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Se anche Gesù fu adolescente…

Il ritrovamento di Gesù tra i dottori… poche pagine del Vangelo sono riuscite a colpirmi così tanto.
Un Gesù dodicenne, perduto, scomparso, causa di tante paure e preoccupazioni per i genitori che pensano di esserselo portato dietro con la carovana ma… nella carovana non c’è.
Ed è un po’ quello che succede a tanti di quelli che giocano a fare gli educatori, i genitori, persone che lavorano tanto con altre persone, e ad un certo punto temono che tutto sia andato sprecato, si ritrovano con un ragazzo che non è dove loro avevano previsto, lo cercano e non lo trovano.
Una pagina che ci mostra un Gesù ironico, quasi spietato, che pur avendo dodici anni è comunque la Via, la Verità, la Vita, persino per sua madre, persino per quel padre che non è il suo vero padre. «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?»
Queste parole non erano indirizzate solo alla sua santa madre, queste parole sono lì per distruggere ogni presunzione, per riportare gli uomini al loro posto. Gesù non appartiene ai suoi genitori, ma appartiene al “Padre suo”, che poi è “Padre nostro”, e nessuno può sostituirsi a quel Padre. Possiamo essere genitori, insegnanti, educatori, quel che volete, ma le persone di cui ci prendiamo cura non sono in nostro potere, non esistono in funzione di noi. Possono essere condotte lontano da noi, possono trovare la felicità per strade che noi non immagineremmo neanche, ma sono comunque in mani di gran lunga migliori delle nostre. La loro vita è un progetto molto più grande di qualsiasi cosa ci siamo messi in testa, e se i nostri progetti su qualcun altro vengono infranti… veniamo liberati dalla nostra presunzione di essere “maestri”, mentre siamo soltanto servi inutili.
Il ritrovamento di Gesù tra i dottori… che anche Gesù sia stato adolescente, che anche Lui sia stato dato per “perduto”… è meraviglioso, è un segno per una grande speranza. Tante persone al giorno d’oggi vengono date per “perdute”, ebbene… un giorno potremmo trovarle ad occuparsi delle cose del Padre nostro, ad abbeverarsi alla fonte dell’acqua viva.
Il vero problema è che vorremmo che si abbeverassero da noi, con le nostre parole e con i nostri piani, e spesso è per questo che ci preoccupiamo tanto riguardo cose insignificanti. Ma non c’è da preoccuparsi, il vero Padre, il vero Maestro non siamo noi.

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In Memoria di Babbo Natale

In Memoria di Babbo Natale

“La verità vi farà liberi”. Ecco, sì, liberi.

Forse è pensando a questo che mi sono convinto a farlo.

Perché in fondo la libertà non c’entra nulla con quello che è stato spacciato come tale negli ultimi secoli.

No. Il ribelle non è libero, anzi, è il meno libero tra i cittadini, perché in fondo è adolescente, dipende più di chiunque altro dal proprio “padre” ed è per questo che lo nega e lo combatte.

L’adolescente, infatti, la verità non la conosce, non più del bambino. Se quest’ultimo ama il padre vedendoci solo l’eroe, l’altro lo odia, vedendoci solo il traditore.

La verità è che il padre è sempre lo stesso: è semplicemente una persona. Non può dire di conoscerlo, dunque, chi non ha visto le sue brutture, come anche chi ne ha dimenticato la bellezza.

Essere liberi è essere adulti. Essere adulti è amare intimamente i propri genitori, vedendoli come semplici persone, sapendo di essere come loro, apprezzandone la bellezza senza l’ingenuità di chi è ignaro della bruttura. Essere adulti è aver perdonato i propri genitori.

(Babbo Natale è morto, capitolo 18: Scelte)

Cambiare pelle è dura, questo disse Kaa, il pitone delle rocce, a Mowgli il ranocchio che scopriva con dolore che “l’uomo torna all’uomo”, e che non c’è niente che possa evitarlo.

Non sempre è dura perché si è troppo affezionati alla propria condizione, o meglio: non sempre si è affezionati positivamente alla propria condizione. A volte si tratta di nostalgia, altre di vittimismo, o persino disperazione. Ci si può convincere che le cose non cambieranno mai, e che tutto sarà sempre così, senza un senso e senza una direzione.

Ma non divaghiamo. Leggi il resto di questa voce

Ritorni

In momenti molto strani (e molto rari), certe combinazioni di eventi hanno il potere di risvegliare in me una creatura di cui spesso dimentico anche l’esistenza, qualcosa che c’è e che è importante, ma che è meglio non nominare, non ricordare.

Il ragazzino.

Ed è un ragazzino pieno di angosce, timori, dubbi, un essere immerso nella certezza, negata con tutte le forze, di essere fatto male, di avere qualcosa in meno, di essere nato nel posto sbagliato. Una creatura impaurita, che sente costantemente un nodo allo stomaco, ma che non ha il coraggio per chiedere aiuto, perché è troppo timido e, contemporaneamente, troppo orgoglioso.

