma una certezza, perché qualcuno ce lo ha detto. Per questo prima di andarsene Gesù lasciò ai suoi discepoli l’incarico di perdonare i peccati degli uomini, perché ognuno possa sentirsi dire “i tuoi peccati sono perdonati”, “neanche io ti condanno, va e non peccare più”.

Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli :

La vittoria sulla morte non è una tantum, non vale solo per la risurrezione di Cristo, ma è un evento che continua e che si fa presente in ogni generazione grazie alla presenza perpetua di Dio nella Chiesa per mezzo dello Spirito Santo. Il Paraclito, il consolatore, viene mandato agli uomini dopo l’ascensione di Gesù al Cielo, per rivelare il senso profondo di ciò che il Figlio ha detto durante la sua permanenza terrena. L’amore di Dio, dunque, permette di accedere totalmente alla Sapienza, ma questo privilegio non viene dato ai filosofi o ai dotti, la vera Sapienza rimane effettivamente qualcosa di non accessibile all’uomo semplicemente perché essa è il Verbo, ed il verbo è Cristo. I dotti fanno fatica a raggiungerlo proprio perché ricchi, poiché accumulano conoscenza e non vogliono rinunciare ad essa e “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli”. Ciò che Gesù dice è invece che “noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”: Dio abita nell’uomo, o meglio, Dio è nel centro dell’anima di ogni creatura, centro che non tutti riescono a raggiungere perché spesso l’anima vive fuori da sé stessa, è attratta da altre cose e perciò gli è precluso di vivere lì dove anche Dio vive. Lo Spirito Santo permette all’uomo di amare Dio e di ritrovare il centro della propria anima, ma appunto non è mai lo sforzo umano ad ottenere questo traguardo, bensì l’azione divina che agisce meglio là dove ci sono meno resistenze: nei poveri di spirito, nei piccoli, in coloro che non si sognerebbero di dire di essersi guadagnati una sapienza che viene da dentro, che sgorga come l’acqua dalla roccia senza merito umano.

Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola:

Dio non è più lontano, Dio si è rivelato ed ha mandato il suo unico Figlio perché fosse innalzato e attirasse tutti a sé. Non c’è più il dubbio dell’efficacia della preghiera e del sacrificio, Dio ha dimostrato per primo di amarci. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. L’uomo viene ora chiamato a partecipare alla vita divina diventando per adozione figlio di Dio in unione con Gesù Cristo, suo figlio unigenito. L’uomo non deve più temere Dio come un servo teme l’arbitrio del padrone, ma il suo timore sarà semplicemente quello di un figlio che non vuole ferire il padre, un padre che non dà ordini ma una via perché questo figlio possa essere compiutamente ciò per cui fu creato, e che aspetterà se questo volesse allontanarsi per cercare la felicità altrove, pronto a riabbracciarlo come il padre misericordioso. La prospettiva finale non è più la tomba ma abitare nella stessa casa del Padre, essere una cosa sola con Lui e con i fratelli. Si scopre ora come davvero parlare della sorte del saggio e dello stolto fosse vanità, perché il dono offerto da Dio è molto più grande di qualsiasi ricompensa che potesse spettare in precedenza al giusto o al malvagio: è la Misericordia, Dio che si fa piccolo e debole per innalzare l’uomo fino a sé. Dio che subisce ingiustamente la sorte del malvagio per riscattare tutti coloro che sono prigionieri del peccato e per mostrare ai giusti che soffrono ingiustamente che c’è una realtà più grande in cui le loro sofferenze si riveleranno molto più insignificanti di quel che sembrano ora, come anche i benefici ingiustamente goduti dai malvagi.

Qohélet nel cuore dell’uomo: l’asceta e il mistico nella notte oscura

Vanitas vanitatum et omnia vanitas. praeter amare Deum et Illi soli servire:

Sono le parole che concludono il primo capitolo del più celebre testo religioso medievale: l’Imitazione di Cristo. Scritto nel XV secolo da (probabilmente) un monaco agostiniano, riprende le parole di Qohélet e ci costruisce sopra un modello di vita cristiana, una vita che ha il suo centro appunto nell’imitazione di Cristo e nella rinuncia a tutto il resto. È chiaro come l’autore abbia consapevolezza della vanità di tutte le cose, e di come soltanto l’incarnazione di Cristo abbia portato un senso nella vita dell’uomo. Il fine della vita umana, insomma, non può essere altro che “amare Dio e servire Lui solo”, seguendolo sulla sua strada che passa attraverso la croce, la sofferenza, la rinuncia e la morte. Attraverso questo percorso di imitazione l’uomo è portato a rinunciare ai piaceri dei sensi e alle glorie umane, finché tutto questo non viene a risultare del tutto irrilevante e inconsistente. Si tratta fondamentalmente di ascesi, di lasciare andare la realtà terrena per poter elevare lo spirito fino a Dio. Questa è la prima “stagione” del Qohélet nella vita umana: riconoscere che le cose terrene non soddisfano l’uomo e rivolgersi alle cose celesti.

La notte oscura:

Eppure anche l’ascesi nasconde dei pericoli, e così insegnano i grandi mistici il cui spirito è stato forgiato attraverso il silenzio, attraverso la notte oscura, attraverso il senso di abbandono dell’anima che non riesce più a trovare Dio. San Giovanni della Croce, Santa Teresa d’Avila e tanti altri hanno raccontato di questa loro esperienza: prima si passa per la notte del senso, in cui tutte le cose terrene si mostrano nella loro insignificanza e vengono abbandonate, ma non finisce qui. Molti infatti arrivano a capire che la felicità non si ottiene cercando le realtà e gli affetti terreni, eppure questo non li porta necessariamente alla salvezza: c’è chi si insuperbisce e che trova la sua ragione di vita nella sua ascesi, nel suo essere superiore a chi vive nel mondo, e questa è una strada molto veloce per raggiungere l’Inferno. Così il Signore mostra la sua pedagogia sublime: a molte anime a cui in principio aveva dato piaceri spirituali, facendo sentire loro la Sua presenza durante la preghiera o addirittura donando visioni e ispirazioni particolari; insomma a quelle anime che per tempi più o meno lunghe aveva imboccato come si fa con i bambini e tenuto per mano, progressivamente ritira il suo sostegno, proprio come quando il bambino impara a camminare da solo e la mamma smette di tenergli la mano. Si nasconde, e il mistico nella preghiera non sente più niente. Anzi, inizia a sentire che non serve a niente, pur conoscendo con l’intelletto la sua potenza. L’anima sa che Dio c’è, ma non lo trova da nessuna parte, Egli si mette a dormire come quando stava nella nave in tempesta e gli apostoli allarmati lo svegliarono… e Lui li rimproverò per la loro poca fede.

Persino la vita di preghiera può sfociare nella vanità, può portare l’uomo a credere di potersi salvare con le proprie forze, oppure può portare ad una religiosità esclusivamente formale e priva di significato, fatta di cose che si fanno perché “bisogna fare così”: per impedirlo e per renderle più perfette il Signore fa sperimentare a queste anime la notte oscura, le fa sentire abbandonate perché esse lo chiamino e dichiarino la loro impotenza e piccolezza, perché riconoscano di non poter niente senza di Lui.

La seconda stagione del Qohélet nella vita umana consiste dunque nell’essere con Gesù nella sua passione, nel momento in cui chiede a Dio di allontanare da lui quel calice amaro, nel suo sentirsi solo e abbandonato nella notte del Getsemani. Chiedersi, insomma, se sia stato tutto inutile, eppure perseverare, mentre attorno a te si fa buio e tutto sembra perdere senso. In attesa che il divino irrompa nella miseria della condizione umana per redimerla, dando finalmente all’anima ciò che per sua natura cerca fin dal principio.

Un’educazione cristiana anti-pedagogica e anti-rousseauniana/Appunti

1) No. Non è vero. Rousseau non credeva affatto che il bambino nascesse buono, credeva che nascesse vuoto, così da poter essere plasmato dalla società cattiva o da un educatore buono e onnipotente a sua immagine e somiglianza. Emilio non si educa affatto da solo, è il meno libero dei discenti, il suo maestro ha il monopolio assoluto sul suo mondo. Rousseau rappresenta tutto ciò che non vogliamo per i nostri ragazzi: l’educazione che crea schiavi. Rousseau è il vero padre del totalitarismo.

