Il gender non esiste. Esiste tutto il resto.

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L’aria esiste, ma si può stringerla tra le mani? Evidentemente no. E come verrebbe etichettato colui che si proponesse di farlo?

Basta rispondere a queste due domande per uscire dall’equivoco del “gender” e convenire che le teorie che ad esso farebbero rifermento non esistono.

Dissociamoci dalla volontà di dimostrare il contrario, liberiamoci dalle turbe da feticismo lessicale, le teorie di gender esistono solo come astrazione accademica, non come dato sociale. Non esistono per il semplice motivo che inseguire un concetto liquido e ontologicamente fluttuante è una perdita di tempo a resa zero. Chi lo fa è giustamente un invasato. Un picchiatello con lo scolapasta in testa.

Inseguire un concetto che nega la realtà fa il gioco di chi la realtà vuole negarla. Il gender è uno spauracchio che tende ad ammortizzare e a caricarsi su di sé il dibattito di merito sulle cose, ovvero il dato reale che non va fagocitato…

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Lo strano caso del Dott. Gender e Mr. Pellai

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Circola questo testo di un certo Pellai, fra i più informati. Pellai è bravo, parte da lontano, dal tempo: ci vogliono 20 minuti per leggere quello che ha scritto. Mette subito le mani avanti. Fa capire al lettore che lui ne sa, dedica del tempo a queste cose. È un esperto. Poi porta un esempio di vita vissuta, da lui, in prima persona, un incontro in cui uno sprovveduto a un certo punto se n’è venuto fuori con una domanda che non c’entrava nulla con il tema in questione e come se non bastasse poco dopo ha tirato in ballo la cosiddetta “ideologia gender”. Pellai è bravo, con questa introduzione fa già capire come stanno le cose: chi parla di “gender” è come quello sprovveduto intervenuto maldestramente all’incontro; chi sostiene che non esiste è un esperto come lui. Andiamo avanti. Ora dice che lui l’ideologia gender non la conosce, non l’ha mai incontrata…

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Commiato del maestro che non sapeva amare

Ciao *****,

abbiamo fatto un bel pezzo di strada assieme, ma infine giunge il momento di andare per la propria strada. Sai bene che d’ora in poi non sarò più il tuo maestro, e questa lettera rappresenta tutto ciò che mi rimane da dirti.

Da anni, ormai, mi cresci davanti agli occhi. Quando iniziammo eri un bambino, ora sei un ragazzo che non ha più bisogno di essere tenuto per mano, sembrerebbe che io abbia fatto bene il mio lavoro…

…ma non è così.

Non fraintendermi: non sto dicendo che non sei cresciuto bene, anzi. Con il maestro che ti ritrovi è un vero miracolo che tu sia così in gamba; eppure voglio che tu sappia, finalmente, che il metro di giudizio non è questo. Ho dato spesso delle valutazioni al tuo operato, ora dovrei darle sul mio. Tuttavia non è facile, perché i frutti del mio lavoro sono evanescenti e sarebbe arduo dimostrare che siano effettivamente frutti miei. Un educatore un po’ ingenuo potrebbe misurare la propria bravura sul tuo carattere, uno stupido potrebbe fare una lista delle cose che sai e attribuirsene il merito, un superbo vantarsi delle tue virtù dicendo di avertele passate con l’esempio. Io ho tanti difetti, e tra questi c’è un po’ di ingenuità, una stupidità evidente ed un mare di superbia, tuttavia ho un difetto molto più grande che nasconde questi altri: io ti voglio bene, ed è qui il guaio.

Scrive San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”. Ahimé, posso sinceramente dire di averti voluto molto bene, e di averti amato molto poco.

Proprio per questo ho voluto scriverti questa lettera, perché ora che prenderai la tua strada dovrai stare in guardia. Molte persone oggigiorno si riempiono la bocca della parola “amore” senza nemmeno immaginare cosa sia. Le uniche persone che avrebbero il diritto di usarla sono quelle che riconoscono di essere incapaci di amare. Di questo dunque ti parlerò: come ho scritto poco fa la superbia non mi manca.

