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La Stagione del Qohélet

La Stagione del Qohélet

Testo preparato come traccia per approfondimento finale sul libro che era stato letto durante il campo mobile del Clan Monte Vettore del gruppo scout Ancona 1 (FSE).

Cos’ha da dire Qohélet?

Vanità delle vanità, tutto è vanità ed occupazione senza senso:

Qohélet non è un nome proprio, è “colui che parla nell’assemblea”, in particolare prende la parte del figlio di Davide, quindi di un re d’Israele, e si mette in particolare nei panni di Re Salomone, con cui il regno raggiunse il massimo splendore, famoso per la sua grande sapienza.

Questo re ha ottenuto tutto ciò che poteva ottenere nel corso della sua vita, e più di ogni altra cosa ha accumulato la sapienza, il cui valore è superiore a tutto il resto. Ma vertice della sapienza è scoprire che la sapienza stessa non può salvare, proprio come tutte le altre cose. Il percorso è stato graduale, tutte le cose hanno assunto, una dopo l’altra, l’aspetto che mostrava la loro più sincera natura: il fumo. Tutto è fumo, dice Qohélet, tutto è fumo ed inseguire il vento. Questo il significato di quel “vanitas” delle traduzioni latine: l’uomo può ottenere ciò che vuole, ma alla fine in mano non avrà altro che un po’ di fumo, un po’ di nulla, niente potrà mai bastare a soddisfarlo.

Non importa quanto l’uomo si sforzi, quanto si affatichi, la verità è che tutto è destinato a svanire, a tornare alla polvere, ad essere dimenticato. Innanzi tutto l’uomo, che è destinato a morire e non solo non potrà portarsi nulla nella tomba, ma nemmeno potrà lasciare nulla dopo di sé, perché anche chi verrà dopo è destinato a morire, il ricordo degli antichi non rimarrà e ciò che si è costruito nel corso della vita cadrà in mano ad un erede incapace che vanificherà ogni suo sforzo.

Quando Qohélet dice “tutto è vanità” intende dire proprio “tutto”, non c’è niente che faccia eccezione, non c’è niente che potrà salvarsi dalla morte. Perciò tutto ciò che resta da fare è godere di ciò che si può godere, senza sprecare quel poco sollievo che ci è concesso.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole:

L’uomo si affanna alla ricerca di cose nuove, soprattutto l’uomo che, come Qohélet, cerca la Sapienza, ma nessuno potrà mai trovare qualcosa che sia davvero nuovo: tutto è già stato, tutto era già conosciuto da qualcun altro prima di noi, e questa è una conseguenza della vanità del tutto. Dato che tutto muore, le nostre scoperte non gioveranno a nessuno, e chi verrà dopo di noi sarà costretto a riscoprire ogni cosa ripartendo da capo. L’uomo vorrebbe arrivare a scoprire il senso delle cose, ma tutto è vanità, tutto è insensato. Sotto il sole.

Tutto questo avviene in un preciso scenario: la vita dell’uomo che si affanna sotto il sole, quel sole che gli ricorda il suo limite, la sua incapacità di raggiungere il cielo, di arrivare alle verità ultime, di salvarsi dalla terra di cui la sua natura è impregnata. L’uomo sa di essere polvere, ma guarda al cielo perché la polvere non lo soddisfa. E nel cielo c’è una barriera, c’è quel sole che ripete incessantemente il suo ciclo, senza lasciare spazio alla speranza che qualcosa possa cambiare, che la barriera che separa le cose terrene da quelle celeste possa infrangersi. Al di là del sole c’è Dio, ma Dio non si fa guardare in faccia, Dio scruta silenziosamente tutte le cose per decidere, infine, ciò che dovrà accadere. E l’uomo non può farci nulla, né può immaginare quale sia la volontà divina.

Chi accresce il sapere, accresce il dolore:

Scoprire tutte queste cose è, come abbiamo detto, il culmine della sapienza umana, quanto di più perfetto l’uomo possa arrivare a comprendere. Ma questa sapienza non consola, perché la realtà è spaventosa e sottolinea l’incapacità umana di trovare il senso delle cose o anche di crearlo. Il sapiente ha gli occhi in fronte, mentre lo stolto cammina nel buio, ma ad entrambi attende la stessa sorte. Sapere è sapere che si morirà, che tutto ciò per cui lavoriamo non vale niente.

Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto:

Il libro finisce ammonendo i lettori: è vero che tutto è vanità, è vero che non sappiamo se c’è una vita dopo la morte e che il nostro spirito vitale potrebbe andare perdersi sottoterra come quello degli animali e che non abbiamo alcuna ragione di credere che andrà in Cielo a raggiungere Dio, ma bisogna ricordare che Dio vede tutto e tutto giudica, perciò l’uomo sapiente farà ben attenzione a non offenderlo, perché questo non porterebbe ad altro che ad ulteriore sofferenza. Qohélet è re d’Israele e sa bene che al suo popolo è stata data una legge che viene da Dio, perciò la cosa migliore che l’uomo possa fare è cercare di rimanere fedele a questa legge. Tuttavia la conclusione della storia rimane ugualmente ignota: Qohélet sa anche che tutti gli uomini sono peccatori, e che alla fine solo la libera (e arbitraria) scelta di Dio potrebbe salvarli. Occorre temere Dio, per evitare che si adiri contro di noi, e fare quanto ci ha comandato. Se Dio ci ami o meno non è dato saperlo, né a nessuno è mai stato detto che i suoi sacrifici gli hanno ottenuto la purificazione dai peccati. L’invito di Qohélet è un invito a non peggiorare la situazione, a non attirare altre sciagure su di sé e sul Popolo. Per il resto, il sapiente ha visto che il giusto ottiene spesso la ricompensa del malvagio, e al malvagio sono dati i privilegi del giusto, sotto il sole. Chi ci dice che non sia questa la volontà di Dio? Nessuno, perché nessuno ha mai visto il volto di Dio.

Ecco, questa è una novità: Qohélet domanda perché il Cielo risponda

Segnata dai sentimenti di Qohélet è quella stagione che precede il Vangelo

Il Cielo si squarciò:

Questa è dunque la condizione del popolo d’Israele prima della venuta del Figlio dell’uomo: nel migliore dei casi la consapevolezza che senza l’intervento di Dio nessuno è capace di salvarsi, una consapevolezza che fa male perché questo intervento non sembra arrivare. Israele è costretto ad attendere, e nell’attesa non ottiene che il silenzio, mentre il sole continua il suo corso e tutto sembra stagnante, immobile, immutabile. Si offrono sacrifici a Dio nella speranza che s’impietosisca, ma lentamente si perde la speranza che ciò avvenga e i riti diventano fini a sé stessi, ci si rassegna all’impossibilità di sapere se questi siano ben accetti e persino la legge rimane in quanto legge e non in quanto strumento di salvezza e redenzione.

Solo la decisione di Dio poteva salvare gli uomini, e sarà proprio questa, il suo Verbo a farlo. Qohélet aveva ragione, perché la Sapienza si rivelasse agli uomini non c’era alcuna utilità nell’affannarsi, perché la risposta sarebbe venuta dall’alto: “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge”, un sole nuovo, qualcosa che non si era mai visto prima. E così fu, nel momento in cui Gesù si presentò al Giordano per farsi battezzare da Giovanni “vide squarciarsi i cieli” e scese su di lui lo Spirito Santo, l’amore divino, e la voce di Dio lo annunciò come suo figlio, così come l’ultimo profeta l’aveva chiamato “l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo”. Succede ciò che Qohélet non aveva osato sperare, pur essendo egli consapevole dell’impossibilità di altre soluzioni: i cieli si aprono, colui che vive oltre il sole viene a vivere in mezzo agli uomi. Et verbo caro factum est. Il verbo, la sapienza divina diventa uomo e si fa conoscere dagli uomini. Tale Sapienza è eterna, è assoluta, è perfetta, Gesù Cristo è quel senso che Qohélet cercava sotto il sole e non trovò mai, è colui che è venuto “per accendere un fuoco sulla terra”, è “Colui che è” in una coltre di fumo senza senso. Rimane la vanità delle cose, e su questo Gesù insiste spesso, ricordando che i gigli dei campi vestono meglio di re Salomone ma finiscono comunque nel forno, ma c’è qualcosa che non finirà più. Il Figlio di Dio è colui che è in eterno, ed è venuto nel mondo per dare agli uomini il potere di divenire anche loro figli di Dio, eterni come lui. È venuto a dire cosa vuole Dio per gli uomini: che si salvino ed abbiano la vita eterna, una vita di unione d’amore con Dio stesso, con l’assoluto, con l’unica cosa che può soddisfare davvero i loro bisogni.