2) Per concludere il post di ieri, l’unico modo per educare cristianamente un ragazzo è riconoscere che non si è Dio, e tuttavia prendere esempio da come educa l’unico Maestro. In sintesi occorre essere schietti, dire la verità quale essa è e non cercare di nascondere all’altro che si ha un progetto per lui. Questo renderà possibile la ribellione a tale progetto, ma è il prezzo della libertà che il Signore ha voluto darci e che non abbiamo il diritto di eliminare. È bene lasciare la porta aperta e lasciare che il ragazzo se ne vada, ma anche mantenerla aperta perché possa ritornare. La società cattiva non ci fa paura, sappiamo che l’uomo stesso è cattivo ma soprattutto che Dio ama i cattivi, i prigionieri, prima degli altri. La pedagogia non può agire così perché non avendo un fine trascendente fallendo fallisce e basta, perciò non può che trasformarsi in dominio e controllo. Il ragazzo perso dalla pedagogia è perso per sempre. Il cristiano invece sa che Cristo ha vinto il mondo e che lo ha fatto con la croce. Non teme la sconfitta: la attende quasi come tappa necessaria. Ed è per questo che il cristiano deve rifiutare la pedagogia come scienza dell’inganno e della produzione dell’ “uomo nuovo”. L’unico uomo nuovo che cerchiamo è quello che toccato dalla misericordia divina emerge dal fango nel quale era caduto.

3) Penso che l’ostacolo maggiore nell’educazione siano le aspettative: vedo spesso gente che non lavora con il bambino o il ragazzo che ha davanti, ma con la sua idea di bambino o di ragazzo in un continuo confronto e quindi rimprovero dello scarto tra idea e realtà. Se il bambino non è come vorrei non posso fargliene una colpa, devo essere io a liberarmi di quell’idea che mi spinge a provare delusione e frustrazione per ciò che il ragazzo non riesce a fare, non rimproverarlo perché è “stupido” o perché non risponde secondo i miei schemi, per poi caricargli addosso pesi insostenibili sotto forma di ammonimenti per il triste futuro che lo aspetta. Sinceramente non mi aspetto mai nulla dai ragazzi, lascio che agiscano secondo ciò che realmente sono e poi cerco al massimo di migliorare quella realtà nel qui ed ora. L’ideale è un’assurdità, il bambino perfetto non sarebbe più un bambino, il platonismo è il cancro della conoscenza. Anche il pensiero del futuro e il conseguente caricare il futuro di aspettative è fuorviante e pericoloso: mi spinge a dimenticare che il bambino ha bisogno di essere felice qui ed ora, in fondo nessuno mi potrà mai dire con certezza che arriverà a compiere i 20 anni. Educazione è aiutare il bambino di 8 anni ad essere un bambino di 8 anni migliore, non un ragazzo di 20 adeguato al mondo in cui vivrà. Si può essere felici a qualsiasi età, il fine della vita non è invecchiare.

4)Quando si parla di educare “all’altro” si può scegliere di educare al “nonostante” i difetti dell’altro, ma è un errore: questo è mero rispetto umano e porta ad una pace illusoria e snervante. L’alternativa è amare l’altro perché è e perché è lui e non altri, perché ci mette alla prova e perché ci consola al contempo. Insomma: perché è una persona che ha difetti detestabili come i nostri e perché nell’amore reciproco quei difetti possono sparire. I difetti di una persona dipendono dalle sue ferite: come si può dire di amare una persona se ci si sforza di far finta che non stia male? se non detesto i difetti di mio fratello non posso dire di volergli bene. Il rispetto umano non è che paura del contagio.

