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Un’educazione cristiana anti-pedagogica e anti-rousseauniana/Appunti

1) No. Non è vero. Rousseau non credeva affatto che il bambino nascesse buono, credeva che nascesse vuoto, così da poter essere plasmato dalla società cattiva o da un educatore buono e onnipotente a sua immagine e somiglianza. Emilio non si educa affatto da solo, è il meno libero dei discenti, il suo maestro ha il monopolio assoluto sul suo mondo. Rousseau rappresenta tutto ciò che non vogliamo per i nostri ragazzi: l’educazione che crea schiavi. Rousseau è il vero padre del totalitarismo.

2) Per concludere il post di ieri, l’unico modo per educare cristianamente un ragazzo è riconoscere che non si è Dio, e tuttavia prendere esempio da come educa l’unico Maestro. In sintesi occorre essere schietti, dire la verità quale essa è e non cercare di nascondere all’altro che si ha un progetto per lui. Questo renderà possibile la ribellione a tale progetto, ma è il prezzo della libertà che il Signore ha voluto darci e che non abbiamo il diritto di eliminare. È bene lasciare la porta aperta e lasciare che il ragazzo se ne vada, ma anche mantenerla aperta perché possa ritornare. La società cattiva non ci fa paura, sappiamo che l’uomo stesso è cattivo ma soprattutto che Dio ama i cattivi, i prigionieri, prima degli altri. La pedagogia non può agire così perché non avendo un fine trascendente fallendo fallisce e basta, perciò non può che trasformarsi in dominio e controllo. Il ragazzo perso dalla pedagogia è perso per sempre. Il cristiano invece sa che Cristo ha vinto il mondo e che lo ha fatto con la croce. Non teme la sconfitta: la attende quasi come tappa necessaria. Ed è per questo che il cristiano deve rifiutare la pedagogia come scienza dell’inganno e della produzione dell’ “uomo nuovo”. L’unico uomo nuovo che cerchiamo è quello che toccato dalla misericordia divina emerge dal fango nel quale era caduto.

3) Penso che l’ostacolo maggiore nell’educazione siano le aspettative: vedo spesso gente che non lavora con il bambino o il ragazzo che ha davanti, ma con la sua idea di bambino o di ragazzo in un continuo confronto e quindi rimprovero dello scarto tra idea e realtà. Se il bambino non è come vorrei non posso fargliene una colpa, devo essere io a liberarmi di quell’idea che mi spinge a provare delusione e frustrazione per ciò che il ragazzo non riesce a fare, non rimproverarlo perché è “stupido” o perché non risponde secondo i miei schemi, per poi caricargli addosso pesi insostenibili sotto forma di ammonimenti per il triste futuro che lo aspetta. Sinceramente non mi aspetto mai nulla dai ragazzi, lascio che agiscano secondo ciò che realmente sono e poi cerco al massimo di migliorare quella realtà nel qui ed ora. L’ideale è un’assurdità, il bambino perfetto non sarebbe più un bambino, il platonismo è il cancro della conoscenza. Anche il pensiero del futuro e il conseguente caricare il futuro di aspettative è fuorviante e pericoloso: mi spinge a dimenticare che il bambino ha bisogno di essere felice qui ed ora, in fondo nessuno mi potrà mai dire con certezza che arriverà a compiere i 20 anni. Educazione è aiutare il bambino di 8 anni ad essere un bambino di 8 anni migliore, non un ragazzo di 20 adeguato al mondo in cui vivrà. Si può essere felici a qualsiasi età, il fine della vita non è invecchiare.

4)Quando si parla di educare “all’altro” si può scegliere di educare al “nonostante” i difetti dell’altro, ma è un errore: questo è mero rispetto umano e porta ad una pace illusoria e snervante. L’alternativa è amare l’altro perché è e perché è lui e non altri, perché ci mette alla prova e perché ci consola al contempo. Insomma: perché è una persona che ha difetti detestabili come i nostri e perché nell’amore reciproco quei difetti possono sparire. I difetti di una persona dipendono dalle sue ferite: come si può dire di amare una persona se ci si sforza di far finta che non stia male? se non detesto i difetti di mio fratello non posso dire di volergli bene. Il rispetto umano non è che paura del contagio.

