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Tra segreti e Mistero

L’aveva finalmente trovato, la sua ricerca era andata a buon fine. Era in quella casa: lo sapeva e lo sentiva, in quella capanna persa tra i monti, circondata dai boschi, lambita ora dal sole mattutino. Colui che conosceva i segreti, colui che molti avrebbero voluto ascoltare per ottenere le chiavi della realtà, colui che si nascondeva per la pericolosità delle sue conoscenze… era finalmente stato scovato.

La ragazza bussò alla porta, tremante per l’emozione.

Nessuno rispose.

Bussò di nuovo.

Niente.

Bussò ancora.

Ma dopo tutta la strada che aveva fatto non si sarebbe certo arresa. Così si sedette davanti alla porta, certa che prima o poi quell’uomo sarebbe arrivato.

Si addormentò.

La porta, aprendosi, la svegliò quando il sole era già alto nel cielo, ma la fanciulla non si lamentò dell’urto, anzi esclamò:

Sapevo che si trattava di un’altra prova! Finalmente l’ho trovata!”

Il vecchio la guardò con commiserazione, con un mezzo sorriso nascosto dalla folta barba bianca.

Non c’è mai stata nessuna prova. Ho soltanto deciso di uscire di casa… e un’estranea dormiva appoggiata alla mia porta. Ha bisogno di qualcosa, signorina? Non le conviene addormentarsi da queste parti, forse non sa con quale rapidità può cambiare il tempo, e quanto può essere difficile tornare indietro in mezzo alla tempesta.”

La ragazza sapeva che l’uomo stava dissimulando, si stava prendendo gioco di lei per impedirle di scoprire le verità che teneva strette tra le sue mani.

So che lei conosce delle cose…”

Tutti conosciamo delle cose e tutti ne ignoriamo altre. Ad esempio ignoro il suo nome.”

Il mio nome è Sofia, ma il suo lo so già…”

Bene, Sofia, vedo che si informa molto meglio di me.” Disse il vecchio con una risata.

Ma non parlo di cose ordinarie, ecco… so che lei sa delle cose che nessuno conosce, lei conosce dei… dei segreti. Celati a tutta l’umanità. E volevo…”

L’uomo smise di sorridere.

Chiuderò questo sciocco discorso prima che lei si offra di diventare mia schiava. L’unico segreto che conosco è questo: non esistono segreti! È tutto davanti ai suoi occhi, non c’è bisogno che le insegni nulla. Ora, se non le dispiace, devo andare a prendere della legna per accendere il fuoco. Mi sono rimasti soltanto certi ciocchi che nemmeno un fulmine riuscirebbe ad appicciarli!” Leggi il resto di questa voce

Siate fedeli alla Terra / Introduzione

Ho appena finito di scrivere una raccolta di fiabe con questo titolo.
Non penso di pubblicarla sul blog, quindi chi volesse leggerla lo chieda pure tra i commenti o in un altro modo.
Riporto qua sotto l’introduzione.

Santa Maria degli Angeli, 27/04/2014

Quale luogo più adatto di questo?

Qui il santo padre Francesco, il dottore serafico, l’araldo del gran Re si fece deporre nudo a terra, sulla nuda terra, prima che la sua anima spiccasse il volo verso il Cielo e i segni della sua unione con il suo Signore si palesassero a tutti. Prima che il suo corpo segnato dalla malattia si trasfigurasse, prefigurando la gloria futura.

Una creatura celeste, questo Francesco, che però non dimenticò mai di essere stato plasmato dalla terra, e che non volle nessun piedistallo a separarlo dalla polvere, dalle rocce, dalla dura patria del suo esilio.

Una terra, questa, che profuma ancora della sua presenza. Una terra nuova, santa, segnata per sempre da coloro che la sfiorarono. In questo punto il cielo ha trapassato la terra e non l’ha distrutta, qui cielo e terra si sono toccati e si sono parlati grazie a quella creatura che di cielo e terra era fatta, qui per un momento anima e corpo si sono divisi nell’attesa della riunione futura. Il corpo trasfigurato di Francesco fu consegnato alla terra come la sua anima, santificata dalle sofferenze terrene, fu consegnata al cielo. Alla fine dei tempi saranno fatti cieli nuovi e terra nuova, e nell’abbraccio eterno della gloria divina anima e corpo si ricongiungeranno manifestando il vero splendore della creatura del Signore, cui fu accordato il privilegio dell’adozione a figlio.

Sentite il calore di questa terra. Ascoltatene il suono. La terra sotto i nostri piedi canta le lodi del Signore e si prepara alla glorificazione definitiva. Qui di fianco, in questa stessa chiesa, c’è la statua dell’arcangelo che condusse le creature celesti maledette al loro esilio, incatenandole all’inferno.

Quant’è terribile lo sguardo di questo San Michele, e quanto amorevole. La terra trema, e l’anima pure, quando si pronuncia il suo nome, mentre il demonio rabbrividisce al ricordo della sua vergognosa ribellione e sconfitta. Quest’angelo, creatura di puro intelletto, lasciò più volte le tracce del suo passaggio sul suolo di questo mondo. Terre benedette, quelle che ospitarono una così meravigliosa creatura! Benedette le pietre sfiorate dal suo spirito, benedetto l’altare su cui, per suo ordine, poté celebrarsi il Sacrificio! Questa terra d’esilio si trasforma al passaggio di San Michele, la corruzione scompare ed ecco che anche quelle pietre cantano, aspettando che il Signore faccia nuove anche quelle.

Il cielo sulla terra, ecco di cosa parla questo luogo. Eppure c’è anche la terra nel cielo, e solo i più

sprovveduti possono dimenticarlo: non solo le anime purificate dall’esilio sono in quel luogo, ma

anche i corpi che il Signore ha voluto con se. Mosè ed Elia lo raggiunsero dopo averlo sentito sui

suoi santi monti, montagne messe lì dal Creatore per ricordare all’uomo che la natura delle creature

terrene è di elevarsi verso il cielo, altezze così grandi che aspettano solo che quell’anfibio che è

l’uomo vada lì per alzare le braccia verso il cielo e per mortificare l’anima appiattendola a terra. Non

solo loro, ma anche il divino Figliolo, primizia di tutti i risorti, è seduto alla destra del Padre con il

suo corpo glorioso e trasfigurato, così anche sua Madre fu richiamata al cielo perché fosse

incoronata, ed è una creatura plasmata nel fango ad essere chiamata “regina” da tutte le anime del

paradiso, angeli e santi, perché l’Onnipotente e l’Eterno ha voluto manifestare la sua gloria nella più

umile delle sue creature.

Ecco, sono qui per raccontare tutto questo. Ci sono santi che sono il cielo sulla terra e la terra nel cielo, ma io non sono tra questi. Il Signore agisce attraverso i suoi santi e i suoi angeli, come in mille altri modi che forse nemmeno conosciamo, e a chiunque voglia vedere è dato riconoscere le sue eterne impronte, i suoi segni che non sono terra e non sono cielo. Non lo sono, perché vivono in quella realtà intermedia che è la mente degli uomini, che imperfettamente cerca di comprendere e raccontare, di riconoscere e creare. Immagini, suoni, parole in cui un mondo nuovo si palesa, un mondo in cui, da qualche parte, sono nascoste le due porte che conducono alla Terra e al Cielo. Questo mondo è il paese delle fate.