5) Dice Baden Powell che la morale diretta è fallimentare, perché se si dice ad un ragazzo di non fare una cosa sarà colto da una voglia folle di farla, e se gli si dice di farla gli passerà la voglia. Per cui ritiene che trasmettere indirettamente le norme morali sia una strategia vincente, che porta i ragazzi a seguire le regole per la loro bontà e non perché qualcuno dice loro di seguirle.
Tuttavia non mi sento di sposare in toto questa posizione, pur adottandola nella pratica almeno nell’80% del tempo speso in contesti “educativi”.
La realtà è che la morale indiretta funziona, sì, e funziona meglio di quella diretta. Tuttavia negli ultimi 100 anni ha funzionato proprio perché c’era qualcun altro che educava direttamente: la famiglia, la scuola, lo stato. Chi poteva permettersi il lusso dell’educazione indiretta era avvantaggiato dal fatto che sedimentati nell’inconscio dei ragazzi c’erano già i direttissimi insegnamenti morali dei genitori e di altri educatori, anche se quei ragazzi avevano disubbidito ripetutamente. Si sa, quando si diventa adulti si riconosce che la mamma e il papà avevano proprio ragione a dirci certe cose, a rimproverarci e via dicendo, anche se in quel momento gli davamo il massimo del torto. È un’esperienza diffusa che non va sottovaluta.
L’educazione indiretta non è autonoma, in realtà non è altro che il superamento di un conflitto che NON deve essere evitato, a costo della libertà. Se il bambino non avesse il diritto di vedersi imposte delle regole, non avrebbe nemmeno il diritto di metterle in discussione, di ribellarsi e di scoprire se sono valide o meno. B.-P. e tanti altri hanno cercato rifugio nella morale indiretta vedendo che bambini e ragazzi si facevano del male, e sperando che un nuovo metodo educativo potesse limitare i danni.
A favore di Baden Powell devo dire però che il suo metodo non si basa affatto sulla morale indiretta: certo, la prevede come strumento, ma le cose importanti sono dette tutte in modo schietto e sincero, a partire dalla necessità di “ubbidire senza fare domande” che attualmente fa tanta paura a chi esclude del tutto la fiducia dal paradigma.
Penso che il percorso migliore sia una fase in cui chi detiene la potestà del bambino e del ragazzo gli fornisca tutti gli insegnamenti diretti di cui ha bisogno, fidandosi della sua intelligenza e soprattutto della bontà di tali insegnamenti. Successivamente, le altre istituzioni educative dovrebbero riconoscere il passaggio già avvenuto (ed il grosso problema è che in alcuni casi non avviene, per cui non funziona più nulla) e astenersi dalla ridondanza, limitandosi ad integrare ciò che manca (sempre in una relazione di fiducia reciproca con la famiglia) e creando situazioni per dimostrare la bontà degli insegnamenti che bambini e ragazzi già conoscono, inoltre plasmando la propria azione su quegli insegnamenti (cosa che chiaramente sarebbe richiesta a tutti a prescindere dai ruoli educativi).
Poi ci si fida del ragazzo perché lui si fidi di noi. Lo si lascia sbagliare quando vuole sbagliare, mettendolo poi di fronte alle conseguenze. Si lascia che si allontani se vuole cercare la felicità altrove senza mai disperare, consci del fatto che gli strumenti per distinguere bene e male li ha, anche se fossero nascosti molto in profondità nella sua coscienza.
La questione vitale è non avere paura del fallimento: i metodi basati del tutto sul nascondimento dell’autorità si fondano sul terrore, sulla certezza che se il ragazzo non ci ascoltasse farebbe una brutta fine. Ma siamo cristiani, sappiamo di non essere Dio, sappiamo che se abbiamo fatto quanto dovevamo fare il resto lo farà il Signore, e che senza la Croce non c’è la risurrezione.
Tanta gente perde la testa avendo a che fare con gli adolescenti perché dimentica che persino Maria e Giuseppe si persero per strada Gesù. Quando lo ritrovarono era lì dove il Padre lo voleva, si erano preoccupati per nulla. B.-P. non poteva certo essere rousseauniano: B.-P. era un militare che sapeva che per far ubbidire i soldati bisogna anche saper creare le condizioni perché ubbidiscano senza malumori. E ciò che salva lo scautismo dall’essere uno strumento di indottrinamento e sudditanza spirituale di un ragazzo ad un maestro spirituale è proprio il fatto che non ci sono “maestri” ma “capi”, ai quali bisogna ubbidire. Capi che danno ordini, facendo desiderare di ubbidire a quegli ordini. Nel Manuale dei Lupetti B.-P. sceglie per “fratello maggiore” dei bambini dagli 8 ai 10 anni uno che deve giocare a fare l’Akela, il lupo solitario, che guida il branco con la forza e con l’astuzia, ed i lupi di Kipling “ubbidiscono al capo del branco, e non ad uno sciacallo qualsiasi”. Un fratello maggiore che è esempio e figura del Re, perché, sempre nel Manuale, il Re è il capo dell’Impero come Akela è il capo del branco. Proprio perché il capo è un’autorità (pur rinunciando ad essere autoritario) è possibile la libertà.
Dobbiamo ringraziare proprio le pecche di B.-P., ovvero tutto ciò che si lega all’imperialismo che aveva segnato la sua vita, se lo scautismo è ancora uno strumento educativo e non una macchina per il dominio sulle nuove generazioni.

