Archivi Blog

Salmo

Dio, mia giustizia, ascoltami!
Ascolta la mia voce!
Il mio fratellino sta piangendo,
il suo cuore è ferito
da una freccia mortale
e io non posso fare niente per lui.

Fino a quando, Signore, fino a quando
dovrò guardarlo piangere con mani legate?
Tu, Signore, hai distrutto la morte,
puoi salvare l’agnellino che ha smarrito
la via dell’ovile!

La mia mano è pesante, Signore,
e la mia voce grave e roca;
se provassi io a liberarlo
potrei fargli ancora più male.
Se lo chiamassi fuggirebbe!

Ma la tua voce è un fiume
di latte e miele,
la tua mano più delicata
di una piuma.
Stringilo a te, Signore!
Fagli sentire la tua voce!

E poi raccontami del suo sorriso,
ripetimi il suo canto di gioia,
fammi immaginare il caldo colore del suo viso.

Annunci

Una tomba, due iscrizioni, tre preghiere

Nel tardo venerdì pomeriggio di un novembre insolitamente mite, mi trovo a pregare in un piccolo cimitero di campagna, visitato a quell’ora soltanto da uccelli, lucertole e insetti.

Visitati i miei morti, continuo a recitare il rosario e a camminare senza una meta ben precisa, quand’ecco che qualcosa attira la mia attenzione. L’avevo già notato prima, ma mai mi era capitato di soffermarmici, era un vaso di fiori attaccato alla ringhiera, dalla parte opposta della parete con i loculi, un vaso di marmo ben piantato nel pavimento, con dei fiori dentro e una targa sopra, con l’iscrizione: “****, sarai sempre nel mio cuore – tuo padre”; in quel momento vedo un ragno in agguato proprio lì, appeso con la sua ragnatela tra la targa e i fiori, allora non posso fare a meno di distruggere la sua trappola e costringerlo a migrare da un’altra parte: in fondo, mi dico, vale più il decoro della tomba di un uomo morto fanciullo, che la cena di un ragno, potrà tessere di nuovo la sua ragnatela e acchiappare tutte le prede che vuole.

Mi dico, tuttavia, che lì c’era solo quel vaso: da qualche parte doveva esserci pure una lapide, e presumibilmente una bara. Perciò mi volto e iniziò a cercare tra i loculi se quell’**** avesse un volto e un’età. Vedo che l’unico con quel nome sta su in cima, all’ultima fila, proprio di fronte a quel vaso, e allora capisco la volontà del genitore di rendere più visibile la sua tragedia. Un ragazzino che muore non è come tutti gli altri, non è qualcosa di naturale, ed innaturale è per il padre sopravvivere al figlio, non mi meraviglio perciò di questa scelta.

Vedo dal basso una data e, pensando che fosse quella della nascita, mi addolora pensare che non abbia fatto in tempo nemmeno a vedersi crescere addosso il primo pelo dei baffi, ma non si vede bene nemmeno la foto e prendo la scala, e mi avvicino.

Scopro finalmente che non era, quella, la data della prima nascita, ma della seconda; le date non erano certo distanti, e i sedici anni non sono poi una gran consolazione. Ma ecco che qualcosa mi fa venire un tuffo al cuore. “Ti amo – La mamma”. Questo era scritto sulla pietra.

Perché mai, mi dico, questa separazione? Certo, poteva essere una specie di coreografia, oppure il padre non poteva salire la scala e gli avevano fatto il vaso per consolazione, o forse si trattava di qualche altra romanticheria, una figura retorica che genitori e figlio potevano capire, e che faceva bene a tutti e tre.

Non mi interessa quale sia la realtà, non ero certo lì per giudicare genitori o figli, lascio il fanciullo con una preghiera: una al Signore che possa accoglierlo tra i suoi santi il prima possibile, se non l’avesse già fatto; l’altra a lui, che da lassù preghi e perdoni, perché se anche si fossero messi d’accordo di ucciderlo anche dopo morto possano riabbracciarlo tutti e due, e non uno al piano di sopra e uno di sotto.

Ti hanno messo al mondo insieme, insieme ti rivedranno, se tu chiederai a chi tiene le chiavi del loro cuore di fare in modo che questo non sia solo un ricordo, una scritta sul marmo. Se tu che sei nel cuore di Dio sei davvero nel loro non hai da temere.

Chissà, forse te ne sei andato in missione.

Prega anche per me.

L’ultima settimana del cavaliere

Gran cavaliere cosa farai
quando domani il giorno vedrai? 