Troppo spesso gli uomini sono stati convinti a disprezzare la terra e a costruire torri di Babele; troppo spesso hanno cercato di farsi uguali agli angeli odiando la loro natura terrena voluta dal Signore; troppo spesso si sono vergognati della loro debolezza e miseria, mentre l’unica vergogna della loro anima doveva essere l’orgoglio. Siano maledette in eterno le idee e le utopie, che tentano di slegare l’uomo dalla terra per legarne l’anima ad un cielo finto. Sia benedetto l’uomo che ogni giorno ricorda di essere fatto di polvere, e di dover tornare alla polvere perché quel pezzetto di cielo che vive in lui possa splendere come il corpo trasfigurato di Nostro Signore.

Questa terra, irrigata con il sangue dei martiri, concimata con il corpo dei santi, illuminata dall’Eucaristia di cui santi e martiri si nutrirono, solcata dall’aratro degli angeli che la attraversano di continuo, continuerà a far spuntare germogli di piante che si slanceranno verso il cielo. Questa terra, compressa dai passi lievi di creature ferite dall’amore divino, guiderà i passi di uomini nuovi e li spingerà a calpestare impronte che agognano il cielo.

E quando arriverà il giorno della redenzione, ringrazieremo il Signore di aver infuso il suo Spirito in un pupazzo di terra, perché questo fango sarà più bello di un diamante.

Ecco, sento le fate cantare, questi esseri magici che scaturiscono dalla nostra natura nostalgica ci chiedono di non perderci nelle fumose illusioni delle nostre manie di grandezza. Ecco, gridano:

SIATE FEDELI ALLA TERRA

La Stagione del Qohélet

La Stagione del Qohélet

Testo preparato come traccia per approfondimento finale sul libro che era stato letto durante il campo mobile del Clan Monte Vettore del gruppo scout Ancona 1 (FSE).

Cos’ha da dire Qohélet?

Vanità delle vanità, tutto è vanità ed occupazione senza senso:

Qohélet non è un nome proprio, è “colui che parla nell’assemblea”, in particolare prende la parte del figlio di Davide, quindi di un re d’Israele, e si mette in particolare nei panni di Re Salomone, con cui il regno raggiunse il massimo splendore, famoso per la sua grande sapienza.

Questo re ha ottenuto tutto ciò che poteva ottenere nel corso della sua vita, e più di ogni altra cosa ha accumulato la sapienza, il cui valore è superiore a tutto il resto. Ma vertice della sapienza è scoprire che la sapienza stessa non può salvare, proprio come tutte le altre cose. Il percorso è stato graduale, tutte le cose hanno assunto, una dopo l’altra, l’aspetto che mostrava la loro più sincera natura: il fumo. Tutto è fumo, dice Qohélet, tutto è fumo ed inseguire il vento. Questo il significato di quel “vanitas” delle traduzioni latine: l’uomo può ottenere ciò che vuole, ma alla fine in mano non avrà altro che un po’ di fumo, un po’ di nulla, niente potrà mai bastare a soddisfarlo.

Non importa quanto l’uomo si sforzi, quanto si affatichi, la verità è che tutto è destinato a svanire, a tornare alla polvere, ad essere dimenticato. Innanzi tutto l’uomo, che è destinato a morire e non solo non potrà portarsi nulla nella tomba, ma nemmeno potrà lasciare nulla dopo di sé, perché anche chi verrà dopo è destinato a morire, il ricordo degli antichi non rimarrà e ciò che si è costruito nel corso della vita cadrà in mano ad un erede incapace che vanificherà ogni suo sforzo.

Quando Qohélet dice “tutto è vanità” intende dire proprio “tutto”, non c’è niente che faccia eccezione, non c’è niente che potrà salvarsi dalla morte. Perciò tutto ciò che resta da fare è godere di ciò che si può godere, senza sprecare quel poco sollievo che ci è concesso.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole:

L’uomo si affanna alla ricerca di cose nuove, soprattutto l’uomo che, come Qohélet, cerca la Sapienza, ma nessuno potrà mai trovare qualcosa che sia davvero nuovo: tutto è già stato, tutto era già conosciuto da qualcun altro prima di noi, e questa è una conseguenza della vanità del tutto. Dato che tutto muore, le nostre scoperte non gioveranno a nessuno, e chi verrà dopo di noi sarà costretto a riscoprire ogni cosa ripartendo da capo. L’uomo vorrebbe arrivare a scoprire il senso delle cose, ma tutto è vanità, tutto è insensato. Sotto il sole.

Tutto questo avviene in un preciso scenario: la vita dell’uomo che si affanna sotto il sole, quel sole che gli ricorda il suo limite, la sua incapacità di raggiungere il cielo, di arrivare alle verità ultime, di salvarsi dalla terra di cui la sua natura è impregnata. L’uomo sa di essere polvere, ma guarda al cielo perché la polvere non lo soddisfa. E nel cielo c’è una barriera, c’è quel sole che ripete incessantemente il suo ciclo, senza lasciare spazio alla speranza che qualcosa possa cambiare, che la barriera che separa le cose terrene da quelle celeste possa infrangersi. Al di là del sole c’è Dio, ma Dio non si fa guardare in faccia, Dio scruta silenziosamente tutte le cose per decidere, infine, ciò che dovrà accadere. E l’uomo non può farci nulla, né può immaginare quale sia la volontà divina.

Chi accresce il sapere, accresce il dolore:

Scoprire tutte queste cose è, come abbiamo detto, il culmine della sapienza umana, quanto di più perfetto l’uomo possa arrivare a comprendere. Ma questa sapienza non consola, perché la realtà è spaventosa e sottolinea l’incapacità umana di trovare il senso delle cose o anche di crearlo. Il sapiente ha gli occhi in fronte, mentre lo stolto cammina nel buio, ma ad entrambi attende la stessa sorte. Sapere è sapere che si morirà, che tutto ciò per cui lavoriamo non vale niente.

Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto:

Il libro finisce ammonendo i lettori: è vero che tutto è vanità, è vero che non sappiamo se c’è una vita dopo la morte e che il nostro spirito vitale potrebbe andare perdersi sottoterra come quello degli animali e che non abbiamo alcuna ragione di credere che andrà in Cielo a raggiungere Dio, ma bisogna ricordare che Dio vede tutto e tutto giudica, perciò l’uomo sapiente farà ben attenzione a non offenderlo, perché questo non porterebbe ad altro che ad ulteriore sofferenza. Qohélet è re d’Israele e sa bene che al suo popolo è stata data una legge che viene da Dio, perciò la cosa migliore che l’uomo possa fare è cercare di rimanere fedele a questa legge. Tuttavia la conclusione della storia rimane ugualmente ignota: Qohélet sa anche che tutti gli uomini sono peccatori, e che alla fine solo la libera (e arbitraria) scelta di Dio potrebbe salvarli. Occorre temere Dio, per evitare che si adiri contro di noi, e fare quanto ci ha comandato. Se Dio ci ami o meno non è dato saperlo, né a nessuno è mai stato detto che i suoi sacrifici gli hanno ottenuto la purificazione dai peccati. L’invito di Qohélet è un invito a non peggiorare la situazione, a non attirare altre sciagure su di sé e sul Popolo. Per il resto, il sapiente ha visto che il giusto ottiene spesso la ricompensa del malvagio, e al malvagio sono dati i privilegi del giusto, sotto il sole. Chi ci dice che non sia questa la volontà di Dio? Nessuno, perché nessuno ha mai visto il volto di Dio.