Se l’uomo diventa eterno e acquisisce un valore, inizia ad essere effettivamente qualcosa in più di un mucchietto di polvere, anche le altre cose acquisiscono un senso nuovo: diventano doni, cose date all’uomo per goderne e per trarne vantaggio al fine di rendersi più simili a Dio. Non sono eterne come gli uomini e svaniranno, per questo Qohélet continua a dire cose molto importanti, ma senza quell’antica amarezza: tutto è vanità, dice ora Qohélet, e non ha senso affannarsi per le vanità. Il Padre vostro, che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli dei campi, provvederà anche ai vostri bisogni, voi pensate a ciò che non è vano: cercare il Regno di Dio e la sua giustizia.

La buona novella: Mai prima qualcuno aveva detto: ti sono perdonati i peccati.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole, perciò la barriera doveva essere sfondata e la novità scendere sulla terra. Vangelo significa “buona notizia”, è la notizia della vittoria dell’esercito in battaglia, nello specifico è la notizia della vittoria sulla morte, che con la morte di Cristo in croce viene distrutta per sempre (“dov’è, o morte, la tua vittoria?”) La novità è Dio che cammina in mezzo a noi e ci comunica la sua volontà, con chiarezza e semplicità. Mai prima della venuta di Cristo qualcuno avrebbe potuto dire “ti sono perdonati i peccati”, ed infatti Gesù venne accusato di bestemmiare ogni volta che si permise di farlo. Se Dio in persona ti dice che i tuoi peccati sono perdonati non c’è più alcuna ragione di temere che il sacrificio non sia stato accettato, l’uomo è del tutto e definitivamente libero dal suo passato, dalla sua condizione originaria, da quelle catene che lo tenevano ancorate a terra. Il perdono non è più una speranza, ma una certezza, perché qualcuno ce lo ha detto. Per questo prima di andarsene Gesù lasciò ai suoi discepoli l’incarico di perdonare i peccati degli uomini, perché ognuno possa sentirsi dire “i tuoi peccati sono perdonati”, “neanche io ti condanno, va e non peccare più”.

Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli :

La vittoria sulla morte non è una tantum, non vale solo per la risurrezione di Cristo, ma è un evento che continua e che si fa presente in ogni generazione grazie alla presenza perpetua di Dio nella Chiesa per mezzo dello Spirito Santo. Il Paraclito, il consolatore, viene mandato agli uomini dopo l’ascensione di Gesù al Cielo, per rivelare il senso profondo di ciò che il Figlio ha detto durante la sua permanenza terrena. L’amore di Dio, dunque, permette di accedere totalmente alla Sapienza, ma questo privilegio non viene dato ai filosofi o ai dotti, la vera Sapienza rimane effettivamente qualcosa di non accessibile all’uomo semplicemente perché essa è il Verbo, ed il verbo è Cristo. I dotti fanno fatica a raggiungerlo proprio perché ricchi, poiché accumulano conoscenza e non vogliono rinunciare ad essa e “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli”. Ciò che Gesù dice è invece che “noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”: Dio abita nell’uomo, o meglio, Dio è nel centro dell’anima di ogni creatura, centro che non tutti riescono a raggiungere perché spesso l’anima vive fuori da sé stessa, è attratta da altre cose e perciò gli è precluso di vivere lì dove anche Dio vive. Lo Spirito Santo permette all’uomo di amare Dio e di ritrovare il centro della propria anima, ma appunto non è mai lo sforzo umano ad ottenere questo traguardo, bensì l’azione divina che agisce meglio là dove ci sono meno resistenze: nei poveri di spirito, nei piccoli, in coloro che non si sognerebbero di dire di essersi guadagnati una sapienza che viene da dentro, che sgorga come l’acqua dalla roccia senza merito umano.

Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola:

Dio non è più lontano, Dio si è rivelato ed ha mandato il suo unico Figlio perché fosse innalzato e attirasse tutti a sé. Non c’è più il dubbio dell’efficacia della preghiera e del sacrificio, Dio ha dimostrato per primo di amarci. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. L’uomo viene ora chiamato a partecipare alla vita divina diventando per adozione figlio di Dio in unione con Gesù Cristo, suo figlio unigenito. L’uomo non deve più temere Dio come un servo teme l’arbitrio del padrone, ma il suo timore sarà semplicemente quello di un figlio che non vuole ferire il padre, un padre che non dà ordini ma una via perché questo figlio possa essere compiutamente ciò per cui fu creato, e che aspetterà se questo volesse allontanarsi per cercare la felicità altrove, pronto a riabbracciarlo come il padre misericordioso. La prospettiva finale non è più la tomba ma abitare nella stessa casa del Padre, essere una cosa sola con Lui e con i fratelli. Si scopre ora come davvero parlare della sorte del saggio e dello stolto fosse vanità, perché il dono offerto da Dio è molto più grande di qualsiasi ricompensa che potesse spettare in precedenza al giusto o al malvagio: è la Misericordia, Dio che si fa piccolo e debole per innalzare l’uomo fino a sé. Dio che subisce ingiustamente la sorte del malvagio per riscattare tutti coloro che sono prigionieri del peccato e per mostrare ai giusti che soffrono ingiustamente che c’è una realtà più grande in cui le loro sofferenze si riveleranno molto più insignificanti di quel che sembrano ora, come anche i benefici ingiustamente goduti dai malvagi.

