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Commiato del maestro che non sapeva amare

Ciao *****,

abbiamo fatto un bel pezzo di strada assieme, ma infine giunge il momento di andare per la propria strada. Sai bene che d’ora in poi non sarò più il tuo maestro, e questa lettera rappresenta tutto ciò che mi rimane da dirti.

Da anni, ormai, mi cresci davanti agli occhi. Quando iniziammo eri un bambino, ora sei un ragazzo che non ha più bisogno di essere tenuto per mano, sembrerebbe che io abbia fatto bene il mio lavoro…

…ma non è così.

Non fraintendermi: non sto dicendo che non sei cresciuto bene, anzi. Con il maestro che ti ritrovi è un vero miracolo che tu sia così in gamba; eppure voglio che tu sappia, finalmente, che il metro di giudizio non è questo. Ho dato spesso delle valutazioni al tuo operato, ora dovrei darle sul mio. Tuttavia non è facile, perché i frutti del mio lavoro sono evanescenti e sarebbe arduo dimostrare che siano effettivamente frutti miei. Un educatore un po’ ingenuo potrebbe misurare la propria bravura sul tuo carattere, uno stupido potrebbe fare una lista delle cose che sai e attribuirsene il merito, un superbo vantarsi delle tue virtù dicendo di avertele passate con l’esempio. Io ho tanti difetti, e tra questi c’è un po’ di ingenuità, una stupidità evidente ed un mare di superbia, tuttavia ho un difetto molto più grande che nasconde questi altri: io ti voglio bene, ed è qui il guaio.

Scrive San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”. Ahimé, posso sinceramente dire di averti voluto molto bene, e di averti amato molto poco.

Proprio per questo ho voluto scriverti questa lettera, perché ora che prenderai la tua strada dovrai stare in guardia. Molte persone oggigiorno si riempiono la bocca della parola “amore” senza nemmeno immaginare cosa sia. Le uniche persone che avrebbero il diritto di usarla sono quelle che riconoscono di essere incapaci di amare. Di questo dunque ti parlerò: come ho scritto poco fa la superbia non mi manca.

Ti dicevo, io ti ho voluto molto bene, e te ne voglio ancora. Ti conoscevo da poco e già sentivo sul mio cuore le catene dell’affetto che provavo per te, la gioia nel vederti contento e la tristezza nello scoprirti annoiato, triste, stanco. Poi sono passati mesi ed anni ed il legame si è fatto sempre più forte, non ti nascondo che ho pianto per te nei momenti più bui, quando avevo paura che ti succedesse qualcosa di brutto, né posso negare che ho avuto più volte paura che decidessi di lasciarmi prima del tempo per cercare un’altra strada. Allo stesso modo sono stato spesso impaziente di rivederti quando non potevo seguirti da vicino, e ogni volta che mi hai sorriso mi hai riempito di gioia, dando un senso alla mia fatica. È anche giusto che sia così: in fondo un lavoratore ha diritto al suo salario.

Eppure tutto questo non era amore, non è amore. Anche adesso sento una forte emozione perché vorrei che queste mie ultime parole “ufficiali” siano significative per te, importanti, tali che grazie ad esse tu possa ricordarti di me per sempre. Allo stesso tempo è un po’ una sofferenza vederti andar via, nonostante sia proprio questo distacco ciò per cui ho lavorato negli ultimi anni. Sono fatto di carne, *****, proprio come te. E questo non è amore.

Ci sono stati dei momenti in cui ti ho amato davvero, o almeno ci sono andato vicino. Sono quelli di cui sicuramente non ti sei mai accorto, perché chi ama tende a rimanere nascosto. Una volta, ad esempio, c’è stata una giornataccia di quelle che si vorrebbero dimenticare, ero stanchissimo e volevo starmene a casa mia senza far niente. Ecco che questo scocciatore all’improvviso ha bisogno di me e mi telefona. Vedo il numero sul cellulare e per un istante sono tentato di non rispondere, ma alla fine lo faccio. Tu mi riversi addosso un milione di problemi che non ero pronto a risolvere, che non volevo risolvere perché volevo soltanto riposarmi, ma con quella poca forza di volontà che mi era rimasta riesco a dirti che sarei venuto da te e che ne avremmo parlato. Quando arrivai non mi degnasti nemmeno di un sorriso, la tua espressione corrucciata ti rendeva molto antipatico e continuavi a farmi notare, volente o nolente, che ti stavo deludendo e ti sembravo inutile, perché non ero capace di tirarti fuori da quei guai. Credimi, avevo una gran voglia di rinfacciarti tutte le mie fatiche e soprattutto quel pomeriggio in cui avrei potuto riposarmi e che invece spendevo per ascoltare te che piagnucolavi. Rinunciai a farlo e ti ascoltai fino alla fine. Mi sentii del tutto inutile, perché non potevo risolvere quel problema, eppure il giorno dopo ci riuscisti da solo. Ecco, posso dire di averti amato in momenti come quello, ma non sono stati molti.