Ecco, questa è una novità: Qohélet domanda perché il Cielo risponda

Segnata dai sentimenti di Qohélet è quella stagione che precede il Vangelo

Il Cielo si squarciò:

Questa è dunque la condizione del popolo d’Israele prima della venuta del Figlio dell’uomo: nel migliore dei casi la consapevolezza che senza l’intervento di Dio nessuno è capace di salvarsi, una consapevolezza che fa male perché questo intervento non sembra arrivare. Israele è costretto ad attendere, e nell’attesa non ottiene che il silenzio, mentre il sole continua il suo corso e tutto sembra stagnante, immobile, immutabile. Si offrono sacrifici a Dio nella speranza che s’impietosisca, ma lentamente si perde la speranza che ciò avvenga e i riti diventano fini a sé stessi, ci si rassegna all’impossibilità di sapere se questi siano ben accetti e persino la legge rimane in quanto legge e non in quanto strumento di salvezza e redenzione.

Solo la decisione di Dio poteva salvare gli uomini, e sarà proprio questa, il suo Verbo a farlo. Qohélet aveva ragione, perché la Sapienza si rivelasse agli uomini non c’era alcuna utilità nell’affannarsi, perché la risposta sarebbe venuta dall’alto: “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge”, un sole nuovo, qualcosa che non si era mai visto prima. E così fu, nel momento in cui Gesù si presentò al Giordano per farsi battezzare da Giovanni “vide squarciarsi i cieli” e scese su di lui lo Spirito Santo, l’amore divino, e la voce di Dio lo annunciò come suo figlio, così come l’ultimo profeta l’aveva chiamato “l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo”. Succede ciò che Qohélet non aveva osato sperare, pur essendo egli consapevole dell’impossibilità di altre soluzioni: i cieli si aprono, colui che vive oltre il sole viene a vivere in mezzo agli uomi. Et verbo caro factum est. Il verbo, la sapienza divina diventa uomo e si fa conoscere dagli uomini. Tale Sapienza è eterna, è assoluta, è perfetta, Gesù Cristo è quel senso che Qohélet cercava sotto il sole e non trovò mai, è colui che è venuto “per accendere un fuoco sulla terra”, è “Colui che è” in una coltre di fumo senza senso. Rimane la vanità delle cose, e su questo Gesù insiste spesso, ricordando che i gigli dei campi vestono meglio di re Salomone ma finiscono comunque nel forno, ma c’è qualcosa che non finirà più. Il Figlio di Dio è colui che è in eterno, ed è venuto nel mondo per dare agli uomini il potere di divenire anche loro figli di Dio, eterni come lui. È venuto a dire cosa vuole Dio per gli uomini: che si salvino ed abbiano la vita eterna, una vita di unione d’amore con Dio stesso, con l’assoluto, con l’unica cosa che può soddisfare davvero i loro bisogni.

Se l’uomo diventa eterno e acquisisce un valore, inizia ad essere effettivamente qualcosa in più di un mucchietto di polvere, anche le altre cose acquisiscono un senso nuovo: diventano doni, cose date all’uomo per goderne e per trarne vantaggio al fine di rendersi più simili a Dio. Non sono eterne come gli uomini e svaniranno, per questo Qohélet continua a dire cose molto importanti, ma senza quell’antica amarezza: tutto è vanità, dice ora Qohélet, e non ha senso affannarsi per le vanità. Il Padre vostro, che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli dei campi, provvederà anche ai vostri bisogni, voi pensate a ciò che non è vano: cercare il Regno di Dio e la sua giustizia.

La buona novella: Mai prima qualcuno aveva detto: ti sono perdonati i peccati.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole, perciò la barriera doveva essere sfondata e la novità scendere sulla terra. Vangelo significa “buona notizia”, è la notizia della vittoria dell’esercito in battaglia, nello specifico è la notizia della vittoria sulla morte, che con la morte di Cristo in croce viene distrutta per sempre (“dov’è, o morte, la tua vittoria?”) La novità è Dio che cammina in mezzo a noi e ci comunica la sua volontà, con chiarezza e semplicità. Mai prima della venuta di Cristo qualcuno avrebbe potuto dire “ti sono perdonati i peccati”, ed infatti Gesù venne accusato di bestemmiare ogni volta che si permise di farlo. Se Dio in persona ti dice che i tuoi peccati sono perdonati non c’è più alcuna ragione di temere che il sacrificio non sia stato accettato, l’uomo è del tutto e definitivamente libero dal suo passato, dalla sua condizione originaria, da quelle catene che lo tenevano ancorate a terra. Il perdono non è più una speranza, ma una certezza, perché qualcuno ce lo ha detto. Per questo prima di andarsene Gesù lasciò ai suoi discepoli l’incarico di perdonare i peccati degli uomini, perché ognuno possa sentirsi dire “i tuoi peccati sono perdonati”, “neanche io ti condanno, va e non peccare più”.

Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli :

La vittoria sulla morte non è una tantum, non vale solo per la risurrezione di Cristo, ma è un evento che continua e che si fa presente in ogni generazione grazie alla presenza perpetua di Dio nella Chiesa per mezzo dello Spirito Santo. Il Paraclito, il consolatore, viene mandato agli uomini dopo l’ascensione di Gesù al Cielo, per rivelare il senso profondo di ciò che il Figlio ha detto durante la sua permanenza terrena. L’amore di Dio, dunque, permette di accedere totalmente alla Sapienza, ma questo privilegio non viene dato ai filosofi o ai dotti, la vera Sapienza rimane effettivamente qualcosa di non accessibile all’uomo semplicemente perché essa è il Verbo, ed il verbo è Cristo. I dotti fanno fatica a raggiungerlo proprio perché ricchi, poiché accumulano conoscenza e non vogliono rinunciare ad essa e “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli”. Ciò che Gesù dice è invece che “noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”: Dio abita nell’uomo, o meglio, Dio è nel centro dell’anima di ogni creatura, centro che non tutti riescono a raggiungere perché spesso l’anima vive fuori da sé stessa, è attratta da altre cose e perciò gli è precluso di vivere lì dove anche Dio vive. Lo Spirito Santo permette all’uomo di amare Dio e di ritrovare il centro della propria anima, ma appunto non è mai lo sforzo umano ad ottenere questo traguardo, bensì l’azione divina che agisce meglio là dove ci sono meno resistenze: nei poveri di spirito, nei piccoli, in coloro che non si sognerebbero di dire di essersi guadagnati una sapienza che viene da dentro, che sgorga come l’acqua dalla roccia senza merito umano.

Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola:

Dio non è più lontano, Dio si è rivelato ed ha mandato il suo unico Figlio perché fosse innalzato e attirasse tutti a sé. Non c’è più il dubbio dell’efficacia della preghiera e del sacrificio, Dio ha dimostrato per primo di amarci. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. L’uomo viene ora chiamato a partecipare alla vita divina diventando per adozione figlio di Dio in unione con Gesù Cristo, suo figlio unigenito. L’uomo non deve più temere Dio come un servo teme l’arbitrio del padrone, ma il suo timore sarà semplicemente quello di un figlio che non vuole ferire il padre, un padre che non dà ordini ma una via perché questo figlio possa essere compiutamente ciò per cui fu creato, e che aspetterà se questo volesse allontanarsi per cercare la felicità altrove, pronto a riabbracciarlo come il padre misericordioso. La prospettiva finale non è più la tomba ma abitare nella stessa casa del Padre, essere una cosa sola con Lui e con i fratelli. Si scopre ora come davvero parlare della sorte del saggio e dello stolto fosse vanità, perché il dono offerto da Dio è molto più grande di qualsiasi ricompensa che potesse spettare in precedenza al giusto o al malvagio: è la Misericordia, Dio che si fa piccolo e debole per innalzare l’uomo fino a sé. Dio che subisce ingiustamente la sorte del malvagio per riscattare tutti coloro che sono prigionieri del peccato e per mostrare ai giusti che soffrono ingiustamente che c’è una realtà più grande in cui le loro sofferenze si riveleranno molto più insignificanti di quel che sembrano ora, come anche i benefici ingiustamente goduti dai malvagi.

Qohélet nel cuore dell’uomo: l’asceta e il mistico nella notte oscura

Vanitas vanitatum et omnia vanitas. praeter amare Deum et Illi soli servire:

Sono le parole che concludono il primo capitolo del più celebre testo religioso medievale: l’Imitazione di Cristo. Scritto nel XV secolo da (probabilmente) un monaco agostiniano, riprende le parole di Qohélet e ci costruisce sopra un modello di vita cristiana, una vita che ha il suo centro appunto nell’imitazione di Cristo e nella rinuncia a tutto il resto. È chiaro come l’autore abbia consapevolezza della vanità di tutte le cose, e di come soltanto l’incarnazione di Cristo abbia portato un senso nella vita dell’uomo. Il fine della vita umana, insomma, non può essere altro che “amare Dio e servire Lui solo”, seguendolo sulla sua strada che passa attraverso la croce, la sofferenza, la rinuncia e la morte. Attraverso questo percorso di imitazione l’uomo è portato a rinunciare ai piaceri dei sensi e alle glorie umane, finché tutto questo non viene a risultare del tutto irrilevante e inconsistente. Si tratta fondamentalmente di ascesi, di lasciare andare la realtà terrena per poter elevare lo spirito fino a Dio. Questa è la prima “stagione” del Qohélet nella vita umana: riconoscere che le cose terrene non soddisfano l’uomo e rivolgersi alle cose celesti.

La notte oscura:

Eppure anche l’ascesi nasconde dei pericoli, e così insegnano i grandi mistici il cui spirito è stato forgiato attraverso il silenzio, attraverso la notte oscura, attraverso il senso di abbandono dell’anima che non riesce più a trovare Dio. San Giovanni della Croce, Santa Teresa d’Avila e tanti altri hanno raccontato di questa loro esperienza: prima si passa per la notte del senso, in cui tutte le cose terrene si mostrano nella loro insignificanza e vengono abbandonate, ma non finisce qui. Molti infatti arrivano a capire che la felicità non si ottiene cercando le realtà e gli affetti terreni, eppure questo non li porta necessariamente alla salvezza: c’è chi si insuperbisce e che trova la sua ragione di vita nella sua ascesi, nel suo essere superiore a chi vive nel mondo, e questa è una strada molto veloce per raggiungere l’Inferno. Così il Signore mostra la sua pedagogia sublime: a molte anime a cui in principio aveva dato piaceri spirituali, facendo sentire loro la Sua presenza durante la preghiera o addirittura donando visioni e ispirazioni particolari; insomma a quelle anime che per tempi più o meno lunghe aveva imboccato come si fa con i bambini e tenuto per mano, progressivamente ritira il suo sostegno, proprio come quando il bambino impara a camminare da solo e la mamma smette di tenergli la mano. Si nasconde, e il mistico nella preghiera non sente più niente. Anzi, inizia a sentire che non serve a niente, pur conoscendo con l’intelletto la sua potenza. L’anima sa che Dio c’è, ma non lo trova da nessuna parte, Egli si mette a dormire come quando stava nella nave in tempesta e gli apostoli allarmati lo svegliarono… e Lui li rimproverò per la loro poca fede.

Persino la vita di preghiera può sfociare nella vanità, può portare l’uomo a credere di potersi salvare con le proprie forze, oppure può portare ad una religiosità esclusivamente formale e priva di significato, fatta di cose che si fanno perché “bisogna fare così”: per impedirlo e per renderle più perfette il Signore fa sperimentare a queste anime la notte oscura, le fa sentire abbandonate perché esse lo chiamino e dichiarino la loro impotenza e piccolezza, perché riconoscano di non poter niente senza di Lui.

La seconda stagione del Qohélet nella vita umana consiste dunque nell’essere con Gesù nella sua passione, nel momento in cui chiede a Dio di allontanare da lui quel calice amaro, nel suo sentirsi solo e abbandonato nella notte del Getsemani. Chiedersi, insomma, se sia stato tutto inutile, eppure perseverare, mentre attorno a te si fa buio e tutto sembra perdere senso. In attesa che il divino irrompa nella miseria della condizione umana per redimerla, dando finalmente all’anima ciò che per sua natura cerca fin dal principio.

Commiato del maestro che non sapeva amare

Ciao *****,

abbiamo fatto un bel pezzo di strada assieme, ma infine giunge il momento di andare per la propria strada. Sai bene che d’ora in poi non sarò più il tuo maestro, e questa lettera rappresenta tutto ciò che mi rimane da dirti.

Da anni, ormai, mi cresci davanti agli occhi. Quando iniziammo eri un bambino, ora sei un ragazzo che non ha più bisogno di essere tenuto per mano, sembrerebbe che io abbia fatto bene il mio lavoro…

…ma non è così.

Non fraintendermi: non sto dicendo che non sei cresciuto bene, anzi. Con il maestro che ti ritrovi è un vero miracolo che tu sia così in gamba; eppure voglio che tu sappia, finalmente, che il metro di giudizio non è questo. Ho dato spesso delle valutazioni al tuo operato, ora dovrei darle sul mio. Tuttavia non è facile, perché i frutti del mio lavoro sono evanescenti e sarebbe arduo dimostrare che siano effettivamente frutti miei. Un educatore un po’ ingenuo potrebbe misurare la propria bravura sul tuo carattere, uno stupido potrebbe fare una lista delle cose che sai e attribuirsene il merito, un superbo vantarsi delle tue virtù dicendo di avertele passate con l’esempio. Io ho tanti difetti, e tra questi c’è un po’ di ingenuità, una stupidità evidente ed un mare di superbia, tuttavia ho un difetto molto più grande che nasconde questi altri: io ti voglio bene, ed è qui il guaio.

Scrive San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”. Ahimé, posso sinceramente dire di averti voluto molto bene, e di averti amato molto poco.

