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L’ultima settimana del cavaliere

Gran cavaliere cosa farai
quando domani il giorno vedrai? 

Oh mia cara dama, mia stella,
domani è sabato e al Re
dirò che ti sposo, e quanto sei bella,
benedirà il nostro fidanzamento,
rinnoverò di servitù il giuramento.

Ma bel cavaliere, domenica poi,
quando il sole si alzerà su di noi?

Andrò dal mio Re e ne contemplerò il volto
sentirò la sua voce, ne toccherò il mantello,
gli dirò come cresce il raccolto.
Quel giorno sarà per il Re e il Re soltanto
finché la notte stenderà il suo manto. 

E lunedì, mio promesso?
Cosa farai, dimmelo adesso!

Lunedì viaggerò per terra e per mare,
vedrò la neve e la sabbia nera
del mio Re a tutti vado a narrare
canterò alle genti che è meglio morire
che senza il Re sulle labbra andare a dormire. 

E nel giorno di Marte,
dimmi, quale sarà la tua parte?

Vicino già si farà il nemico
e per il mio Re sguainerò la spada
lucente sarà e scaccerà l’antico
che non avrà il cuore e la fedeltà
che sono del Re finché sarà la realtà. 

Ma mercoledì vivo sarai,
vedermi piangere tu non vorrai!

Mercoledì al Re andrà la gloria
a lui nel trionfo
porterò la vittoria.
Poi a sera si farà festa:
al Re brinderemo, non certo alle mie gesta!

Giovedì poi ti riposerai, 
o di nuovo lontano andrai?

Rimarrò qui con la luce nel cuore,
spada e armatura luciderò.
Tu, lo so, sarai splendente mio amore
ma rimarrò poi la notte a vegliare
guardando del Re la candela bruciare.

Poi venerdì sarà una settimana
e nei tuoi piani sembro così lontana…

Venerdì all’ora nona
il Re grande a causa mia morirà
e se il cuor suo nel petto non suona
muoio anch’io, servo malvagio
che lo abbandonai al dolore per l’agio.

Ma cavaliere tu non puoi morire, 
di sposarmi era il tuo dire!

Oh non temere mia rosa, mia bella,
nasceremo io e te sull’altar di domenica
dopo aver udito la buona novella:
il Re risorto, nel pane e nel vino,
di me e te farà uno, e ci sarà vicino.  

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La pedagogia (3)

Quello che mi sta sul cazzo dei pedagogisti della famiglia non è tanto il fatto che passino il tempo a scrivere libri e a immaginare progetti pedagogici per migliorare l’esistenza di chi si ritrova in una situazione familiare complicata o per intervenire comunque affinché le situazioni di rischio facciano meno danni possibili. Se avessero un qualche contatto con la realtà, se non fossero solo costruttori di castelli in aria che parlano di leggi e di dati istat come se fossero l’oggetto del loro agire dimenticando che hanno a che fare con persone che non si piegheranno mai alle loro pretese di progettualità e di gestione delle relazioni (davvero pretendono che un bambino si adegui ad una situazione in cui coppia coniugale e coppia genitoriale sono distinte. Farabutti.), potrebbero addirittura essere utili a qualcosa di più che ad appesantire la spesa pubblica e di quegli sciagurati che ancora comprano i loro vacui libercoli.
Non mi sta sul cazzo nemmeno il fatto che siano totalmente inutili. Anzi sì, ma nemmeno tanto.
Ciò che davvero mi sta sul cazzo, è questa ipocrisia, questa viltà, che nel tentativo di vedere il possibile nelle situazioni difficili e di “sperare” ancora in qualcosa dimentica i fondamenti, dimentica che la divisione del nucleo familiare è violenza ed esautorazione, che è un danno per i bambini quanto per i genitori, che bisogna evitarlo a tutti i costi, che per evitarlo bisogna educare le nuove generazioni ad impegnarsi in maniera sana e responsabile, che non si possono risolvere le situazioni già collassate rendendo culturalmente meno odioso ciò che è una violenza, è uno stupro, è la violazione della primaria finalità di qualsiasi pedagogia, ovvero la felicità di tutte le persone coinvolte. Non si può agire per il bene delle famiglie “ricostituite” minando culturalmente la famiglia stessa, come questi viscidi servi del potere fanno. Non si può dire che “può andare tutto bene” dimenticando che l’eventualità è molto remota, che le ferite, pur sepolte nel subconscio, rimarranno per sempre e che i soggetti coinvolti saranno privati per il resto della loro vita di qualcosa di fondamentale (nel caso dei genitori) o di vitale (nel caso dei figli).
Sapete parlare solo di negoziazione, di ruoli, di adattamento ed adeguamento, di “funzioni educative”, di “modelli familiari” e tante altre amenità irrilevanti.
Avete dimenticato di dire l’ovvio, di affermare apertamente che se una famiglia non si fonda sull’amore assoluto e sulla comunione totale dei coniugi nella prospettiva del bene della famiglia stessa come essere a sé e, ovviamente, dei figli questa è destinata a dileguarsi, avete dimenticato di ricordare al mondo che non si crea una famiglia per calcolo o negoziazione o simili atrocità, ma perché ci si vuole impegnare NON in un progetto comune, ma in un ESSERE comune.
Ciò che state facendo, è seminare la zizzania per distruggere anche le famiglie dei figli di queste famiglie, spacciando quella che è una violenza per qualcosa di naturale, perché NESSUN bambino deve ritrovarsi a “scegliere” se passare il pomeriggio con il padre o con la madre, o se chiamare “papà” il nuovo marito della madre, e non dirò che questo non è naturale: anche fosse naturale, non sarebbe giusto.
Ma la pedagogia ha dimenticato la giustizia, per questo è totalmente inutile.
Continuate pure a scrivere apologie smielate delle “famiglie ricostituite”, ripetete pure che basta rimodulare i ruoli e mediare le relazioni e simili, rassicurate il mondo: “va tutto bene”.
Ma non va bene proprio un cazzo, i vostri stessi discorsi sono una delle cause del moltiplicarsi di queste situazioni, è giusto evitare che le persone coinvolte in questo fenomeno vengano colpevolizzate e a loro volta danneggiate da un sistema pedagogico-politico punitivo (dal punto di vista sociale e culturale anche), ma non dimenticate che l’ideale è ben altro, e che si può avere la miglior pedagogia del mondo, ma un bambino che vive con due genitori che si amano e che insieme sono famiglia non sarà mai nella stessa situazione di un altro che non ha questa fortuna.
Non avrà mai bisogno delle vostre chiacchiere, ad esempio.
Dovreste puntare ad evitare alle famiglie di domani la stessa sorte di quelle di oggi, invece state facendo il contrario: l’apologia del presente che si ubriaca per non pensare al futuro.
LA PEDAGOGIA CHE SI RIFIUTA DI PENSARE AL FUTURO!

