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La conversione di Marcellino Pane e Vino

Si avvicina il triduo pasquale e mi è stato chiesto un commento su un’opera molto conosciuta e a me molto cara, che con la Pasqua ha grande attinenza: Marcellino Pane e Vino, capolavoro di José Maria Sanchez Silva, che molti conoscono grazie allo splendido film del 55 in cui l’indimenticabile Pablito Calvo recitava nel ruolo di Marcellino.
Penso che molti di voi conoscano già questa storia, e chi non la conoscesse lo invito per lo meno a guardare il film prima di leggere questo articolo.

Marcellino Pane e Vino è la storia di questo bambino che, abbandonato alla porta di un convento di francescani, viene adottato e cresciuto dai frati. Questo l’inizio di una fiaba religiosa dalla profondità unica e sorprendente, che affronta con un linguaggio adatto anche a bambini molto piccoli (e – era la cosa più difficile – senza risultare indigesta agli adulti e ai bambini grandi!) i temi più importanti dell’esistenza, primo fra tutti la morte. La storia finisce infatti in un modo che non può che lasciare il segno in chi l’ascolta, perché l’estrema dolcezza della narrazione esplode in un sublime connubio con la durezza della Croce, dando giustizia ad uno come Silva, che in quanto autore profondamente cristiano non poteva che scrivere opere profondamente scandalose.

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Il Purgatorio di Laura

Una ragazzina bionda, con il bel faccino tutto rosso di pianto, se ne stava rannicchiata in un angolo di una stanza buia, limitandosi a singhiozzare perché le lacrime le erano finite. Il lungo camice bianco che aveva addosso era macchiato dalla vistosa impronta di sangue secco, simile ad una grossa mano che incombeva sul seno ancora acerbo.

Dietro le palpebre, i suoi occhi, bellissimi benché arrossati, percepirono una luce e si schiusero. A pochi passi da lei c’era un bambino più piccolo di lei, tutto nudo, che le veniva incontro.

«Sta lontano da me! Ti farei del male!» gemette, allungando un palmo verso di lui.

Il bambino non le diede ascolto. Si avvicinò e le prese la mano, quindi si avvicinò ancora.

«Laura» le disse «chi ti ha fatto male?»

«Nessuno mi ha fatto male!» esclamò lei, indignata «io sono stata cattiva, lo zio è sempre stato gentile con me e io… Io sono un’ingrata, e sono sporca e…»

«Laura» disse ancora il bambino, toccandole la guancia «a me puoi dire la verità.»

La fanciulla rimase in silenzio, a tremare. Poi alzò lo sguardo e li vide. Sulla fronte del bimbo c’erano segni sanguinolenti. Segni di spine.

«Sono stata io?» chiese, addolorata, e le uscirono due lacrime da un occhio.

Il bimbo sorrise e asciugò le lacrime con la manina. Laura si toccò la guancia e, guardandosi la mano, vide che c’era del sangue.

«Fammi… fammi vedere la tua mano.» sussurrò.

Il bimbo allargò il sorriso e mise la mano nella sua. Sulla mano c’era una grande piaga. Il foro sanguinolento lasciato da un grosso chiodo di ferro. Laura sentì un forte dolore al petto, vide la macchia e cercò di strofinarla via, ma non ci riusciva.

«Tu dovresti andare via.» disse, nervosa, sollevando di nuovo lo sguardo «Io non merito che mi tocchi. Io sono sporca… e cattiva.»

«Bambina mia, chi ti ha fatto male?» domandò ancora il bambino, prendendole la testa e stringendola contro il suo petto, su cui pure c’era un’altra profonda ferita.

«Nessuno mi ha fatto male, Gesù.» singhiozzò lei «È stata tutta colpa mia.»

«A me puoi dirla la verità, Laura.» ripeté lui, accarezzandola dolcemente. «Non nascondermi il tuo cuore, sono qui per guarirlo»

Laura strinse forte il bambino, e non lo fece con amore. Lo strinse con rabbia, perché una rabbia segreta si era svegliata sul suo cuore e la dominava. Lo strinse per fargli male, per togliergli il respiro.

