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Un’educazione cristiana anti-pedagogica e anti-rousseauniana/Appunti

1) No. Non è vero. Rousseau non credeva affatto che il bambino nascesse buono, credeva che nascesse vuoto, così da poter essere plasmato dalla società cattiva o da un educatore buono e onnipotente a sua immagine e somiglianza. Emilio non si educa affatto da solo, è il meno libero dei discenti, il suo maestro ha il monopolio assoluto sul suo mondo. Rousseau rappresenta tutto ciò che non vogliamo per i nostri ragazzi: l’educazione che crea schiavi. Rousseau è il vero padre del totalitarismo.

2) Per concludere il post di ieri, l’unico modo per educare cristianamente un ragazzo è riconoscere che non si è Dio, e tuttavia prendere esempio da come educa l’unico Maestro. In sintesi occorre essere schietti, dire la verità quale essa è e non cercare di nascondere all’altro che si ha un progetto per lui. Questo renderà possibile la ribellione a tale progetto, ma è il prezzo della libertà che il Signore ha voluto darci e che non abbiamo il diritto di eliminare. È bene lasciare la porta aperta e lasciare che il ragazzo se ne vada, ma anche mantenerla aperta perché possa ritornare. La società cattiva non ci fa paura, sappiamo che l’uomo stesso è cattivo ma soprattutto che Dio ama i cattivi, i prigionieri, prima degli altri. La pedagogia non può agire così perché non avendo un fine trascendente fallendo fallisce e basta, perciò non può che trasformarsi in dominio e controllo. Il ragazzo perso dalla pedagogia è perso per sempre. Il cristiano invece sa che Cristo ha vinto il mondo e che lo ha fatto con la croce. Non teme la sconfitta: la attende quasi come tappa necessaria. Ed è per questo che il cristiano deve rifiutare la pedagogia come scienza dell’inganno e della produzione dell’ “uomo nuovo”. L’unico uomo nuovo che cerchiamo è quello che toccato dalla misericordia divina emerge dal fango nel quale era caduto.

3) Penso che l’ostacolo maggiore nell’educazione siano le aspettative: vedo spesso gente che non lavora con il bambino o il ragazzo che ha davanti, ma con la sua idea di bambino o di ragazzo in un continuo confronto e quindi rimprovero dello scarto tra idea e realtà. Se il bambino non è come vorrei non posso fargliene una colpa, devo essere io a liberarmi di quell’idea che mi spinge a provare delusione e frustrazione per ciò che il ragazzo non riesce a fare, non rimproverarlo perché è “stupido” o perché non risponde secondo i miei schemi, per poi caricargli addosso pesi insostenibili sotto forma di ammonimenti per il triste futuro che lo aspetta. Sinceramente non mi aspetto mai nulla dai ragazzi, lascio che agiscano secondo ciò che realmente sono e poi cerco al massimo di migliorare quella realtà nel qui ed ora. L’ideale è un’assurdità, il bambino perfetto non sarebbe più un bambino, il platonismo è il cancro della conoscenza. Anche il pensiero del futuro e il conseguente caricare il futuro di aspettative è fuorviante e pericoloso: mi spinge a dimenticare che il bambino ha bisogno di essere felice qui ed ora, in fondo nessuno mi potrà mai dire con certezza che arriverà a compiere i 20 anni. Educazione è aiutare il bambino di 8 anni ad essere un bambino di 8 anni migliore, non un ragazzo di 20 adeguato al mondo in cui vivrà. Si può essere felici a qualsiasi età, il fine della vita non è invecchiare.

4)Quando si parla di educare “all’altro” si può scegliere di educare al “nonostante” i difetti dell’altro, ma è un errore: questo è mero rispetto umano e porta ad una pace illusoria e snervante. L’alternativa è amare l’altro perché è e perché è lui e non altri, perché ci mette alla prova e perché ci consola al contempo. Insomma: perché è una persona che ha difetti detestabili come i nostri e perché nell’amore reciproco quei difetti possono sparire. I difetti di una persona dipendono dalle sue ferite: come si può dire di amare una persona se ci si sforza di far finta che non stia male? se non detesto i difetti di mio fratello non posso dire di volergli bene. Il rispetto umano non è che paura del contagio.