Qohélet nel cuore dell’uomo: l’asceta e il mistico nella notte oscura

Vanitas vanitatum et omnia vanitas. praeter amare Deum et Illi soli servire:

Sono le parole che concludono il primo capitolo del più celebre testo religioso medievale: l’Imitazione di Cristo. Scritto nel XV secolo da (probabilmente) un monaco agostiniano, riprende le parole di Qohélet e ci costruisce sopra un modello di vita cristiana, una vita che ha il suo centro appunto nell’imitazione di Cristo e nella rinuncia a tutto il resto. È chiaro come l’autore abbia consapevolezza della vanità di tutte le cose, e di come soltanto l’incarnazione di Cristo abbia portato un senso nella vita dell’uomo. Il fine della vita umana, insomma, non può essere altro che “amare Dio e servire Lui solo”, seguendolo sulla sua strada che passa attraverso la croce, la sofferenza, la rinuncia e la morte. Attraverso questo percorso di imitazione l’uomo è portato a rinunciare ai piaceri dei sensi e alle glorie umane, finché tutto questo non viene a risultare del tutto irrilevante e inconsistente. Si tratta fondamentalmente di ascesi, di lasciare andare la realtà terrena per poter elevare lo spirito fino a Dio. Questa è la prima “stagione” del Qohélet nella vita umana: riconoscere che le cose terrene non soddisfano l’uomo e rivolgersi alle cose celesti.

La notte oscura:

Eppure anche l’ascesi nasconde dei pericoli, e così insegnano i grandi mistici il cui spirito è stato forgiato attraverso il silenzio, attraverso la notte oscura, attraverso il senso di abbandono dell’anima che non riesce più a trovare Dio. San Giovanni della Croce, Santa Teresa d’Avila e tanti altri hanno raccontato di questa loro esperienza: prima si passa per la notte del senso, in cui tutte le cose terrene si mostrano nella loro insignificanza e vengono abbandonate, ma non finisce qui. Molti infatti arrivano a capire che la felicità non si ottiene cercando le realtà e gli affetti terreni, eppure questo non li porta necessariamente alla salvezza: c’è chi si insuperbisce e che trova la sua ragione di vita nella sua ascesi, nel suo essere superiore a chi vive nel mondo, e questa è una strada molto veloce per raggiungere l’Inferno. Così il Signore mostra la sua pedagogia sublime: a molte anime a cui in principio aveva dato piaceri spirituali, facendo sentire loro la Sua presenza durante la preghiera o addirittura donando visioni e ispirazioni particolari; insomma a quelle anime che per tempi più o meno lunghe aveva imboccato come si fa con i bambini e tenuto per mano, progressivamente ritira il suo sostegno, proprio come quando il bambino impara a camminare da solo e la mamma smette di tenergli la mano. Si nasconde, e il mistico nella preghiera non sente più niente. Anzi, inizia a sentire che non serve a niente, pur conoscendo con l’intelletto la sua potenza. L’anima sa che Dio c’è, ma non lo trova da nessuna parte, Egli si mette a dormire come quando stava nella nave in tempesta e gli apostoli allarmati lo svegliarono… e Lui li rimproverò per la loro poca fede.

Persino la vita di preghiera può sfociare nella vanità, può portare l’uomo a credere di potersi salvare con le proprie forze, oppure può portare ad una religiosità esclusivamente formale e priva di significato, fatta di cose che si fanno perché “bisogna fare così”: per impedirlo e per renderle più perfette il Signore fa sperimentare a queste anime la notte oscura, le fa sentire abbandonate perché esse lo chiamino e dichiarino la loro impotenza e piccolezza, perché riconoscano di non poter niente senza di Lui.