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Un sessantottino cortocircuitato

Poco fa si parlava, a lezione, dell’habitus dell’insegnante e della sua sconveniente origine fondata sul senso comune, sul contesto sociale e, quindi, sulla resistenza alla riflessività e al pensiero critico, a favore di un modo di fare stereotipato, basato su convenzioni e non sulla reale consapevolezza di ciò che succede o deve succedere.

Sono conseguenze di questi habitus espressioni comuni (e conseguenti interventi che piacciono molto al nostro furbissimo ministero) quali “i bambini di oggi non ascoltano”, “bisogna usare le nuove tecnologie in classe” e via dicendo. Insomma tutte le boiate infondate che si sentono quando si parla di scuola e pure quelle fondate ma di cui non si conosce il fondamento.

Allora mi son fatto una risata.

Anche io ho un habitus, ed è particolare quanto scontato: sono un sessantottino. Leggi il resto di questa voce

Insegnare le scienze/Appunti

È abbastanza ridicolo che le prime lezioni sull’epistemologia si facciano in genere (quando va bene) in quinto superiore, di solito dopo aver presentato personaggi come Freud come “scienziati” e aver creato i presupposti perché si capisca che “il complesso di edipo” sia qualcosa di paragonabile alla “legge di gravitazione universale”.
Eppure senza epistemologia non si può nemmeno capire perché la teoria tolemaica fu soppiantata da quella copernicana, e in effetti ai ragazzini si dice spesso che la prima era sbagliata mentre la seconda era giusta, ed è una fortuna che nessuno di quei ragazzini sappia nulla di entrambe, perché altrimenti si farebbe una risata.

Io ricordo per lo meno che il metodo scientifico (quello galileiano) ce lo spiegarono in terza elementare, per poi usarlo per fare degli esperimenti (mai reali, sempre simulati o immaginati: che scuola terribile) magari sull’acqua, o sulle piante, o via dicendo. Si facevano vedere degli esperimenti “famosi” che avevano dimostrato cose importanti, ma mai che nessuno ci abbia mai fatto riflettere sul reale significato di quegli esperimenti. Qualcuno dirà che era troppo presto, ma allora era troppo presto anche per dire “la terra è tonda e non piatta come credevano nel medioevo” (cosa che poi nel medioevo nessuno si sarebbe sognato di dire) e altre simili amenità che servono a far credere i ragazzini di essere superiori ai loro antenati, mentre magari non si accorgono nemmeno dell’acqua che evapora dal bicchiere che hanno di fronte.

L’insegnamento della scienza dovrebbe consistere di due percorsi: il primo è la matematica, che per sua natura è deduttiva e così va necessariamente insegnata, assieme alla logica; il secondo invece deve essere condotto spingendo il ragazzo a formulare ipotesi su fenomeni che può manipolare, e spingendolo a sbagliare di continuo in modo che possa continuamente affinare la sua ipotesi. Quando il ragazzo cesserà di sbagliare gli si forniranno strumenti migliori, in modo che possa riconoscere che la sua ipotesi, pur avendo raggiunto un grado di perfezione superiore a prima, è ancora imperfetta. A questo punto si potrà indurre una riflessione sul percorso della conoscenza e, finalmente, raccontare la storia delle teorie scientifiche.
Poi sarò di coccio io, ma trovo imbarazzante che nel 2015 (.cit) ci sia ancora gente che crede alla storia della terra che gira attorno al sole perché gliel’hanno detto a scuola Emoticon grin

L’obbedienza è una virtù

L’obbedienza è una virtù

e proprio per questo è sbagliato pretenderla

Sapete, io sono stato un bambino, nemmeno troppo tempo fa, e penso di ricordare abbastanza bene certe cose che mi succedevano attorno.

Ancora non me ne rendevo conto, ma anche da fanciullo avevo un grande interesse per l’educazione e soprattutto per ciò che gli educatori dovevano e non dovevano fare: in fondo sono sempre stato polemico come pochi altri.

Una cosa che ho sempre notato è che la maggior parte di loro era (e spesso guardandomi intorno torno a confermare questa prima ipotesi di lavoro) totalmente incapace di comprendere l’inutilità di certi modi di fare. Il mondo è pieno di educatori che sbraitano, urlano, si lanciano in sermoni infiniti su ciò che NON si deve fare, su ciò che succede quando si fanno cose che fanno perdere tempo, sui mal di testa provocati dai ragazzini urlanti e così via.

