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Sull’immagine di un Gesù debole e melenso

Invece che guardare dei libri e dei quadri sul Nuovo Testamento, guardai il Nuovo Testamento. Vi trovai un resoconto che nulla aveva a che fare con una persona con i capelli divisi da una scriminatura centrale o con le mani strette in supplica, ma che riguardava un essere straordinario dalle labbra tonanti e dalle azioni terribilmente decise, che rovesciava tavoli, cacciava i demoni, che passava con la selvaggia segretezza del vento dall’isolamento della montagna a una sorta di demagogia paurosa; un essere che spesso si comportava come un dio arrabbiato, e sempre come un dio. Cristo aveva addirittura un suo stile personale, che non si ritrova, credo, da nessun’altra parte: esso consiste in un uso quasi furioso della a fortiori. I suoi “quanto più” sono accatastati uno sopra l’altro come dei castelli sulle nuvole. Le parole usate su Cristo sono state, e forse saggiamente, dolci e remissive. Ma le parole usate da Cristo sono curiosamente smisurate: sono piene di cammelli che saltano attraverso le crune degli aghi e di montagne scagliate in mare. Dal punto di vista morale sono ugualmente terribili; Egli ha definito se stesso una spada di carneficina, e ha detto agli uomini di vendere le tuniche e comprare le spade. Il fatto che usasse altre parole perfino più sfrenate per la resistenza passiva aumenta notevolmente il mistero, ma anche in certa misura la violenza. Non possiamo nemmeno spiegarlo definendo pazza una tale creatura, perché la pazzia di solio segue un percorso logico. Il pazzo generalmente è monomaniaco. Qui dobbiamo ricordare la difficile definizione del cristianesimo fornita in precedenza: il cristianesimo è un paradosso sovrumano per cui due passioni opposte potrebbero risplendere una accanto all’altra. La sola spiegazione del linguaggio evangelico in grado di chiarire tutto questo è che lo sguardo di colui che si trova a un’altezza sovrannaturale scorge una sintesi più sorprendente.

 

[Gilberth Keith Chesterton, Ortodossia]

 

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Educazione e imitazione – Appunti

Il vero rapporto tra imitazione ed educazione è il fatto che la prima sia l’effetto collaterale della seconda. Nessun educatore consapevole dovrebbe voler essere imitato, perché una tale volontà celerebbe una debolezza ed un pericolo. Egli sa però che, suo malgrado, sarà imitato, e perciò è “costretto” a farsi quanto più simile possibile al modello proposto perché l’imitazione non vanifichi l’educazione, ma piuttosto vada a costituirne il fondamento.

L’educatore per eccellenza resta tuttavia il pensiero, che genera la ragione per cui l’educazione procederà in una determinata direzione, ed è per questo che l’educatore deve innanzi tutto occuparsi di trovare una strada che abbia senso e significato, che non sia contraddittoria, che conduca al vero. Infatti è scritto “Fate e osservate ciò che vi dicono, ma non quello che fanno.”, e non sono solo gli scribi e i farisei coloro che “dicono e non fanno”, ma l’uomo in quanto tale; l’educatore che, assumendo questo nome, si pone nella spiacevole condizione di dover fare qualche cosa che non potrà mai fare: egli, che ancora non ha restaurato in sé l’immagine di Dio, ha il dovere di guidare un’altra persona nel farsi immagine di Dio, ovvero nel farsi pienamente persona. Tuttavia l’educatore non è ancora pienamente persona, poiché non la sua educazione non è finita, ed in fondo non può essere che un intermediario, un vice, e non può davvero farsi chiamare “padre” o “maestro”, essendo egli ancora figlio ed allievo.
Così l’educatore deve parlare, annunciare, affidarsi alla parola per indicare il vero maestro, che sta oltre la sua persona e rimane anche quando egli fallisce.
Il Signore ha voluto trarci d’impaccio, infatti: “Verbum caro factum est”, il Verbo si è fatto carne, Cristo non solo fa quello che dice ma è quello che dice, ed il naturale istinto all’imitazione trova il suo oggetto definitivo.
Finalmente l’educando può imitare l’immagine di Dio e farsi immagine di Dio, senza doverla immaginare oltre i limiti del suo maestro terreno.