5) Dice Baden Powell che la morale diretta è fallimentare, perché se si dice ad un ragazzo di non fare una cosa sarà colto da una voglia folle di farla, e se gli si dice di farla gli passerà la voglia. Per cui ritiene che trasmettere indirettamente le norme morali sia una strategia vincente, che porta i ragazzi a seguire le regole per la loro bontà e non perché qualcuno dice loro di seguirle.
Tuttavia non mi sento di sposare in toto questa posizione, pur adottandola nella pratica almeno nell’80% del tempo speso in contesti “educativi”.
La realtà è che la morale indiretta funziona, sì, e funziona meglio di quella diretta. Tuttavia negli ultimi 100 anni ha funzionato proprio perché c’era qualcun altro che educava direttamente: la famiglia, la scuola, lo stato. Chi poteva permettersi il lusso dell’educazione indiretta era avvantaggiato dal fatto che sedimentati nell’inconscio dei ragazzi c’erano già i direttissimi insegnamenti morali dei genitori e di altri educatori, anche se quei ragazzi avevano disubbidito ripetutamente. Si sa, quando si diventa adulti si riconosce che la mamma e il papà avevano proprio ragione a dirci certe cose, a rimproverarci e via dicendo, anche se in quel momento gli davamo il massimo del torto. È un’esperienza diffusa che non va sottovaluta.
L’educazione indiretta non è autonoma, in realtà non è altro che il superamento di un conflitto che NON deve essere evitato, a costo della libertà. Se il bambino non avesse il diritto di vedersi imposte delle regole, non avrebbe nemmeno il diritto di metterle in discussione, di ribellarsi e di scoprire se sono valide o meno. B.-P. e tanti altri hanno cercato rifugio nella morale indiretta vedendo che bambini e ragazzi si facevano del male, e sperando che un nuovo metodo educativo potesse limitare i danni.
A favore di Baden Powell devo dire però che il suo metodo non si basa affatto sulla morale indiretta: certo, la prevede come strumento, ma le cose importanti sono dette tutte in modo schietto e sincero, a partire dalla necessità di “ubbidire senza fare domande” che attualmente fa tanta paura a chi esclude del tutto la fiducia dal paradigma.
Penso che il percorso migliore sia una fase in cui chi detiene la potestà del bambino e del ragazzo gli fornisca tutti gli insegnamenti diretti di cui ha bisogno, fidandosi della sua intelligenza e soprattutto della bontà di tali insegnamenti. Successivamente, le altre istituzioni educative dovrebbero riconoscere il passaggio già avvenuto (ed il grosso problema è che in alcuni casi non avviene, per cui non funziona più nulla) e astenersi dalla ridondanza, limitandosi ad integrare ciò che manca (sempre in una relazione di fiducia reciproca con la famiglia) e creando situazioni per dimostrare la bontà degli insegnamenti che bambini e ragazzi già conoscono, inoltre plasmando la propria azione su quegli insegnamenti (cosa che chiaramente sarebbe richiesta a tutti a prescindere dai ruoli educativi).
Poi ci si fida del ragazzo perché lui si fidi di noi. Lo si lascia sbagliare quando vuole sbagliare, mettendolo poi di fronte alle conseguenze. Si lascia che si allontani se vuole cercare la felicità altrove senza mai disperare, consci del fatto che gli strumenti per distinguere bene e male li ha, anche se fossero nascosti molto in profondità nella sua coscienza.
La questione vitale è non avere paura del fallimento: i metodi basati del tutto sul nascondimento dell’autorità si fondano sul terrore, sulla certezza che se il ragazzo non ci ascoltasse farebbe una brutta fine. Ma siamo cristiani, sappiamo di non essere Dio, sappiamo che se abbiamo fatto quanto dovevamo fare il resto lo farà il Signore, e che senza la Croce non c’è la risurrezione.
Tanta gente perde la testa avendo a che fare con gli adolescenti perché dimentica che persino Maria e Giuseppe si persero per strada Gesù. Quando lo ritrovarono era lì dove il Padre lo voleva, si erano preoccupati per nulla. B.-P. non poteva certo essere rousseauniano: B.-P. era un militare che sapeva che per far ubbidire i soldati bisogna anche saper creare le condizioni perché ubbidiscano senza malumori. E ciò che salva lo scautismo dall’essere uno strumento di indottrinamento e sudditanza spirituale di un ragazzo ad un maestro spirituale è proprio il fatto che non ci sono “maestri” ma “capi”, ai quali bisogna ubbidire. Capi che danno ordini, facendo desiderare di ubbidire a quegli ordini. Nel Manuale dei Lupetti B.-P. sceglie per “fratello maggiore” dei bambini dagli 8 ai 10 anni uno che deve giocare a fare l’Akela, il lupo solitario, che guida il branco con la forza e con l’astuzia, ed i lupi di Kipling “ubbidiscono al capo del branco, e non ad uno sciacallo qualsiasi”. Un fratello maggiore che è esempio e figura del Re, perché, sempre nel Manuale, il Re è il capo dell’Impero come Akela è il capo del branco. Proprio perché il capo è un’autorità (pur rinunciando ad essere autoritario) è possibile la libertà.
Dobbiamo ringraziare proprio le pecche di B.-P., ovvero tutto ciò che si lega all’imperialismo che aveva segnato la sua vita, se lo scautismo è ancora uno strumento educativo e non una macchina per il dominio sulle nuove generazioni.