Ok, ammetto di essere un po’ di parte avendo, a quanto pare, ricevuto un dono piuttosto raro: a me le urla dei ragazzini il mal di testa lo fanno passare, quindi da una parte non posso dire di poter capire chi si lamenta.

Da bambino comunque mi imbestialivo per questo: io ero uno di quelli che stavano buoni (più per spocchia che per altro), e davvero mi infastidiva che si dovesse perdere tempo perché gli altri facevano casino, ma molto più mi infastidiva che, una volta che tutti si erano calmati, il “maestro” di turno doveva perdere altri 5 minuti a sfogare la sua frustrazione, di cui francamente a me non interessava affatto, e spero che anche gli altri la vedessero allo stesso modo.

E poi si arriva a fine lezione/riunione/qualsiasicosasia e si parte con le lamentele su i ragazzi che non obbediscono, che non stanno mai zitti, che non ascoltano… E ce credo, hai passato più tempo a lamentarti che a parlare di ciò che dovevi spiegare!

Il punto è che spesso si parte con un pregiudizio che, in molti casi, fa fallire anche il più nobile intento educativo: “i ragazzi devono obbedirmi”.

Ma chi te l’ha detto!

L’obbedienza è una cosa seria, una cosa importante, una cosa da coltivare e da allenare. Proprio per questo non si deve credere che sia una capacità innata o che sia un diritto/dovere. L’educatore che, con i suoi modi, ordina al bambino “tu devi obbedirmi” non riuscirà mai a cavare un ragno dal buco, perché è una cosa antipatica e nessun bambino obbedisce alle persone antipatiche, a meno che non abbia paura.

Ora, bisogna comprendere come funziona l’obbedienza nella mente di un bambino. Molti si stupiranno, abituati come sono a fare di tutto per rendere odiosa l’obbedienza, ma quello di ubbidire è un vero e proprio bisogno del bambino, che sarà ben felice di poterlo fare. I bambini hanno bisogno di ubbidire perché hanno bisogno di sentirsi utili, bravi, buoni, e perché questo sia possibile devono sentire su di loro l’approvazione di una persona che ammirano, a cui vorrebbero per qualche motivo somigliare.

Una persona che sa farsi obbedire deve sapere, però, che naturalmente il bambino non ci riuscirà sempre, non deve allarmarsi e non deve farsi turbare dai “fallimenti” del piccolo. Il bambino “fallisce” per tre motivi:

  • la cosa che gli si richiede è al di sopra delle sue possibilità (il silenzio e l’immobilità oltre i 3 minuti, ad esempio, lo sono quasi sempre);

  • la cosa che gli si richiede non è significativa ed il bambino si reputa troppo intelligente per farla;

  • l’educatore non viene identificato come personalità significativa;

Ora metterei subito in chiaro che chiunque osi pretendere l’obbedienza di un ragazzino MERITA il terzo tipo di disobbedienza. Ubbidire perché “si deve”, perché è una regola, perché altrimenti l’altro si mette ad urlare e non la finisce più è alienante, rovina la bellezza stessa dell’obbedienza e rende impossibile l’atto educativo. Capisco che gli adulti sono abituati ad un mondo alienante in cui si fanno cose che si odiano per campare ed in cui si è disposti a mettere da parte la propria umanità pur di avere uno stipendio, ma permettete che per lo meno nell’educazione non debba essere così. Spesso chi chiede ai bambini di essere alienati li ammorba poi di discorsi retorici ed autoreferenziali del tipo “voi siete il nostro futuro”: per lo meno abbia il contegno di non preparare un futuro alienato quanto il presente. I bambini sono il presente, come anche noi lo siamo. L’ultima volta che ho controllato il passato era passato e il futuro era futuro, non vedo perché mettere in testa certe cose ai ragazzini.

Dicevo, non si deve pretendere l’obbedienza. Spesso lo si fa dando per scontato che ubbidire sia brutto, che nessuno voglia farlo, che debba essere il risultato di una negoziazione o di un compromesso. Lo si fa perché chi chiede l’obbedienza è abituato ad obbedire storcendo il naso, oppure non ubbidisce affatto. Perché l’obbedienza sia vera e fruttuosa il bambino deve essere innanzi tutto libero di disobbedire, deve sapere che non gli verrà fatto assolutamente nulla quando sarà colto in fallo.