Di nuovo, però, non fraintendermi: si può amare anche quando l’affetto è vivo e forte. Semplicemente è più facile che dietro l’affetto si celi il bisogno di sentirsi apprezzati, accolti, cercati, ringraziati… piuttosto che un amore sincero.

Adesso, ad esempio, se io ti amassi come dovrei ti lascerei andare senza scriverti altro, mantenendomi nell’ombra e accettando di essere sistemato in un angolino della memoria a cui magari non accederai mai più. Ti lascerei libero di non voltarti verso di me per un ultimo sorriso, di non dirmi che sono stato importante o che sei stato contento di essere un allievo. Se ti amassi in questa lettera scriverei parole di fuoco contro i tuoi difetti, ma davvero non ne sono capace, e perciò ti ringrazio.

Ti ringrazio, perché alla fine saremo giudicati sull’amore, e tu sei stato mio maestro in questo, non io. Lavorare con te ha portato alla luce tutti i miei egoismi, tutta la mia voglia di essere ciò che non sono, ed in fondo mi ha fatto scoprire di avere un cuore duro che ha bisogno di essere spezzato.

Questo cuore si spezza oggi, perché il nostro legame cambierà tantissimo e ***** l’allievo diventerà un ricordo, mentre ***** sarà una persona libera su cui non avrò alcun potere e nessun diritto. Il “mio” cucciolo non sarà più mio e non mi chiamerà più quando sarà in difficoltà, perché ormai è abbastanza grande da cavarsela da solo. Ora forse imparerò ad amarti davvero, perché se saprò che sei felice sarò felice per te e se mi diranno che sei triste soffrirò con te, da lontano. Pregherò il Signore perché si prenda cura di te e ti tenga gli occhi aperti su questo nuovo cammino, e non cercherò il tuo sguardo sperando che vedendomi tu sorrida, né mi farò assalire dall’angoscia di chi teme che il suo affetto non sia ricambiato, come accadeva in passato.

Ti chiedo soltanto questo: quando sarai arrivato alla vetta e io starò ancora arrancando invischiato da tutte queste mie debolezze, dì al Signore che sono solo un uomo, e che se non viene a prendermi lui sprofonderò di sicuro nel fango della mia miseria. Prendilo per mano e trascinalo da me, come un bambino trascina il suo papà per fargli vedere una cosa bella o spaventosa che non aveva mai visto prima. Questo varrà più di molti sorrisi e molti abbracci.

Corri, fratellino, tu che hai ancora il cuore leggero e le gambe buone. Corri e arriva presto in cima per quella strada che ho saputo descriverti ma che non so salire. Se proprio devi ricordarti di me, fallo nella preghiera. Allora non ci saranno più maestri e allievi, ma solo due fratelli stretti al petto dello stesso Padre.

E quel Padre è il solo amore che valga la pena conoscere.

Corri, e non voltarti indietro!

Addio.

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Un’educazione cristiana anti-pedagogica e anti-rousseauniana/Appunti

1) No. Non è vero. Rousseau non credeva affatto che il bambino nascesse buono, credeva che nascesse vuoto, così da poter essere plasmato dalla società cattiva o da un educatore buono e onnipotente a sua immagine e somiglianza. Emilio non si educa affatto da solo, è il meno libero dei discenti, il suo maestro ha il monopolio assoluto sul suo mondo. Rousseau rappresenta tutto ciò che non vogliamo per i nostri ragazzi: l’educazione che crea schiavi. Rousseau è il vero padre del totalitarismo.

2) Per concludere il post di ieri, l’unico modo per educare cristianamente un ragazzo è riconoscere che non si è Dio, e tuttavia prendere esempio da come educa l’unico Maestro. In sintesi occorre essere schietti, dire la verità quale essa è e non cercare di nascondere all’altro che si ha un progetto per lui. Questo renderà possibile la ribellione a tale progetto, ma è il prezzo della libertà che il Signore ha voluto darci e che non abbiamo il diritto di eliminare. È bene lasciare la porta aperta e lasciare che il ragazzo se ne vada, ma anche mantenerla aperta perché possa ritornare. La società cattiva non ci fa paura, sappiamo che l’uomo stesso è cattivo ma soprattutto che Dio ama i cattivi, i prigionieri, prima degli altri. La pedagogia non può agire così perché non avendo un fine trascendente fallendo fallisce e basta, perciò non può che trasformarsi in dominio e controllo. Il ragazzo perso dalla pedagogia è perso per sempre. Il cristiano invece sa che Cristo ha vinto il mondo e che lo ha fatto con la croce. Non teme la sconfitta: la attende quasi come tappa necessaria. Ed è per questo che il cristiano deve rifiutare la pedagogia come scienza dell’inganno e della produzione dell’ “uomo nuovo”. L’unico uomo nuovo che cerchiamo è quello che toccato dalla misericordia divina emerge dal fango nel quale era caduto.