Ti dicevo, io ti ho voluto molto bene, e te ne voglio ancora. Ti conoscevo da poco e già sentivo sul mio cuore le catene dell’affetto che provavo per te, la gioia nel vederti contento e la tristezza nello scoprirti annoiato, triste, stanco. Poi sono passati mesi ed anni ed il legame si è fatto sempre più forte, non ti nascondo che ho pianto per te nei momenti più bui, quando avevo paura che ti succedesse qualcosa di brutto, né posso negare che ho avuto più volte paura che decidessi di lasciarmi prima del tempo per cercare un’altra strada. Allo stesso modo sono stato spesso impaziente di rivederti quando non potevo seguirti da vicino, e ogni volta che mi hai sorriso mi hai riempito di gioia, dando un senso alla mia fatica. È anche giusto che sia così: in fondo un lavoratore ha diritto al suo salario.

Eppure tutto questo non era amore, non è amore. Anche adesso sento una forte emozione perché vorrei che queste mie ultime parole “ufficiali” siano significative per te, importanti, tali che grazie ad esse tu possa ricordarti di me per sempre. Allo stesso tempo è un po’ una sofferenza vederti andar via, nonostante sia proprio questo distacco ciò per cui ho lavorato negli ultimi anni. Sono fatto di carne, *****, proprio come te. E questo non è amore.

Ci sono stati dei momenti in cui ti ho amato davvero, o almeno ci sono andato vicino. Sono quelli di cui sicuramente non ti sei mai accorto, perché chi ama tende a rimanere nascosto. Una volta, ad esempio, c’è stata una giornataccia di quelle che si vorrebbero dimenticare, ero stanchissimo e volevo starmene a casa mia senza far niente. Ecco che questo scocciatore all’improvviso ha bisogno di me e mi telefona. Vedo il numero sul cellulare e per un istante sono tentato di non rispondere, ma alla fine lo faccio. Tu mi riversi addosso un milione di problemi che non ero pronto a risolvere, che non volevo risolvere perché volevo soltanto riposarmi, ma con quella poca forza di volontà che mi era rimasta riesco a dirti che sarei venuto da te e che ne avremmo parlato. Quando arrivai non mi degnasti nemmeno di un sorriso, la tua espressione corrucciata ti rendeva molto antipatico e continuavi a farmi notare, volente o nolente, che ti stavo deludendo e ti sembravo inutile, perché non ero capace di tirarti fuori da quei guai. Credimi, avevo una gran voglia di rinfacciarti tutte le mie fatiche e soprattutto quel pomeriggio in cui avrei potuto riposarmi e che invece spendevo per ascoltare te che piagnucolavi. Rinunciai a farlo e ti ascoltai fino alla fine. Mi sentii del tutto inutile, perché non potevo risolvere quel problema, eppure il giorno dopo ci riuscisti da solo. Ecco, posso dire di averti amato in momenti come quello, ma non sono stati molti.

Di nuovo, però, non fraintendermi: si può amare anche quando l’affetto è vivo e forte. Semplicemente è più facile che dietro l’affetto si celi il bisogno di sentirsi apprezzati, accolti, cercati, ringraziati… piuttosto che un amore sincero.

Adesso, ad esempio, se io ti amassi come dovrei ti lascerei andare senza scriverti altro, mantenendomi nell’ombra e accettando di essere sistemato in un angolino della memoria a cui magari non accederai mai più. Ti lascerei libero di non voltarti verso di me per un ultimo sorriso, di non dirmi che sono stato importante o che sei stato contento di essere un allievo. Se ti amassi in questa lettera scriverei parole di fuoco contro i tuoi difetti, ma davvero non ne sono capace, e perciò ti ringrazio.

Ti ringrazio, perché alla fine saremo giudicati sull’amore, e tu sei stato mio maestro in questo, non io. Lavorare con te ha portato alla luce tutti i miei egoismi, tutta la mia voglia di essere ciò che non sono, ed in fondo mi ha fatto scoprire di avere un cuore duro che ha bisogno di essere spezzato.

Questo cuore si spezza oggi, perché il nostro legame cambierà tantissimo e ***** l’allievo diventerà un ricordo, mentre ***** sarà una persona libera su cui non avrò alcun potere e nessun diritto. Il “mio” cucciolo non sarà più mio e non mi chiamerà più quando sarà in difficoltà, perché ormai è abbastanza grande da cavarsela da solo. Ora forse imparerò ad amarti davvero, perché se saprò che sei felice sarò felice per te e se mi diranno che sei triste soffrirò con te, da lontano. Pregherò il Signore perché si prenda cura di te e ti tenga gli occhi aperti su questo nuovo cammino, e non cercherò il tuo sguardo sperando che vedendomi tu sorrida, né mi farò assalire dall’angoscia di chi teme che il suo affetto non sia ricambiato, come accadeva in passato.