L’obbedienza è una cosa che ottiene quando il bambino capisce che ciò che gli si chiede è per il suo bene. Quindi si può dire che il bambino ubbidisce quando si sente amato, quando percepisce che l’obiettivo di chi si prende cura di lui non è la tranquillità del momento, bensì il suo bene. Da questo nascerà il timore di deludere la persona che si impegna per lui, ed anche la volontà di vederla contenta. Il bambino imparerà che quando ubbidisce si sente apprezzato, mentre di solito impara solo che quando sbaglia si sente aggredito.

Questo è ciò che riguarda il terzo punto. Torniamo ai primi due.

Si tratta di due casi opposti: o la richiesta è troppo difficile, oppure troppo facile, e quindi di scarso interesse. Non essendoci una ragione valida per chiedere ad un bambino di 8 anni di impegnarsi per fare quello che fanno quelli di 5, il vero problema sta solo nel primo caso: il fatto è che non è un problema.

Il bambino sbaglierà, non riuscirà a mantenere l’attenzione, si distrarrà… Come è naturale che sia.

È importante anzi che succeda: finché le richieste rivolte al bambino rimarranno al di sotto dei suoi limiti saranno fondamentalmente inutili (dal punto di vista educativo). Ovvio che non debbano essere esageratamente al di sopra, ma se il ragazzo non sbaglia mai significa che siamo noi a sbagliare, perché potremmo proporgli qualcosa di più difficile.

Ciò che è importante è però affrontare positivamente gli errori: non è bene arrabbiarsi, a meno che non vogliamo crescere degli iracondi, persone che cercheranno di ottenere ciò che vogliono alzando la voce. La cosa migliore è sempre accorgersi di quanto sia buffo che quel ragazzo, così convinto a voler essere grande e a voler imparare tante cose (perché non gli abbiamo fatto già passare la voglia)… è ancora un bimbetto. Se ne accorgerà anche lui, e si sentirà ferito nell’orgoglio.

E ferirgli l’orgoglio è proprio ciò che vogliamo.

Invece di sbraitare mettiamoci a ridere. Ridiamo anche di noi stessi, che spesso pensiamo di essere tanto interessanti e poi scopriamo che i nostri ragazzi preferiscono parlare tra loro di figurine, per quanto siamo noiosi.

L’importante è capire che l’obbedienza non è questione di diritti e doveri, ma di virtù. L’educatore ha il dovere di farsi ascoltare e ubbidire, ma l’educando non ha il dovere di ubbidirgli. L’educatore deve riflettere e scoprire che anche lui sta obbedendo a qualcuno, e che lo sta facendo senza costrizioni, solo perché quel qualcuno è importante e gli chiede di educare per spingerlo alla perfezione, e quindi alla felicità. L’educatore riconoscerà che, nonostante capisca che è bene ubbidire e voglia farlo, fa spesso una grande fatica a portare avanti il suo compito, riconoscerà di avere parecchi difetti, di voler fare spesso di testa sua… e riconoscerà che spesso si comporta proprio come i ragazzi di cui si prende cura.

Allora si metterà a ridere.

E vedendolo allegro e felice, i bambini vorranno seguirlo e desidereranno l’obbedienza.