La seconda stagione del Qohélet nella vita umana consiste dunque nell’essere con Gesù nella sua passione, nel momento in cui chiede a Dio di allontanare da lui quel calice amaro, nel suo sentirsi solo e abbandonato nella notte del Getsemani. Chiedersi, insomma, se sia stato tutto inutile, eppure perseverare, mentre attorno a te si fa buio e tutto sembra perdere senso. In attesa che il divino irrompa nella miseria della condizione umana per redimerla, dando finalmente all’anima ciò che per sua natura cerca fin dal principio.

Di chi si confessa senza prete

Gira da tempo la superstizione protestantizzante che ci si possa “confessare con Dio”, che non sia necessario raccontare “i fatti propri” ad un sacerdote, che Gesù Cristo non abbia istituito il Sacramento della Riconciliazione e via dicendo.
Non ho intenzione di citare i passaggi in cui tale Sacramento viene istituito perché certamente è cosa facile da trovare anche solo con google, ma vorrei proporre una semplice riflessione.
San Paolo scrive: se Cristo non è risorto dai morti, vana è la nostra fede.
Ma più in generale, se Cristo si è incarnato e ha voluto personalmente incontrare il suo popolo (e se continua a farlo ininterrottamente da più o meno 2000 anni) è chiaramente perché ce n’era bisogno, perché prima qualcosa non andava.
Così è anche per il perdono.
Anche prima di Cristo la gente poteva “confessarsi con Dio”, poteva chiedere perdono, anzi: facevano anche tanti digiuni, si mortificavano in vario modo, si facevano purificare; e non c’è dubbio che qualcuno sia stato effettivamente perdonato se possiamo dire che Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosé e via dicendo sono santi, pur essendo tutti loro dei peccatori come chiunque altro.
Quindi sì, è possibile essere perdonati senza passare per il sacerdote, ma voler approfittare di questa possibilità significa chiaramente esporsi ad un pericolo mortale: prima della venuta di Cristo non c’era alternativa, bisognava aspettare l’ultimo giorno e vedere che succedeva, ma Gesù è venuto per rimettere i peccati, e decidere arbitrariamente di fare “come quelli di prima” significa nientemeno che rifiutare il Vangelo.
Ora, Cristo è venuto a rimettere PERSONALMENTE i peccati, poiché SOLO DIO può rimettere i peccati. E questo ha sconvolto tutte le carte in tavola: prima non c’era alcun modo (a meno che non si fosse profeti o giù di lì) di sapere se i propri peccati fossero stati perdonati. L’uomo era costretto a vivere nel dubbio, nella contrizione, nella penitenza, sperando che il Signore alla fine decidesse di rimuovere quelle catene. Con la venuta di Cristo, la peccatrice può andare da lui e ungere fisicamente i suoi piedi con l’olio profumato, asciugarli con i suoi capelli. Quando Gesù le dice che i suoi peccati sono perdonati, non esiste più alcun dubbio: è libera, non deve più mortificarsi, non deve più piangere. Ha la CERTEZZA del perdono, ed il peccato è dimenticato per sempre.
Così anche per chi si confessa dal sacerdote: solo così si può avere la certezza del perdono, perché chi si confessa da solo può pure convincersi che Dio vede tutto e quindi anche i suoi peccati, e che vedendoli li perdona perché è buono, ma nessuno glielo confermerà mai. Nessuno gli dirà: i tuoi peccati ti sono perdonati, va e non peccare più.
La confessione sacramentale elimina metà del dubbio sulla sorte eterna: resta ovviamente la parte che riguarda l’uomo, resta da vedere se siamo davvero decisi a vivere secondo il Signore e se davvero abbiamo cambiato vita, quindi se davvero desideriamo di vivere eternamente in Lui. Ma tutto ciò che riguarda la decisione di Dio è rivelato: se hai chiesto perdono per un peccato e ti viene detto che ti è stato perdonato, non c’è da aspettarsi nessuna sorpresa. È così.

C’è poi da considerare un ulteriore elemento, che in realtà è fondamentale: la superbia. Pretendere di potersi salvare da soli, pretendere di avere un filo diretto con Dio (quindi autoproclamarsi profeti alla vecchia maniera, in pratica) e di non aver bisogno di sentirsi dire di essere stati perdonati è esattamente ciò che facevano i farisei, che seguivano tutte le leggi e si sentivano nel giusto perché nella loro mente avevano fatto quanto dovevano. Chi si confessa da solo ha deciso che Dio deve perdonarlo perché nella sua mente sa di meritarlo.
Ma nessuno merita il perdono di Dio; esso è sempre gratuito e sommamente immeritato.
In fondo è lo stesso peccato di Adamo ed Eva che continua ad andare di moda ancora oggi. Non è vero che chi non vuole confessarsi non ne vuole sapere del prete, è Dio quello che dà realmente fastidio.

