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Le Pre-Persone, di Philip Dick (parte 2)

A questo link trovate la registrazione della seconda parte del racconto di Philip Dick: le Pre-persone.

Qua in un articolo di Tempi il racconto completo:
https://www.tempi.it/le-pre-persone-dick-autore-di-blade-runner-aveva-gi-previsto-tutto-nel-1974/

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Una tomba, due iscrizioni, tre preghiere

Nel tardo venerdì pomeriggio di un novembre insolitamente mite, mi trovo a pregare in un piccolo cimitero di campagna, visitato a quell’ora soltanto da uccelli, lucertole e insetti.

Visitati i miei morti, continuo a recitare il rosario e a camminare senza una meta ben precisa, quand’ecco che qualcosa attira la mia attenzione. L’avevo già notato prima, ma mai mi era capitato di soffermarmici, era un vaso di fiori attaccato alla ringhiera, dalla parte opposta della parete con i loculi, un vaso di marmo ben piantato nel pavimento, con dei fiori dentro e una targa sopra, con l’iscrizione: “****, sarai sempre nel mio cuore – tuo padre”; in quel momento vedo un ragno in agguato proprio lì, appeso con la sua ragnatela tra la targa e i fiori, allora non posso fare a meno di distruggere la sua trappola e costringerlo a migrare da un’altra parte: in fondo, mi dico, vale più il decoro della tomba di un uomo morto fanciullo, che la cena di un ragno, potrà tessere di nuovo la sua ragnatela e acchiappare tutte le prede che vuole.

Mi dico, tuttavia, che lì c’era solo quel vaso: da qualche parte doveva esserci pure una lapide, e presumibilmente una bara. Perciò mi volto e iniziò a cercare tra i loculi se quell’**** avesse un volto e un’età. Vedo che l’unico con quel nome sta su in cima, all’ultima fila, proprio di fronte a quel vaso, e allora capisco la volontà del genitore di rendere più visibile la sua tragedia. Un ragazzino che muore non è come tutti gli altri, non è qualcosa di naturale, ed innaturale è per il padre sopravvivere al figlio, non mi meraviglio perciò di questa scelta.

Vedo dal basso una data e, pensando che fosse quella della nascita, mi addolora pensare che non abbia fatto in tempo nemmeno a vedersi crescere addosso il primo pelo dei baffi, ma non si vede bene nemmeno la foto e prendo la scala, e mi avvicino.

Scopro finalmente che non era, quella, la data della prima nascita, ma della seconda; le date non erano certo distanti, e i sedici anni non sono poi una gran consolazione. Ma ecco che qualcosa mi fa venire un tuffo al cuore. “Ti amo – La mamma”. Questo era scritto sulla pietra.

Perché mai, mi dico, questa separazione? Certo, poteva essere una specie di coreografia, oppure il padre non poteva salire la scala e gli avevano fatto il vaso per consolazione, o forse si trattava di qualche altra romanticheria, una figura retorica che genitori e figlio potevano capire, e che faceva bene a tutti e tre.

Non mi interessa quale sia la realtà, non ero certo lì per giudicare genitori o figli, lascio il fanciullo con una preghiera: una al Signore che possa accoglierlo tra i suoi santi il prima possibile, se non l’avesse già fatto; l’altra a lui, che da lassù preghi e perdoni, perché se anche si fossero messi d’accordo di ucciderlo anche dopo morto possano riabbracciarlo tutti e due, e non uno al piano di sopra e uno di sotto.

Ti hanno messo al mondo insieme, insieme ti rivedranno, se tu chiederai a chi tiene le chiavi del loro cuore di fare in modo che questo non sia solo un ricordo, una scritta sul marmo. Se tu che sei nel cuore di Dio sei davvero nel loro non hai da temere.

Chissà, forse te ne sei andato in missione.

Prega anche per me.

Litterae ad Mortem

All’ombra scura,

Chi sono io? Dove sono?

Non riesco a capire, fino ad un momento fa ero… ed ora non sono…

Non riesco a capire, ricordo strane parole, padre, madre, diritti?
Non riesco a capire, perché? Ho ricordi vaghi, rari discorsi, si può… non si può… non posso… non ce la farei…

Ho freddo, molto freddo, prima invece si stava bene, e questa luce… fa male, e non posso aprire gli occhi. Ho degli occhi? Li ho già? Dovrei averne? Come faccio a scrivere? Che significa?

Mi sento… rifiutato (rifiutata? Perché questo dubbio, ora?), ho la sensazione che dovrei essere altrove, sento un vuoto nel petto e nel naso…

Tu, tu chi sei? Sento che anche tu… ti senti come me, vero? Ma lo sai come mi sento?
Ah, vorrei che non avessero parlato così tanto, quelle voci, vorrei che avessero taciuto, che importava, a me, che riconoscessero il mio vivere, il mio essere, il mio non essere? Potevano lasciarmi stare? Ma ora c’è silenzio, ora sto bene, non sento più quelle voci, non devo più chiedermi se quelli capiscano che sto sentendo, se si preoccupano della sofferenza di chi non può parlare…

E ora sono qui, sì, forse anche tu sei qui per farmi ricordare che sono un errore, una disgrazia, un peccato.

Ora sono qui… E penso tutte queste parole terribili, inutili, vane…

Le penso, perché sento che non è più mio diritto, anzi, quando mai lo è stato? Così tante parole, e nessun tempo per pronunciarle…

Ecco, alcune le sento ferme in gola, da tanto, da troppo… Le rivolgo a te, tanto che vale tenerle?
Dimmi, ombra nera, sei tu? La mia mamma?

Qualcuno che avrebbe voluto essere.