3) Penso che l’ostacolo maggiore nell’educazione siano le aspettative: vedo spesso gente che non lavora con il bambino o il ragazzo che ha davanti, ma con la sua idea di bambino o di ragazzo in un continuo confronto e quindi rimprovero dello scarto tra idea e realtà. Se il bambino non è come vorrei non posso fargliene una colpa, devo essere io a liberarmi di quell’idea che mi spinge a provare delusione e frustrazione per ciò che il ragazzo non riesce a fare, non rimproverarlo perché è “stupido” o perché non risponde secondo i miei schemi, per poi caricargli addosso pesi insostenibili sotto forma di ammonimenti per il triste futuro che lo aspetta. Sinceramente non mi aspetto mai nulla dai ragazzi, lascio che agiscano secondo ciò che realmente sono e poi cerco al massimo di migliorare quella realtà nel qui ed ora. L’ideale è un’assurdità, il bambino perfetto non sarebbe più un bambino, il platonismo è il cancro della conoscenza. Anche il pensiero del futuro e il conseguente caricare il futuro di aspettative è fuorviante e pericoloso: mi spinge a dimenticare che il bambino ha bisogno di essere felice qui ed ora, in fondo nessuno mi potrà mai dire con certezza che arriverà a compiere i 20 anni. Educazione è aiutare il bambino di 8 anni ad essere un bambino di 8 anni migliore, non un ragazzo di 20 adeguato al mondo in cui vivrà. Si può essere felici a qualsiasi età, il fine della vita non è invecchiare.

4)Quando si parla di educare “all’altro” si può scegliere di educare al “nonostante” i difetti dell’altro, ma è un errore: questo è mero rispetto umano e porta ad una pace illusoria e snervante. L’alternativa è amare l’altro perché è e perché è lui e non altri, perché ci mette alla prova e perché ci consola al contempo. Insomma: perché è una persona che ha difetti detestabili come i nostri e perché nell’amore reciproco quei difetti possono sparire. I difetti di una persona dipendono dalle sue ferite: come si può dire di amare una persona se ci si sforza di far finta che non stia male? se non detesto i difetti di mio fratello non posso dire di volergli bene. Il rispetto umano non è che paura del contagio.

5) Dice Baden Powell che la morale diretta è fallimentare, perché se si dice ad un ragazzo di non fare una cosa sarà colto da una voglia folle di farla, e se gli si dice di farla gli passerà la voglia. Per cui ritiene che trasmettere indirettamente le norme morali sia una strategia vincente, che porta i ragazzi a seguire le regole per la loro bontà e non perché qualcuno dice loro di seguirle.
Tuttavia non mi sento di sposare in toto questa posizione, pur adottandola nella pratica almeno nell’80% del tempo speso in contesti “educativi”.
La realtà è che la morale indiretta funziona, sì, e funziona meglio di quella diretta. Tuttavia negli ultimi 100 anni ha funzionato proprio perché c’era qualcun altro che educava direttamente: la famiglia, la scuola, lo stato. Chi poteva permettersi il lusso dell’educazione indiretta era avvantaggiato dal fatto che sedimentati nell’inconscio dei ragazzi c’erano già i direttissimi insegnamenti morali dei genitori e di altri educatori, anche se quei ragazzi avevano disubbidito ripetutamente. Si sa, quando si diventa adulti si riconosce che la mamma e il papà avevano proprio ragione a dirci certe cose, a rimproverarci e via dicendo, anche se in quel momento gli davamo il massimo del torto. È un’esperienza diffusa che non va sottovaluta.
L’educazione indiretta non è autonoma, in realtà non è altro che il superamento di un conflitto che NON deve essere evitato, a costo della libertà. Se il bambino non avesse il diritto di vedersi imposte delle regole, non avrebbe nemmeno il diritto di metterle in discussione, di ribellarsi e di scoprire se sono valide o meno. B.-P. e tanti altri hanno cercato rifugio nella morale indiretta vedendo che bambini e ragazzi si facevano del male, e sperando che un nuovo metodo educativo potesse limitare i danni.
A favore di Baden Powell devo dire però che il suo metodo non si basa affatto sulla morale indiretta: certo, la prevede come strumento, ma le cose importanti sono dette tutte in modo schietto e sincero, a partire dalla necessità di “ubbidire senza fare domande” che attualmente fa tanta paura a chi esclude del tutto la fiducia dal paradigma.
Penso che il percorso migliore sia una fase in cui chi detiene la potestà del bambino e del ragazzo gli fornisca tutti gli insegnamenti diretti di cui ha bisogno, fidandosi della sua intelligenza e soprattutto della bontà di tali insegnamenti. Successivamente, le altre istituzioni educative dovrebbero riconoscere il passaggio già avvenuto (ed il grosso problema è che in alcuni casi non avviene, per cui non funziona più nulla) e astenersi dalla ridondanza, limitandosi ad integrare ciò che manca (sempre in una relazione di fiducia reciproca con la famiglia) e creando situazioni per dimostrare la bontà degli insegnamenti che bambini e ragazzi già conoscono, inoltre plasmando la propria azione su quegli insegnamenti (cosa che chiaramente sarebbe richiesta a tutti a prescindere dai ruoli educativi).
Poi ci si fida del ragazzo perché lui si fidi di noi. Lo si lascia sbagliare quando vuole sbagliare, mettendolo poi di fronte alle conseguenze. Si lascia che si allontani se vuole cercare la felicità altrove senza mai disperare, consci del fatto che gli strumenti per distinguere bene e male li ha, anche se fossero nascosti molto in profondità nella sua coscienza.
La questione vitale è non avere paura del fallimento: i metodi basati del tutto sul nascondimento dell’autorità si fondano sul terrore, sulla certezza che se il ragazzo non ci ascoltasse farebbe una brutta fine. Ma siamo cristiani, sappiamo di non essere Dio, sappiamo che se abbiamo fatto quanto dovevamo fare il resto lo farà il Signore, e che senza la Croce non c’è la risurrezione.
Tanta gente perde la testa avendo a che fare con gli adolescenti perché dimentica che persino Maria e Giuseppe si persero per strada Gesù. Quando lo ritrovarono era lì dove il Padre lo voleva, si erano preoccupati per nulla. B.-P. non poteva certo essere rousseauniano: B.-P. era un militare che sapeva che per far ubbidire i soldati bisogna anche saper creare le condizioni perché ubbidiscano senza malumori. E ciò che salva lo scautismo dall’essere uno strumento di indottrinamento e sudditanza spirituale di un ragazzo ad un maestro spirituale è proprio il fatto che non ci sono “maestri” ma “capi”, ai quali bisogna ubbidire. Capi che danno ordini, facendo desiderare di ubbidire a quegli ordini. Nel Manuale dei Lupetti B.-P. sceglie per “fratello maggiore” dei bambini dagli 8 ai 10 anni uno che deve giocare a fare l’Akela, il lupo solitario, che guida il branco con la forza e con l’astuzia, ed i lupi di Kipling “ubbidiscono al capo del branco, e non ad uno sciacallo qualsiasi”. Un fratello maggiore che è esempio e figura del Re, perché, sempre nel Manuale, il Re è il capo dell’Impero come Akela è il capo del branco. Proprio perché il capo è un’autorità (pur rinunciando ad essere autoritario) è possibile la libertà.
Dobbiamo ringraziare proprio le pecche di B.-P., ovvero tutto ciò che si lega all’imperialismo che aveva segnato la sua vita, se lo scautismo è ancora uno strumento educativo e non una macchina per il dominio sulle nuove generazioni.