Proprio per questo ho voluto scriverti questa lettera, perché ora che prenderai la tua strada dovrai stare in guardia. Molte persone oggigiorno si riempiono la bocca della parola “amore” senza nemmeno immaginare cosa sia. Le uniche persone che avrebbero il diritto di usarla sono quelle che riconoscono di essere incapaci di amare. Di questo dunque ti parlerò: come ho scritto poco fa la superbia non mi manca.

Ti dicevo, io ti ho voluto molto bene, e te ne voglio ancora. Ti conoscevo da poco e già sentivo sul mio cuore le catene dell’affetto che provavo per te, la gioia nel vederti contento e la tristezza nello scoprirti annoiato, triste, stanco. Poi sono passati mesi ed anni ed il legame si è fatto sempre più forte, non ti nascondo che ho pianto per te nei momenti più bui, quando avevo paura che ti succedesse qualcosa di brutto, né posso negare che ho avuto più volte paura che decidessi di lasciarmi prima del tempo per cercare un’altra strada. Allo stesso modo sono stato spesso impaziente di rivederti quando non potevo seguirti da vicino, e ogni volta che mi hai sorriso mi hai riempito di gioia, dando un senso alla mia fatica. È anche giusto che sia così: in fondo un lavoratore ha diritto al suo salario.

Eppure tutto questo non era amore, non è amore. Anche adesso sento una forte emozione perché vorrei che queste mie ultime parole “ufficiali” siano significative per te, importanti, tali che grazie ad esse tu possa ricordarti di me per sempre. Allo stesso tempo è un po’ una sofferenza vederti andar via, nonostante sia proprio questo distacco ciò per cui ho lavorato negli ultimi anni. Sono fatto di carne, *****, proprio come te. E questo non è amore.

Ci sono stati dei momenti in cui ti ho amato davvero, o almeno ci sono andato vicino. Sono quelli di cui sicuramente non ti sei mai accorto, perché chi ama tende a rimanere nascosto. Una volta, ad esempio, c’è stata una giornataccia di quelle che si vorrebbero dimenticare, ero stanchissimo e volevo starmene a casa mia senza far niente. Ecco che questo scocciatore all’improvviso ha bisogno di me e mi telefona. Vedo il numero sul cellulare e per un istante sono tentato di non rispondere, ma alla fine lo faccio. Tu mi riversi addosso un milione di problemi che non ero pronto a risolvere, che non volevo risolvere perché volevo soltanto riposarmi, ma con quella poca forza di volontà che mi era rimasta riesco a dirti che sarei venuto da te e che ne avremmo parlato. Quando arrivai non mi degnasti nemmeno di un sorriso, la tua espressione corrucciata ti rendeva molto antipatico e continuavi a farmi notare, volente o nolente, che ti stavo deludendo e ti sembravo inutile, perché non ero capace di tirarti fuori da quei guai. Credimi, avevo una gran voglia di rinfacciarti tutte le mie fatiche e soprattutto quel pomeriggio in cui avrei potuto riposarmi e che invece spendevo per ascoltare te che piagnucolavi. Rinunciai a farlo e ti ascoltai fino alla fine. Mi sentii del tutto inutile, perché non potevo risolvere quel problema, eppure il giorno dopo ci riuscisti da solo. Ecco, posso dire di averti amato in momenti come quello, ma non sono stati molti.

Di nuovo, però, non fraintendermi: si può amare anche quando l’affetto è vivo e forte. Semplicemente è più facile che dietro l’affetto si celi il bisogno di sentirsi apprezzati, accolti, cercati, ringraziati… piuttosto che un amore sincero.

Adesso, ad esempio, se io ti amassi come dovrei ti lascerei andare senza scriverti altro, mantenendomi nell’ombra e accettando di essere sistemato in un angolino della memoria a cui magari non accederai mai più. Ti lascerei libero di non voltarti verso di me per un ultimo sorriso, di non dirmi che sono stato importante o che sei stato contento di essere un allievo. Se ti amassi in questa lettera scriverei parole di fuoco contro i tuoi difetti, ma davvero non ne sono capace, e perciò ti ringrazio.

Ti ringrazio, perché alla fine saremo giudicati sull’amore, e tu sei stato mio maestro in questo, non io. Lavorare con te ha portato alla luce tutti i miei egoismi, tutta la mia voglia di essere ciò che non sono, ed in fondo mi ha fatto scoprire di avere un cuore duro che ha bisogno di essere spezzato.

Questo cuore si spezza oggi, perché il nostro legame cambierà tantissimo e ***** l’allievo diventerà un ricordo, mentre ***** sarà una persona libera su cui non avrò alcun potere e nessun diritto. Il “mio” cucciolo non sarà più mio e non mi chiamerà più quando sarà in difficoltà, perché ormai è abbastanza grande da cavarsela da solo. Ora forse imparerò ad amarti davvero, perché se saprò che sei felice sarò felice per te e se mi diranno che sei triste soffrirò con te, da lontano. Pregherò il Signore perché si prenda cura di te e ti tenga gli occhi aperti su questo nuovo cammino, e non cercherò il tuo sguardo sperando che vedendomi tu sorrida, né mi farò assalire dall’angoscia di chi teme che il suo affetto non sia ricambiato, come accadeva in passato.

Ti chiedo soltanto questo: quando sarai arrivato alla vetta e io starò ancora arrancando invischiato da tutte queste mie debolezze, dì al Signore che sono solo un uomo, e che se non viene a prendermi lui sprofonderò di sicuro nel fango della mia miseria. Prendilo per mano e trascinalo da me, come un bambino trascina il suo papà per fargli vedere una cosa bella o spaventosa che non aveva mai visto prima. Questo varrà più di molti sorrisi e molti abbracci.

Corri, fratellino, tu che hai ancora il cuore leggero e le gambe buone. Corri e arriva presto in cima per quella strada che ho saputo descriverti ma che non so salire. Se proprio devi ricordarti di me, fallo nella preghiera. Allora non ci saranno più maestri e allievi, ma solo due fratelli stretti al petto dello stesso Padre.

E quel Padre è il solo amore che valga la pena conoscere.

Corri, e non voltarti indietro!

Addio.

Un’educazione cristiana anti-pedagogica e anti-rousseauniana/Appunti

1) No. Non è vero. Rousseau non credeva affatto che il bambino nascesse buono, credeva che nascesse vuoto, così da poter essere plasmato dalla società cattiva o da un educatore buono e onnipotente a sua immagine e somiglianza. Emilio non si educa affatto da solo, è il meno libero dei discenti, il suo maestro ha il monopolio assoluto sul suo mondo. Rousseau rappresenta tutto ciò che non vogliamo per i nostri ragazzi: l’educazione che crea schiavi. Rousseau è il vero padre del totalitarismo.

2) Per concludere il post di ieri, l’unico modo per educare cristianamente un ragazzo è riconoscere che non si è Dio, e tuttavia prendere esempio da come educa l’unico Maestro. In sintesi occorre essere schietti, dire la verità quale essa è e non cercare di nascondere all’altro che si ha un progetto per lui. Questo renderà possibile la ribellione a tale progetto, ma è il prezzo della libertà che il Signore ha voluto darci e che non abbiamo il diritto di eliminare. È bene lasciare la porta aperta e lasciare che il ragazzo se ne vada, ma anche mantenerla aperta perché possa ritornare. La società cattiva non ci fa paura, sappiamo che l’uomo stesso è cattivo ma soprattutto che Dio ama i cattivi, i prigionieri, prima degli altri. La pedagogia non può agire così perché non avendo un fine trascendente fallendo fallisce e basta, perciò non può che trasformarsi in dominio e controllo. Il ragazzo perso dalla pedagogia è perso per sempre. Il cristiano invece sa che Cristo ha vinto il mondo e che lo ha fatto con la croce. Non teme la sconfitta: la attende quasi come tappa necessaria. Ed è per questo che il cristiano deve rifiutare la pedagogia come scienza dell’inganno e della produzione dell’ “uomo nuovo”. L’unico uomo nuovo che cerchiamo è quello che toccato dalla misericordia divina emerge dal fango nel quale era caduto.

