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L’obbedienza è una virtù

L’obbedienza è una virtù

e proprio per questo è sbagliato pretenderla

Sapete, io sono stato un bambino, nemmeno troppo tempo fa, e penso di ricordare abbastanza bene certe cose che mi succedevano attorno.

Ancora non me ne rendevo conto, ma anche da fanciullo avevo un grande interesse per l’educazione e soprattutto per ciò che gli educatori dovevano e non dovevano fare: in fondo sono sempre stato polemico come pochi altri.

Una cosa che ho sempre notato è che la maggior parte di loro era (e spesso guardandomi intorno torno a confermare questa prima ipotesi di lavoro) totalmente incapace di comprendere l’inutilità di certi modi di fare. Il mondo è pieno di educatori che sbraitano, urlano, si lanciano in sermoni infiniti su ciò che NON si deve fare, su ciò che succede quando si fanno cose che fanno perdere tempo, sui mal di testa provocati dai ragazzini urlanti e così via.

Ok, ammetto di essere un po’ di parte avendo, a quanto pare, ricevuto un dono piuttosto raro: a me le urla dei ragazzini il mal di testa lo fanno passare, quindi da una parte non posso dire di poter capire chi si lamenta.

Da bambino comunque mi imbestialivo per questo: io ero uno di quelli che stavano buoni (più per spocchia che per altro), e davvero mi infastidiva che si dovesse perdere tempo perché gli altri facevano casino, ma molto più mi infastidiva che, una volta che tutti si erano calmati, il “maestro” di turno doveva perdere altri 5 minuti a sfogare la sua frustrazione, di cui francamente a me non interessava affatto, e spero che anche gli altri la vedessero allo stesso modo.

E poi si arriva a fine lezione/riunione/qualsiasicosasia e si parte con le lamentele su i ragazzi che non obbediscono, che non stanno mai zitti, che non ascoltano… E ce credo, hai passato più tempo a lamentarti che a parlare di ciò che dovevi spiegare!

Il punto è che spesso si parte con un pregiudizio che, in molti casi, fa fallire anche il più nobile intento educativo: “i ragazzi devono obbedirmi”.

Ma chi te l’ha detto!

L’obbedienza è una cosa seria, una cosa importante, una cosa da coltivare e da allenare. Proprio per questo non si deve credere che sia una capacità innata o che sia un diritto/dovere. L’educatore che, con i suoi modi, ordina al bambino “tu devi obbedirmi” non riuscirà mai a cavare un ragno dal buco, perché è una cosa antipatica e nessun bambino obbedisce alle persone antipatiche, a meno che non abbia paura.

Ora, bisogna comprendere come funziona l’obbedienza nella mente di un bambino. Molti si stupiranno, abituati come sono a fare di tutto per rendere odiosa l’obbedienza, ma quello di ubbidire è un vero e proprio bisogno del bambino, che sarà ben felice di poterlo fare. I bambini hanno bisogno di ubbidire perché hanno bisogno di sentirsi utili, bravi, buoni, e perché questo sia possibile devono sentire su di loro l’approvazione di una persona che ammirano, a cui vorrebbero per qualche motivo somigliare.

Una persona che sa farsi obbedire deve sapere, però, che naturalmente il bambino non ci riuscirà sempre, non deve allarmarsi e non deve farsi turbare dai “fallimenti” del piccolo. Il bambino “fallisce” per tre motivi:

  • la cosa che gli si richiede è al di sopra delle sue possibilità (il silenzio e l’immobilità oltre i 3 minuti, ad esempio, lo sono quasi sempre);

  • la cosa che gli si richiede non è significativa ed il bambino si reputa troppo intelligente per farla;

  • l’educatore non viene identificato come personalità significativa;

Ora metterei subito in chiaro che chiunque osi pretendere l’obbedienza di un ragazzino MERITA il terzo tipo di disobbedienza. Ubbidire perché “si deve”, perché è una regola, perché altrimenti l’altro si mette ad urlare e non la finisce più è alienante, rovina la bellezza stessa dell’obbedienza e rende impossibile l’atto educativo. Capisco che gli adulti sono abituati ad un mondo alienante in cui si fanno cose che si odiano per campare ed in cui si è disposti a mettere da parte la propria umanità pur di avere uno stipendio, ma permettete che per lo meno nell’educazione non debba essere così. Spesso chi chiede ai bambini di essere alienati li ammorba poi di discorsi retorici ed autoreferenziali del tipo “voi siete il nostro futuro”: per lo meno abbia il contegno di non preparare un futuro alienato quanto il presente. I bambini sono il presente, come anche noi lo siamo. L’ultima volta che ho controllato il passato era passato e il futuro era futuro, non vedo perché mettere in testa certe cose ai ragazzini.