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L’obbedienza è una virtù

L’obbedienza è una virtù

e proprio per questo è sbagliato pretenderla

Sapete, io sono stato un bambino, nemmeno troppo tempo fa, e penso di ricordare abbastanza bene certe cose che mi succedevano attorno.

Ancora non me ne rendevo conto, ma anche da fanciullo avevo un grande interesse per l’educazione e soprattutto per ciò che gli educatori dovevano e non dovevano fare: in fondo sono sempre stato polemico come pochi altri.

Una cosa che ho sempre notato è che la maggior parte di loro era (e spesso guardandomi intorno torno a confermare questa prima ipotesi di lavoro) totalmente incapace di comprendere l’inutilità di certi modi di fare. Il mondo è pieno di educatori che sbraitano, urlano, si lanciano in sermoni infiniti su ciò che NON si deve fare, su ciò che succede quando si fanno cose che fanno perdere tempo, sui mal di testa provocati dai ragazzini urlanti e così via.

Ok, ammetto di essere un po’ di parte avendo, a quanto pare, ricevuto un dono piuttosto raro: a me le urla dei ragazzini il mal di testa lo fanno passare, quindi da una parte non posso dire di poter capire chi si lamenta.

Da bambino comunque mi imbestialivo per questo: io ero uno di quelli che stavano buoni (più per spocchia che per altro), e davvero mi infastidiva che si dovesse perdere tempo perché gli altri facevano casino, ma molto più mi infastidiva che, una volta che tutti si erano calmati, il “maestro” di turno doveva perdere altri 5 minuti a sfogare la sua frustrazione, di cui francamente a me non interessava affatto, e spero che anche gli altri la vedessero allo stesso modo.

E poi si arriva a fine lezione/riunione/qualsiasicosasia e si parte con le lamentele su i ragazzi che non obbediscono, che non stanno mai zitti, che non ascoltano… E ce credo, hai passato più tempo a lamentarti che a parlare di ciò che dovevi spiegare!

Il punto è che spesso si parte con un pregiudizio che, in molti casi, fa fallire anche il più nobile intento educativo: “i ragazzi devono obbedirmi”.

Ma chi te l’ha detto!

L’obbedienza è una cosa seria, una cosa importante, una cosa da coltivare e da allenare. Proprio per questo non si deve credere che sia una capacità innata o che sia un diritto/dovere. L’educatore che, con i suoi modi, ordina al bambino “tu devi obbedirmi” non riuscirà mai a cavare un ragno dal buco, perché è una cosa antipatica e nessun bambino obbedisce alle persone antipatiche, a meno che non abbia paura.