Ti chiedo soltanto questo: quando sarai arrivato alla vetta e io starò ancora arrancando invischiato da tutte queste mie debolezze, dì al Signore che sono solo un uomo, e che se non viene a prendermi lui sprofonderò di sicuro nel fango della mia miseria. Prendilo per mano e trascinalo da me, come un bambino trascina il suo papà per fargli vedere una cosa bella o spaventosa che non aveva mai visto prima. Questo varrà più di molti sorrisi e molti abbracci.

Corri, fratellino, tu che hai ancora il cuore leggero e le gambe buone. Corri e arriva presto in cima per quella strada che ho saputo descriverti ma che non so salire. Se proprio devi ricordarti di me, fallo nella preghiera. Allora non ci saranno più maestri e allievi, ma solo due fratelli stretti al petto dello stesso Padre.

E quel Padre è il solo amore che valga la pena conoscere.

Corri, e non voltarti indietro!

Addio.

Bufale Gender, cap. 5: “Meglio adottato da due omosessuali che marcire in un orfanotrofio”

Ontologismi

Orfanotrofio

..

Andiamo avanti con l’analisi degli pseudo argomenti a sostegno del matrimonio ed adozione per coppie dello stesso sesso. Questa volta è il turno dell’orfanotrofio.

Suona più o meno così:

Diverse migliaia di bambini sono in attesa di adozione ed è meglio per loro essere adottati da una coppia omosessuale che restare in un orfanotrofio”.

Oppure:

Ti invito ad andare negli orfanotrofi a parlare a questi bambini di quanto siano importanti dei punti di riferimento per la loro crescita e quanto sia dannoso non averli: è meglio che questi bambini siano cresciuti da personale stipendiato piuttosto che da persone che li amano?

In base a questo apparente buon “argomento” si sostiene che ai bambini orfani non può essere negata la possibilità di adozione da parte di una coppia omosessuale principalmente per due motivi, collegati  fra loro:

a) la famiglia originaria non c’è più (magari…

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Un’educazione cristiana anti-pedagogica e anti-rousseauniana/Appunti

1) No. Non è vero. Rousseau non credeva affatto che il bambino nascesse buono, credeva che nascesse vuoto, così da poter essere plasmato dalla società cattiva o da un educatore buono e onnipotente a sua immagine e somiglianza. Emilio non si educa affatto da solo, è il meno libero dei discenti, il suo maestro ha il monopolio assoluto sul suo mondo. Rousseau rappresenta tutto ciò che non vogliamo per i nostri ragazzi: l’educazione che crea schiavi. Rousseau è il vero padre del totalitarismo.

2) Per concludere il post di ieri, l’unico modo per educare cristianamente un ragazzo è riconoscere che non si è Dio, e tuttavia prendere esempio da come educa l’unico Maestro. In sintesi occorre essere schietti, dire la verità quale essa è e non cercare di nascondere all’altro che si ha un progetto per lui. Questo renderà possibile la ribellione a tale progetto, ma è il prezzo della libertà che il Signore ha voluto darci e che non abbiamo il diritto di eliminare. È bene lasciare la porta aperta e lasciare che il ragazzo se ne vada, ma anche mantenerla aperta perché possa ritornare. La società cattiva non ci fa paura, sappiamo che l’uomo stesso è cattivo ma soprattutto che Dio ama i cattivi, i prigionieri, prima degli altri. La pedagogia non può agire così perché non avendo un fine trascendente fallendo fallisce e basta, perciò non può che trasformarsi in dominio e controllo. Il ragazzo perso dalla pedagogia è perso per sempre. Il cristiano invece sa che Cristo ha vinto il mondo e che lo ha fatto con la croce. Non teme la sconfitta: la attende quasi come tappa necessaria. Ed è per questo che il cristiano deve rifiutare la pedagogia come scienza dell’inganno e della produzione dell’ “uomo nuovo”. L’unico uomo nuovo che cerchiamo è quello che toccato dalla misericordia divina emerge dal fango nel quale era caduto.