Dicevo, non si deve pretendere l’obbedienza. Spesso lo si fa dando per scontato che ubbidire sia brutto, che nessuno voglia farlo, che debba essere il risultato di una negoziazione o di un compromesso. Lo si fa perché chi chiede l’obbedienza è abituato ad obbedire storcendo il naso, oppure non ubbidisce affatto. Perché l’obbedienza sia vera e fruttuosa il bambino deve essere innanzi tutto libero di disobbedire, deve sapere che non gli verrà fatto assolutamente nulla quando sarà colto in fallo.

L’obbedienza è una cosa che ottiene quando il bambino capisce che ciò che gli si chiede è per il suo bene. Quindi si può dire che il bambino ubbidisce quando si sente amato, quando percepisce che l’obiettivo di chi si prende cura di lui non è la tranquillità del momento, bensì il suo bene. Da questo nascerà il timore di deludere la persona che si impegna per lui, ed anche la volontà di vederla contenta. Il bambino imparerà che quando ubbidisce si sente apprezzato, mentre di solito impara solo che quando sbaglia si sente aggredito.

Questo è ciò che riguarda il terzo punto. Torniamo ai primi due.

Si tratta di due casi opposti: o la richiesta è troppo difficile, oppure troppo facile, e quindi di scarso interesse. Non essendoci una ragione valida per chiedere ad un bambino di 8 anni di impegnarsi per fare quello che fanno quelli di 5, il vero problema sta solo nel primo caso: il fatto è che non è un problema.

Il bambino sbaglierà, non riuscirà a mantenere l’attenzione, si distrarrà… Come è naturale che sia.

È importante anzi che succeda: finché le richieste rivolte al bambino rimarranno al di sotto dei suoi limiti saranno fondamentalmente inutili (dal punto di vista educativo). Ovvio che non debbano essere esageratamente al di sopra, ma se il ragazzo non sbaglia mai significa che siamo noi a sbagliare, perché potremmo proporgli qualcosa di più difficile.

Ciò che è importante è però affrontare positivamente gli errori: non è bene arrabbiarsi, a meno che non vogliamo crescere degli iracondi, persone che cercheranno di ottenere ciò che vogliono alzando la voce. La cosa migliore è sempre accorgersi di quanto sia buffo che quel ragazzo, così convinto a voler essere grande e a voler imparare tante cose (perché non gli abbiamo fatto già passare la voglia)… è ancora un bimbetto. Se ne accorgerà anche lui, e si sentirà ferito nell’orgoglio.

E ferirgli l’orgoglio è proprio ciò che vogliamo.

Invece di sbraitare mettiamoci a ridere. Ridiamo anche di noi stessi, che spesso pensiamo di essere tanto interessanti e poi scopriamo che i nostri ragazzi preferiscono parlare tra loro di figurine, per quanto siamo noiosi.

L’importante è capire che l’obbedienza non è questione di diritti e doveri, ma di virtù. L’educatore ha il dovere di farsi ascoltare e ubbidire, ma l’educando non ha il dovere di ubbidirgli. L’educatore deve riflettere e scoprire che anche lui sta obbedendo a qualcuno, e che lo sta facendo senza costrizioni, solo perché quel qualcuno è importante e gli chiede di educare per spingerlo alla perfezione, e quindi alla felicità. L’educatore riconoscerà che, nonostante capisca che è bene ubbidire e voglia farlo, fa spesso una grande fatica a portare avanti il suo compito, riconoscerà di avere parecchi difetti, di voler fare spesso di testa sua… e riconoscerà che spesso si comporta proprio come i ragazzi di cui si prende cura.

Allora si metterà a ridere.

E vedendolo allegro e felice, i bambini vorranno seguirlo e desidereranno l’obbedienza.

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Le Prepersone (il cortometraggio)

 

Liberamente ispirato al racconto di Philip K. Dick “The Pre-Persons”, “Le Prepersone” è un cortometraggio di 20 minuti che volge lo sguardo ad un’Italia distopica in cui è già possibile liberarsi dei bambini indesiderati con la pratica dell’aborto post-natale, poiché la legge ha stabilito che solo a 6 anni l’essere umano diventa una persona.