Ora, bisogna comprendere come funziona l’obbedienza nella mente di un bambino. Molti si stupiranno, abituati come sono a fare di tutto per rendere odiosa l’obbedienza, ma quello di ubbidire è un vero e proprio bisogno del bambino, che sarà ben felice di poterlo fare. I bambini hanno bisogno di ubbidire perché hanno bisogno di sentirsi utili, bravi, buoni, e perché questo sia possibile devono sentire su di loro l’approvazione di una persona che ammirano, a cui vorrebbero per qualche motivo somigliare.

Una persona che sa farsi obbedire deve sapere, però, che naturalmente il bambino non ci riuscirà sempre, non deve allarmarsi e non deve farsi turbare dai “fallimenti” del piccolo. Il bambino “fallisce” per tre motivi:

  • la cosa che gli si richiede è al di sopra delle sue possibilità (il silenzio e l’immobilità oltre i 3 minuti, ad esempio, lo sono quasi sempre);

  • la cosa che gli si richiede non è significativa ed il bambino si reputa troppo intelligente per farla;

  • l’educatore non viene identificato come personalità significativa;

Ora metterei subito in chiaro che chiunque osi pretendere l’obbedienza di un ragazzino MERITA il terzo tipo di disobbedienza. Ubbidire perché “si deve”, perché è una regola, perché altrimenti l’altro si mette ad urlare e non la finisce più è alienante, rovina la bellezza stessa dell’obbedienza e rende impossibile l’atto educativo. Capisco che gli adulti sono abituati ad un mondo alienante in cui si fanno cose che si odiano per campare ed in cui si è disposti a mettere da parte la propria umanità pur di avere uno stipendio, ma permettete che per lo meno nell’educazione non debba essere così. Spesso chi chiede ai bambini di essere alienati li ammorba poi di discorsi retorici ed autoreferenziali del tipo “voi siete il nostro futuro”: per lo meno abbia il contegno di non preparare un futuro alienato quanto il presente. I bambini sono il presente, come anche noi lo siamo. L’ultima volta che ho controllato il passato era passato e il futuro era futuro, non vedo perché mettere in testa certe cose ai ragazzini.

Dicevo, non si deve pretendere l’obbedienza. Spesso lo si fa dando per scontato che ubbidire sia brutto, che nessuno voglia farlo, che debba essere il risultato di una negoziazione o di un compromesso. Lo si fa perché chi chiede l’obbedienza è abituato ad obbedire storcendo il naso, oppure non ubbidisce affatto. Perché l’obbedienza sia vera e fruttuosa il bambino deve essere innanzi tutto libero di disobbedire, deve sapere che non gli verrà fatto assolutamente nulla quando sarà colto in fallo.

L’obbedienza è una cosa che ottiene quando il bambino capisce che ciò che gli si chiede è per il suo bene. Quindi si può dire che il bambino ubbidisce quando si sente amato, quando percepisce che l’obiettivo di chi si prende cura di lui non è la tranquillità del momento, bensì il suo bene. Da questo nascerà il timore di deludere la persona che si impegna per lui, ed anche la volontà di vederla contenta. Il bambino imparerà che quando ubbidisce si sente apprezzato, mentre di solito impara solo che quando sbaglia si sente aggredito.

Questo è ciò che riguarda il terzo punto. Torniamo ai primi due.

Si tratta di due casi opposti: o la richiesta è troppo difficile, oppure troppo facile, e quindi di scarso interesse. Non essendoci una ragione valida per chiedere ad un bambino di 8 anni di impegnarsi per fare quello che fanno quelli di 5, il vero problema sta solo nel primo caso: il fatto è che non è un problema.

Il bambino sbaglierà, non riuscirà a mantenere l’attenzione, si distrarrà… Come è naturale che sia.

È importante anzi che succeda: finché le richieste rivolte al bambino rimarranno al di sotto dei suoi limiti saranno fondamentalmente inutili (dal punto di vista educativo). Ovvio che non debbano essere esageratamente al di sopra, ma se il ragazzo non sbaglia mai significa che siamo noi a sbagliare, perché potremmo proporgli qualcosa di più difficile.

Ciò che è importante è però affrontare positivamente gli errori: non è bene arrabbiarsi, a meno che non vogliamo crescere degli iracondi, persone che cercheranno di ottenere ciò che vogliono alzando la voce. La cosa migliore è sempre accorgersi di quanto sia buffo che quel ragazzo, così convinto a voler essere grande e a voler imparare tante cose (perché non gli abbiamo fatto già passare la voglia)… è ancora un bimbetto. Se ne accorgerà anche lui, e si sentirà ferito nell’orgoglio.

E ferirgli l’orgoglio è proprio ciò che vogliamo.