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Don Camillo e il fallimento della scuola moderna

Lo spezzone più becero e reazionario del film, che farebbe venire la pelle d’oca a parecchia gente che tutt’ora, nonostante la realtà abbia smentito clamorosamente il mito dell’educazione moderna, parlano di “ascensore sociale” e “mobilità sociale” e illusioni simili.
Il figlio di Peppone viene mandato in collegio, tuttavia continua a scappare e non studia. Allora mandano don Camillo per convincerlo a studiare: finisce che il prete si porta a casa il bambino e costringe il padre a riprenderselo, perché “è meglio farne un contadino per amore” che un professore per forza.
Ai tempi in cui fu girato il film non potevano saperlo, ma il figlio di Peppone non sarebbe MAI diventato un professore (se, infatti, don Camillo non l’avesse portato via ci avrebbe pensato l’istituzione scolastica a liberarsene in qualche modo), nemmeno rimanendo in collegio. Sarebbe diventato al massimo un impiegatuccio, e sarebbe diventato ancora più povero del padre contadino. In più, sarebbe diventato un impiegato infelice.
Così, con il senno di poi, la soluzione più becera e reazionaria (mandare il fanciullo nella scuola di paese che lo avrebbe portato ad essere un contadino proprio come i suoi antenati) diventa l’unica soluzione pedagogicamente ragionevole, l’unico modo di servire il bambino piuttosto che lo Stato.
La scuola non poteva, come non può e non fa adesso, dare ai figli del popolo l’opportunità di ascendere nella scala sociale. Al massimo poteva dar loro l’illusione di essere diventati colti, intelligenti, consapevoli, emancipati, mentre i loro nonni lo erano molto più di loro, pur essendo assai meno eruditi. La scuola ha raccontato ai figli del popolo che stavano diventando come tutti gli altri, e così è stata neutralizzata la possibilità che si ribellassero ai padroni.
L’unica soluzione ragionevole era riconsegnare ai contadini e ai lavoratori la loro dignità, e quindi fare in modo che in nessun caso un professore potesse considerarsi più “degno” del più umile dei contadini.
Non fu fatto, perché la scuola l’hanno inventata i professori, mica i contadini.

Il re sulle nuvole – Capitoli 0 – I

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Il re sulle nuvole

“Eddai papà, non voglio andare a dormire!”

La bambina si dimenava nel suo letto, tenendo il muso. Erano già le nove, eppure si sentiva piena di energia, sapeva che avrebbe potuto fare il giro del mondo, voleva guardare quella luna piena, la cui luce entrava dalla finestra ancora aperta assieme al dolce vento primaverile e al profumo di fiori.

“Lo so, Alice, tu non vuoi mai andarci a dormire. Temo che dovrai fartene una ragione.”

Il giovane uomo sorrideva sotto i baffi: ricordava benissimo i vecchi tempi, quando anche lui aveva avuto sei anni, e andare a letto aveva tutta l’aria di essere una terribile ingiustizia.

“Ma almeno… Almeno me la racconti quella storia?”