3) Penso che l’ostacolo maggiore nell’educazione siano le aspettative: vedo spesso gente che non lavora con il bambino o il ragazzo che ha davanti, ma con la sua idea di bambino o di ragazzo in un continuo confronto e quindi rimprovero dello scarto tra idea e realtà. Se il bambino non è come vorrei non posso fargliene una colpa, devo essere io a liberarmi di quell’idea che mi spinge a provare delusione e frustrazione per ciò che il ragazzo non riesce a fare, non rimproverarlo perché è “stupido” o perché non risponde secondo i miei schemi, per poi caricargli addosso pesi insostenibili sotto forma di ammonimenti per il triste futuro che lo aspetta. Sinceramente non mi aspetto mai nulla dai ragazzi, lascio che agiscano secondo ciò che realmente sono e poi cerco al massimo di migliorare quella realtà nel qui ed ora. L’ideale è un’assurdità, il bambino perfetto non sarebbe più un bambino, il platonismo è il cancro della conoscenza. Anche il pensiero del futuro e il conseguente caricare il futuro di aspettative è fuorviante e pericoloso: mi spinge a dimenticare che il bambino ha bisogno di essere felice qui ed ora, in fondo nessuno mi potrà mai dire con certezza che arriverà a compiere i 20 anni. Educazione è aiutare il bambino di 8 anni ad essere un bambino di 8 anni migliore, non un ragazzo di 20 adeguato al mondo in cui vivrà. Si può essere felici a qualsiasi età, il fine della vita non è invecchiare.

4)Quando si parla di educare “all’altro” si può scegliere di educare al “nonostante” i difetti dell’altro, ma è un errore: questo è mero rispetto umano e porta ad una pace illusoria e snervante. L’alternativa è amare l’altro perché è e perché è lui e non altri, perché ci mette alla prova e perché ci consola al contempo. Insomma: perché è una persona che ha difetti detestabili come i nostri e perché nell’amore reciproco quei difetti possono sparire. I difetti di una persona dipendono dalle sue ferite: come si può dire di amare una persona se ci si sforza di far finta che non stia male? se non detesto i difetti di mio fratello non posso dire di volergli bene. Il rispetto umano non è che paura del contagio.