5) Dice Baden Powell che la morale diretta è fallimentare, perché se si dice ad un ragazzo di non fare una cosa sarà colto da una voglia folle di farla, e se gli si dice di farla gli passerà la voglia. Per cui ritiene che trasmettere indirettamente le norme morali sia una strategia vincente, che porta i ragazzi a seguire le regole per la loro bontà e non perché qualcuno dice loro di seguirle.
Tuttavia non mi sento di sposare in toto questa posizione, pur adottandola nella pratica almeno nell’80% del tempo speso in contesti “educativi”.
La realtà è che la morale indiretta funziona, sì, e funziona meglio di quella diretta. Tuttavia negli ultimi 100 anni ha funzionato proprio perché c’era qualcun altro che educava direttamente: la famiglia, la scuola, lo stato. Chi poteva permettersi il lusso dell’educazione indiretta era avvantaggiato dal fatto che sedimentati nell’inconscio dei ragazzi c’erano già i direttissimi insegnamenti morali dei genitori e di altri educatori, anche se quei ragazzi avevano disubbidito ripetutamente. Si sa, quando si diventa adulti si riconosce che la mamma e il papà avevano proprio ragione a dirci certe cose, a rimproverarci e via dicendo, anche se in quel momento gli davamo il massimo del torto. È un’esperienza diffusa che non va sottovaluta.
L’educazione indiretta non è autonoma, in realtà non è altro che il superamento di un conflitto che NON deve essere evitato, a costo della libertà. Se il bambino non avesse il diritto di vedersi imposte delle regole, non avrebbe nemmeno il diritto di metterle in discussione, di ribellarsi e di scoprire se sono valide o meno. B.-P. e tanti altri hanno cercato rifugio nella morale indiretta vedendo che bambini e ragazzi si facevano del male, e sperando che un nuovo metodo educativo potesse limitare i danni.
A favore di Baden Powell devo dire però che il suo metodo non si basa affatto sulla morale indiretta: certo, la prevede come strumento, ma le cose importanti sono dette tutte in modo schietto e sincero, a partire dalla necessità di “ubbidire senza fare domande” che attualmente fa tanta paura a chi esclude del tutto la fiducia dal paradigma.
Penso che il percorso migliore sia una fase in cui chi detiene la potestà del bambino e del ragazzo gli fornisca tutti gli insegnamenti diretti di cui ha bisogno, fidandosi della sua intelligenza e soprattutto della bontà di tali insegnamenti. Successivamente, le altre istituzioni educative dovrebbero riconoscere il passaggio già avvenuto (ed il grosso problema è che in alcuni casi non avviene, per cui non funziona più nulla) e astenersi dalla ridondanza, limitandosi ad integrare ciò che manca (sempre in una relazione di fiducia reciproca con la famiglia) e creando situazioni per dimostrare la bontà degli insegnamenti che bambini e ragazzi già conoscono, inoltre plasmando la propria azione su quegli insegnamenti (cosa che chiaramente sarebbe richiesta a tutti a prescindere dai ruoli educativi).
Poi ci si fida del ragazzo perché lui si fidi di noi. Lo si lascia sbagliare quando vuole sbagliare, mettendolo poi di fronte alle conseguenze. Si lascia che si allontani se vuole cercare la felicità altrove senza mai disperare, consci del fatto che gli strumenti per distinguere bene e male li ha, anche se fossero nascosti molto in profondità nella sua coscienza.
La questione vitale è non avere paura del fallimento: i metodi basati del tutto sul nascondimento dell’autorità si fondano sul terrore, sulla certezza che se il ragazzo non ci ascoltasse farebbe una brutta fine. Ma siamo cristiani, sappiamo di non essere Dio, sappiamo che se abbiamo fatto quanto dovevamo fare il resto lo farà il Signore, e che senza la Croce non c’è la risurrezione.
Tanta gente perde la testa avendo a che fare con gli adolescenti perché dimentica che persino Maria e Giuseppe si persero per strada Gesù. Quando lo ritrovarono era lì dove il Padre lo voleva, si erano preoccupati per nulla. B.-P. non poteva certo essere rousseauniano: B.-P. era un militare che sapeva che per far ubbidire i soldati bisogna anche saper creare le condizioni perché ubbidiscano senza malumori. E ciò che salva lo scautismo dall’essere uno strumento di indottrinamento e sudditanza spirituale di un ragazzo ad un maestro spirituale è proprio il fatto che non ci sono “maestri” ma “capi”, ai quali bisogna ubbidire. Capi che danno ordini, facendo desiderare di ubbidire a quegli ordini. Nel Manuale dei Lupetti B.-P. sceglie per “fratello maggiore” dei bambini dagli 8 ai 10 anni uno che deve giocare a fare l’Akela, il lupo solitario, che guida il branco con la forza e con l’astuzia, ed i lupi di Kipling “ubbidiscono al capo del branco, e non ad uno sciacallo qualsiasi”. Un fratello maggiore che è esempio e figura del Re, perché, sempre nel Manuale, il Re è il capo dell’Impero come Akela è il capo del branco. Proprio perché il capo è un’autorità (pur rinunciando ad essere autoritario) è possibile la libertà.
Dobbiamo ringraziare proprio le pecche di B.-P., ovvero tutto ciò che si lega all’imperialismo che aveva segnato la sua vita, se lo scautismo è ancora uno strumento educativo e non una macchina per il dominio sulle nuove generazioni.