Se anche Gesù fu adolescente…

Il ritrovamento di Gesù tra i dottori… poche pagine del Vangelo sono riuscite a colpirmi così tanto.
Un Gesù dodicenne, perduto, scomparso, causa di tante paure e preoccupazioni per i genitori che pensano di esserselo portato dietro con la carovana ma… nella carovana non c’è.
Ed è un po’ quello che succede a tanti di quelli che giocano a fare gli educatori, i genitori, persone che lavorano tanto con altre persone, e ad un certo punto temono che tutto sia andato sprecato, si ritrovano con un ragazzo che non è dove loro avevano previsto, lo cercano e non lo trovano.
Una pagina che ci mostra un Gesù ironico, quasi spietato, che pur avendo dodici anni è comunque la Via, la Verità, la Vita, persino per sua madre, persino per quel padre che non è il suo vero padre. «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?»
Queste parole non erano indirizzate solo alla sua santa madre, queste parole sono lì per distruggere ogni presunzione, per riportare gli uomini al loro posto. Gesù non appartiene ai suoi genitori, ma appartiene al “Padre suo”, che poi è “Padre nostro”, e nessuno può sostituirsi a quel Padre. Possiamo essere genitori, insegnanti, educatori, quel che volete, ma le persone di cui ci prendiamo cura non sono in nostro potere, non esistono in funzione di noi. Possono essere condotte lontano da noi, possono trovare la felicità per strade che noi non immagineremmo neanche, ma sono comunque in mani di gran lunga migliori delle nostre. La loro vita è un progetto molto più grande di qualsiasi cosa ci siamo messi in testa, e se i nostri progetti su qualcun altro vengono infranti… veniamo liberati dalla nostra presunzione di essere “maestri”, mentre siamo soltanto servi inutili.
Il ritrovamento di Gesù tra i dottori… che anche Gesù sia stato adolescente, che anche Lui sia stato dato per “perduto”… è meraviglioso, è un segno per una grande speranza. Tante persone al giorno d’oggi vengono date per “perdute”, ebbene… un giorno potremmo trovarle ad occuparsi delle cose del Padre nostro, ad abbeverarsi alla fonte dell’acqua viva.
Il vero problema è che vorremmo che si abbeverassero da noi, con le nostre parole e con i nostri piani, e spesso è per questo che ci preoccupiamo tanto riguardo cose insignificanti. Ma non c’è da preoccuparsi, il vero Padre, il vero Maestro non siamo noi.

Sull’immagine di un Gesù debole e melenso

Invece che guardare dei libri e dei quadri sul Nuovo Testamento, guardai il Nuovo Testamento. Vi trovai un resoconto che nulla aveva a che fare con una persona con i capelli divisi da una scriminatura centrale o con le mani strette in supplica, ma che riguardava un essere straordinario dalle labbra tonanti e dalle azioni terribilmente decise, che rovesciava tavoli, cacciava i demoni, che passava con la selvaggia segretezza del vento dall’isolamento della montagna a una sorta di demagogia paurosa; un essere che spesso si comportava come un dio arrabbiato, e sempre come un dio. Cristo aveva addirittura un suo stile personale, che non si ritrova, credo, da nessun’altra parte: esso consiste in un uso quasi furioso della a fortiori. I suoi “quanto più” sono accatastati uno sopra l’altro come dei castelli sulle nuvole. Le parole usate su Cristo sono state, e forse saggiamente, dolci e remissive. Ma le parole usate da Cristo sono curiosamente smisurate: sono piene di cammelli che saltano attraverso le crune degli aghi e di montagne scagliate in mare. Dal punto di vista morale sono ugualmente terribili; Egli ha definito se stesso una spada di carneficina, e ha detto agli uomini di vendere le tuniche e comprare le spade. Il fatto che usasse altre parole perfino più sfrenate per la resistenza passiva aumenta notevolmente il mistero, ma anche in certa misura la violenza. Non possiamo nemmeno spiegarlo definendo pazza una tale creatura, perché la pazzia di solio segue un percorso logico. Il pazzo generalmente è monomaniaco. Qui dobbiamo ricordare la difficile definizione del cristianesimo fornita in precedenza: il cristianesimo è un paradosso sovrumano per cui due passioni opposte potrebbero risplendere una accanto all’altra. La sola spiegazione del linguaggio evangelico in grado di chiarire tutto questo è che lo sguardo di colui che si trova a un’altezza sovrannaturale scorge una sintesi più sorprendente.