Don Camillo e il fallimento della scuola moderna

Lo spezzone più becero e reazionario del film, che farebbe venire la pelle d’oca a parecchia gente che tutt’ora, nonostante la realtà abbia smentito clamorosamente il mito dell’educazione moderna, parlano di “ascensore sociale” e “mobilità sociale” e illusioni simili.
Il figlio di Peppone viene mandato in collegio, tuttavia continua a scappare e non studia. Allora mandano don Camillo per convincerlo a studiare: finisce che il prete si porta a casa il bambino e costringe il padre a riprenderselo, perché “è meglio farne un contadino per amore” che un professore per forza.
Ai tempi in cui fu girato il film non potevano saperlo, ma il figlio di Peppone non sarebbe MAI diventato un professore (se, infatti, don Camillo non l’avesse portato via ci avrebbe pensato l’istituzione scolastica a liberarsene in qualche modo), nemmeno rimanendo in collegio. Sarebbe diventato al massimo un impiegatuccio, e sarebbe diventato ancora più povero del padre contadino. In più, sarebbe diventato un impiegato infelice.
Così, con il senno di poi, la soluzione più becera e reazionaria (mandare il fanciullo nella scuola di paese che lo avrebbe portato ad essere un contadino proprio come i suoi antenati) diventa l’unica soluzione pedagogicamente ragionevole, l’unico modo di servire il bambino piuttosto che lo Stato.
La scuola non poteva, come non può e non fa adesso, dare ai figli del popolo l’opportunità di ascendere nella scala sociale. Al massimo poteva dar loro l’illusione di essere diventati colti, intelligenti, consapevoli, emancipati, mentre i loro nonni lo erano molto più di loro, pur essendo assai meno eruditi. La scuola ha raccontato ai figli del popolo che stavano diventando come tutti gli altri, e così è stata neutralizzata la possibilità che si ribellassero ai padroni.
L’unica soluzione ragionevole era riconsegnare ai contadini e ai lavoratori la loro dignità, e quindi fare in modo che in nessun caso un professore potesse considerarsi più “degno” del più umile dei contadini.
Non fu fatto, perché la scuola l’hanno inventata i professori, mica i contadini.

Questione di specchi

Ora, tralasciando la faccia da ebreo di Babbo Natale…
Qualcuno si è chiesto come mai esistono migliaia di immagini simili con ragazze anoressiche che si vedono obese in cui si parla di malattia e si attaccano le eventuali cause della confusione della ragazza……… mentre in questo caso “it’s OK”?

Ve lo dico io: perché nel caso dell’anoressica sbattere la testa contro il muro della realtà significa morire di fame, in quest’altro caso significa foraggiare con migliaia di euro (pubblici) chi vende i sistemi per perpetuare l'(auto)inganno.
E riescono pure a dirti che è un’opera di bene.

E poi si capisce pure perché quel Babbo Natale ha il nasone ebraico

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(immagine presa dalla pagina facebook “Earl of grey”)

Se anche Gesù fu adolescente…

Il ritrovamento di Gesù tra i dottori… poche pagine del Vangelo sono riuscite a colpirmi così tanto.
Un Gesù dodicenne, perduto, scomparso, causa di tante paure e preoccupazioni per i genitori che pensano di esserselo portato dietro con la carovana ma… nella carovana non c’è.
Ed è un po’ quello che succede a tanti di quelli che giocano a fare gli educatori, i genitori, persone che lavorano tanto con altre persone, e ad un certo punto temono che tutto sia andato sprecato, si ritrovano con un ragazzo che non è dove loro avevano previsto, lo cercano e non lo trovano.
Una pagina che ci mostra un Gesù ironico, quasi spietato, che pur avendo dodici anni è comunque la Via, la Verità, la Vita, persino per sua madre, persino per quel padre che non è il suo vero padre. «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?»
Queste parole non erano indirizzate solo alla sua santa madre, queste parole sono lì per distruggere ogni presunzione, per riportare gli uomini al loro posto. Gesù non appartiene ai suoi genitori, ma appartiene al “Padre suo”, che poi è “Padre nostro”, e nessuno può sostituirsi a quel Padre. Possiamo essere genitori, insegnanti, educatori, quel che volete, ma le persone di cui ci prendiamo cura non sono in nostro potere, non esistono in funzione di noi. Possono essere condotte lontano da noi, possono trovare la felicità per strade che noi non immagineremmo neanche, ma sono comunque in mani di gran lunga migliori delle nostre. La loro vita è un progetto molto più grande di qualsiasi cosa ci siamo messi in testa, e se i nostri progetti su qualcun altro vengono infranti… veniamo liberati dalla nostra presunzione di essere “maestri”, mentre siamo soltanto servi inutili.
Il ritrovamento di Gesù tra i dottori… che anche Gesù sia stato adolescente, che anche Lui sia stato dato per “perduto”… è meraviglioso, è un segno per una grande speranza. Tante persone al giorno d’oggi vengono date per “perdute”, ebbene… un giorno potremmo trovarle ad occuparsi delle cose del Padre nostro, ad abbeverarsi alla fonte dell’acqua viva.
Il vero problema è che vorremmo che si abbeverassero da noi, con le nostre parole e con i nostri piani, e spesso è per questo che ci preoccupiamo tanto riguardo cose insignificanti. Ma non c’è da preoccuparsi, il vero Padre, il vero Maestro non siamo noi.