Oh mia cara dama, mia stella,
domani è sabato e al Re
dirò che ti sposo, e quanto sei bella,
benedirà il nostro fidanzamento,
rinnoverò di servitù il giuramento.

Ma bel cavaliere, domenica poi,
quando il sole si alzerà su di noi?

Andrò dal mio Re e ne contemplerò il volto
sentirò la sua voce, ne toccherò il mantello,
gli dirò come cresce il raccolto.
Quel giorno sarà per il Re e il Re soltanto
finché la notte stenderà il suo manto. 

E lunedì, mio promesso?
Cosa farai, dimmelo adesso!

Lunedì viaggerò per terra e per mare,
vedrò la neve e la sabbia nera
del mio Re a tutti vado a narrare
canterò alle genti che è meglio morire
che senza il Re sulle labbra andare a dormire. 

E nel giorno di Marte,
dimmi, quale sarà la tua parte?

Vicino già si farà il nemico
e per il mio Re sguainerò la spada
lucente sarà e scaccerà l’antico
che non avrà il cuore e la fedeltà
che sono del Re finché sarà la realtà. 

Ma mercoledì vivo sarai,
vedermi piangere tu non vorrai!

Mercoledì al Re andrà la gloria
a lui nel trionfo
porterò la vittoria.
Poi a sera si farà festa:
al Re brinderemo, non certo alle mie gesta!

Giovedì poi ti riposerai, 
o di nuovo lontano andrai?

Rimarrò qui con la luce nel cuore,
spada e armatura luciderò.
Tu, lo so, sarai splendente mio amore
ma rimarrò poi la notte a vegliare
guardando del Re la candela bruciare.

Poi venerdì sarà una settimana
e nei tuoi piani sembro così lontana…

Venerdì all’ora nona
il Re grande a causa mia morirà
e se il cuor suo nel petto non suona
muoio anch’io, servo malvagio
che lo abbandonai al dolore per l’agio.

Ma cavaliere tu non puoi morire, 
di sposarmi era il tuo dire!

Oh non temere mia rosa, mia bella,
nasceremo io e te sull’altar di domenica
dopo aver udito la buona novella:
il Re risorto, nel pane e nel vino,
di me e te farà uno, e ci sarà vicino.  

la vita, che è bella: tutta bella; cioè sarebbe

Rimangano rimangano questi canti su la tomba di mio padre!… Sono frulli d’uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane: non disdicono a un camposanto. Di qualche lagrima, di qualche singulto, spero trovar perdono, poiché qui meno che altrove il lettore potrà o vorrà dire: Che me ne importa del dolor tuo?
Uomo che leggi, furono uomini che apersero quella tomba. E in quella finì tutta una fiorente famiglia. E la tomba (ricordo un’usanza africana) non spicca nel deserto per i candidi sassi della vendetta: è greggia, tetra, nera.
Ma l’uomo che da quel nero ha oscurato la vita, ti chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e a gli altri. Bella sarebbe; anche nel pianto che fosse però rugiada di sereno, non scroscio di tempesta; anche nel momento ultimo, quando gli occhi stanchi di contemplare si chiudono come a raccogliere e riporre nell’anima la visione, per sempre. Ma gli uomini amarono più le tenebre che la luce, e più il male altrui che il proprio bene. E del male volontario dànno, a torto, biasimo alla natura, madre dolcissima, che anche nello spengerci sembra ci culli e addormenti. Oh! lasciamo fare a lei, che sa quello che fa, e ci vuol bene.
Questa è la parola che dico ora con voce non ancor ben sicura e chiara, e che ripeterò meglio col tempo; le dia ora qualche soavità il pensiero che questa parola potrebbe esser di odio, e è d’amore.
Livorno, marzo del 1894

[Giovanni Pascoli, Prefazione a Myricae 3° edizione]

Una sirena

A S.C.

Mamma…!
È ancora buio
e tu non sei qui
non sei con me
e ti cerco
e ti chiamo
e tu non rispondi.

Volevo chiederti cos’è stato:
un tuono?
il terremoto?
forse un mostro?
Ho paura
mamma
dove sei.

Dimmi ti prego
che sto ancora sognando.
Ecco, ti sento:
tu preghi che il tuo bambino
sogni solo gli angioletti
e non abbia più paura.

Ora li vedo
e non mi fa più male.

