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Il Purgatorio di Laura

Una ragazzina bionda, con il bel faccino tutto rosso di pianto, se ne stava rannicchiata in un angolo di una stanza buia, limitandosi a singhiozzare perché le lacrime le erano finite. Il lungo camice bianco che aveva addosso era macchiato dalla vistosa impronta di sangue secco, simile ad una grossa mano che incombeva sul seno ancora acerbo.

Dietro le palpebre, i suoi occhi, bellissimi benché arrossati, percepirono una luce e si schiusero. A pochi passi da lei c’era un bambino più piccolo di lei, tutto nudo, che le veniva incontro.

«Sta lontano da me! Ti farei del male!» gemette, allungando un palmo verso di lui.

Il bambino non le diede ascolto. Si avvicinò e le prese la mano, quindi si avvicinò ancora.

«Laura» le disse «chi ti ha fatto male?»

«Nessuno mi ha fatto male!» esclamò lei, indignata «io sono stata cattiva, lo zio è sempre stato gentile con me e io… Io sono un’ingrata, e sono sporca e…»

«Laura» disse ancora il bambino, toccandole la guancia «a me puoi dire la verità.»

La fanciulla rimase in silenzio, a tremare. Poi alzò lo sguardo e li vide. Sulla fronte del bimbo c’erano segni sanguinolenti. Segni di spine.

«Sono stata io?» chiese, addolorata, e le uscirono due lacrime da un occhio.

Il bimbo sorrise e asciugò le lacrime con la manina. Laura si toccò la guancia e, guardandosi la mano, vide che c’era del sangue.

«Fammi… fammi vedere la tua mano.» sussurrò.

Il bimbo allargò il sorriso e mise la mano nella sua. Sulla mano c’era una grande piaga. Il foro sanguinolento lasciato da un grosso chiodo di ferro. Laura sentì un forte dolore al petto, vide la macchia e cercò di strofinarla via, ma non ci riusciva.

«Tu dovresti andare via.» disse, nervosa, sollevando di nuovo lo sguardo «Io non merito che mi tocchi. Io sono sporca… e cattiva.»

«Bambina mia, chi ti ha fatto male?» domandò ancora il bambino, prendendole la testa e stringendola contro il suo petto, su cui pure c’era un’altra profonda ferita.

«Nessuno mi ha fatto male, Gesù.» singhiozzò lei «È stata tutta colpa mia.»

«A me puoi dirla la verità, Laura.» ripeté lui, accarezzandola dolcemente. «Non nascondermi il tuo cuore, sono qui per guarirlo»

Laura strinse forte il bambino, e non lo fece con amore. Lo strinse con rabbia, perché una rabbia segreta si era svegliata sul suo cuore e la dominava. Lo strinse per fargli male, per togliergli il respiro.

«Mio zio! Io lo odio!» gridò, furiosa «È un mostro, una bestia, un maiale! E tu lo hai creato!»

«Sì, io l’ho creato» tossì Gesù, con il volto tra i suoi capelli profumati «e quando è nato l’ho benedetto.»

«Io voglio che tu lo mandi all’Inferno! Voglio che lo cancelli! Voglio vederlo morire con dolore e invocare pietà!» gridò ancora la ragazza, stringendo più forte.

«Io amo tuo zio, Laura.» disse il bambino, con un filo di voce.

Lei si indignò, allontanò da sé il bimbo e gli diede un forte schiaffo sulla guancia.

Gesù sorrise e la guardò con amore.

«Io lo amo, Laura.» ripeté.

Laura diventò tutta rossa e lo prese di nuovo a schiaffi. Poi di nuovo, e di nuovo, finché sul faccino candido non rimase il segno rosso della sua mano.

Allora la fanciulla scoppiò in un pianto dirotto. Le erano state date delle lacrime nuove e abbondanti, ma volle finire anche quelle. Le vennero i conati di vomito, le si tappò il naso. Quando si accorse che le erano quasi finite le forze, alzò la testa e trovò il bambino ancora lì, senza una minima nota di biasimo sul volto macchiato. Commossa, baciò più e più volte la guancia ferita e gli chiese perdono. Poi allontanò un po’ la testa per guardarlo bene, e vide che era bellissimo.

«Te l’avevo detto che ti avrei fatto male.» gemette.

«Io sono venuto per questo.» sorrise il Cristo, baciandola sulla fronte.

«Ma io non sono ancora pronta» confessò lei.

«Abbiamo tutto il tempo del mondo» la rassicurò lui, ed anche la fanciulla riuscì ad udire le innumerevoli voci che fin dall’inizio stavano cantando attorno a lei, ed il tempo sembrò accelerare mentre il suo cuore, sintonizzandosi con l’armonia, rallentava. Senza accorgersene, aveva di nuovo stretto a sé Gesù, se ne staccò quando si sentì bagnata.

«Tu perdi sangue» disse con un filo di voce, senza osare di spostare gli occhi da quelli del bimbo.

«Guarda pure, non avere paura» rise il bimbo, e prese tra le dita quella veste bianca. Nessuna lavandaia sulla terra avrebbe mai potuto renderla così bianca. Lei arrossì, vide il segno della sua mano sulla faccia di Gesù e la accarezzò dolcemente.