«Mio zio! Io lo odio!» gridò, furiosa «È un mostro, una bestia, un maiale! E tu lo hai creato!»

«Sì, io l’ho creato» tossì Gesù, con il volto tra i suoi capelli profumati «e quando è nato l’ho benedetto.»

«Io voglio che tu lo mandi all’Inferno! Voglio che lo cancelli! Voglio vederlo morire con dolore e invocare pietà!» gridò ancora la ragazza, stringendo più forte.

«Io amo tuo zio, Laura.» disse il bambino, con un filo di voce.

Lei si indignò, allontanò da sé il bimbo e gli diede un forte schiaffo sulla guancia.

Gesù sorrise e la guardò con amore.

«Io lo amo, Laura.» ripeté.

Laura diventò tutta rossa e lo prese di nuovo a schiaffi. Poi di nuovo, e di nuovo, finché sul faccino candido non rimase il segno rosso della sua mano.

Allora la fanciulla scoppiò in un pianto dirotto. Le erano state date delle lacrime nuove e abbondanti, ma volle finire anche quelle. Le vennero i conati di vomito, le si tappò il naso. Quando si accorse che le erano quasi finite le forze, alzò la testa e trovò il bambino ancora lì, senza una minima nota di biasimo sul volto macchiato. Commossa, baciò più e più volte la guancia ferita e gli chiese perdono. Poi allontanò un po’ la testa per guardarlo bene, e vide che era bellissimo.

«Te l’avevo detto che ti avrei fatto male.» gemette.

«Io sono venuto per questo.» sorrise il Cristo, baciandola sulla fronte.

«Ma io non sono ancora pronta» confessò lei.

«Abbiamo tutto il tempo del mondo» la rassicurò lui, ed anche la fanciulla riuscì ad udire le innumerevoli voci che fin dall’inizio stavano cantando attorno a lei, ed il tempo sembrò accelerare mentre il suo cuore, sintonizzandosi con l’armonia, rallentava. Senza accorgersene, aveva di nuovo stretto a sé Gesù, se ne staccò quando si sentì bagnata.

«Tu perdi sangue» disse con un filo di voce, senza osare di spostare gli occhi da quelli del bimbo.

«Guarda pure, non avere paura» rise il bimbo, e prese tra le dita quella veste bianca. Nessuna lavandaia sulla terra avrebbe mai potuto renderla così bianca. Lei arrossì, vide il segno della sua mano sulla faccia di Gesù e la accarezzò dolcemente.

«Ma non ti resterà, vero?» domando, preoccupata.

«Solo finché ne avrai bisogno» le disse Gesù.

Rimasero ancora in silenzio, Laura contemplava con amore il volto di Gesù. Lui le sorrideva.

«Sai, ora non mi importa più niente di mio zio» confessò lei.

«A me importa invece, e voglio che tu preghi per lui perché si penta e si converta.»

«Lo farò con gioia» sorrise la ragazza «ma l’unica cosa che voglio è stare con te.»

Il sorriso di Gesù si fece ancora più radioso, al punto da illuminarla, ed ogni angoscia sparì dall’anima di Laura. Ogni paura, ogni dolore. Non ci fu più traccia di tutto ciò che le era entrato dentro, per sempre. Lo prese in braccio e si avviò verso la porta, che si aprì sulla luce eterna.

Le Pre-Persone, di Philip Dick (Finale)

A questo link trovate la registrazione della terza parte del racconto di Philip Dick: le Pre-persone.

Le Pre-Persone, di Philip Dick (parte 3)

A questo link trovate la registrazione della terza parte del racconto di Philip Dick: le Pre-persone.

 

Qua in un articolo di Tempi il racconto completo:
https://www.tempi.it/le-pre-persone-dick-autore-di-blade-runner-aveva-gi-previsto-tutto-nel-1974/

Le pre-persone, di Philip Dick (Parte 1)

A questo link trovate la registrazione della prima parte del racconto “Le Pre-Persone” di Philip K. Dick.