Invece di sbraitare mettiamoci a ridere. Ridiamo anche di noi stessi, che spesso pensiamo di essere tanto interessanti e poi scopriamo che i nostri ragazzi preferiscono parlare tra loro di figurine, per quanto siamo noiosi.

L’importante è capire che l’obbedienza non è questione di diritti e doveri, ma di virtù. L’educatore ha il dovere di farsi ascoltare e ubbidire, ma l’educando non ha il dovere di ubbidirgli. L’educatore deve riflettere e scoprire che anche lui sta obbedendo a qualcuno, e che lo sta facendo senza costrizioni, solo perché quel qualcuno è importante e gli chiede di educare per spingerlo alla perfezione, e quindi alla felicità. L’educatore riconoscerà che, nonostante capisca che è bene ubbidire e voglia farlo, fa spesso una grande fatica a portare avanti il suo compito, riconoscerà di avere parecchi difetti, di voler fare spesso di testa sua… e riconoscerà che spesso si comporta proprio come i ragazzi di cui si prende cura.

Allora si metterà a ridere.

E vedendolo allegro e felice, i bambini vorranno seguirlo e desidereranno l’obbedienza.

Don Camillo e il fallimento della scuola moderna

Lo spezzone più becero e reazionario del film, che farebbe venire la pelle d’oca a parecchia gente che tutt’ora, nonostante la realtà abbia smentito clamorosamente il mito dell’educazione moderna, parlano di “ascensore sociale” e “mobilità sociale” e illusioni simili.
Il figlio di Peppone viene mandato in collegio, tuttavia continua a scappare e non studia. Allora mandano don Camillo per convincerlo a studiare: finisce che il prete si porta a casa il bambino e costringe il padre a riprenderselo, perché “è meglio farne un contadino per amore” che un professore per forza.
Ai tempi in cui fu girato il film non potevano saperlo, ma il figlio di Peppone non sarebbe MAI diventato un professore (se, infatti, don Camillo non l’avesse portato via ci avrebbe pensato l’istituzione scolastica a liberarsene in qualche modo), nemmeno rimanendo in collegio. Sarebbe diventato al massimo un impiegatuccio, e sarebbe diventato ancora più povero del padre contadino. In più, sarebbe diventato un impiegato infelice.
Così, con il senno di poi, la soluzione più becera e reazionaria (mandare il fanciullo nella scuola di paese che lo avrebbe portato ad essere un contadino proprio come i suoi antenati) diventa l’unica soluzione pedagogicamente ragionevole, l’unico modo di servire il bambino piuttosto che lo Stato.
La scuola non poteva, come non può e non fa adesso, dare ai figli del popolo l’opportunità di ascendere nella scala sociale. Al massimo poteva dar loro l’illusione di essere diventati colti, intelligenti, consapevoli, emancipati, mentre i loro nonni lo erano molto più di loro, pur essendo assai meno eruditi. La scuola ha raccontato ai figli del popolo che stavano diventando come tutti gli altri, e così è stata neutralizzata la possibilità che si ribellassero ai padroni.
L’unica soluzione ragionevole era riconsegnare ai contadini e ai lavoratori la loro dignità, e quindi fare in modo che in nessun caso un professore potesse considerarsi più “degno” del più umile dei contadini.
Non fu fatto, perché la scuola l’hanno inventata i professori, mica i contadini.

Se anche Gesù fu adolescente…

Il ritrovamento di Gesù tra i dottori… poche pagine del Vangelo sono riuscite a colpirmi così tanto.
Un Gesù dodicenne, perduto, scomparso, causa di tante paure e preoccupazioni per i genitori che pensano di esserselo portato dietro con la carovana ma… nella carovana non c’è.
Ed è un po’ quello che succede a tanti di quelli che giocano a fare gli educatori, i genitori, persone che lavorano tanto con altre persone, e ad un certo punto temono che tutto sia andato sprecato, si ritrovano con un ragazzo che non è dove loro avevano previsto, lo cercano e non lo trovano.
Una pagina che ci mostra un Gesù ironico, quasi spietato, che pur avendo dodici anni è comunque la Via, la Verità, la Vita, persino per sua madre, persino per quel padre che non è il suo vero padre. «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?»
Queste parole non erano indirizzate solo alla sua santa madre, queste parole sono lì per distruggere ogni presunzione, per riportare gli uomini al loro posto. Gesù non appartiene ai suoi genitori, ma appartiene al “Padre suo”, che poi è “Padre nostro”, e nessuno può sostituirsi a quel Padre. Possiamo essere genitori, insegnanti, educatori, quel che volete, ma le persone di cui ci prendiamo cura non sono in nostro potere, non esistono in funzione di noi. Possono essere condotte lontano da noi, possono trovare la felicità per strade che noi non immagineremmo neanche, ma sono comunque in mani di gran lunga migliori delle nostre. La loro vita è un progetto molto più grande di qualsiasi cosa ci siamo messi in testa, e se i nostri progetti su qualcun altro vengono infranti… veniamo liberati dalla nostra presunzione di essere “maestri”, mentre siamo soltanto servi inutili.
Il ritrovamento di Gesù tra i dottori… che anche Gesù sia stato adolescente, che anche Lui sia stato dato per “perduto”… è meraviglioso, è un segno per una grande speranza. Tante persone al giorno d’oggi vengono date per “perdute”, ebbene… un giorno potremmo trovarle ad occuparsi delle cose del Padre nostro, ad abbeverarsi alla fonte dell’acqua viva.
Il vero problema è che vorremmo che si abbeverassero da noi, con le nostre parole e con i nostri piani, e spesso è per questo che ci preoccupiamo tanto riguardo cose insignificanti. Ma non c’è da preoccuparsi, il vero Padre, il vero Maestro non siamo noi.