Guardatelo.

(trailer)

Cortometraggio completo

Assurdo: Dio ci dà da mangiare suo Figlio

Assurdo: Dio ci dà da mangiare suo Figlio

Sabato scorso, avendo ****** detto di essere molto eccitato all’idea di ricevere, il giorno seguente, l’Eucaristia per la prima volta, ******* ha detto una cosa interessante, potremmo chiamarla un’obiezione, a cui vorrei rispondere ora che siamo in tanti, perché tutti possiate meditarci.

Ciò che ha detto è molto interessante, perché è la stessa cosa che pensavano molti discepoli quando Gesù disse:Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”, ma anche la stessa cosa che pensavano i pagani quando sentivano dire che i cristiani mangiavano il corpo di Cristo: prendere l’eucaristia è una cosa da cannibali?

Quei discepoli si allontanarono da Gesù, perché non potevano sopportare un’idea del genere: “questo parlare è duro”, dicevano, non riuscivano a capire, ma è proprio così: Gesù è il pane per la vita eterna, ricevendo l’Eucaristia mangiamo davvero il corpo e beviamo davvero il sangue Gesù, non è un simbolo, è proprio questo.

Se ci pensate è una cosa grossa, tanto grossa: Dio ci ama così tanto da mandare sulla terra il suo Figlio unigenito, da mandarlo a morire, da darcelo perché mangiamo il suo corpo e beviamo il suo sangue. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.” Disse Gesù durante l’ultima cena: nessuno può amare più di così.

Ma per capire quanto davvero è grande il suo amore, dobbiamo dire anche perché è sbagliato dire che si tratta di cannibalismo: il cristiano è molto diverso da un cannibale, per varie ragioni. Leggi il resto di questa voce

Omuncoli

 

L’ora di anatomia era appena iniziata.
Era la prima lezione, per Laura, in quella strana università, una scuola straniera, ben diversa da quelle che aveva frequentato fino ad allora.
Ci era arrivata grazie ad una borsa di studio: era sempre stata una studentessa modello, diligente e appassionata; voleva fare l’insegnante e tutti le avevano detto che quella era la scuola che faceva per lei.
Non aveva alcun problema con la lingua: dopotutto l’idioma di quel paese, il più civile ed avanzato del mondo, si insegnava persino nei paesini di campagna, compreso quello in cui Laura era nata e cresciuta.
Chiunque avrebbe pensato che non poteva che essere un grande onore, studiare in una facoltà così prestigiosa, il luogo in cui si plasmava la cultura mondiale. Il posto in cui si formavano coloro che avrebbero educato esseri umani nuovi, finalmente liberati da tutti i mali del passato. Eppure l’entusiasmo di Laura si era già smorzato nel momento in cui aveva varcato la soglia: non era abituata a tutto quel grigio, a quel silenzio innaturale, a quegli orribili camici.
Le spiegarono che quelle divise servivano ad immedesimarsi meglio negli alunni, che erano grigi e rigidi perché non dovevano esserci differenze tra gli “omuncoli”, perché tutti sono uguali davanti a la legge e perché nessuno, nel mondo nuovo e riordinato, avrebbe dovuto sentirsi offeso nel notare ciò che lo differenziava dagli altri.

Lei disse che capiva, ma non poteva che rattristarsi pensando ai grembiulini che ancora si usavano nel suo paese, ai capelli sciolti e alle facce sorridenti. Pensò però che si sarebbe abituata, e che non poteva perdere tempo con quelle cose: la lezione sarebbe iniziata da lì a poco. Entrò e indossò la cuffia e la mascherina. “Ma devo diventare una maestra o un medico?” protestò. Non le risposero.

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Ma è difficile!

10/09/2013

A volte mi chiedo con che criterio certe persone si ritrovino tra le mani certe responsabilità.
La domanda è sempre quella: perché proprio io? Perché ha scelto me che sono così debole e impreparato? Perché mi assegna questo incarico, quando è chiaro che ci vorrebbe ben altri, al mio posto?

Già ci pensavo quando, più di un mese fa, leggevo la prefazione di un libriccino sulle “cacce francescane”: lì si descriveva il modello del vecchio lupo che sarebbe riuscito a far conoscere san Francesco ai lupetti.
Inutile dirlo: quel vecchio lupo era san Francesco, era il ritratto della santità, l’incarnazione di un educatore che poteva essere pure analfabeta, ma che portava con sé il distintivo dei santi.