 

[Gilberth Keith Chesterton, Ortodossia]

 

Assurdo: Dio ci dà da mangiare suo Figlio

Assurdo: Dio ci dà da mangiare suo Figlio

Sabato scorso, avendo ****** detto di essere molto eccitato all’idea di ricevere, il giorno seguente, l’Eucaristia per la prima volta, ******* ha detto una cosa interessante, potremmo chiamarla un’obiezione, a cui vorrei rispondere ora che siamo in tanti, perché tutti possiate meditarci.

Ciò che ha detto è molto interessante, perché è la stessa cosa che pensavano molti discepoli quando Gesù disse:Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”, ma anche la stessa cosa che pensavano i pagani quando sentivano dire che i cristiani mangiavano il corpo di Cristo: prendere l’eucaristia è una cosa da cannibali?

Quei discepoli si allontanarono da Gesù, perché non potevano sopportare un’idea del genere: “questo parlare è duro”, dicevano, non riuscivano a capire, ma è proprio così: Gesù è il pane per la vita eterna, ricevendo l’Eucaristia mangiamo davvero il corpo e beviamo davvero il sangue Gesù, non è un simbolo, è proprio questo.

Se ci pensate è una cosa grossa, tanto grossa: Dio ci ama così tanto da mandare sulla terra il suo Figlio unigenito, da mandarlo a morire, da darcelo perché mangiamo il suo corpo e beviamo il suo sangue. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.” Disse Gesù durante l’ultima cena: nessuno può amare più di così.

Ma per capire quanto davvero è grande il suo amore, dobbiamo dire anche perché è sbagliato dire che si tratta di cannibalismo: il cristiano è molto diverso da un cannibale, per varie ragioni. Leggi il resto di questa voce

L’ultima settimana del cavaliere

Gran cavaliere cosa farai
quando domani il giorno vedrai? 

Oh mia cara dama, mia stella,
domani è sabato e al Re
dirò che ti sposo, e quanto sei bella,
benedirà il nostro fidanzamento,
rinnoverò di servitù il giuramento.

Ma bel cavaliere, domenica poi,
quando il sole si alzerà su di noi?

Andrò dal mio Re e ne contemplerò il volto
sentirò la sua voce, ne toccherò il mantello,
gli dirò come cresce il raccolto.
Quel giorno sarà per il Re e il Re soltanto
finché la notte stenderà il suo manto. 

E lunedì, mio promesso?
Cosa farai, dimmelo adesso!

Lunedì viaggerò per terra e per mare,
vedrò la neve e la sabbia nera
del mio Re a tutti vado a narrare
canterò alle genti che è meglio morire
che senza il Re sulle labbra andare a dormire. 

E nel giorno di Marte,
dimmi, quale sarà la tua parte?

Vicino già si farà il nemico
e per il mio Re sguainerò la spada
lucente sarà e scaccerà l’antico
che non avrà il cuore e la fedeltà
che sono del Re finché sarà la realtà. 

Ma mercoledì vivo sarai,
vedermi piangere tu non vorrai!

Mercoledì al Re andrà la gloria
a lui nel trionfo
porterò la vittoria.
Poi a sera si farà festa:
al Re brinderemo, non certo alle mie gesta!

Giovedì poi ti riposerai, 
o di nuovo lontano andrai?

Rimarrò qui con la luce nel cuore,
spada e armatura luciderò.
Tu, lo so, sarai splendente mio amore
ma rimarrò poi la notte a vegliare
guardando del Re la candela bruciare.

Poi venerdì sarà una settimana
e nei tuoi piani sembro così lontana…

Venerdì all’ora nona
il Re grande a causa mia morirà
e se il cuor suo nel petto non suona
muoio anch’io, servo malvagio
che lo abbandonai al dolore per l’agio.

Ma cavaliere tu non puoi morire, 
di sposarmi era il tuo dire!

Oh non temere mia rosa, mia bella,
nasceremo io e te sull’altar di domenica
dopo aver udito la buona novella:
il Re risorto, nel pane e nel vino,
di me e te farà uno, e ci sarà vicino.  

Ma il male non si combatte ricordandolo

“Mai più”, queste le parole più frequenti ed emblematiche collegate ai vari momenti in cui si ricorda qualcosa di brutto, ma ha senso invocare il “mai più”? Qual è il suo significato sincero? Ci si augura che non succeda più quel singolo evento? Ci si augura che nessuno si ponga più quel fine? Ma se poi le cose succedono di nuovo senza che ce ne accorgiamo, perché magari cambiano le modalità, i nomi dei carnefici e quelli delle vittime, le idee che stanno dietro il fatto… va bene?