3) Penso che l’ostacolo maggiore nell’educazione siano le aspettative: vedo spesso gente che non lavora con il bambino o il ragazzo che ha davanti, ma con la sua idea di bambino o di ragazzo in un continuo confronto e quindi rimprovero dello scarto tra idea e realtà. Se il bambino non è come vorrei non posso fargliene una colpa, devo essere io a liberarmi di quell’idea che mi spinge a provare delusione e frustrazione per ciò che il ragazzo non riesce a fare, non rimproverarlo perché è “stupido” o perché non risponde secondo i miei schemi, per poi caricargli addosso pesi insostenibili sotto forma di ammonimenti per il triste futuro che lo aspetta. Sinceramente non mi aspetto mai nulla dai ragazzi, lascio che agiscano secondo ciò che realmente sono e poi cerco al massimo di migliorare quella realtà nel qui ed ora. L’ideale è un’assurdità, il bambino perfetto non sarebbe più un bambino, il platonismo è il cancro della conoscenza. Anche il pensiero del futuro e il conseguente caricare il futuro di aspettative è fuorviante e pericoloso: mi spinge a dimenticare che il bambino ha bisogno di essere felice qui ed ora, in fondo nessuno mi potrà mai dire con certezza che arriverà a compiere i 20 anni. Educazione è aiutare il bambino di 8 anni ad essere un bambino di 8 anni migliore, non un ragazzo di 20 adeguato al mondo in cui vivrà. Si può essere felici a qualsiasi età, il fine della vita non è invecchiare.

4)Quando si parla di educare “all’altro” si può scegliere di educare al “nonostante” i difetti dell’altro, ma è un errore: questo è mero rispetto umano e porta ad una pace illusoria e snervante. L’alternativa è amare l’altro perché è e perché è lui e non altri, perché ci mette alla prova e perché ci consola al contempo. Insomma: perché è una persona che ha difetti detestabili come i nostri e perché nell’amore reciproco quei difetti possono sparire. I difetti di una persona dipendono dalle sue ferite: come si può dire di amare una persona se ci si sforza di far finta che non stia male? se non detesto i difetti di mio fratello non posso dire di volergli bene. Il rispetto umano non è che paura del contagio.

5) Dice Baden Powell che la morale diretta è fallimentare, perché se si dice ad un ragazzo di non fare una cosa sarà colto da una voglia folle di farla, e se gli si dice di farla gli passerà la voglia. Per cui ritiene che trasmettere indirettamente le norme morali sia una strategia vincente, che porta i ragazzi a seguire le regole per la loro bontà e non perché qualcuno dice loro di seguirle.
Tuttavia non mi sento di sposare in toto questa posizione, pur adottandola nella pratica almeno nell’80% del tempo speso in contesti “educativi”.
La realtà è che la morale indiretta funziona, sì, e funziona meglio di quella diretta. Tuttavia negli ultimi 100 anni ha funzionato proprio perché c’era qualcun altro che educava direttamente: la famiglia, la scuola, lo stato. Chi poteva permettersi il lusso dell’educazione indiretta era avvantaggiato dal fatto che sedimentati nell’inconscio dei ragazzi c’erano già i direttissimi insegnamenti morali dei genitori e di altri educatori, anche se quei ragazzi avevano disubbidito ripetutamente. Si sa, quando si diventa adulti si riconosce che la mamma e il papà avevano proprio ragione a dirci certe cose, a rimproverarci e via dicendo, anche se in quel momento gli davamo il massimo del torto. È un’esperienza diffusa che non va sottovaluta.
L’educazione indiretta non è autonoma, in realtà non è altro che il superamento di un conflitto che NON deve essere evitato, a costo della libertà. Se il bambino non avesse il diritto di vedersi imposte delle regole, non avrebbe nemmeno il diritto di metterle in discussione, di ribellarsi e di scoprire se sono valide o meno. B.-P. e tanti altri hanno cercato rifugio nella morale indiretta vedendo che bambini e ragazzi si facevano del male, e sperando che un nuovo metodo educativo potesse limitare i danni.
A favore di Baden Powell devo dire però che il suo metodo non si basa affatto sulla morale indiretta: certo, la prevede come strumento, ma le cose importanti sono dette tutte in modo schietto e sincero, a partire dalla necessità di “ubbidire senza fare domande” che attualmente fa tanta paura a chi esclude del tutto la fiducia dal paradigma.
Penso che il percorso migliore sia una fase in cui chi detiene la potestà del bambino e del ragazzo gli fornisca tutti gli insegnamenti diretti di cui ha bisogno, fidandosi della sua intelligenza e soprattutto della bontà di tali insegnamenti. Successivamente, le altre istituzioni educative dovrebbero riconoscere il passaggio già avvenuto (ed il grosso problema è che in alcuni casi non avviene, per cui non funziona più nulla) e astenersi dalla ridondanza, limitandosi ad integrare ciò che manca (sempre in una relazione di fiducia reciproca con la famiglia) e creando situazioni per dimostrare la bontà degli insegnamenti che bambini e ragazzi già conoscono, inoltre plasmando la propria azione su quegli insegnamenti (cosa che chiaramente sarebbe richiesta a tutti a prescindere dai ruoli educativi).
Poi ci si fida del ragazzo perché lui si fidi di noi. Lo si lascia sbagliare quando vuole sbagliare, mettendolo poi di fronte alle conseguenze. Si lascia che si allontani se vuole cercare la felicità altrove senza mai disperare, consci del fatto che gli strumenti per distinguere bene e male li ha, anche se fossero nascosti molto in profondità nella sua coscienza.
La questione vitale è non avere paura del fallimento: i metodi basati del tutto sul nascondimento dell’autorità si fondano sul terrore, sulla certezza che se il ragazzo non ci ascoltasse farebbe una brutta fine. Ma siamo cristiani, sappiamo di non essere Dio, sappiamo che se abbiamo fatto quanto dovevamo fare il resto lo farà il Signore, e che senza la Croce non c’è la risurrezione.
Tanta gente perde la testa avendo a che fare con gli adolescenti perché dimentica che persino Maria e Giuseppe si persero per strada Gesù. Quando lo ritrovarono era lì dove il Padre lo voleva, si erano preoccupati per nulla. B.-P. non poteva certo essere rousseauniano: B.-P. era un militare che sapeva che per far ubbidire i soldati bisogna anche saper creare le condizioni perché ubbidiscano senza malumori. E ciò che salva lo scautismo dall’essere uno strumento di indottrinamento e sudditanza spirituale di un ragazzo ad un maestro spirituale è proprio il fatto che non ci sono “maestri” ma “capi”, ai quali bisogna ubbidire. Capi che danno ordini, facendo desiderare di ubbidire a quegli ordini. Nel Manuale dei Lupetti B.-P. sceglie per “fratello maggiore” dei bambini dagli 8 ai 10 anni uno che deve giocare a fare l’Akela, il lupo solitario, che guida il branco con la forza e con l’astuzia, ed i lupi di Kipling “ubbidiscono al capo del branco, e non ad uno sciacallo qualsiasi”. Un fratello maggiore che è esempio e figura del Re, perché, sempre nel Manuale, il Re è il capo dell’Impero come Akela è il capo del branco. Proprio perché il capo è un’autorità (pur rinunciando ad essere autoritario) è possibile la libertà.
Dobbiamo ringraziare proprio le pecche di B.-P., ovvero tutto ciò che si lega all’imperialismo che aveva segnato la sua vita, se lo scautismo è ancora uno strumento educativo e non una macchina per il dominio sulle nuove generazioni.