5) Dice Baden Powell che la morale diretta è fallimentare, perché se si dice ad un ragazzo di non fare una cosa sarà colto da una voglia folle di farla, e se gli si dice di farla gli passerà la voglia. Per cui ritiene che trasmettere indirettamente le norme morali sia una strategia vincente, che porta i ragazzi a seguire le regole per la loro bontà e non perché qualcuno dice loro di seguirle.
Tuttavia non mi sento di sposare in toto questa posizione, pur adottandola nella pratica almeno nell’80% del tempo speso in contesti “educativi”.
La realtà è che la morale indiretta funziona, sì, e funziona meglio di quella diretta. Tuttavia negli ultimi 100 anni ha funzionato proprio perché c’era qualcun altro che educava direttamente: la famiglia, la scuola, lo stato. Chi poteva permettersi il lusso dell’educazione indiretta era avvantaggiato dal fatto che sedimentati nell’inconscio dei ragazzi c’erano già i direttissimi insegnamenti morali dei genitori e di altri educatori, anche se quei ragazzi avevano disubbidito ripetutamente. Si sa, quando si diventa adulti si riconosce che la mamma e il papà avevano proprio ragione a dirci certe cose, a rimproverarci e via dicendo, anche se in quel momento gli davamo il massimo del torto. È un’esperienza diffusa che non va sottovaluta.
L’educazione indiretta non è autonoma, in realtà non è altro che il superamento di un conflitto che NON deve essere evitato, a costo della libertà. Se il bambino non avesse il diritto di vedersi imposte delle regole, non avrebbe nemmeno il diritto di metterle in discussione, di ribellarsi e di scoprire se sono valide o meno. B.-P. e tanti altri hanno cercato rifugio nella morale indiretta vedendo che bambini e ragazzi si facevano del male, e sperando che un nuovo metodo educativo potesse limitare i danni.
A favore di Baden Powell devo dire però che il suo metodo non si basa affatto sulla morale indiretta: certo, la prevede come strumento, ma le cose importanti sono dette tutte in modo schietto e sincero, a partire dalla necessità di “ubbidire senza fare domande” che attualmente fa tanta paura a chi esclude del tutto la fiducia dal paradigma.
Penso che il percorso migliore sia una fase in cui chi detiene la potestà del bambino e del ragazzo gli fornisca tutti gli insegnamenti diretti di cui ha bisogno, fidandosi della sua intelligenza e soprattutto della bontà di tali insegnamenti. Successivamente, le altre istituzioni educative dovrebbero riconoscere il passaggio già avvenuto (ed il grosso problema è che in alcuni casi non avviene, per cui non funziona più nulla) e astenersi dalla ridondanza, limitandosi ad integrare ciò che manca (sempre in una relazione di fiducia reciproca con la famiglia) e creando situazioni per dimostrare la bontà degli insegnamenti che bambini e ragazzi già conoscono, inoltre plasmando la propria azione su quegli insegnamenti (cosa che chiaramente sarebbe richiesta a tutti a prescindere dai ruoli educativi).
Poi ci si fida del ragazzo perché lui si fidi di noi. Lo si lascia sbagliare quando vuole sbagliare, mettendolo poi di fronte alle conseguenze. Si lascia che si allontani se vuole cercare la felicità altrove senza mai disperare, consci del fatto che gli strumenti per distinguere bene e male li ha, anche se fossero nascosti molto in profondità nella sua coscienza.
La questione vitale è non avere paura del fallimento: i metodi basati del tutto sul nascondimento dell’autorità si fondano sul terrore, sulla certezza che se il ragazzo non ci ascoltasse farebbe una brutta fine. Ma siamo cristiani, sappiamo di non essere Dio, sappiamo che se abbiamo fatto quanto dovevamo fare il resto lo farà il Signore, e che senza la Croce non c’è la risurrezione.
Tanta gente perde la testa avendo a che fare con gli adolescenti perché dimentica che persino Maria e Giuseppe si persero per strada Gesù. Quando lo ritrovarono era lì dove il Padre lo voleva, si erano preoccupati per nulla. B.-P. non poteva certo essere rousseauniano: B.-P. era un militare che sapeva che per far ubbidire i soldati bisogna anche saper creare le condizioni perché ubbidiscano senza malumori. E ciò che salva lo scautismo dall’essere uno strumento di indottrinamento e sudditanza spirituale di un ragazzo ad un maestro spirituale è proprio il fatto che non ci sono “maestri” ma “capi”, ai quali bisogna ubbidire. Capi che danno ordini, facendo desiderare di ubbidire a quegli ordini. Nel Manuale dei Lupetti B.-P. sceglie per “fratello maggiore” dei bambini dagli 8 ai 10 anni uno che deve giocare a fare l’Akela, il lupo solitario, che guida il branco con la forza e con l’astuzia, ed i lupi di Kipling “ubbidiscono al capo del branco, e non ad uno sciacallo qualsiasi”. Un fratello maggiore che è esempio e figura del Re, perché, sempre nel Manuale, il Re è il capo dell’Impero come Akela è il capo del branco. Proprio perché il capo è un’autorità (pur rinunciando ad essere autoritario) è possibile la libertà.
Dobbiamo ringraziare proprio le pecche di B.-P., ovvero tutto ciò che si lega all’imperialismo che aveva segnato la sua vita, se lo scautismo è ancora uno strumento educativo e non una macchina per il dominio sulle nuove generazioni.

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Eppure per i superbi non può esserci misericordia

Eppure per i superbi non può esserci misericordia

Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?».Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

(Gv9, 39-41)

Il Papa ha indetto un anno giubilare “della misericordia”, e già si sente gente ricamarci sopra ammiccando alla diffusa volontà odierna, specie in ambienti clericali, di gettare la misericordia in tarallucci e vino. Ecco che si sente parlare di “persone che non possono essere allontanate dalla misericordia di Dio”, accennando a separati, divorziati, risposati ma anche ad altri gruppi che, secondo il mainstream clericale per forza di cose del tutto avulso dalla realtà, sarebbero “ai margini della società”.

Ora, tralasciando il fatto che ciò è essenzialmente falso, e che non è certo il trattamento subito dalla “società” (ma anche della Chiesa visibile) che dovrebbe interessare a certe persone e soprattutto ai preti, qui c’è a mio parere un grosso equivoco, oggigiorno quasi insormontabile. Leggi il resto di questa voce

Un sessantottino cortocircuitato

Poco fa si parlava, a lezione, dell’habitus dell’insegnante e della sua sconveniente origine fondata sul senso comune, sul contesto sociale e, quindi, sulla resistenza alla riflessività e al pensiero critico, a favore di un modo di fare stereotipato, basato su convenzioni e non sulla reale consapevolezza di ciò che succede o deve succedere.

