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Peccati di pensiero/appunti

Molti cristiani ritengono oggi che sia folle parlare dei “peccati di pensiero”, di quei peccati che si commettono con la mente, con le parole non dette, con le immagini prodotte e non trasformate in azione, in realtà.
Eppure la realtà è che è proprio lì la radice del peccato: niente è più pericoloso del pensiero, e si inizia ad uccidere con l’immaginazione, “per gioco”, come un bambino inizia per gioco a fare l’uomo, ed il gioco si trasforma in realtà, e dal nulla quell’uomo si scopre con le mani sporche di sangue.
Proprio perché le piante nascono da piccoli semi, è quanto mai opportuno praticare l’igiene dell’immaginazione, ripulire la mente da tutti i pensieri malvagi, anche quelli per cui si dice “ma tanto non lo farò mai”. Tutto inizia con un “ma tanto non lo farò mai”, e poi le cose cambiano, e si dice che quello era un tanto bravo ragazzo.
Un bravo ragazzo che con gli occhi del corpo vedeva il mondo, e con quelli dell’anima l’inferno.
Fin da bambini occorre impararlo, occorre iniziare a scacciare i cattivi pensieri: quelli che provocano turbamento, quelli che spingono ad azioni malvagie, quelli che impediscono le buone azioni.
Ricordiamoci che nessuno si sveglia improvvisamente malvagio: si inizia ad essere malvagi molto prima di fare cose malvagie, le cattive azioni possono nascere da anni e anni di azioni immaginate e non fatte, ma che producevano piacere e abituavano la coscienza a starsene in un angolo. Anzi, è auspicabile che si inizi quanto prima possibile a tradurre in realtà la malvagità covata nell’intimo, cosicché la coscienza non ancora del tutto sopita possa svegliarsi e gridare tutto il suo sconforto. E una piccola cattiva azione avrà evitato i delitti abominevoli che sarebbero venuti.

“21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. (…) 27 Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; 28 ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.”

“Chiunque odia il suo fratello, è omicida” (1Gv 3,15).

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Fiabe, bambini e paura

Coloro secondo i quali i bambini non devono essere spaventati possono voler dire due cose: (1) che non dovremmo fare niente che possa inculcare nei più piccoli paure ossessive, paralizzanti e psicologiche contro le quali il normale coraggio non può nulla, in altre parole fobie. Oppure (2) che dobbiamo nasconder loro il fatto di essere nati in un mondo di morte e violenza, avventure e dolori, eroismo e vigliaccheria, bene e male. Personalmente sono d’accordo con coloro che sostengono il primo punto ma non con i secondi. Questi ultimi intendono nutrire i bambini di false sensazioni ed escapismo del tipo deteriore; oltretutto, c’è qualcosa di ridicolo nel tentativo di educare in questa maniera una generazione nata nel secolo della polizia sovietica e della bomba atomica. È probabile che i giovani debbano affrontare nemici crudeli: che almeno abbiano sentito parlare di valorosi cavalieri ed eroiche gesta di coraggio. Non prepararli minimamente equivarrebbe a dar loro un futuro più oscuro, non più luminoso. Per quanto riguarda violenza e spargimenti di sangue letterari, la maggior parte di noi sa che non innescano paure ossessive nella mente del bambino. In questo senso mi oppongo tranquillamente al riformatore moderno e mi schiero con la razza umana: continuino a esistere re malvagi e decapitati, battaglie e carceri sotterranei, draghi e giganti; e che i cattivi vengano senz’altro uccisi alla fine del racconto. Niente potrà convincermi che questi espedienti provochino, nel bambino normale, un brivido o un livello di paura superiore a quello che vuole e che ha bisogno di provare. Perché il bambino vuole essere un po’ spaventato.

[C.S. Lewis, Tre modi di scrivere per l’infanzia]