Qua in un articolo di Tempi il racconto completo:
https://www.tempi.it/le-pre-persone-dick-autore-di-blade-runner-aveva-gi-previsto-tutto-nel-1974/

Marcellino in Cielo (testo e audio)

IL DOLCE MISTERO CRISTIANO DI SORELLA MORTE, INTRODOTTO DA JOSE MARIA SANCHEZ SILVA NELL’INTRODUZIONE DI MARCELLINO IN CIELO

“I propositi che mi indussero a scrivere “Marcellino Pane e Vino” si completano oggi con questa serie di avventure in Cielo del piccolo Amico di Gesù. Perché si ricorderà che in “Marcellino” si parla spesso della Morte e si dice che si tratta di un racconto “dolcemente impregnato dell’idea della morte, così estranea alla maggior parte dei giovani”. A questo si aggiunga ciò che molti mi hanno fatto notare, e cioè che “è un vero peccato che Marcellino muoia così presto”.

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Un’educazione cristiana anti-pedagogica e anti-rousseauniana/Appunti

1) No. Non è vero. Rousseau non credeva affatto che il bambino nascesse buono, credeva che nascesse vuoto, così da poter essere plasmato dalla società cattiva o da un educatore buono e onnipotente a sua immagine e somiglianza. Emilio non si educa affatto da solo, è il meno libero dei discenti, il suo maestro ha il monopolio assoluto sul suo mondo. Rousseau rappresenta tutto ciò che non vogliamo per i nostri ragazzi: l’educazione che crea schiavi. Rousseau è il vero padre del totalitarismo.

2) Per concludere il post di ieri, l’unico modo per educare cristianamente un ragazzo è riconoscere che non si è Dio, e tuttavia prendere esempio da come educa l’unico Maestro. In sintesi occorre essere schietti, dire la verità quale essa è e non cercare di nascondere all’altro che si ha un progetto per lui. Questo renderà possibile la ribellione a tale progetto, ma è il prezzo della libertà che il Signore ha voluto darci e che non abbiamo il diritto di eliminare. È bene lasciare la porta aperta e lasciare che il ragazzo se ne vada, ma anche mantenerla aperta perché possa ritornare. La società cattiva non ci fa paura, sappiamo che l’uomo stesso è cattivo ma soprattutto che Dio ama i cattivi, i prigionieri, prima degli altri. La pedagogia non può agire così perché non avendo un fine trascendente fallendo fallisce e basta, perciò non può che trasformarsi in dominio e controllo. Il ragazzo perso dalla pedagogia è perso per sempre. Il cristiano invece sa che Cristo ha vinto il mondo e che lo ha fatto con la croce. Non teme la sconfitta: la attende quasi come tappa necessaria. Ed è per questo che il cristiano deve rifiutare la pedagogia come scienza dell’inganno e della produzione dell’ “uomo nuovo”. L’unico uomo nuovo che cerchiamo è quello che toccato dalla misericordia divina emerge dal fango nel quale era caduto.

3) Penso che l’ostacolo maggiore nell’educazione siano le aspettative: vedo spesso gente che non lavora con il bambino o il ragazzo che ha davanti, ma con la sua idea di bambino o di ragazzo in un continuo confronto e quindi rimprovero dello scarto tra idea e realtà. Se il bambino non è come vorrei non posso fargliene una colpa, devo essere io a liberarmi di quell’idea che mi spinge a provare delusione e frustrazione per ciò che il ragazzo non riesce a fare, non rimproverarlo perché è “stupido” o perché non risponde secondo i miei schemi, per poi caricargli addosso pesi insostenibili sotto forma di ammonimenti per il triste futuro che lo aspetta. Sinceramente non mi aspetto mai nulla dai ragazzi, lascio che agiscano secondo ciò che realmente sono e poi cerco al massimo di migliorare quella realtà nel qui ed ora. L’ideale è un’assurdità, il bambino perfetto non sarebbe più un bambino, il platonismo è il cancro della conoscenza. Anche il pensiero del futuro e il conseguente caricare il futuro di aspettative è fuorviante e pericoloso: mi spinge a dimenticare che il bambino ha bisogno di essere felice qui ed ora, in fondo nessuno mi potrà mai dire con certezza che arriverà a compiere i 20 anni. Educazione è aiutare il bambino di 8 anni ad essere un bambino di 8 anni migliore, non un ragazzo di 20 adeguato al mondo in cui vivrà. Si può essere felici a qualsiasi età, il fine della vita non è invecchiare.