Non me la sento di parlarne, di guardarlo in faccia più di quel che devo, perché fa male, fa malissimo.

E so che tutti hanno conosciuto persone simili, eppure so anche che nessuno ne ha conosciuta una uguale.

Eppure ho bisogno di scrivere questo. Quel ragazzino non ha mai ringraziato abbastanza una persona, una persona molto importante, che è scomparsa all’improvviso e che non si può sapere, ora, dove sia.

Manolo, se queste sensazioni sono solo una reminescenza, il grosso del merito è tuo. Mi manchi.

Ma ora questo deve finire, è peggio di qualsiasi incubo. Avevo in mente di sfruttare il momento e scrivere, ma penso che andrò a dormire. Chissà cosa potrebbe uscir fuori, a scrivere in questo stato…

L’indottrinamento

Il mio maestro Oskar Heinroth, naturalista e irrisore delle scienze morali, usava dire: “Quello che uno pensa è quasi sempre sbagliato, ma quello che uno sa, è giusto”. Questa frase, non gravata da alcuna ipoteca gnoseologica, esprime perfettamente il processo evolutivo di tutto il sapere umano, e forse di tutto il sapere in genere. Prima ci si ‘forma un’idea’, poi la si mette a confronto con l’esperienza e con i dati successivamente registrati dai nostri sensi, e infine, secondo che questi fattori coincidano o meno, si giudica se l’idea che ci eravamo formata è giusta o sbagliata. Questo confronto fra una regola interiore formatasi in qualche maniera nell’organismo e un’altra che vige nel mondo esterno rappresenta probabilmente il metodo di gran lunga più importante grazie al quale un essere vivente è in grado di giungere alla conoscenza. Karl Popper e Donald Campbell hanno definito questo metodo pattern matching, un’espressione intraducibile.

Così il nostro Konrad Lorenz inizia il suo capitolo sull’indottrinamento: peccato capitale della nostra civiltà. Il settimo (su 8, nonostante quello delle armi nucleari sia molto diverso dagli altri).

Sembra paradossale, no? Lorenz scrive negli anni ’70 del ‘900, un periodo in cui i cosiddetti “maestri del sospetto” avevano attecchito così fortemente da porre in netta difficoltà qualsiasi dottrina, un periodo in cui i giovani non davano più retta ai vecchi, un periodo in cui l’imposizione di una cultura sembrava ormai impossibile, un fenomeno superato, un pericolo scampato per sempre.

Nulla di più falso e sbagliato. Leggi il resto di questa voce

Sono stufo

Io sono stufo di tutto questo nuovo che puzza già di muffa.
Sono stufo del vecchio ribelle che con le rughe in fronte
urla e sbraita ancora avanti al fantasma dell’antico nemico.
Sono stufo di chi ha dimostrato di guardare
non al bene di chi aveva bisogno di crescere
ma all’ansia della novità fine a sé stessa, della distruzione
senza redenzione.

Io sono stufo di quegli adolescenti
che han già la barba bianca e ancora
vanno a sputare sulla tomba del padre
ignari di avere figli che probabilmente
non chiedono che una tomba su cui sputare
per vendicarsi di un padre minorenne
o minorato?

Io sono stufo della supponenza di coloro che mai hanno capito
che vi è stato tempo di far crollare le false certezze, che è passato
che non hanno compreso che l’euforia dell’abbattimento
è funzionale alla costruzione di palazzi più grandi e più belli
Sono stufo di chi non realizza ancora di aver abbattuto un castello
pieno di crepe, sì, ma di pietra, lasciandoci solo bulldozer senza benzina
e una squallida baracca. 

Sono stufo soprattutto di chi ora si lamenta, di chi non capisce
che siamo cresciuti senza maestri e senza padri e pretende
che parliamo, scriviamo, produciamo grandi idee e soluzioni,
di chi costringe il padre re ad abdicare, si prende le ricchezze
e manda il figlio dodicenne e abbandonato, nemmeno mai educato
su un trono che non vale nulla più, un trono a lungo vuoto, ma chiede addirittura
che sappia governare.

Io sono stufo di questo arrogante che grida con violenza
che non si può toccare, la sua inconsistente certezza
che non è altro che negazione delle altre, totale nulla
totalitario ed autoreferenziale. Inettitudine elevata sull’altare.
Io sono per ciò che è naturale: il bambino s’è fatto adolescente
l’adolescente deve farsi adulto e capire le paure
di un buon padre.

Io sono stufo, perché voi male avete cercato, senza trovare
e volete impedirci di cercare, volete convincerci che esser soli
è bello e naturale, quelli prima eran caproni!
Ma c’è da ringraziarvi: poca fatica si farà per rifiutare
la vostra traballante costruzione, povera per imposizione
brutta e tetra  per quell’amore di cui avete parlato troppo a lungo
ma è rimasto irrealizzato.

Babbo Natale è morto – Capitolo XI

Colpevoli sensi di colpa

Martedì 11 Dicembre 2012

Chiunque voglia leggerlo chieda pure (qui, per e-mail o comunque voglia), come al solito.