Sono conseguenze di questi habitus espressioni comuni (e conseguenti interventi che piacciono molto al nostro furbissimo ministero) quali “i bambini di oggi non ascoltano”, “bisogna usare le nuove tecnologie in classe” e via dicendo. Insomma tutte le boiate infondate che si sentono quando si parla di scuola e pure quelle fondate ma di cui non si conosce il fondamento.

Allora mi son fatto una risata.

Anche io ho un habitus, ed è particolare quanto scontato: sono un sessantottino. Leggi il resto di questa voce

IN MORTE DI SUSHMA PANDEY

NelleNote: pro-family, pro-life

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di Gianfranco Amato

Nessuno ha pagato (e nessuno pagherà) per la morte di questa adolescente. Per di più i responsabili della clinica se la sono cavata dichiarando che è stata la ragazza a fornire documenti falsi e a non dichiarare la sua minore età. Devono essere convinti che le stimolazioni ormonali danneggino sì le ragazzine, ma facciano invece bene alle maggiorenni

chebdoIl mio tour nazionale di conferenze mi ha portato venerdì scorso a Cesena, presso la sala teatro parrocchiale di San Carlo. Si trattava di un’iniziativa promossa dalla pastorale Valle Savio Dismano e dalla Scuola per la famiglia della parrocchia di San Carlo. I duecentocinquanta posti a sedere del teatro non sono riusciti a contenere tutti i circa trecentocinquanta partecipanti, molti dei quali sono stati costretti a restare in piedi (i più anziani) o addirittura seduti per terra (i più giovani). È stato uno degli incontri più appassionatamente partecipati che io abbia finora tenuto, a cui però è seguita, purtroppo, un’inutile nota…

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Insegnare le scienze/Appunti

È abbastanza ridicolo che le prime lezioni sull’epistemologia si facciano in genere (quando va bene) in quinto superiore, di solito dopo aver presentato personaggi come Freud come “scienziati” e aver creato i presupposti perché si capisca che “il complesso di edipo” sia qualcosa di paragonabile alla “legge di gravitazione universale”.
Eppure senza epistemologia non si può nemmeno capire perché la teoria tolemaica fu soppiantata da quella copernicana, e in effetti ai ragazzini si dice spesso che la prima era sbagliata mentre la seconda era giusta, ed è una fortuna che nessuno di quei ragazzini sappia nulla di entrambe, perché altrimenti si farebbe una risata.

Io ricordo per lo meno che il metodo scientifico (quello galileiano) ce lo spiegarono in terza elementare, per poi usarlo per fare degli esperimenti (mai reali, sempre simulati o immaginati: che scuola terribile) magari sull’acqua, o sulle piante, o via dicendo. Si facevano vedere degli esperimenti “famosi” che avevano dimostrato cose importanti, ma mai che nessuno ci abbia mai fatto riflettere sul reale significato di quegli esperimenti. Qualcuno dirà che era troppo presto, ma allora era troppo presto anche per dire “la terra è tonda e non piatta come credevano nel medioevo” (cosa che poi nel medioevo nessuno si sarebbe sognato di dire) e altre simili amenità che servono a far credere i ragazzini di essere superiori ai loro antenati, mentre magari non si accorgono nemmeno dell’acqua che evapora dal bicchiere che hanno di fronte.

L’insegnamento della scienza dovrebbe consistere di due percorsi: il primo è la matematica, che per sua natura è deduttiva e così va necessariamente insegnata, assieme alla logica; il secondo invece deve essere condotto spingendo il ragazzo a formulare ipotesi su fenomeni che può manipolare, e spingendolo a sbagliare di continuo in modo che possa continuamente affinare la sua ipotesi. Quando il ragazzo cesserà di sbagliare gli si forniranno strumenti migliori, in modo che possa riconoscere che la sua ipotesi, pur avendo raggiunto un grado di perfezione superiore a prima, è ancora imperfetta. A questo punto si potrà indurre una riflessione sul percorso della conoscenza e, finalmente, raccontare la storia delle teorie scientifiche.
Poi sarò di coccio io, ma trovo imbarazzante che nel 2015 (.cit) ci sia ancora gente che crede alla storia della terra che gira attorno al sole perché gliel’hanno detto a scuola Emoticon grin

L’obbedienza è una virtù

L’obbedienza è una virtù

e proprio per questo è sbagliato pretenderla

Sapete, io sono stato un bambino, nemmeno troppo tempo fa, e penso di ricordare abbastanza bene certe cose che mi succedevano attorno.