4)Quando si parla di educare “all’altro” si può scegliere di educare al “nonostante” i difetti dell’altro, ma è un errore: questo è mero rispetto umano e porta ad una pace illusoria e snervante. L’alternativa è amare l’altro perché è e perché è lui e non altri, perché ci mette alla prova e perché ci consola al contempo. Insomma: perché è una persona che ha difetti detestabili come i nostri e perché nell’amore reciproco quei difetti possono sparire. I difetti di una persona dipendono dalle sue ferite: come si può dire di amare una persona se ci si sforza di far finta che non stia male? se non detesto i difetti di mio fratello non posso dire di volergli bene. Il rispetto umano non è che paura del contagio.

5) Dice Baden Powell che la morale diretta è fallimentare, perché se si dice ad un ragazzo di non fare una cosa sarà colto da una voglia folle di farla, e se gli si dice di farla gli passerà la voglia. Per cui ritiene che trasmettere indirettamente le norme morali sia una strategia vincente, che porta i ragazzi a seguire le regole per la loro bontà e non perché qualcuno dice loro di seguirle.
Tuttavia non mi sento di sposare in toto questa posizione, pur adottandola nella pratica almeno nell’80% del tempo speso in contesti “educativi”.
La realtà è che la morale indiretta funziona, sì, e funziona meglio di quella diretta. Tuttavia negli ultimi 100 anni ha funzionato proprio perché c’era qualcun altro che educava direttamente: la famiglia, la scuola, lo stato. Chi poteva permettersi il lusso dell’educazione indiretta era avvantaggiato dal fatto che sedimentati nell’inconscio dei ragazzi c’erano già i direttissimi insegnamenti morali dei genitori e di altri educatori, anche se quei ragazzi avevano disubbidito ripetutamente. Si sa, quando si diventa adulti si riconosce che la mamma e il papà avevano proprio ragione a dirci certe cose, a rimproverarci e via dicendo, anche se in quel momento gli davamo il massimo del torto. È un’esperienza diffusa che non va sottovaluta.
L’educazione indiretta non è autonoma, in realtà non è altro che il superamento di un conflitto che NON deve essere evitato, a costo della libertà. Se il bambino non avesse il diritto di vedersi imposte delle regole, non avrebbe nemmeno il diritto di metterle in discussione, di ribellarsi e di scoprire se sono valide o meno. B.-P. e tanti altri hanno cercato rifugio nella morale indiretta vedendo che bambini e ragazzi si facevano del male, e sperando che un nuovo metodo educativo potesse limitare i danni.
A favore di Baden Powell devo dire però che il suo metodo non si basa affatto sulla morale indiretta: certo, la prevede come strumento, ma le cose importanti sono dette tutte in modo schietto e sincero, a partire dalla necessità di “ubbidire senza fare domande” che attualmente fa tanta paura a chi esclude del tutto la fiducia dal paradigma.
Penso che il percorso migliore sia una fase in cui chi detiene la potestà del bambino e del ragazzo gli fornisca tutti gli insegnamenti diretti di cui ha bisogno, fidandosi della sua intelligenza e soprattutto della bontà di tali insegnamenti. Successivamente, le altre istituzioni educative dovrebbero riconoscere il passaggio già avvenuto (ed il grosso problema è che in alcuni casi non avviene, per cui non funziona più nulla) e astenersi dalla ridondanza, limitandosi ad integrare ciò che manca (sempre in una relazione di fiducia reciproca con la famiglia) e creando situazioni per dimostrare la bontà degli insegnamenti che bambini e ragazzi già conoscono, inoltre plasmando la propria azione su quegli insegnamenti (cosa che chiaramente sarebbe richiesta a tutti a prescindere dai ruoli educativi).
Poi ci si fida del ragazzo perché lui si fidi di noi. Lo si lascia sbagliare quando vuole sbagliare, mettendolo poi di fronte alle conseguenze. Si lascia che si allontani se vuole cercare la felicità altrove senza mai disperare, consci del fatto che gli strumenti per distinguere bene e male li ha, anche se fossero nascosti molto in profondità nella sua coscienza.
La questione vitale è non avere paura del fallimento: i metodi basati del tutto sul nascondimento dell’autorità si fondano sul terrore, sulla certezza che se il ragazzo non ci ascoltasse farebbe una brutta fine. Ma siamo cristiani, sappiamo di non essere Dio, sappiamo che se abbiamo fatto quanto dovevamo fare il resto lo farà il Signore, e che senza la Croce non c’è la risurrezione.
Tanta gente perde la testa avendo a che fare con gli adolescenti perché dimentica che persino Maria e Giuseppe si persero per strada Gesù. Quando lo ritrovarono era lì dove il Padre lo voleva, si erano preoccupati per nulla. B.-P. non poteva certo essere rousseauniano: B.-P. era un militare che sapeva che per far ubbidire i soldati bisogna anche saper creare le condizioni perché ubbidiscano senza malumori. E ciò che salva lo scautismo dall’essere uno strumento di indottrinamento e sudditanza spirituale di un ragazzo ad un maestro spirituale è proprio il fatto che non ci sono “maestri” ma “capi”, ai quali bisogna ubbidire. Capi che danno ordini, facendo desiderare di ubbidire a quegli ordini. Nel Manuale dei Lupetti B.-P. sceglie per “fratello maggiore” dei bambini dagli 8 ai 10 anni uno che deve giocare a fare l’Akela, il lupo solitario, che guida il branco con la forza e con l’astuzia, ed i lupi di Kipling “ubbidiscono al capo del branco, e non ad uno sciacallo qualsiasi”. Un fratello maggiore che è esempio e figura del Re, perché, sempre nel Manuale, il Re è il capo dell’Impero come Akela è il capo del branco. Proprio perché il capo è un’autorità (pur rinunciando ad essere autoritario) è possibile la libertà.
Dobbiamo ringraziare proprio le pecche di B.-P., ovvero tutto ciò che si lega all’imperialismo che aveva segnato la sua vita, se lo scautismo è ancora uno strumento educativo e non una macchina per il dominio sulle nuove generazioni.