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Di chi si confessa senza prete

Gira da tempo la superstizione protestantizzante che ci si possa “confessare con Dio”, che non sia necessario raccontare “i fatti propri” ad un sacerdote, che Gesù Cristo non abbia istituito il Sacramento della Riconciliazione e via dicendo.
Non ho intenzione di citare i passaggi in cui tale Sacramento viene istituito perché certamente è cosa facile da trovare anche solo con google, ma vorrei proporre una semplice riflessione.
San Paolo scrive: se Cristo non è risorto dai morti, vana è la nostra fede.
Ma più in generale, se Cristo si è incarnato e ha voluto personalmente incontrare il suo popolo (e se continua a farlo ininterrottamente da più o meno 2000 anni) è chiaramente perché ce n’era bisogno, perché prima qualcosa non andava.
Così è anche per il perdono.
Anche prima di Cristo la gente poteva “confessarsi con Dio”, poteva chiedere perdono, anzi: facevano anche tanti digiuni, si mortificavano in vario modo, si facevano purificare; e non c’è dubbio che qualcuno sia stato effettivamente perdonato se possiamo dire che Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosé e via dicendo sono santi, pur essendo tutti loro dei peccatori come chiunque altro.
Quindi sì, è possibile essere perdonati senza passare per il sacerdote, ma voler approfittare di questa possibilità significa chiaramente esporsi ad un pericolo mortale: prima della venuta di Cristo non c’era alternativa, bisognava aspettare l’ultimo giorno e vedere che succedeva, ma Gesù è venuto per rimettere i peccati, e decidere arbitrariamente di fare “come quelli di prima” significa nientemeno che rifiutare il Vangelo.
Ora, Cristo è venuto a rimettere PERSONALMENTE i peccati, poiché SOLO DIO può rimettere i peccati. E questo ha sconvolto tutte le carte in tavola: prima non c’era alcun modo (a meno che non si fosse profeti o giù di lì) di sapere se i propri peccati fossero stati perdonati. L’uomo era costretto a vivere nel dubbio, nella contrizione, nella penitenza, sperando che il Signore alla fine decidesse di rimuovere quelle catene. Con la venuta di Cristo, la peccatrice può andare da lui e ungere fisicamente i suoi piedi con l’olio profumato, asciugarli con i suoi capelli. Quando Gesù le dice che i suoi peccati sono perdonati, non esiste più alcun dubbio: è libera, non deve più mortificarsi, non deve più piangere. Ha la CERTEZZA del perdono, ed il peccato è dimenticato per sempre.
Così anche per chi si confessa dal sacerdote: solo così si può avere la certezza del perdono, perché chi si confessa da solo può pure convincersi che Dio vede tutto e quindi anche i suoi peccati, e che vedendoli li perdona perché è buono, ma nessuno glielo confermerà mai. Nessuno gli dirà: i tuoi peccati ti sono perdonati, va e non peccare più.
La confessione sacramentale elimina metà del dubbio sulla sorte eterna: resta ovviamente la parte che riguarda l’uomo, resta da vedere se siamo davvero decisi a vivere secondo il Signore e se davvero abbiamo cambiato vita, quindi se davvero desideriamo di vivere eternamente in Lui. Ma tutto ciò che riguarda la decisione di Dio è rivelato: se hai chiesto perdono per un peccato e ti viene detto che ti è stato perdonato, non c’è da aspettarsi nessuna sorpresa. È così.

C’è poi da considerare un ulteriore elemento, che in realtà è fondamentale: la superbia. Pretendere di potersi salvare da soli, pretendere di avere un filo diretto con Dio (quindi autoproclamarsi profeti alla vecchia maniera, in pratica) e di non aver bisogno di sentirsi dire di essere stati perdonati è esattamente ciò che facevano i farisei, che seguivano tutte le leggi e si sentivano nel giusto perché nella loro mente avevano fatto quanto dovevano. Chi si confessa da solo ha deciso che Dio deve perdonarlo perché nella sua mente sa di meritarlo.
Ma nessuno merita il perdono di Dio; esso è sempre gratuito e sommamente immeritato.
In fondo è lo stesso peccato di Adamo ed Eva che continua ad andare di moda ancora oggi. Non è vero che chi non vuole confessarsi non ne vuole sapere del prete, è Dio quello che dà realmente fastidio.

Qohélet cristiano

Ricordo di aver letto (e per la verità non da una penna sola) che fa meraviglia che il Qohelet sia nel canone della bibbia, che un libro così pessimistico, disilluso, un testo che nega il valore di qualsiasi cosa e della vita stessa, che vede Dio come puro arbitrio in cui non si può confidare, ma che si può solo temere…
Un testo che, dicono, strizza l’occhio all’agnosticismo se non all’ateismo, per cui tanto vale darsi ai piaceri pur di tener lontana la saggezza, perché il sapere moltiplica il dolore e perché lo stolto finirà nella polvere come il sapiente…
Eppure il Qohelet è nella Bibbia proprio per la stessa ragione per cui ci stanno tutti gli altri libri: è Parola di Dio, è verità. Cosa c’è, sotto il sole, che non sia vanità e occupazione senza senso? Cosa c’è di nuovo? Non è forse vero che tutto ciò che è, è già stato? Di cosa possiamo dire: ecco, questa è una cosa nuova?
Gesù Cristo non nega questa verità, che è stata scoperta anche in luoghi ben lontani dalle terre di Israele, ed in fondo i gigli del campo sono tanto ben vestiti, ma finiscono nel forno insieme alla paglia. Il punto è che è vero: non può esserci niente di nuovo sotto il sole, niente che abbia un senso. Tanto che, scrive Chesterton, il cristianesimo è l’unica religione in cui Dio stesso per un momento diventa ateo. Ma il punto è che il firmamento è stato perforato, Gesù è il pane disceso dal cielo, disceso fino agli inferi perché tutta la creazione potesse inseguirlo nella sua gloriosa ascensione, al di là del sole, nella Gerusalemme celeste.
Tutto è vanità, tutto è vanità e occupazione senza senso: a quale fine si affanna l’uomo sotto il sole? Nessun fine, nessun valore, a meno che ciò che è sopra il sole non venga di sotto per poi trascinarsi qualcuno dall’altra parte. E non può esserci che inutile affanno per chi non vede la vanità di tutte queste cose, mentre la gioia è di chi ha dato ad ogni cosa il suo prezzo, ed ha giudicato tutto alla stregua della polvere, salvo Gesù Cristo.
E migliaia di santi e martiri ce lo hanno dimostrato.