«Ma non ti resterà, vero?» domando, preoccupata.

«Solo finché ne avrai bisogno» le disse Gesù.

Rimasero ancora in silenzio, Laura contemplava con amore il volto di Gesù. Lui le sorrideva.

«Sai, ora non mi importa più niente di mio zio» confessò lei.

«A me importa invece, e voglio che tu preghi per lui perché si penta e si converta.»

«Lo farò con gioia» sorrise la ragazza «ma l’unica cosa che voglio è stare con te.»

Il sorriso di Gesù si fece ancora più radioso, al punto da illuminarla, ed ogni angoscia sparì dall’anima di Laura. Ogni paura, ogni dolore. Non ci fu più traccia di tutto ciò che le era entrato dentro, per sempre. Lo prese in braccio e si avviò verso la porta, che si aprì sulla luce eterna.

Peccati di pensiero/appunti

Molti cristiani ritengono oggi che sia folle parlare dei “peccati di pensiero”, di quei peccati che si commettono con la mente, con le parole non dette, con le immagini prodotte e non trasformate in azione, in realtà.
Eppure la realtà è che è proprio lì la radice del peccato: niente è più pericoloso del pensiero, e si inizia ad uccidere con l’immaginazione, “per gioco”, come un bambino inizia per gioco a fare l’uomo, ed il gioco si trasforma in realtà, e dal nulla quell’uomo si scopre con le mani sporche di sangue.
Proprio perché le piante nascono da piccoli semi, è quanto mai opportuno praticare l’igiene dell’immaginazione, ripulire la mente da tutti i pensieri malvagi, anche quelli per cui si dice “ma tanto non lo farò mai”. Tutto inizia con un “ma tanto non lo farò mai”, e poi le cose cambiano, e si dice che quello era un tanto bravo ragazzo.
Un bravo ragazzo che con gli occhi del corpo vedeva il mondo, e con quelli dell’anima l’inferno.
Fin da bambini occorre impararlo, occorre iniziare a scacciare i cattivi pensieri: quelli che provocano turbamento, quelli che spingono ad azioni malvagie, quelli che impediscono le buone azioni.
Ricordiamoci che nessuno si sveglia improvvisamente malvagio: si inizia ad essere malvagi molto prima di fare cose malvagie, le cattive azioni possono nascere da anni e anni di azioni immaginate e non fatte, ma che producevano piacere e abituavano la coscienza a starsene in un angolo. Anzi, è auspicabile che si inizi quanto prima possibile a tradurre in realtà la malvagità covata nell’intimo, cosicché la coscienza non ancora del tutto sopita possa svegliarsi e gridare tutto il suo sconforto. E una piccola cattiva azione avrà evitato i delitti abominevoli che sarebbero venuti.

“21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. (…) 27 Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; 28 ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.”

“Chiunque odia il suo fratello, è omicida” (1Gv 3,15).

Ma il male non si combatte ricordandolo

“Mai più”, queste le parole più frequenti ed emblematiche collegate ai vari momenti in cui si ricorda qualcosa di brutto, ma ha senso invocare il “mai più”? Qual è il suo significato sincero? Ci si augura che non succeda più quel singolo evento? Ci si augura che nessuno si ponga più quel fine? Ma se poi le cose succedono di nuovo senza che ce ne accorgiamo, perché magari cambiano le modalità, i nomi dei carnefici e quelli delle vittime, le idee che stanno dietro il fatto… va bene?

 

Non ho intenzione di negare ad alcuno il diritto a ricordare i torti subiti, a risentirsi anche, per chi ha osato offendere la dignità umana, ma voglio riflettere sul significato della memoria. Magari da un’ottica cristiana, anche se penso che anche quelli dell’Antica Alleanza potrebbero condividere questa prospettiva: il ricordo di Israele della schiavitù in Egitto è il ricordo di un terribile torto o un ringraziamento a Dio che lo ha condotto attraverso il deserto? Il salmista si preoccupa di parlare della sofferenza per evitare che succeda di nuovo o per consolarsi nella certezza di un Dio che si è ricordato di lui e che continuerà a farlo?

 

Il punto è che il Vangelo impone di rinunciare ad un certo genere di memoria, condanna l’odio per i carnefici: nell’immagine di Gesù crocifisso che invoca il perdono del padre per chi si riempie le mani del sangue del Figlio unigenito di Dio non c’è spazio per il risentimento, e così sarà per Santo Stefano e per tutti i martiri che hanno chiesto: “Signore, non imputar loro questo peccato”. I nomi dei martiri non ci sono stati tramandati affinché quei crimini cessino di accadere: chi si è ritrovato ad imitare Cristo in questo modo sapeva che non sarebbe stato l’ultimo come non era stato il primo, perché Gesù stesso morì in croce e perché ci è stato anticipato, ma anzi offriva il suo sangue conscio che sarebbe servito alla purificazione dei peccati altrui, oltre che alla glorificazione di Dio. Proprio come il sangue dell’Agnello ha purificato le vesti splendenti di chi ha voluto evitarlo.