Il padre si incupì per un momento. La sua bambina voleva ancora che gli si raccontasse quella storia, ma lui sapeva bene che sarebbe stata una delle ultime volte. Presto Alice non ci avrebbe più creduto, e per quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare, prima di rivelarne le origini, prima che smettesse di essere una storia per bambini e diventasse…

In quel momento arrivò la mamma, visibilmente stanca.

“Ti avevo chiesto di metterla a letto mezz’ora fa, possibile che debba pensarci sempre io?”

L’uomo era imbarazzato, non sapeva a chi dare ascolto.

“Amore, ti prego…”

La donna lo guardò amorevolmente, aveva già capito cosa stava passando per la testa di suo marito.

“Anche stasera?”

“Sì, ti prego. Presto non potrò più. Inizierà a dirmi quello che dici sempre tu.”

La mamma arrossì, sapeva cosa c’era dietro a quel ghigno, e anche lei vedeva la figlia farsi più grande ogni giorno. Più grande e più bella, ma sempre meno sua.

“Certo che non sei bravo a comandare, è riuscita a convincerti così bene che già fai più capricci di lei. Ma in fondo mi sono innamorata di te anche per questo. Alla tua età vivi ancora nelle favole…”

Gli diede un bacio e lui la strinse, la strinse forte, perché non l’avrebbe mai lasciata andare.

“E io finalmente ho trovato qualcosa di più importante di queste favole, come le chiami tu. Magari un giorno mi crederai pure, ma per adesso lasciami giocare ancora un po’ con mia figlia, finché mi rimane del tempo. O mia regina…”

“Ma la smettete con queste scene sdolcinate? Voglio la mia storia!” Borbottò la bambina, in realtà parecchio divertita da quella scenetta romantica.

Si misero tutti a ridere, e finalmente la mamma accordò il permesso di raccontare quella storia, ancora una volta.

“Il re sulle nuvole – disse – piacerebbe anche a me sentirla di nuovo.”

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Sul pentimento e i sensi di colpa

È noto come il sorcio maledetto, quale principe degli ipocriti e maestro mistificatore, sia solito mettere in giro voci totalmente assurde ed insensate, a tal punto che bisognerebbe essere davvero ingenui per crederci. Essendo, però, oltremodo astuto e vile, riesce spesso in qualche modo ad insinuarsi anche nella mente di chi non fosse usualmente ingenuo, rendendolo perciò tale.

Una delle affermazioni che getta in pasto agli ingenui con il fine di allontanarli dal Signore e dagli eterni benefici che la riconciliazione ed il pentimento dei peccati comportano, suona più o meno così: la Chiesa ha inventato il peccato ed i sensi di colpa, e ne ha riempito le menti degli uomini per impedire loro di essere felici.

Ah! Deve avere davvero la mente di una capra colui che si affida ad un’affermazione così ridicola per ottenere la (s)fiducia di un uomo, ma a quanto pare ultimamente anche le capre riescono ad essere più convincenti degli apologeti, e permettiamo a questa capra di ottenere tanto con così poco!

E pensare che tanto poco basta per confutarla… Leggi il resto di questa voce

I vent’anni dell’educatore

“Ho vent’anni.

Sai, tutti dicono che a quest’età non bisognerebbe pensarci, che dovremmo “goderci il momento”, goderci i nostri vent’anni.
Ma cosa sono i nostri vent’anni?

Non sono molti, guardo dietro di me e non c’è molto, sto qui a meravigliarmi di come le cose siano diventate più facili, di come il mio corpo sia più forte, la mia mente più agile, il mio spirito più pronto di quand’ero un ragazzino.

Ma nel meravigliarmi di questo, nel compiacermi di questo, mi rendo conto che tutto ciò non durerà.

Ho tanti progetti, sai? Ci sono tante cose che mi piacerebbe fare, tante cose che vorrei ottenere da questo mondo, e penso di averne le forze.

Sì, ora ho le forze.

Ma per quanto ancora?

Quanto ci metterà il mio corpo ad iniziare ad indebolirmi? La mia memoria, quando inizierà a svanire? Quando tornerò debole come un ragazzino che si intimidisce con un solo sguardo di quelli “più grandi”?

