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La Stagione del Qohélet

La Stagione del Qohélet

Testo preparato come traccia per approfondimento finale sul libro che era stato letto durante il campo mobile del Clan Monte Vettore del gruppo scout Ancona 1 (FSE).

Cos’ha da dire Qohélet?

Vanità delle vanità, tutto è vanità ed occupazione senza senso:

Qohélet non è un nome proprio, è “colui che parla nell’assemblea”, in particolare prende la parte del figlio di Davide, quindi di un re d’Israele, e si mette in particolare nei panni di Re Salomone, con cui il regno raggiunse il massimo splendore, famoso per la sua grande sapienza.

Questo re ha ottenuto tutto ciò che poteva ottenere nel corso della sua vita, e più di ogni altra cosa ha accumulato la sapienza, il cui valore è superiore a tutto il resto. Ma vertice della sapienza è scoprire che la sapienza stessa non può salvare, proprio come tutte le altre cose. Il percorso è stato graduale, tutte le cose hanno assunto, una dopo l’altra, l’aspetto che mostrava la loro più sincera natura: il fumo. Tutto è fumo, dice Qohélet, tutto è fumo ed inseguire il vento. Questo il significato di quel “vanitas” delle traduzioni latine: l’uomo può ottenere ciò che vuole, ma alla fine in mano non avrà altro che un po’ di fumo, un po’ di nulla, niente potrà mai bastare a soddisfarlo.

Non importa quanto l’uomo si sforzi, quanto si affatichi, la verità è che tutto è destinato a svanire, a tornare alla polvere, ad essere dimenticato. Innanzi tutto l’uomo, che è destinato a morire e non solo non potrà portarsi nulla nella tomba, ma nemmeno potrà lasciare nulla dopo di sé, perché anche chi verrà dopo è destinato a morire, il ricordo degli antichi non rimarrà e ciò che si è costruito nel corso della vita cadrà in mano ad un erede incapace che vanificherà ogni suo sforzo.

Quando Qohélet dice “tutto è vanità” intende dire proprio “tutto”, non c’è niente che faccia eccezione, non c’è niente che potrà salvarsi dalla morte. Perciò tutto ciò che resta da fare è godere di ciò che si può godere, senza sprecare quel poco sollievo che ci è concesso.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole:

L’uomo si affanna alla ricerca di cose nuove, soprattutto l’uomo che, come Qohélet, cerca la Sapienza, ma nessuno potrà mai trovare qualcosa che sia davvero nuovo: tutto è già stato, tutto era già conosciuto da qualcun altro prima di noi, e questa è una conseguenza della vanità del tutto. Dato che tutto muore, le nostre scoperte non gioveranno a nessuno, e chi verrà dopo di noi sarà costretto a riscoprire ogni cosa ripartendo da capo. L’uomo vorrebbe arrivare a scoprire il senso delle cose, ma tutto è vanità, tutto è insensato. Sotto il sole.

Tutto questo avviene in un preciso scenario: la vita dell’uomo che si affanna sotto il sole, quel sole che gli ricorda il suo limite, la sua incapacità di raggiungere il cielo, di arrivare alle verità ultime, di salvarsi dalla terra di cui la sua natura è impregnata. L’uomo sa di essere polvere, ma guarda al cielo perché la polvere non lo soddisfa. E nel cielo c’è una barriera, c’è quel sole che ripete incessantemente il suo ciclo, senza lasciare spazio alla speranza che qualcosa possa cambiare, che la barriera che separa le cose terrene da quelle celeste possa infrangersi. Al di là del sole c’è Dio, ma Dio non si fa guardare in faccia, Dio scruta silenziosamente tutte le cose per decidere, infine, ciò che dovrà accadere. E l’uomo non può farci nulla, né può immaginare quale sia la volontà divina.

Chi accresce il sapere, accresce il dolore:

Scoprire tutte queste cose è, come abbiamo detto, il culmine della sapienza umana, quanto di più perfetto l’uomo possa arrivare a comprendere. Ma questa sapienza non consola, perché la realtà è spaventosa e sottolinea l’incapacità umana di trovare il senso delle cose o anche di crearlo. Il sapiente ha gli occhi in fronte, mentre lo stolto cammina nel buio, ma ad entrambi attende la stessa sorte. Sapere è sapere che si morirà, che tutto ciò per cui lavoriamo non vale niente.

Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto:

Il libro finisce ammonendo i lettori: è vero che tutto è vanità, è vero che non sappiamo se c’è una vita dopo la morte e che il nostro spirito vitale potrebbe andare perdersi sottoterra come quello degli animali e che non abbiamo alcuna ragione di credere che andrà in Cielo a raggiungere Dio, ma bisogna ricordare che Dio vede tutto e tutto giudica, perciò l’uomo sapiente farà ben attenzione a non offenderlo, perché questo non porterebbe ad altro che ad ulteriore sofferenza. Qohélet è re d’Israele e sa bene che al suo popolo è stata data una legge che viene da Dio, perciò la cosa migliore che l’uomo possa fare è cercare di rimanere fedele a questa legge. Tuttavia la conclusione della storia rimane ugualmente ignota: Qohélet sa anche che tutti gli uomini sono peccatori, e che alla fine solo la libera (e arbitraria) scelta di Dio potrebbe salvarli. Occorre temere Dio, per evitare che si adiri contro di noi, e fare quanto ci ha comandato. Se Dio ci ami o meno non è dato saperlo, né a nessuno è mai stato detto che i suoi sacrifici gli hanno ottenuto la purificazione dai peccati. L’invito di Qohélet è un invito a non peggiorare la situazione, a non attirare altre sciagure su di sé e sul Popolo. Per il resto, il sapiente ha visto che il giusto ottiene spesso la ricompensa del malvagio, e al malvagio sono dati i privilegi del giusto, sotto il sole. Chi ci dice che non sia questa la volontà di Dio? Nessuno, perché nessuno ha mai visto il volto di Dio.

Ecco, questa è una novità: Qohélet domanda perché il Cielo risponda

Segnata dai sentimenti di Qohélet è quella stagione che precede il Vangelo

Il Cielo si squarciò:

Questa è dunque la condizione del popolo d’Israele prima della venuta del Figlio dell’uomo: nel migliore dei casi la consapevolezza che senza l’intervento di Dio nessuno è capace di salvarsi, una consapevolezza che fa male perché questo intervento non sembra arrivare. Israele è costretto ad attendere, e nell’attesa non ottiene che il silenzio, mentre il sole continua il suo corso e tutto sembra stagnante, immobile, immutabile. Si offrono sacrifici a Dio nella speranza che s’impietosisca, ma lentamente si perde la speranza che ciò avvenga e i riti diventano fini a sé stessi, ci si rassegna all’impossibilità di sapere se questi siano ben accetti e persino la legge rimane in quanto legge e non in quanto strumento di salvezza e redenzione.

Solo la decisione di Dio poteva salvare gli uomini, e sarà proprio questa, il suo Verbo a farlo. Qohélet aveva ragione, perché la Sapienza si rivelasse agli uomini non c’era alcuna utilità nell’affannarsi, perché la risposta sarebbe venuta dall’alto: “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge”, un sole nuovo, qualcosa che non si era mai visto prima. E così fu, nel momento in cui Gesù si presentò al Giordano per farsi battezzare da Giovanni “vide squarciarsi i cieli” e scese su di lui lo Spirito Santo, l’amore divino, e la voce di Dio lo annunciò come suo figlio, così come l’ultimo profeta l’aveva chiamato “l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo”. Succede ciò che Qohélet non aveva osato sperare, pur essendo egli consapevole dell’impossibilità di altre soluzioni: i cieli si aprono, colui che vive oltre il sole viene a vivere in mezzo agli uomi. Et verbo caro factum est. Il verbo, la sapienza divina diventa uomo e si fa conoscere dagli uomini. Tale Sapienza è eterna, è assoluta, è perfetta, Gesù Cristo è quel senso che Qohélet cercava sotto il sole e non trovò mai, è colui che è venuto “per accendere un fuoco sulla terra”, è “Colui che è” in una coltre di fumo senza senso. Rimane la vanità delle cose, e su questo Gesù insiste spesso, ricordando che i gigli dei campi vestono meglio di re Salomone ma finiscono comunque nel forno, ma c’è qualcosa che non finirà più. Il Figlio di Dio è colui che è in eterno, ed è venuto nel mondo per dare agli uomini il potere di divenire anche loro figli di Dio, eterni come lui. È venuto a dire cosa vuole Dio per gli uomini: che si salvino ed abbiano la vita eterna, una vita di unione d’amore con Dio stesso, con l’assoluto, con l’unica cosa che può soddisfare davvero i loro bisogni.