Io non sono un santo, Signore, e tu lo sai bene.
Anzi, potrei pure passare ore ed ore a spiegarti che quello che mi chiedi non è nelle mie possibilità, che non sono che un bambino, un infante.
Mi chiedi, tramite bocche altrui, di aiutare quei bambini a diventare uomini, e a diventare santi, ma ecco che io non sono né l’una né l’altra cosa. Il mio carattere è acerbo, e la mia fede? Non è che una fiammella, sempre in pericolo, sempre pronta a piegarsi al vento.
Cos’è la fede che hai voluto donarmi in confronto a quella di Francesco, Filippo, Giovanni, Ignazio, Josè? Ben poca cosa, e sono davvero tentato di metterla in una buca, ma so anche che chi mi tenta è mio nemico.

Certo, da una parte posso consolarmi sapendo che non dovrò essere in alcun modo un padre, ma solo un fratello maggiore, ma risparmiami di porti la stessa domanda che ti fece Caino. E, comunque, questo non cambia gran che le cose.

Solo Tu, Signore, puoi renderli come li vuoi.

Serviti pure di me, ma ricorda che sono debole, che fallirei se Tu non mi sorreggessi e non compensassi i iei limiti.
Sì, lo so, ho paura, eppure… Leggi il resto di questa voce

Una lettera indegna

Fratellino,
ancora tremante decido di scrivere queste parole, che forse nemmeno leggerai mai, o che leggerai senza sapere che sono rivolte a te.
Eppure le scrivo, e non posso negare che ci sia anche un po’ d’egoismo, in questo mio gesto, ormai mi conosco abbastanza per riconoscere che ogni gesto che il mondo potrebbe chiamare “bello”, in realtà cela un’ombra di superbia, di protagonismo…
Perdonami per questo, perché chi legge non lo sa, ma io non sono degno nemmeno di baciarti i piedi, non sono che un miserabile, un vile, e chiunque la pensasse diversamente si sbaglierebbe di grosso.
Non è buffo iniziare una lettera in cui si vuole chiedere perdono… chiedendo perdono per volerla scrivere?
Oggi, quando ti ho visto, ho iniziato a tremare. Qualcuno penserebbe che sia normale, dopotutto, eravamo ad un funerale, il funerale di tuo padre, e chiunque si sarebbe impietosito davanti alla sofferenza di un bambino che ha perso il proprio padre.
Ma io tremavo davvero, e non erano i pensieri a farmi tremare, non era la compassione né la simpatia, non era il disagio nel vederti circondato da persone che ti compativano, che cercavano di comunicarti qualcosa anche quando ciò è, almeno credo, sinceramente impossibile, quando solo la Grazia può rimediare al dolore e alla rabbia.
Io tremavo perché avevo di fronte il Cristo.

Ti ho toccato e ti ho baciato, ma l’ho capito chiaramente, che non sono degno.
Io che così spesso mi sono lamentato, io che così spesso ho pianto per la mia famiglia, per mio padre…! Io che sono arrivato a pensare di non averne mai avuto uno, come posso sentirmi degno di toccare chi il padre l’ha perso davvero?
Non ho potuto dirti alcunché, non ho fatto niente di diverso da ciò che hanno fatto tutti gli altri, e anche quello è stato inutile, se non ti è servito per soffrire ed arrabbiarti ancora di più.
Ma posso dirti, nell’eventualità che un giorno venissi a leggere queste parole, che Uno c’è, che può condividere con te il tuo dolore, che l’ha già preso su di sé prima che tu nascessi, che ti ama più di quanto immagini. Ti ho affidato a Lui nella mia preghiera, perché vegli su di te e ti protegga.
Appena qualche giorno fa gli avevo chiesto di tenermi al riparo da qualsiasi corona, salvo quella che ha dovuto indossare mentre saliva sul Golgota. Oggi mi ha concesso di partecipare ad una briciola del tuo dolore, come al solito non ha tardato ad esaudire la mia preghiera.

Perdonami ancora, perdonaci tutti.

Iudex Iustus

Deus Iustum

Scusate per la qualità della scansione e (soprattutto) per quella del disegno in sé: non ho mai amato disegnare, come è evidente.