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Don Camillo e il fallimento della scuola moderna

Lo spezzone più becero e reazionario del film, che farebbe venire la pelle d’oca a parecchia gente che tutt’ora, nonostante la realtà abbia smentito clamorosamente il mito dell’educazione moderna, parlano di “ascensore sociale” e “mobilità sociale” e illusioni simili.
Il figlio di Peppone viene mandato in collegio, tuttavia continua a scappare e non studia. Allora mandano don Camillo per convincerlo a studiare: finisce che il prete si porta a casa il bambino e costringe il padre a riprenderselo, perché “è meglio farne un contadino per amore” che un professore per forza.
Ai tempi in cui fu girato il film non potevano saperlo, ma il figlio di Peppone non sarebbe MAI diventato un professore (se, infatti, don Camillo non l’avesse portato via ci avrebbe pensato l’istituzione scolastica a liberarsene in qualche modo), nemmeno rimanendo in collegio. Sarebbe diventato al massimo un impiegatuccio, e sarebbe diventato ancora più povero del padre contadino. In più, sarebbe diventato un impiegato infelice.
Così, con il senno di poi, la soluzione più becera e reazionaria (mandare il fanciullo nella scuola di paese che lo avrebbe portato ad essere un contadino proprio come i suoi antenati) diventa l’unica soluzione pedagogicamente ragionevole, l’unico modo di servire il bambino piuttosto che lo Stato.
La scuola non poteva, come non può e non fa adesso, dare ai figli del popolo l’opportunità di ascendere nella scala sociale. Al massimo poteva dar loro l’illusione di essere diventati colti, intelligenti, consapevoli, emancipati, mentre i loro nonni lo erano molto più di loro, pur essendo assai meno eruditi. La scuola ha raccontato ai figli del popolo che stavano diventando come tutti gli altri, e così è stata neutralizzata la possibilità che si ribellassero ai padroni.
L’unica soluzione ragionevole era riconsegnare ai contadini e ai lavoratori la loro dignità, e quindi fare in modo che in nessun caso un professore potesse considerarsi più “degno” del più umile dei contadini.
Non fu fatto, perché la scuola l’hanno inventata i professori, mica i contadini.