Tutte le cose che vorrei fare, potrò farle? O la morte distruggerà tutto domani? Tra un paio d’anni? Tra altri vent’anni? Oppure verrà prima la vecchiaia, e anch’essa distruggerà quello che può?

Tutto questo non ha senso.

No, non ha senso avere vent’anni, come non ne aveva averne quindici. Non ha senso diventare più forti, se poi ci si indebolirà, non ha senso imparare tante cose che poi dimenticherò, non ha senso allenarsi in ogni virtù, se il mio destino è di abbassare gli occhi senza saper che dire ogni volta che mio figlio mi dirà che sbaglio e che tutto ciò che gli ho insegnato è sbagliato.

Non ha senso. Niente ha senso.

È tutta colpa della morte. Del fatto che le cose finiscono. Ma tutte le cose finiscono, e noi cosa siamo?

Sono forse diverso da questo sasso? O da questa pianta? O da quel passero? No, anche io finirò, come finiranno i miei vent’anni, come finirà il mondo. Come finisce la vita.

E se dev’esserci un senso, non può essere che nella morte. Se non c’è un senso nella morte, non c’è da nessun’altra parte, perché solo la morte c’è, che le cose esistano o non esistono, moriranno ugualmente. Se anche fossi un sogno dovrei morire, perché anche i sogni muoiono quando finiscono, basta che chi li fa smetta di sognare.

Lo capisci? La morte, è la morte… è la morte che regna in questo mondo, e a che serve costruire opere che moriranno? A che serve… Diamine, l’ho già detto!

Niente serve a nulla! Tutto finisce, e allora perché dovrei iniziare qualcosa?” Leggi il resto di questa voce

La pedagogia (3)

Quello che mi sta sul cazzo dei pedagogisti della famiglia non è tanto il fatto che passino il tempo a scrivere libri e a immaginare progetti pedagogici per migliorare l’esistenza di chi si ritrova in una situazione familiare complicata o per intervenire comunque affinché le situazioni di rischio facciano meno danni possibili. Se avessero un qualche contatto con la realtà, se non fossero solo costruttori di castelli in aria che parlano di leggi e di dati istat come se fossero l’oggetto del loro agire dimenticando che hanno a che fare con persone che non si piegheranno mai alle loro pretese di progettualità e di gestione delle relazioni (davvero pretendono che un bambino si adegui ad una situazione in cui coppia coniugale e coppia genitoriale sono distinte. Farabutti.), potrebbero addirittura essere utili a qualcosa di più che ad appesantire la spesa pubblica e di quegli sciagurati che ancora comprano i loro vacui libercoli.
Non mi sta sul cazzo nemmeno il fatto che siano totalmente inutili. Anzi sì, ma nemmeno tanto.
Ciò che davvero mi sta sul cazzo, è questa ipocrisia, questa viltà, che nel tentativo di vedere il possibile nelle situazioni difficili e di “sperare” ancora in qualcosa dimentica i fondamenti, dimentica che la divisione del nucleo familiare è violenza ed esautorazione, che è un danno per i bambini quanto per i genitori, che bisogna evitarlo a tutti i costi, che per evitarlo bisogna educare le nuove generazioni ad impegnarsi in maniera sana e responsabile, che non si possono risolvere le situazioni già collassate rendendo culturalmente meno odioso ciò che è una violenza, è uno stupro, è la violazione della primaria finalità di qualsiasi pedagogia, ovvero la felicità di tutte le persone coinvolte. Non si può agire per il bene delle famiglie “ricostituite” minando culturalmente la famiglia stessa, come questi viscidi servi del potere fanno. Non si può dire che “può andare tutto bene” dimenticando che l’eventualità è molto remota, che le ferite, pur sepolte nel subconscio, rimarranno per sempre e che i soggetti coinvolti saranno privati per il resto della loro vita di qualcosa di fondamentale (nel caso dei genitori) o di vitale (nel caso dei figli).
Sapete parlare solo di negoziazione, di ruoli, di adattamento ed adeguamento, di “funzioni educative”, di “modelli familiari” e tante altre amenità irrilevanti.
Avete dimenticato di dire l’ovvio, di affermare apertamente che se una famiglia non si fonda sull’amore assoluto e sulla comunione totale dei coniugi nella prospettiva del bene della famiglia stessa come essere a sé e, ovviamente, dei figli questa è destinata a dileguarsi, avete dimenticato di ricordare al mondo che non si crea una famiglia per calcolo o negoziazione o simili atrocità, ma perché ci si vuole impegnare NON in un progetto comune, ma in un ESSERE comune.
Ciò che state facendo, è seminare la zizzania per distruggere anche le famiglie dei figli di queste famiglie, spacciando quella che è una violenza per qualcosa di naturale, perché NESSUN bambino deve ritrovarsi a “scegliere” se passare il pomeriggio con il padre o con la madre, o se chiamare “papà” il nuovo marito della madre, e non dirò che questo non è naturale: anche fosse naturale, non sarebbe giusto.
Ma la pedagogia ha dimenticato la giustizia, per questo è totalmente inutile.
Continuate pure a scrivere apologie smielate delle “famiglie ricostituite”, ripetete pure che basta rimodulare i ruoli e mediare le relazioni e simili, rassicurate il mondo: “va tutto bene”.
Ma non va bene proprio un cazzo, i vostri stessi discorsi sono una delle cause del moltiplicarsi di queste situazioni, è giusto evitare che le persone coinvolte in questo fenomeno vengano colpevolizzate e a loro volta danneggiate da un sistema pedagogico-politico punitivo (dal punto di vista sociale e culturale anche), ma non dimenticate che l’ideale è ben altro, e che si può avere la miglior pedagogia del mondo, ma un bambino che vive con due genitori che si amano e che insieme sono famiglia non sarà mai nella stessa situazione di un altro che non ha questa fortuna.
Non avrà mai bisogno delle vostre chiacchiere, ad esempio.
Dovreste puntare ad evitare alle famiglie di domani la stessa sorte di quelle di oggi, invece state facendo il contrario: l’apologia del presente che si ubriaca per non pensare al futuro.
LA PEDAGOGIA CHE SI RIFIUTA DI PENSARE AL FUTURO!