Ancora non me ne rendevo conto, ma anche da fanciullo avevo un grande interesse per l’educazione e soprattutto per ciò che gli educatori dovevano e non dovevano fare: in fondo sono sempre stato polemico come pochi altri.

Una cosa che ho sempre notato è che la maggior parte di loro era (e spesso guardandomi intorno torno a confermare questa prima ipotesi di lavoro) totalmente incapace di comprendere l’inutilità di certi modi di fare. Il mondo è pieno di educatori che sbraitano, urlano, si lanciano in sermoni infiniti su ciò che NON si deve fare, su ciò che succede quando si fanno cose che fanno perdere tempo, sui mal di testa provocati dai ragazzini urlanti e così via.

Ok, ammetto di essere un po’ di parte avendo, a quanto pare, ricevuto un dono piuttosto raro: a me le urla dei ragazzini il mal di testa lo fanno passare, quindi da una parte non posso dire di poter capire chi si lamenta.

Da bambino comunque mi imbestialivo per questo: io ero uno di quelli che stavano buoni (più per spocchia che per altro), e davvero mi infastidiva che si dovesse perdere tempo perché gli altri facevano casino, ma molto più mi infastidiva che, una volta che tutti si erano calmati, il “maestro” di turno doveva perdere altri 5 minuti a sfogare la sua frustrazione, di cui francamente a me non interessava affatto, e spero che anche gli altri la vedessero allo stesso modo.

E poi si arriva a fine lezione/riunione/qualsiasicosasia e si parte con le lamentele su i ragazzi che non obbediscono, che non stanno mai zitti, che non ascoltano… E ce credo, hai passato più tempo a lamentarti che a parlare di ciò che dovevi spiegare!

Il punto è che spesso si parte con un pregiudizio che, in molti casi, fa fallire anche il più nobile intento educativo: “i ragazzi devono obbedirmi”.

Ma chi te l’ha detto!

L’obbedienza è una cosa seria, una cosa importante, una cosa da coltivare e da allenare. Proprio per questo non si deve credere che sia una capacità innata o che sia un diritto/dovere. L’educatore che, con i suoi modi, ordina al bambino “tu devi obbedirmi” non riuscirà mai a cavare un ragno dal buco, perché è una cosa antipatica e nessun bambino obbedisce alle persone antipatiche, a meno che non abbia paura.

Ora, bisogna comprendere come funziona l’obbedienza nella mente di un bambino. Molti si stupiranno, abituati come sono a fare di tutto per rendere odiosa l’obbedienza, ma quello di ubbidire è un vero e proprio bisogno del bambino, che sarà ben felice di poterlo fare. I bambini hanno bisogno di ubbidire perché hanno bisogno di sentirsi utili, bravi, buoni, e perché questo sia possibile devono sentire su di loro l’approvazione di una persona che ammirano, a cui vorrebbero per qualche motivo somigliare.

Una persona che sa farsi obbedire deve sapere, però, che naturalmente il bambino non ci riuscirà sempre, non deve allarmarsi e non deve farsi turbare dai “fallimenti” del piccolo. Il bambino “fallisce” per tre motivi:

  • la cosa che gli si richiede è al di sopra delle sue possibilità (il silenzio e l’immobilità oltre i 3 minuti, ad esempio, lo sono quasi sempre);

  • la cosa che gli si richiede non è significativa ed il bambino si reputa troppo intelligente per farla;

  • l’educatore non viene identificato come personalità significativa;

Ora metterei subito in chiaro che chiunque osi pretendere l’obbedienza di un ragazzino MERITA il terzo tipo di disobbedienza. Ubbidire perché “si deve”, perché è una regola, perché altrimenti l’altro si mette ad urlare e non la finisce più è alienante, rovina la bellezza stessa dell’obbedienza e rende impossibile l’atto educativo. Capisco che gli adulti sono abituati ad un mondo alienante in cui si fanno cose che si odiano per campare ed in cui si è disposti a mettere da parte la propria umanità pur di avere uno stipendio, ma permettete che per lo meno nell’educazione non debba essere così. Spesso chi chiede ai bambini di essere alienati li ammorba poi di discorsi retorici ed autoreferenziali del tipo “voi siete il nostro futuro”: per lo meno abbia il contegno di non preparare un futuro alienato quanto il presente. I bambini sono il presente, come anche noi lo siamo. L’ultima volta che ho controllato il passato era passato e il futuro era futuro, non vedo perché mettere in testa certe cose ai ragazzini.