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Le Prepersone (il cortometraggio)

 

Liberamente ispirato al racconto di Philip K. Dick “The Pre-Persons”, “Le Prepersone” è un cortometraggio di 20 minuti che volge lo sguardo ad un’Italia distopica in cui è già possibile liberarsi dei bambini indesiderati con la pratica dell’aborto post-natale, poiché la legge ha stabilito che solo a 6 anni l’essere umano diventa una persona.

Guardatelo.

(trailer)

Cortometraggio completo

Il re sulle nuvole – capitolo II

II

Il deserto bianco

Il sole splendeva alto sulle loro teste, molto più grande e caldo di prima, eppure il cielo aveva perso il suo colore azzurro e l’astro sembrava galleggiare in un mare violaceo del tutto privo di nuvole.

Matteo e Artù si guardavano intorno meravigliati: davanti a loro, solo sabbia bianca; dietro di loro, altra sabbia bianca; alla loro destra sabbia bianca; a sinistra… bianco.

“Ho paura che abbiamo sbagliato strada, il sole sta ancora lassù.”

“Non lo so, fratellino. Qualcosa mi dice che siamo molto lontani da casa, adesso. Non ho mai visto un posto simile prima d’ora.”

Matteo guardò il suo cane con gli occhi e la bocca spalancati.

“A-Artù…”

“Che c’è? Perché mi guardi come se avessi visto un cane fantasma?”

“No no, a mala pena ti vedo, qui è tutto bianco…”

“Vorrà dire che il mostro del cimitero farà più difficoltà a vedermi, fratellino. Vedi? Non hai più nulla da temere, posso pure camminare come voglio.”

“Ma Artù… tu parli!”

“Parlo? Certo che parlo! Sei tu che di solito fai finta di non sentirmi.”

La voce profonda del pastore maremmano era del tutto nuova alle orecchie del ragazzo, eppure in breve tempo si convinse di averla sempre sentita, come un lieve sussurro di cui non si era mai accorto, ma che era stato sempre presente in qualche angolo della sua mente. Guardando il suo cane, Matteo si accorse anche che in realtà la pelliccia era molto più candida della sabbia, e che gli occhi scuri scintillavano di una luce nuova. Quello sguardo fiero andava ad incrociare in pieno il suo, e quando il bambino si avvicinò per coccolarlo e grattargli dietro le orecchie come faceva sempre, percepì qualcosa di diverso anche al tatto: il pelo era più soffice. Leggi il resto di questa voce

I vent’anni dell’educatore

“Ho vent’anni.

Sai, tutti dicono che a quest’età non bisognerebbe pensarci, che dovremmo “goderci il momento”, goderci i nostri vent’anni.
Ma cosa sono i nostri vent’anni?

Non sono molti, guardo dietro di me e non c’è molto, sto qui a meravigliarmi di come le cose siano diventate più facili, di come il mio corpo sia più forte, la mia mente più agile, il mio spirito più pronto di quand’ero un ragazzino.

Ma nel meravigliarmi di questo, nel compiacermi di questo, mi rendo conto che tutto ciò non durerà.

Ho tanti progetti, sai? Ci sono tante cose che mi piacerebbe fare, tante cose che vorrei ottenere da questo mondo, e penso di averne le forze.

Sì, ora ho le forze.

Ma per quanto ancora?

Quanto ci metterà il mio corpo ad iniziare ad indebolirmi? La mia memoria, quando inizierà a svanire? Quando tornerò debole come un ragazzino che si intimidisce con un solo sguardo di quelli “più grandi”?