Educazione e imitazione – Appunti

Il vero rapporto tra imitazione ed educazione è il fatto che la prima sia l’effetto collaterale della seconda. Nessun educatore consapevole dovrebbe voler essere imitato, perché una tale volontà celerebbe una debolezza ed un pericolo. Egli sa però che, suo malgrado, sarà imitato, e perciò è “costretto” a farsi quanto più simile possibile al modello proposto perché l’imitazione non vanifichi l’educazione, ma piuttosto vada a costituirne il fondamento.

L’educatore per eccellenza resta tuttavia il pensiero, che genera la ragione per cui l’educazione procederà in una determinata direzione, ed è per questo che l’educatore deve innanzi tutto occuparsi di trovare una strada che abbia senso e significato, che non sia contraddittoria, che conduca al vero. Infatti è scritto “Fate e osservate ciò che vi dicono, ma non quello che fanno.”, e non sono solo gli scribi e i farisei coloro che “dicono e non fanno”, ma l’uomo in quanto tale; l’educatore che, assumendo questo nome, si pone nella spiacevole condizione di dover fare qualche cosa che non potrà mai fare: egli, che ancora non ha restaurato in sé l’immagine di Dio, ha il dovere di guidare un’altra persona nel farsi immagine di Dio, ovvero nel farsi pienamente persona. Tuttavia l’educatore non è ancora pienamente persona, poiché non la sua educazione non è finita, ed in fondo non può essere che un intermediario, un vice, e non può davvero farsi chiamare “padre” o “maestro”, essendo egli ancora figlio ed allievo.
Così l’educatore deve parlare, annunciare, affidarsi alla parola per indicare il vero maestro, che sta oltre la sua persona e rimane anche quando egli fallisce.
Il Signore ha voluto trarci d’impaccio, infatti: “Verbum caro factum est”, il Verbo si è fatto carne, Cristo non solo fa quello che dice ma è quello che dice, ed il naturale istinto all’imitazione trova il suo oggetto definitivo.
Finalmente l’educando può imitare l’immagine di Dio e farsi immagine di Dio, senza doverla immaginare oltre i limiti del suo maestro terreno.

I vent’anni dell’educatore

“Ho vent’anni.

Sai, tutti dicono che a quest’età non bisognerebbe pensarci, che dovremmo “goderci il momento”, goderci i nostri vent’anni.
Ma cosa sono i nostri vent’anni?

Non sono molti, guardo dietro di me e non c’è molto, sto qui a meravigliarmi di come le cose siano diventate più facili, di come il mio corpo sia più forte, la mia mente più agile, il mio spirito più pronto di quand’ero un ragazzino.

Ma nel meravigliarmi di questo, nel compiacermi di questo, mi rendo conto che tutto ciò non durerà.

Ho tanti progetti, sai? Ci sono tante cose che mi piacerebbe fare, tante cose che vorrei ottenere da questo mondo, e penso di averne le forze.

Sì, ora ho le forze.

Ma per quanto ancora?

Quanto ci metterà il mio corpo ad iniziare ad indebolirmi? La mia memoria, quando inizierà a svanire? Quando tornerò debole come un ragazzino che si intimidisce con un solo sguardo di quelli “più grandi”?

Tutte le cose che vorrei fare, potrò farle? O la morte distruggerà tutto domani? Tra un paio d’anni? Tra altri vent’anni? Oppure verrà prima la vecchiaia, e anch’essa distruggerà quello che può?

Tutto questo non ha senso.

No, non ha senso avere vent’anni, come non ne aveva averne quindici. Non ha senso diventare più forti, se poi ci si indebolirà, non ha senso imparare tante cose che poi dimenticherò, non ha senso allenarsi in ogni virtù, se il mio destino è di abbassare gli occhi senza saper che dire ogni volta che mio figlio mi dirà che sbaglio e che tutto ciò che gli ho insegnato è sbagliato.

Non ha senso. Niente ha senso.

È tutta colpa della morte. Del fatto che le cose finiscono. Ma tutte le cose finiscono, e noi cosa siamo?

Sono forse diverso da questo sasso? O da questa pianta? O da quel passero? No, anche io finirò, come finiranno i miei vent’anni, come finirà il mondo. Come finisce la vita.