Dicevo, non si deve pretendere l’obbedienza. Spesso lo si fa dando per scontato che ubbidire sia brutto, che nessuno voglia farlo, che debba essere il risultato di una negoziazione o di un compromesso. Lo si fa perché chi chiede l’obbedienza è abituato ad obbedire storcendo il naso, oppure non ubbidisce affatto. Perché l’obbedienza sia vera e fruttuosa il bambino deve essere innanzi tutto libero di disobbedire, deve sapere che non gli verrà fatto assolutamente nulla quando sarà colto in fallo.

L’obbedienza è una cosa che ottiene quando il bambino capisce che ciò che gli si chiede è per il suo bene. Quindi si può dire che il bambino ubbidisce quando si sente amato, quando percepisce che l’obiettivo di chi si prende cura di lui non è la tranquillità del momento, bensì il suo bene. Da questo nascerà il timore di deludere la persona che si impegna per lui, ed anche la volontà di vederla contenta. Il bambino imparerà che quando ubbidisce si sente apprezzato, mentre di solito impara solo che quando sbaglia si sente aggredito.

Questo è ciò che riguarda il terzo punto. Torniamo ai primi due.

Si tratta di due casi opposti: o la richiesta è troppo difficile, oppure troppo facile, e quindi di scarso interesse. Non essendoci una ragione valida per chiedere ad un bambino di 8 anni di impegnarsi per fare quello che fanno quelli di 5, il vero problema sta solo nel primo caso: il fatto è che non è un problema.

Il bambino sbaglierà, non riuscirà a mantenere l’attenzione, si distrarrà… Come è naturale che sia.

È importante anzi che succeda: finché le richieste rivolte al bambino rimarranno al di sotto dei suoi limiti saranno fondamentalmente inutili (dal punto di vista educativo). Ovvio che non debbano essere esageratamente al di sopra, ma se il ragazzo non sbaglia mai significa che siamo noi a sbagliare, perché potremmo proporgli qualcosa di più difficile.

Ciò che è importante è però affrontare positivamente gli errori: non è bene arrabbiarsi, a meno che non vogliamo crescere degli iracondi, persone che cercheranno di ottenere ciò che vogliono alzando la voce. La cosa migliore è sempre accorgersi di quanto sia buffo che quel ragazzo, così convinto a voler essere grande e a voler imparare tante cose (perché non gli abbiamo fatto già passare la voglia)… è ancora un bimbetto. Se ne accorgerà anche lui, e si sentirà ferito nell’orgoglio.

E ferirgli l’orgoglio è proprio ciò che vogliamo.

Invece di sbraitare mettiamoci a ridere. Ridiamo anche di noi stessi, che spesso pensiamo di essere tanto interessanti e poi scopriamo che i nostri ragazzi preferiscono parlare tra loro di figurine, per quanto siamo noiosi.

L’importante è capire che l’obbedienza non è questione di diritti e doveri, ma di virtù. L’educatore ha il dovere di farsi ascoltare e ubbidire, ma l’educando non ha il dovere di ubbidirgli. L’educatore deve riflettere e scoprire che anche lui sta obbedendo a qualcuno, e che lo sta facendo senza costrizioni, solo perché quel qualcuno è importante e gli chiede di educare per spingerlo alla perfezione, e quindi alla felicità. L’educatore riconoscerà che, nonostante capisca che è bene ubbidire e voglia farlo, fa spesso una grande fatica a portare avanti il suo compito, riconoscerà di avere parecchi difetti, di voler fare spesso di testa sua… e riconoscerà che spesso si comporta proprio come i ragazzi di cui si prende cura.

Allora si metterà a ridere.

E vedendolo allegro e felice, i bambini vorranno seguirlo e desidereranno l’obbedienza.