 

Non ho intenzione di negare ad alcuno il diritto a ricordare i torti subiti, a risentirsi anche, per chi ha osato offendere la dignità umana, ma voglio riflettere sul significato della memoria. Magari da un’ottica cristiana, anche se penso che anche quelli dell’Antica Alleanza potrebbero condividere questa prospettiva: il ricordo di Israele della schiavitù in Egitto è il ricordo di un terribile torto o un ringraziamento a Dio che lo ha condotto attraverso il deserto? Il salmista si preoccupa di parlare della sofferenza per evitare che succeda di nuovo o per consolarsi nella certezza di un Dio che si è ricordato di lui e che continuerà a farlo?

 

Il punto è che il Vangelo impone di rinunciare ad un certo genere di memoria, condanna l’odio per i carnefici: nell’immagine di Gesù crocifisso che invoca il perdono del padre per chi si riempie le mani del sangue del Figlio unigenito di Dio non c’è spazio per il risentimento, e così sarà per Santo Stefano e per tutti i martiri che hanno chiesto: “Signore, non imputar loro questo peccato”. I nomi dei martiri non ci sono stati tramandati affinché quei crimini cessino di accadere: chi si è ritrovato ad imitare Cristo in questo modo sapeva che non sarebbe stato l’ultimo come non era stato il primo, perché Gesù stesso morì in croce e perché ci è stato anticipato, ma anzi offriva il suo sangue conscio che sarebbe servito alla purificazione dei peccati altrui, oltre che alla glorificazione di Dio. Proprio come il sangue dell’Agnello ha purificato le vesti splendenti di chi ha voluto evitarlo.

Non è un caso che al martirio di Stefano assistette quello che sarebbe diventato l’Apostolo delle genti, martire a sua volta, persecutore e schiavo del peccato nel principio.

E non è un caso che la storia non abbia visto che un aumento del numero dei martiri, e che non ce ne siano mai stati tanti come oggi. Tra il silenzio degli uomini e la gloria eterna della santificazione in Cristo. Leggi il resto di questa voce

La risposta – 4 Dicembre 2013

ATTENZIONE: La lettera che potete leggere qui sotto coinvolge direttamente i personaggi del libro “Babbo Natale è morto”. Essa non contiene anticipazioni degli eventi raccontati nel libro ma, essendo scritta in un periodo successivo alla vicenda narrata, può comunque riportare informazioni che chi non avesse ancora letto il suddetto libro potrebbe non voler conoscere.

 

 

Mercoledì 4 Dicembre 2013

Tommaso,

mi chiedo come mai tu abbia sentito il bisogno di scrivermi una lettera, dato che possiamo tranquillamente parlare di persona, e di qualsiasi cosa. In effetti è quello che facciamo, ed anche io potrei rispondere a quel testo dicendoti tutto a voce, piuttosto che consegnandoti la mia risposta come invece farò (e avrò fatto, nel momento in cui leggi).

Forse l’hai fatto ricordandoti di ciò che successe l’anno scorso, forse perché alcune cose erano un po’ difficili da dire di persona, forse per gioco, o forse perché avevi bisogno, proprio in quel momento, di urlare quelle parole a qualcuno. Chissà. In realtà non è poi così interessante.

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Ama il prossimo tuo come te stesso… ?

“Ama il prossimo tuo come te stesso”

È paradossale come quegli eretici da quattro soldi che oggi spuntano qua e là (e che non dicono affatto qualcosa di nuovo, ma sempre la stessa roba da millenni che si riconosce perché sa di pane raffermo) e che combattono strenuamente l’esistenza dell’Antico Testamento ed il riconoscimento dello stesso come ispirato dallo Spirito Santo puntino così tanto su questo “comandamento dell’amore”: eppure è veterotestamentario. (Lv 19, 18: Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.)

E ti chiedi perché, questi signori che hanno tanta paura dell’AT (il LEVITICO poi!), puntino tanto su un comandamento così antico…

La realtà è che Gesù va oltre, e chiama gli uomini ad un amore molto più grande, infinitamente più grande: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”, che significa sia “dare la vita per i propri amici” (che sono le parole successive nel versetto di Giovanni 15), sia amare come Dio ama, amare con Dio, amare in Dio, quindi divenire partecipi della Sua natura divina. Leggi il resto di questa voce