E se dev’esserci un senso, non può essere che nella morte. Se non c’è un senso nella morte, non c’è da nessun’altra parte, perché solo la morte c’è, che le cose esistano o non esistono, moriranno ugualmente. Se anche fossi un sogno dovrei morire, perché anche i sogni muoiono quando finiscono, basta che chi li fa smetta di sognare.

Lo capisci? La morte, è la morte… è la morte che regna in questo mondo, e a che serve costruire opere che moriranno? A che serve… Diamine, l’ho già detto!

Niente serve a nulla! Tutto finisce, e allora perché dovrei iniziare qualcosa?” Leggi il resto di questa voce

Scherma

A volte è difficile comprendere quanto una cosa sia stata importante senza allontanarsene, senza guardarla dall’esterno.

 

Mi è successo questo, oggi. Dopo qualche mese di latitanza ho rimesso piede al palascherma prima di tutto per salutare le persone che mi avevano accompagnato negli ultimi 6-7 anni, quindi per comunicare il mio abbandono, forzato per i ritmi della vita universitaria, per gli altri impegni con cui ho a che fare e anche per la questione economica che ha anch’essa il suo peso.

Potrei dire che mi sono tornate in mente un sacco di cose, mentre mi dirigevo lì, ma in realtà l’unica cosa che mi è davvero tornata alla mente, anzi, che si è fatta reale proprio come quando ci andavo per allenarmi era quella sensazione terribile di tedio che provavo ogni volta che mi trovavo a circa 150 metri dall’edificio, legata all’ancestrale disprezzo per tutto ciò che abbia a che fare con gli spogliatoi e con il mettersi una tuta, forse quella stessa forza che spesso mi spingeva a dare priorità ad altro, nei tempi passati.

Anche dopo essere entrato, ci ho messo un po’ a capire cosa stava succedendo. Ho iniziato salutando l’armiere, Bruno, poi sono andato da Danilo, poi c’era pure Riccardo, il presidente e Margherita, a cui dovevo chiedere chiarimenti circa l’attrezzatura (non riuscirò mai a ricordare quali parti della tuta avessi effettivamente acquistato e quanti fossero semplicemente affittati dalla Società, e ancora devo scoprirlo: mi faranno sapere per telefono). Noto però una cosa strana: sono tutti contenti di vedermi, mi accolgono con stupore, allegria, gioia. E io? Io cosa provavo?
Certo, anche io ero contento di rivedere certe facce, volti che avevo visto quasi quotidianamente per anni, ma che ormai appartenevano ad un mondo di cui io non potevo più far parte. Per lo meno, non potrò più farne parte per un pezzo: se anche volessi andare lì a tirare di spada per un paio d’ore non potrei, dato che assicurazione e iscrizione non mi coprirebbero, e fare qualche visita (cosa che comunque farò) non mi permetterà di far di nuovo parte di quel mondo.

Eppure erano felici di vedermi, anche se non c’era più un’iscrizione a vincolarci, non più un rapporto maestro-allievo formale, niente di tutto questo.

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Ma è difficile!

10/09/2013

A volte mi chiedo con che criterio certe persone si ritrovino tra le mani certe responsabilità.
La domanda è sempre quella: perché proprio io? Perché ha scelto me che sono così debole e impreparato? Perché mi assegna questo incarico, quando è chiaro che ci vorrebbe ben altri, al mio posto?

Già ci pensavo quando, più di un mese fa, leggevo la prefazione di un libriccino sulle “cacce francescane”: lì si descriveva il modello del vecchio lupo che sarebbe riuscito a far conoscere san Francesco ai lupetti.
Inutile dirlo: quel vecchio lupo era san Francesco, era il ritratto della santità, l’incarnazione di un educatore che poteva essere pure analfabeta, ma che portava con sé il distintivo dei santi.

Io non sono un santo, Signore, e tu lo sai bene.
Anzi, potrei pure passare ore ed ore a spiegarti che quello che mi chiedi non è nelle mie possibilità, che non sono che un bambino, un infante.
Mi chiedi, tramite bocche altrui, di aiutare quei bambini a diventare uomini, e a diventare santi, ma ecco che io non sono né l’una né l’altra cosa. Il mio carattere è acerbo, e la mia fede? Non è che una fiammella, sempre in pericolo, sempre pronta a piegarsi al vento.
Cos’è la fede che hai voluto donarmi in confronto a quella di Francesco, Filippo, Giovanni, Ignazio, Josè? Ben poca cosa, e sono davvero tentato di metterla in una buca, ma so anche che chi mi tenta è mio nemico.

Certo, da una parte posso consolarmi sapendo che non dovrò essere in alcun modo un padre, ma solo un fratello maggiore, ma risparmiami di porti la stessa domanda che ti fece Caino. E, comunque, questo non cambia gran che le cose.

Solo Tu, Signore, puoi renderli come li vuoi.

Serviti pure di me, ma ricorda che sono debole, che fallirei se Tu non mi sorreggessi e non compensassi i iei limiti.
Sì, lo so, ho paura, eppure… Leggi il resto di questa voce