In Memoria di Babbo Natale

In Memoria di Babbo Natale

“La verità vi farà liberi”. Ecco, sì, liberi.

Forse è pensando a questo che mi sono convinto a farlo.

Perché in fondo la libertà non c’entra nulla con quello che è stato spacciato come tale negli ultimi secoli.

No. Il ribelle non è libero, anzi, è il meno libero tra i cittadini, perché in fondo è adolescente, dipende più di chiunque altro dal proprio “padre” ed è per questo che lo nega e lo combatte.

L’adolescente, infatti, la verità non la conosce, non più del bambino. Se quest’ultimo ama il padre vedendoci solo l’eroe, l’altro lo odia, vedendoci solo il traditore.

La verità è che il padre è sempre lo stesso: è semplicemente una persona. Non può dire di conoscerlo, dunque, chi non ha visto le sue brutture, come anche chi ne ha dimenticato la bellezza.

Essere liberi è essere adulti. Essere adulti è amare intimamente i propri genitori, vedendoli come semplici persone, sapendo di essere come loro, apprezzandone la bellezza senza l’ingenuità di chi è ignaro della bruttura. Essere adulti è aver perdonato i propri genitori.

(Babbo Natale è morto, capitolo 18: Scelte)

Cambiare pelle è dura, questo disse Kaa, il pitone delle rocce, a Mowgli il ranocchio che scopriva con dolore che “l’uomo torna all’uomo”, e che non c’è niente che possa evitarlo.

Non sempre è dura perché si è troppo affezionati alla propria condizione, o meglio: non sempre si è affezionati positivamente alla propria condizione. A volte si tratta di nostalgia, altre di vittimismo, o persino disperazione. Ci si può convincere che le cose non cambieranno mai, e che tutto sarà sempre così, senza un senso e senza una direzione.

Ma non divaghiamo. Leggi il resto di questa voce

Una sirena

A S.C.

Mamma…!
È ancora buio
e tu non sei qui
non sei con me
e ti cerco
e ti chiamo
e tu non rispondi.

Volevo chiederti cos’è stato:
un tuono?
il terremoto?
forse un mostro?
Ho paura
mamma
dove sei.

Dimmi ti prego
che sto ancora sognando.
Ecco, ti sento:
tu preghi che il tuo bambino
sogni solo gli angioletti
e non abbia più paura.

Ora li vedo
e non mi fa più male.