Se l’uomo diventa eterno e acquisisce un valore, inizia ad essere effettivamente qualcosa in più di un mucchietto di polvere, anche le altre cose acquisiscono un senso nuovo: diventano doni, cose date all’uomo per goderne e per trarne vantaggio al fine di rendersi più simili a Dio. Non sono eterne come gli uomini e svaniranno, per questo Qohélet continua a dire cose molto importanti, ma senza quell’antica amarezza: tutto è vanità, dice ora Qohélet, e non ha senso affannarsi per le vanità. Il Padre vostro, che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli dei campi, provvederà anche ai vostri bisogni, voi pensate a ciò che non è vano: cercare il Regno di Dio e la sua giustizia.

La buona novella: Mai prima qualcuno aveva detto: ti sono perdonati i peccati.

Non c’è niente di nuovo sotto il sole, perciò la barriera doveva essere sfondata e la novità scendere sulla terra. Vangelo significa “buona notizia”, è la notizia della vittoria dell’esercito in battaglia, nello specifico è la notizia della vittoria sulla morte, che con la morte di Cristo in croce viene distrutta per sempre (“dov’è, o morte, la tua vittoria?”) La novità è Dio che cammina in mezzo a noi e ci comunica la sua volontà, con chiarezza e semplicità. Mai prima della venuta di Cristo qualcuno avrebbe potuto dire “ti sono perdonati i peccati”, ed infatti Gesù venne accusato di bestemmiare ogni volta che si permise di farlo. Se Dio in persona ti dice che i tuoi peccati sono perdonati non c’è più alcuna ragione di temere che il sacrificio non sia stato accettato, l’uomo è del tutto e definitivamente libero dal suo passato, dalla sua condizione originaria, da quelle catene che lo tenevano ancorate a terra. Il perdono non è più una speranza, ma una certezza, perché qualcuno ce lo ha detto. Per questo prima di andarsene Gesù lasciò ai suoi discepoli l’incarico di perdonare i peccati degli uomini, perché ognuno possa sentirsi dire “i tuoi peccati sono perdonati”, “neanche io ti condanno, va e non peccare più”.

Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli :

La vittoria sulla morte non è una tantum, non vale solo per la risurrezione di Cristo, ma è un evento che continua e che si fa presente in ogni generazione grazie alla presenza perpetua di Dio nella Chiesa per mezzo dello Spirito Santo. Il Paraclito, il consolatore, viene mandato agli uomini dopo l’ascensione di Gesù al Cielo, per rivelare il senso profondo di ciò che il Figlio ha detto durante la sua permanenza terrena. L’amore di Dio, dunque, permette di accedere totalmente alla Sapienza, ma questo privilegio non viene dato ai filosofi o ai dotti, la vera Sapienza rimane effettivamente qualcosa di non accessibile all’uomo semplicemente perché essa è il Verbo, ed il verbo è Cristo. I dotti fanno fatica a raggiungerlo proprio perché ricchi, poiché accumulano conoscenza e non vogliono rinunciare ad essa e “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli”. Ciò che Gesù dice è invece che “noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”: Dio abita nell’uomo, o meglio, Dio è nel centro dell’anima di ogni creatura, centro che non tutti riescono a raggiungere perché spesso l’anima vive fuori da sé stessa, è attratta da altre cose e perciò gli è precluso di vivere lì dove anche Dio vive. Lo Spirito Santo permette all’uomo di amare Dio e di ritrovare il centro della propria anima, ma appunto non è mai lo sforzo umano ad ottenere questo traguardo, bensì l’azione divina che agisce meglio là dove ci sono meno resistenze: nei poveri di spirito, nei piccoli, in coloro che non si sognerebbero di dire di essersi guadagnati una sapienza che viene da dentro, che sgorga come l’acqua dalla roccia senza merito umano.

Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola:

Dio non è più lontano, Dio si è rivelato ed ha mandato il suo unico Figlio perché fosse innalzato e attirasse tutti a sé. Non c’è più il dubbio dell’efficacia della preghiera e del sacrificio, Dio ha dimostrato per primo di amarci. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. L’uomo viene ora chiamato a partecipare alla vita divina diventando per adozione figlio di Dio in unione con Gesù Cristo, suo figlio unigenito. L’uomo non deve più temere Dio come un servo teme l’arbitrio del padrone, ma il suo timore sarà semplicemente quello di un figlio che non vuole ferire il padre, un padre che non dà ordini ma una via perché questo figlio possa essere compiutamente ciò per cui fu creato, e che aspetterà se questo volesse allontanarsi per cercare la felicità altrove, pronto a riabbracciarlo come il padre misericordioso. La prospettiva finale non è più la tomba ma abitare nella stessa casa del Padre, essere una cosa sola con Lui e con i fratelli. Si scopre ora come davvero parlare della sorte del saggio e dello stolto fosse vanità, perché il dono offerto da Dio è molto più grande di qualsiasi ricompensa che potesse spettare in precedenza al giusto o al malvagio: è la Misericordia, Dio che si fa piccolo e debole per innalzare l’uomo fino a sé. Dio che subisce ingiustamente la sorte del malvagio per riscattare tutti coloro che sono prigionieri del peccato e per mostrare ai giusti che soffrono ingiustamente che c’è una realtà più grande in cui le loro sofferenze si riveleranno molto più insignificanti di quel che sembrano ora, come anche i benefici ingiustamente goduti dai malvagi.

Qohélet nel cuore dell’uomo: l’asceta e il mistico nella notte oscura

Vanitas vanitatum et omnia vanitas. praeter amare Deum et Illi soli servire:

Sono le parole che concludono il primo capitolo del più celebre testo religioso medievale: l’Imitazione di Cristo. Scritto nel XV secolo da (probabilmente) un monaco agostiniano, riprende le parole di Qohélet e ci costruisce sopra un modello di vita cristiana, una vita che ha il suo centro appunto nell’imitazione di Cristo e nella rinuncia a tutto il resto. È chiaro come l’autore abbia consapevolezza della vanità di tutte le cose, e di come soltanto l’incarnazione di Cristo abbia portato un senso nella vita dell’uomo. Il fine della vita umana, insomma, non può essere altro che “amare Dio e servire Lui solo”, seguendolo sulla sua strada che passa attraverso la croce, la sofferenza, la rinuncia e la morte. Attraverso questo percorso di imitazione l’uomo è portato a rinunciare ai piaceri dei sensi e alle glorie umane, finché tutto questo non viene a risultare del tutto irrilevante e inconsistente. Si tratta fondamentalmente di ascesi, di lasciare andare la realtà terrena per poter elevare lo spirito fino a Dio. Questa è la prima “stagione” del Qohélet nella vita umana: riconoscere che le cose terrene non soddisfano l’uomo e rivolgersi alle cose celesti.

La notte oscura:

Eppure anche l’ascesi nasconde dei pericoli, e così insegnano i grandi mistici il cui spirito è stato forgiato attraverso il silenzio, attraverso la notte oscura, attraverso il senso di abbandono dell’anima che non riesce più a trovare Dio. San Giovanni della Croce, Santa Teresa d’Avila e tanti altri hanno raccontato di questa loro esperienza: prima si passa per la notte del senso, in cui tutte le cose terrene si mostrano nella loro insignificanza e vengono abbandonate, ma non finisce qui. Molti infatti arrivano a capire che la felicità non si ottiene cercando le realtà e gli affetti terreni, eppure questo non li porta necessariamente alla salvezza: c’è chi si insuperbisce e che trova la sua ragione di vita nella sua ascesi, nel suo essere superiore a chi vive nel mondo, e questa è una strada molto veloce per raggiungere l’Inferno. Così il Signore mostra la sua pedagogia sublime: a molte anime a cui in principio aveva dato piaceri spirituali, facendo sentire loro la Sua presenza durante la preghiera o addirittura donando visioni e ispirazioni particolari; insomma a quelle anime che per tempi più o meno lunghe aveva imboccato come si fa con i bambini e tenuto per mano, progressivamente ritira il suo sostegno, proprio come quando il bambino impara a camminare da solo e la mamma smette di tenergli la mano. Si nasconde, e il mistico nella preghiera non sente più niente. Anzi, inizia a sentire che non serve a niente, pur conoscendo con l’intelletto la sua potenza. L’anima sa che Dio c’è, ma non lo trova da nessuna parte, Egli si mette a dormire come quando stava nella nave in tempesta e gli apostoli allarmati lo svegliarono… e Lui li rimproverò per la loro poca fede.