Una lettera indegna

Fratellino,
ancora tremante decido di scrivere queste parole, che forse nemmeno leggerai mai, o che leggerai senza sapere che sono rivolte a te.
Eppure le scrivo, e non posso negare che ci sia anche un po’ d’egoismo, in questo mio gesto, ormai mi conosco abbastanza per riconoscere che ogni gesto che il mondo potrebbe chiamare “bello”, in realtà cela un’ombra di superbia, di protagonismo…
Perdonami per questo, perché chi legge non lo sa, ma io non sono degno nemmeno di baciarti i piedi, non sono che un miserabile, un vile, e chiunque la pensasse diversamente si sbaglierebbe di grosso.
Non è buffo iniziare una lettera in cui si vuole chiedere perdono… chiedendo perdono per volerla scrivere?
Oggi, quando ti ho visto, ho iniziato a tremare. Qualcuno penserebbe che sia normale, dopotutto, eravamo ad un funerale, il funerale di tuo padre, e chiunque si sarebbe impietosito davanti alla sofferenza di un bambino che ha perso il proprio padre.
Ma io tremavo davvero, e non erano i pensieri a farmi tremare, non era la compassione né la simpatia, non era il disagio nel vederti circondato da persone che ti compativano, che cercavano di comunicarti qualcosa anche quando ciò è, almeno credo, sinceramente impossibile, quando solo la Grazia può rimediare al dolore e alla rabbia.
Io tremavo perché avevo di fronte il Cristo.

Ti ho toccato e ti ho baciato, ma l’ho capito chiaramente, che non sono degno.
Io che così spesso mi sono lamentato, io che così spesso ho pianto per la mia famiglia, per mio padre…! Io che sono arrivato a pensare di non averne mai avuto uno, come posso sentirmi degno di toccare chi il padre l’ha perso davvero?
Non ho potuto dirti alcunché, non ho fatto niente di diverso da ciò che hanno fatto tutti gli altri, e anche quello è stato inutile, se non ti è servito per soffrire ed arrabbiarti ancora di più.
Ma posso dirti, nell’eventualità che un giorno venissi a leggere queste parole, che Uno c’è, che può condividere con te il tuo dolore, che l’ha già preso su di sé prima che tu nascessi, che ti ama più di quanto immagini. Ti ho affidato a Lui nella mia preghiera, perché vegli su di te e ti protegga.
Appena qualche giorno fa gli avevo chiesto di tenermi al riparo da qualsiasi corona, salvo quella che ha dovuto indossare mentre saliva sul Golgota. Oggi mi ha concesso di partecipare ad una briciola del tuo dolore, come al solito non ha tardato ad esaudire la mia preghiera.

Perdonami ancora, perdonaci tutti.

Allo specchio

Quel volto angelico

in quello specchio

no, non è il mio.

.

Mi volto

una bestia

che sia davvero così?

.

Sì, non sono che una bestia

non sono degno di questa vita

Non posso fare alcun bene.

Son nato per errore. Nessuno mi ama.

  .

Se solo qualcuno mi amasse!

  .

Ecco, di nuovo…

non era vero, eh?

Mi ingannavo, lo so, io sono…

Sì, sono il migliore, un santo

con le mie forze mi sono elevato.

.

Non come quegli altri, schiavi

di loro stessi. Che miseri che sono!

.

Ora potrei pure…

sì, potrei permettermi di farlo.

Chi può biasimarmi, d’altronde?

Mi sono impegnato tanto…

ho lavorato…

.

Eppure sono triste.

 .

Sì, in fondo mi illudevo.

Sono solo una bestia.

Abbandonata a sé stessa

da un padrone crudele.

Perché qualcuno non mi uccide?

.

No. Ho troppa paura per morire.

Se sono bestia è giusto

che mi comporti come tale

In fondo che mi importa

se li faccio soffrire?

Se lo meritano anche loro.

 .

Ma in fondo io sono meglio di loro!

So, per lo meno, di essere una bestia, no?

Ma alla fine, lo sono davvero?

La mia coscienza, la mia consapevolezza…

Quelli mi fanno del male, e nemmeno se ne accorgono!

Ignoranti, stupidi, sempliciotti…

Vogliono solo oscurare la mia luce.

Vogliono che io pensi che sono sbagliato.

Così si approfitteranno di me!

Non ci cascherò di nuovo!

.

Ma che importa, in fondo?

Sarò quello che sono, non mi interessa.

Un giorno morirò, e quest’immagine

Non sarà altro che un ricordo.

Non ho bisogno di uno specchio.

Devo solo accettare colui che sono.

E lasciarlo stare.

.

Eppure un dolore

mi trafigge il petto.

Lo metterò a tacere

aiutando il povero

sfamando l’affamato

curando il malato.