Il re sulle nuvole – Capitoli 0 – I

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Il re sulle nuvole

“Eddai papà, non voglio andare a dormire!”

La bambina si dimenava nel suo letto, tenendo il muso. Erano già le nove, eppure si sentiva piena di energia, sapeva che avrebbe potuto fare il giro del mondo, voleva guardare quella luna piena, la cui luce entrava dalla finestra ancora aperta assieme al dolce vento primaverile e al profumo di fiori.

“Lo so, Alice, tu non vuoi mai andarci a dormire. Temo che dovrai fartene una ragione.”

Il giovane uomo sorrideva sotto i baffi: ricordava benissimo i vecchi tempi, quando anche lui aveva avuto sei anni, e andare a letto aveva tutta l’aria di essere una terribile ingiustizia.

“Ma almeno… Almeno me la racconti quella storia?”

Il padre si incupì per un momento. La sua bambina voleva ancora che gli si raccontasse quella storia, ma lui sapeva bene che sarebbe stata una delle ultime volte. Presto Alice non ci avrebbe più creduto, e per quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare, prima di rivelarne le origini, prima che smettesse di essere una storia per bambini e diventasse…

In quel momento arrivò la mamma, visibilmente stanca.

“Ti avevo chiesto di metterla a letto mezz’ora fa, possibile che debba pensarci sempre io?”

L’uomo era imbarazzato, non sapeva a chi dare ascolto.

“Amore, ti prego…”

La donna lo guardò amorevolmente, aveva già capito cosa stava passando per la testa di suo marito.

“Anche stasera?”

“Sì, ti prego. Presto non potrò più. Inizierà a dirmi quello che dici sempre tu.”

La mamma arrossì, sapeva cosa c’era dietro a quel ghigno, e anche lei vedeva la figlia farsi più grande ogni giorno. Più grande e più bella, ma sempre meno sua.

“Certo che non sei bravo a comandare, è riuscita a convincerti così bene che già fai più capricci di lei. Ma in fondo mi sono innamorata di te anche per questo. Alla tua età vivi ancora nelle favole…”

Gli diede un bacio e lui la strinse, la strinse forte, perché non l’avrebbe mai lasciata andare.

“E io finalmente ho trovato qualcosa di più importante di queste favole, come le chiami tu. Magari un giorno mi crederai pure, ma per adesso lasciami giocare ancora un po’ con mia figlia, finché mi rimane del tempo. O mia regina…”

“Ma la smettete con queste scene sdolcinate? Voglio la mia storia!” Borbottò la bambina, in realtà parecchio divertita da quella scenetta romantica.

Si misero tutti a ridere, e finalmente la mamma accordò il permesso di raccontare quella storia, ancora una volta.

“Il re sulle nuvole – disse – piacerebbe anche a me sentirla di nuovo.”

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Sul pentimento e i sensi di colpa

È noto come il sorcio maledetto, quale principe degli ipocriti e maestro mistificatore, sia solito mettere in giro voci totalmente assurde ed insensate, a tal punto che bisognerebbe essere davvero ingenui per crederci. Essendo, però, oltremodo astuto e vile, riesce spesso in qualche modo ad insinuarsi anche nella mente di chi non fosse usualmente ingenuo, rendendolo perciò tale.

Una delle affermazioni che getta in pasto agli ingenui con il fine di allontanarli dal Signore e dagli eterni benefici che la riconciliazione ed il pentimento dei peccati comportano, suona più o meno così: la Chiesa ha inventato il peccato ed i sensi di colpa, e ne ha riempito le menti degli uomini per impedire loro di essere felici.

Ah! Deve avere davvero la mente di una capra colui che si affida ad un’affermazione così ridicola per ottenere la (s)fiducia di un uomo, ma a quanto pare ultimamente anche le capre riescono ad essere più convincenti degli apologeti, e permettiamo a questa capra di ottenere tanto con così poco!

E pensare che tanto poco basta per confutarla… Leggi il resto di questa voce