Iudex Iustus

Deus Iustum

Scusate per la qualità della scansione e (soprattutto) per quella del disegno in sé: non ho mai amato disegnare, come è evidente.

PS: dato che è difficile a capirsi: quello sulla destra è un bambino (diciamo un “Cristo bambino”), il braccio e i capelli c’erano prima che passassero sotto lo scanner)

Allo specchio

Quel volto angelico

in quello specchio

no, non è il mio.

.

Mi volto

una bestia

che sia davvero così?

.

Sì, non sono che una bestia

non sono degno di questa vita

Non posso fare alcun bene.

Son nato per errore. Nessuno mi ama.

  .

Se solo qualcuno mi amasse!

  .

Ecco, di nuovo…

non era vero, eh?

Mi ingannavo, lo so, io sono…

Sì, sono il migliore, un santo

con le mie forze mi sono elevato.

.

Non come quegli altri, schiavi

di loro stessi. Che miseri che sono!

.

Ora potrei pure…

sì, potrei permettermi di farlo.

Chi può biasimarmi, d’altronde?

Mi sono impegnato tanto…

ho lavorato…

.

Eppure sono triste.

 .

Sì, in fondo mi illudevo.

Sono solo una bestia.

Abbandonata a sé stessa

da un padrone crudele.

Perché qualcuno non mi uccide?

.

No. Ho troppa paura per morire.

Se sono bestia è giusto

che mi comporti come tale

In fondo che mi importa

se li faccio soffrire?

Se lo meritano anche loro.

 .

Ma in fondo io sono meglio di loro!

So, per lo meno, di essere una bestia, no?

Ma alla fine, lo sono davvero?

La mia coscienza, la mia consapevolezza…

Quelli mi fanno del male, e nemmeno se ne accorgono!

Ignoranti, stupidi, sempliciotti…

Vogliono solo oscurare la mia luce.

Vogliono che io pensi che sono sbagliato.

Così si approfitteranno di me!

Non ci cascherò di nuovo!

.

Ma che importa, in fondo?

Sarò quello che sono, non mi interessa.

Un giorno morirò, e quest’immagine

Non sarà altro che un ricordo.

Non ho bisogno di uno specchio.

Devo solo accettare colui che sono.

E lasciarlo stare.

.

Eppure un dolore

mi trafigge il petto.

Lo metterò a tacere

aiutando il povero

sfamando l’affamato

curando il malato.

 .

Ma non si cheta!

.

Tanto vale allora

soddisfare le voglie

quelle son vere ferite!

Mangerò fino a scoppiare

mi prenderò tutto quello che voglio

Le lacrime mi renderanno forte.

Quelle degli altri.

.

Ma sono stanco, ormai.

 .

Tutto questo non ha senso.

Fare il bene porta l’ingratitudine.

Fare il male porta altro male.

Che noia, questa vita!

 .

Tanto vale lasciarsi andare.

Qui, su questo marciapiede.

Come un mendicante.

Attendo che venga a prendermi.

Il nulla.

La morte.

.

Sputo nella mano di chi vuole aiutarmi.

Strillo nelle orecchie di chi mi compatisce.

Voglio morire, lasciatemelo fare!

.

Voglio morire, ma non si può morire bene?

Fare qualcosa che lasci il segno,

Qualcosa che mi faccia ricordare
Per lo meno da qualcuno.

 .

Ma non ho la forza per alzarmi

E su quella strada

Ecco che si ferma un autobus.

Il mio riflesso sulla carrozzeria
Non mostra la bestia, né un eroe.

Sono solo un bambino,

circondato da vetri frantumati.

Uno è entrato nel mio cuore.

.

Piango e mi dispero!

Sono tutto solo.

Tutta la mia vita

Fu solo una bugia.

Non voglio morire!

.

Ma ecco che se ne va

portando con sé chi voleva darmi un soldo

e pure il mio volto gonfio e rosso

di pianto.

 .

Alzo gli occhi al cielo.

Mamma, ovunque tu sia

il tuo bambino sta piangendo!

Accorri in suo aiuto,

cura le sue ferite,

fa che smetta di piangere.

 .

E che possa posare il capo sul tuo grembo

sentendosi amato

senza bisogno di guardare

nello specchio.