Non è un caso che al martirio di Stefano assistette quello che sarebbe diventato l’Apostolo delle genti, martire a sua volta, persecutore e schiavo del peccato nel principio.

E non è un caso che la storia non abbia visto che un aumento del numero dei martiri, e che non ce ne siano mai stati tanti come oggi. Tra il silenzio degli uomini e la gloria eterna della santificazione in Cristo. Leggi il resto di questa voce

Nuove lettere – 6 Dicembre

ATTENZIONE: La lettera che potete leggere qui sotto coinvolge direttamente i personaggi del libro “Babbo Natale è morto”. Essa non contiene anticipazioni degli eventi raccontati nel libro ma, essendo scritta in un periodo successivo alla vicenda narrata, può comunque riportare informazioni che chi non avesse ancora letto il suddetto libro potrebbe non voler conoscere.

Venerdì 6 Dicembre 2013

Caro Babbo Natale,

innanzitutto, sappi che posso chiamarti come mi pare, e che se mi va di chiamarti così lo faccio.

Hai ragione tu: ho scritto quella lettera perché avevo bisogno di urlare quelle cose a qualcuno, ed in quel momento non c’eri. Poi è stato divertente farlo: sei così diverso quando scrivi… sembri quasi una persona seria.

Comunque… perdonami, avevo dimenticato che proprio in questo periodo era successa quella cosa orribile, mi dispiace tantissimo avertelo fatto ricordare. Ti prego, non mi tornare depresso come prima, sono tutti depressi in questo mondo!

Mi sono stancato dei musi lunghi, della gente che si lamenta in continuazione, di chi passa le giornate a piagnucolare pensando che capitino tutte a lui, e che tutti ce l’abbiano con lui…

Lo so, potresti dirmi che io sono proprio così, ed avresti ragione. Ma io sono un ragazzino, no? Un bimbetto. E poi sto migliorando, e spero di riuscire a mettere in pratica queste tue parole per affrontare questo mondo con un po’ di allegria, anzi, di “gioia”, come diresti tu. Leggi il resto di questa voce

In Memoria di Babbo Natale

In Memoria di Babbo Natale

“La verità vi farà liberi”. Ecco, sì, liberi.

Forse è pensando a questo che mi sono convinto a farlo.

Perché in fondo la libertà non c’entra nulla con quello che è stato spacciato come tale negli ultimi secoli.

No. Il ribelle non è libero, anzi, è il meno libero tra i cittadini, perché in fondo è adolescente, dipende più di chiunque altro dal proprio “padre” ed è per questo che lo nega e lo combatte.

L’adolescente, infatti, la verità non la conosce, non più del bambino. Se quest’ultimo ama il padre vedendoci solo l’eroe, l’altro lo odia, vedendoci solo il traditore.

La verità è che il padre è sempre lo stesso: è semplicemente una persona. Non può dire di conoscerlo, dunque, chi non ha visto le sue brutture, come anche chi ne ha dimenticato la bellezza.

Essere liberi è essere adulti. Essere adulti è amare intimamente i propri genitori, vedendoli come semplici persone, sapendo di essere come loro, apprezzandone la bellezza senza l’ingenuità di chi è ignaro della bruttura. Essere adulti è aver perdonato i propri genitori.

(Babbo Natale è morto, capitolo 18: Scelte)

Cambiare pelle è dura, questo disse Kaa, il pitone delle rocce, a Mowgli il ranocchio che scopriva con dolore che “l’uomo torna all’uomo”, e che non c’è niente che possa evitarlo.

Non sempre è dura perché si è troppo affezionati alla propria condizione, o meglio: non sempre si è affezionati positivamente alla propria condizione. A volte si tratta di nostalgia, altre di vittimismo, o persino disperazione. Ci si può convincere che le cose non cambieranno mai, e che tutto sarà sempre così, senza un senso e senza una direzione.

Ma non divaghiamo. Leggi il resto di questa voce

Sono nauseato.

Sono nauseato.

Solo questo, il risultato delle prime due ore di questa mattina passata nel grigio mercato di piazza d’armi, poi davanti al solito terribile giornalismo italiano, per di più accompagnato da uno snervante aerosol.

Sono nauseato, e fino a qualche momento fa non sapevo perché, avevo soltanto davanti qualche immagine, immagini che ormai mi sparano davanti agli occhi da anni, più o meno da quando sono nato.

Sono nauseato, perché un mondo che non è né caldo né freddo merita soltanto di essere vomitato. E la nausea viene prima del vomito, o dopo.

Penso che sia soprattutto una cosa a nausearmi, ed allo stesso tempo ad impedirmi di leggere un qualsiasi libro che non abbia almeno una sessantina d’anni, la stessa cosa che mi spinge a leggere Corazzini e Pascoli, con la cui visione del mondo non posso essere d’accordo, perché chiaramente erano due persone con poca speranza. Eppure la loro poesia mi ammalia.

Perché? Ma ecco, non cambiamo discorso, la domanda era: cosa? Leggi il resto di questa voce