Persino la vita di preghiera può sfociare nella vanità, può portare l’uomo a credere di potersi salvare con le proprie forze, oppure può portare ad una religiosità esclusivamente formale e priva di significato, fatta di cose che si fanno perché “bisogna fare così”: per impedirlo e per renderle più perfette il Signore fa sperimentare a queste anime la notte oscura, le fa sentire abbandonate perché esse lo chiamino e dichiarino la loro impotenza e piccolezza, perché riconoscano di non poter niente senza di Lui.

La seconda stagione del Qohélet nella vita umana consiste dunque nell’essere con Gesù nella sua passione, nel momento in cui chiede a Dio di allontanare da lui quel calice amaro, nel suo sentirsi solo e abbandonato nella notte del Getsemani. Chiedersi, insomma, se sia stato tutto inutile, eppure perseverare, mentre attorno a te si fa buio e tutto sembra perdere senso. In attesa che il divino irrompa nella miseria della condizione umana per redimerla, dando finalmente all’anima ciò che per sua natura cerca fin dal principio.

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Qohélet cristiano

Ricordo di aver letto (e per la verità non da una penna sola) che fa meraviglia che il Qohelet sia nel canone della bibbia, che un libro così pessimistico, disilluso, un testo che nega il valore di qualsiasi cosa e della vita stessa, che vede Dio come puro arbitrio in cui non si può confidare, ma che si può solo temere…
Un testo che, dicono, strizza l’occhio all’agnosticismo se non all’ateismo, per cui tanto vale darsi ai piaceri pur di tener lontana la saggezza, perché il sapere moltiplica il dolore e perché lo stolto finirà nella polvere come il sapiente…
Eppure il Qohelet è nella Bibbia proprio per la stessa ragione per cui ci stanno tutti gli altri libri: è Parola di Dio, è verità. Cosa c’è, sotto il sole, che non sia vanità e occupazione senza senso? Cosa c’è di nuovo? Non è forse vero che tutto ciò che è, è già stato? Di cosa possiamo dire: ecco, questa è una cosa nuova?
Gesù Cristo non nega questa verità, che è stata scoperta anche in luoghi ben lontani dalle terre di Israele, ed in fondo i gigli del campo sono tanto ben vestiti, ma finiscono nel forno insieme alla paglia. Il punto è che è vero: non può esserci niente di nuovo sotto il sole, niente che abbia un senso. Tanto che, scrive Chesterton, il cristianesimo è l’unica religione in cui Dio stesso per un momento diventa ateo. Ma il punto è che il firmamento è stato perforato, Gesù è il pane disceso dal cielo, disceso fino agli inferi perché tutta la creazione potesse inseguirlo nella sua gloriosa ascensione, al di là del sole, nella Gerusalemme celeste.
Tutto è vanità, tutto è vanità e occupazione senza senso: a quale fine si affanna l’uomo sotto il sole? Nessun fine, nessun valore, a meno che ciò che è sopra il sole non venga di sotto per poi trascinarsi qualcuno dall’altra parte. E non può esserci che inutile affanno per chi non vede la vanità di tutte queste cose, mentre la gioia è di chi ha dato ad ogni cosa il suo prezzo, ed ha giudicato tutto alla stregua della polvere, salvo Gesù Cristo.
E migliaia di santi e martiri ce lo hanno dimostrato.

CRISTO VIVE