PS: dato che è difficile a capirsi: quello sulla destra è un bambino (diciamo un “Cristo bambino”), il braccio e i capelli c’erano prima che passassero sotto lo scanner)

Migranti

MIGRANTI

ovvero

COLORO CHE GRIDANO VERSO IL CIELO

“Maestro, che posto è questo? Perché siamo qui?”

Eravamo in piedi su uno scoglio, nel mezzo di un mare agitato, burrascoso. Alla nostra destra vi era il sole dell’alba, alla nostra sinistra, lontana, una spiaggia.

“Hai parlato a lungo dei migranti, ho fatto tesoro delle tue parole.”

“Quindi?”

“Ricordi la speranza nei volti di quelle persone, unita alla disperazione, disperazione per chi non ce l’aveva fatta, disperazione per le difficoltà che si trovavano davanti, la rabbia per un mondo impreparato ad accoglierli, indifferente alle loro sofferenze?”

“Sì…”

“Ho trovato molto belli i tuoi pensieri, mi sono commosso io stesso per le tue lacrime, per la tua emozione. Tuttavia, ho subito pensato che dovessi vedere anche un altro tipo di immigrati, che tuttavia subiscono la stessa sorte.”

“E lo vedremo qui?”

“In realtà potresti anche ricordartelo: anche tu eri un immigrato, dopotutto. Certo, ora è tutto finito, il mondo è stato in grado di accoglierti, ma non per tutti è così. Per molti raggiungere la terra è difficile, ed a volte non ci arrivano mai. Ma lo sai quanti corpi giacciono sul fondo di questo mare?”

“Non capisco ciò che dici, io non vedo nulla…”

“Osserva bene, qui davanti a noi c’è una corrente in cui l’acqua è più chiara, se ci infilassi la mano noteresti che è anche più tranquilla, ed è tiepida.”

“Sì, maestro, lo sento.”

“Guarda ora là, dove il sole sorge, proprio in questo momento stanno arrivando le prime barchette. Se guardi bene, noterai che all’inizio sono tutte su questa corrente.”

“Non riesco a vedere cosa c’è dentro, però…”

“Aspetta, ne abbiamo di tempo, aspetta che si avvicinino.”

“Ecco, una ha cambiato direzione, ma dove va?”

“Da nessuna parte.”

“Come sarebbe a dire?” Leggi il resto di questa voce

Parla con gli alberi

 

 

Mia è una fotografa italiana che vive a Parigi, mantenuta da un marito assente. Sogna di diventare madre e decide di fare una sorpresa al marito che lavora in Cambogia, ma è lei ad avere una brutta sorpresa… Gli occhi spalancati sulle bambine e il cuore in pezzi, decide di farle fuggire dal pozzo di dolore attraverso la Cambogia più pura, bella e selvaggia… Leggi il resto di questa voce

Fiabe, bambini e paura

Coloro secondo i quali i bambini non devono essere spaventati possono voler dire due cose: (1) che non dovremmo fare niente che possa inculcare nei più piccoli paure ossessive, paralizzanti e psicologiche contro le quali il normale coraggio non può nulla, in altre parole fobie. Oppure (2) che dobbiamo nasconder loro il fatto di essere nati in un mondo di morte e violenza, avventure e dolori, eroismo e vigliaccheria, bene e male. Personalmente sono d’accordo con coloro che sostengono il primo punto ma non con i secondi. Questi ultimi intendono nutrire i bambini di false sensazioni ed escapismo del tipo deteriore; oltretutto, c’è qualcosa di ridicolo nel tentativo di educare in questa maniera una generazione nata nel secolo della polizia sovietica e della bomba atomica. È probabile che i giovani debbano affrontare nemici crudeli: che almeno abbiano sentito parlare di valorosi cavalieri ed eroiche gesta di coraggio. Non prepararli minimamente equivarrebbe a dar loro un futuro più oscuro, non più luminoso. Per quanto riguarda violenza e spargimenti di sangue letterari, la maggior parte di noi sa che non innescano paure ossessive nella mente del bambino. In questo senso mi oppongo tranquillamente al riformatore moderno e mi schiero con la razza umana: continuino a esistere re malvagi e decapitati, battaglie e carceri sotterranei, draghi e giganti; e che i cattivi vengano senz’altro uccisi alla fine del racconto. Niente potrà convincermi che questi espedienti provochino, nel bambino normale, un brivido o un livello di paura superiore a quello che vuole e che ha bisogno di provare. Perché il bambino vuole essere un po’ spaventato.

[C.S. Lewis, Tre modi di scrivere per l’infanzia]