Educazione e imitazione – Appunti

Il vero rapporto tra imitazione ed educazione è il fatto che la prima sia l’effetto collaterale della seconda. Nessun educatore consapevole dovrebbe voler essere imitato, perché una tale volontà celerebbe una debolezza ed un pericolo. Egli sa però che, suo malgrado, sarà imitato, e perciò è “costretto” a farsi quanto più simile possibile al modello proposto perché l’imitazione non vanifichi l’educazione, ma piuttosto vada a costituirne il fondamento.

L’educatore per eccellenza resta tuttavia il pensiero, che genera la ragione per cui l’educazione procederà in una determinata direzione, ed è per questo che l’educatore deve innanzi tutto occuparsi di trovare una strada che abbia senso e significato, che non sia contraddittoria, che conduca al vero. Infatti è scritto “Fate e osservate ciò che vi dicono, ma non quello che fanno.”, e non sono solo gli scribi e i farisei coloro che “dicono e non fanno”, ma l’uomo in quanto tale; l’educatore che, assumendo questo nome, si pone nella spiacevole condizione di dover fare qualche cosa che non potrà mai fare: egli, che ancora non ha restaurato in sé l’immagine di Dio, ha il dovere di guidare un’altra persona nel farsi immagine di Dio, ovvero nel farsi pienamente persona. Tuttavia l’educatore non è ancora pienamente persona, poiché non la sua educazione non è finita, ed in fondo non può essere che un intermediario, un vice, e non può davvero farsi chiamare “padre” o “maestro”, essendo egli ancora figlio ed allievo.
Così l’educatore deve parlare, annunciare, affidarsi alla parola per indicare il vero maestro, che sta oltre la sua persona e rimane anche quando egli fallisce.
Il Signore ha voluto trarci d’impaccio, infatti: “Verbum caro factum est”, il Verbo si è fatto carne, Cristo non solo fa quello che dice ma è quello che dice, ed il naturale istinto all’imitazione trova il suo oggetto definitivo.
Finalmente l’educando può imitare l’immagine di Dio e farsi immagine di Dio, senza doverla immaginare oltre i limiti del suo maestro terreno.

L’ultima settimana del cavaliere

Gran cavaliere cosa farai
quando domani il giorno vedrai? 

Oh mia cara dama, mia stella,
domani è sabato e al Re
dirò che ti sposo, e quanto sei bella,
benedirà il nostro fidanzamento,
rinnoverò di servitù il giuramento.

Ma bel cavaliere, domenica poi,
quando il sole si alzerà su di noi?

Andrò dal mio Re e ne contemplerò il volto
sentirò la sua voce, ne toccherò il mantello,
gli dirò come cresce il raccolto.
Quel giorno sarà per il Re e il Re soltanto
finché la notte stenderà il suo manto. 

E lunedì, mio promesso?
Cosa farai, dimmelo adesso!

Lunedì viaggerò per terra e per mare,
vedrò la neve e la sabbia nera
del mio Re a tutti vado a narrare
canterò alle genti che è meglio morire
che senza il Re sulle labbra andare a dormire. 

E nel giorno di Marte,
dimmi, quale sarà la tua parte?

Vicino già si farà il nemico
e per il mio Re sguainerò la spada
lucente sarà e scaccerà l’antico
che non avrà il cuore e la fedeltà
che sono del Re finché sarà la realtà. 

Ma mercoledì vivo sarai,
vedermi piangere tu non vorrai!

Mercoledì al Re andrà la gloria
a lui nel trionfo
porterò la vittoria.
Poi a sera si farà festa:
al Re brinderemo, non certo alle mie gesta!

Giovedì poi ti riposerai, 
o di nuovo lontano andrai?

Rimarrò qui con la luce nel cuore,
spada e armatura luciderò.
Tu, lo so, sarai splendente mio amore
ma rimarrò poi la notte a vegliare
guardando del Re la candela bruciare.

Poi venerdì sarà una settimana
e nei tuoi piani sembro così lontana…

Venerdì all’ora nona
il Re grande a causa mia morirà
e se il cuor suo nel petto non suona
muoio anch’io, servo malvagio
che lo abbandonai al dolore per l’agio.

Ma cavaliere tu non puoi morire, 
di sposarmi era il tuo dire!

Oh non temere mia rosa, mia bella,
nasceremo io e te sull’altar di domenica
dopo aver udito la buona novella:
il Re risorto, nel pane e nel vino,
di me e te farà uno, e ci sarà vicino.  

Ma il male non si combatte ricordandolo

“Mai più”, queste le parole più frequenti ed emblematiche collegate ai vari momenti in cui si ricorda qualcosa di brutto, ma ha senso invocare il “mai più”? Qual è il suo significato sincero? Ci si augura che non succeda più quel singolo evento? Ci si augura che nessuno si ponga più quel fine? Ma se poi le cose succedono di nuovo senza che ce ne accorgiamo, perché magari cambiano le modalità, i nomi dei carnefici e quelli delle vittime, le idee che stanno dietro il fatto… va bene?

 

Non ho intenzione di negare ad alcuno il diritto a ricordare i torti subiti, a risentirsi anche, per chi ha osato offendere la dignità umana, ma voglio riflettere sul significato della memoria. Magari da un’ottica cristiana, anche se penso che anche quelli dell’Antica Alleanza potrebbero condividere questa prospettiva: il ricordo di Israele della schiavitù in Egitto è il ricordo di un terribile torto o un ringraziamento a Dio che lo ha condotto attraverso il deserto? Il salmista si preoccupa di parlare della sofferenza per evitare che succeda di nuovo o per consolarsi nella certezza di un Dio che si è ricordato di lui e che continuerà a farlo?

 

Il punto è che il Vangelo impone di rinunciare ad un certo genere di memoria, condanna l’odio per i carnefici: nell’immagine di Gesù crocifisso che invoca il perdono del padre per chi si riempie le mani del sangue del Figlio unigenito di Dio non c’è spazio per il risentimento, e così sarà per Santo Stefano e per tutti i martiri che hanno chiesto: “Signore, non imputar loro questo peccato”. I nomi dei martiri non ci sono stati tramandati affinché quei crimini cessino di accadere: chi si è ritrovato ad imitare Cristo in questo modo sapeva che non sarebbe stato l’ultimo come non era stato il primo, perché Gesù stesso morì in croce e perché ci è stato anticipato, ma anzi offriva il suo sangue conscio che sarebbe servito alla purificazione dei peccati altrui, oltre che alla glorificazione di Dio. Proprio come il sangue dell’Agnello ha purificato le vesti splendenti di chi ha voluto evitarlo.

Non è un caso che al martirio di Stefano assistette quello che sarebbe diventato l’Apostolo delle genti, martire a sua volta, persecutore e schiavo del peccato nel principio.

E non è un caso che la storia non abbia visto che un aumento del numero dei martiri, e che non ce ne siano mai stati tanti come oggi. Tra il silenzio degli uomini e la gloria eterna della santificazione in Cristo. Leggi il resto di questa voce