 .

Ma non si cheta!

.

Tanto vale allora

soddisfare le voglie

quelle son vere ferite!

Mangerò fino a scoppiare

mi prenderò tutto quello che voglio

Le lacrime mi renderanno forte.

Quelle degli altri.

.

Ma sono stanco, ormai.

 .

Tutto questo non ha senso.

Fare il bene porta l’ingratitudine.

Fare il male porta altro male.

Che noia, questa vita!

 .

Tanto vale lasciarsi andare.

Qui, su questo marciapiede.

Come un mendicante.

Attendo che venga a prendermi.

Il nulla.

La morte.

.

Sputo nella mano di chi vuole aiutarmi.

Strillo nelle orecchie di chi mi compatisce.

Voglio morire, lasciatemelo fare!

.

Voglio morire, ma non si può morire bene?

Fare qualcosa che lasci il segno,

Qualcosa che mi faccia ricordare
Per lo meno da qualcuno.

 .

Ma non ho la forza per alzarmi

E su quella strada

Ecco che si ferma un autobus.

Il mio riflesso sulla carrozzeria
Non mostra la bestia, né un eroe.

Sono solo un bambino,

circondato da vetri frantumati.

Uno è entrato nel mio cuore.

.

Piango e mi dispero!

Sono tutto solo.

Tutta la mia vita

Fu solo una bugia.

Non voglio morire!

.

Ma ecco che se ne va

portando con sé chi voleva darmi un soldo

e pure il mio volto gonfio e rosso

di pianto.

 .

Alzo gli occhi al cielo.

Mamma, ovunque tu sia

il tuo bambino sta piangendo!

Accorri in suo aiuto,

cura le sue ferite,

fa che smetta di piangere.

 .

E che possa posare il capo sul tuo grembo

sentendosi amato

senza bisogno di guardare

nello specchio.

 

 

Sulla preghiera

Chi prega è invincibile.

Un’affermazione semplice, quasi scontata, praticamente una constatazione: eppure non ci crediamo.

Io, almeno, “non ci credo”, non posso dire di crederci. Ma come? Che dico? L’ho scritto io?

Certo che non ci credo, altrimenti non farei tutta questa fatica, non avrei l’abitudine di rimandare, rimandare e rimandare finché la stanchezza non diventa tanta da rendere impossibile qualsiasi preghiera che non sia un mero ripetere, tra l’altro con scarsissima attenzione, parole senz’anima, senza volontà. Leggi il resto di questa voce

Parla con gli alberi

 

 

Mia è una fotografa italiana che vive a Parigi, mantenuta da un marito assente. Sogna di diventare madre e decide di fare una sorpresa al marito che lavora in Cambogia, ma è lei ad avere una brutta sorpresa… Gli occhi spalancati sulle bambine e il cuore in pezzi, decide di farle fuggire dal pozzo di dolore attraverso la Cambogia più pura, bella e selvaggia… Leggi il resto di questa voce

Semplice preghiera epifanica

Grazie, Signore.

Perché Tu, nell’immensa Tua sapienza irradi della Tua luce anche il buio tetro dell’illusione e del sogno.

Perché Tu, nel momento in cui il piccolo si fa grande, ci insegni ogni giorno che è il grande che si fa piccolo, e che ciò che a noi tanto grande appare, non è che il solito piccolo granello di polvere svolazzante nel fumo dell’esistenza.

Perché Tu rispondi sempre alle preghiere in un modo che mostra tutta la nostra limitatezza e inettitudine: noi vorremmo le cose risolte con miracoli e grandi eventi, Tu riesci a risolverli con l’ironico specchio della realtà.

Perché sai come farci accorgere della grande sofferenza, che si fa poi così piccola in confronto a quella che immaginavamo così grande nei momenti di pace, in cui un lieve sussulto diveniva un grande dolore. Perché solo allora il dolore stupido e vano si mostra per quello che è, quando sa guardare quel dolore vero e mettersi a ridere per la sua vanagloria.

Perché Tu che hai visto il tuo Figlio unigenito sacrificato sulla Croce, non ti indigni di vedere questo Tuo immeritevole ed indegno figliolo adottivo che si lamenta e ti implora per aver sfiorato una spina, ma anzi riesci anche ad accoglierlo con gioia, quella gioia vera che irradia quell’Unico Padre cui prego.

Signore, grazie in eterno, e ti prego perdona ciò che tra queste parole porta malafede o fine impuro, perché se so che tali tracce sono presenti, so anche che presente è pure quello che conta.