In Memoria di Babbo Natale

In Memoria di Babbo Natale

“La verità vi farà liberi”. Ecco, sì, liberi.

Forse è pensando a questo che mi sono convinto a farlo.

Perché in fondo la libertà non c’entra nulla con quello che è stato spacciato come tale negli ultimi secoli.

No. Il ribelle non è libero, anzi, è il meno libero tra i cittadini, perché in fondo è adolescente, dipende più di chiunque altro dal proprio “padre” ed è per questo che lo nega e lo combatte.

L’adolescente, infatti, la verità non la conosce, non più del bambino. Se quest’ultimo ama il padre vedendoci solo l’eroe, l’altro lo odia, vedendoci solo il traditore.

La verità è che il padre è sempre lo stesso: è semplicemente una persona. Non può dire di conoscerlo, dunque, chi non ha visto le sue brutture, come anche chi ne ha dimenticato la bellezza.

Essere liberi è essere adulti. Essere adulti è amare intimamente i propri genitori, vedendoli come semplici persone, sapendo di essere come loro, apprezzandone la bellezza senza l’ingenuità di chi è ignaro della bruttura. Essere adulti è aver perdonato i propri genitori.

(Babbo Natale è morto, capitolo 18: Scelte)

Cambiare pelle è dura, questo disse Kaa, il pitone delle rocce, a Mowgli il ranocchio che scopriva con dolore che “l’uomo torna all’uomo”, e che non c’è niente che possa evitarlo.

Non sempre è dura perché si è troppo affezionati alla propria condizione, o meglio: non sempre si è affezionati positivamente alla propria condizione. A volte si tratta di nostalgia, altre di vittimismo, o persino disperazione. Ci si può convincere che le cose non cambieranno mai, e che tutto sarà sempre così, senza un senso e senza una direzione.

Ma non divaghiamo. Leggi il resto di questa voce

SANTISSIMA TRINITA’

Egregio, illustre e sapiente dottor professore Erich Fromm,

 

Scrivo queste parole dopo aver letto il vostro paragrafo sull’”Amore per Dio” inserito nel capitolo riguardante gli oggetti d’amore del suo libro “L’arte di amare”.

Questo perché, pur essendo sostanzialmente d’accordo con lei sul generale e su gran parte dei dettagli, sospetto che nella sua analisi risieda una falla di non lieve entità.

 

La falla consiste fondamentalmente nell’aver riconosciuto l’esistenza di rapporti con la divinità di tipo matriarcale e patriarcale, paralleli ai rapporti che il bambino ha con la madre ed il padre. Tempo, però, che ciò non basti, ad individuare del tutto il rapporto dell’uomo con la divinità (sebbene sia abbastanza, probabilmente, per la maggior parte degli esseri umani), perché non è vero che il bambino vive di due rapporti: quello con la madre e quello con il padre.

No, ce n’è un terzo. Leggi il resto di questa voce