Tutte le cose che vorrei fare, potrò farle? O la morte distruggerà tutto domani? Tra un paio d’anni? Tra altri vent’anni? Oppure verrà prima la vecchiaia, e anch’essa distruggerà quello che può?

Tutto questo non ha senso.

No, non ha senso avere vent’anni, come non ne aveva averne quindici. Non ha senso diventare più forti, se poi ci si indebolirà, non ha senso imparare tante cose che poi dimenticherò, non ha senso allenarsi in ogni virtù, se il mio destino è di abbassare gli occhi senza saper che dire ogni volta che mio figlio mi dirà che sbaglio e che tutto ciò che gli ho insegnato è sbagliato.

Non ha senso. Niente ha senso.

È tutta colpa della morte. Del fatto che le cose finiscono. Ma tutte le cose finiscono, e noi cosa siamo?

Sono forse diverso da questo sasso? O da questa pianta? O da quel passero? No, anche io finirò, come finiranno i miei vent’anni, come finirà il mondo. Come finisce la vita.

E se dev’esserci un senso, non può essere che nella morte. Se non c’è un senso nella morte, non c’è da nessun’altra parte, perché solo la morte c’è, che le cose esistano o non esistono, moriranno ugualmente. Se anche fossi un sogno dovrei morire, perché anche i sogni muoiono quando finiscono, basta che chi li fa smetta di sognare.

Lo capisci? La morte, è la morte… è la morte che regna in questo mondo, e a che serve costruire opere che moriranno? A che serve… Diamine, l’ho già detto!

Niente serve a nulla! Tutto finisce, e allora perché dovrei iniziare qualcosa?” Leggi il resto di questa voce

Nuove lettere – 6 Dicembre

ATTENZIONE: La lettera che potete leggere qui sotto coinvolge direttamente i personaggi del libro “Babbo Natale è morto”. Essa non contiene anticipazioni degli eventi raccontati nel libro ma, essendo scritta in un periodo successivo alla vicenda narrata, può comunque riportare informazioni che chi non avesse ancora letto il suddetto libro potrebbe non voler conoscere.

Venerdì 6 Dicembre 2013

Caro Babbo Natale,

innanzitutto, sappi che posso chiamarti come mi pare, e che se mi va di chiamarti così lo faccio.

Hai ragione tu: ho scritto quella lettera perché avevo bisogno di urlare quelle cose a qualcuno, ed in quel momento non c’eri. Poi è stato divertente farlo: sei così diverso quando scrivi… sembri quasi una persona seria.

Comunque… perdonami, avevo dimenticato che proprio in questo periodo era successa quella cosa orribile, mi dispiace tantissimo avertelo fatto ricordare. Ti prego, non mi tornare depresso come prima, sono tutti depressi in questo mondo!

Mi sono stancato dei musi lunghi, della gente che si lamenta in continuazione, di chi passa le giornate a piagnucolare pensando che capitino tutte a lui, e che tutti ce l’abbiano con lui…

Lo so, potresti dirmi che io sono proprio così, ed avresti ragione. Ma io sono un ragazzino, no? Un bimbetto. E poi sto migliorando, e spero di riuscire a mettere in pratica queste tue parole per affrontare questo mondo con un po’ di allegria, anzi, di “gioia”, come diresti tu. Leggi il resto di questa voce

Ma è difficile!

10/09/2013

A volte mi chiedo con che criterio certe persone si ritrovino tra le mani certe responsabilità.
La domanda è sempre quella: perché proprio io? Perché ha scelto me che sono così debole e impreparato? Perché mi assegna questo incarico, quando è chiaro che ci vorrebbe ben altri, al mio posto?

Già ci pensavo quando, più di un mese fa, leggevo la prefazione di un libriccino sulle “cacce francescane”: lì si descriveva il modello del vecchio lupo che sarebbe riuscito a far conoscere san Francesco ai lupetti.
Inutile dirlo: quel vecchio lupo era san Francesco, era il ritratto della santità, l’incarnazione di un educatore che poteva essere pure analfabeta, ma che portava con sé il distintivo dei santi.

Io non sono un santo, Signore, e tu lo sai bene.
Anzi, potrei pure passare ore ed ore a spiegarti che quello che mi chiedi non è nelle mie possibilità, che non sono che un bambino, un infante.
Mi chiedi, tramite bocche altrui, di aiutare quei bambini a diventare uomini, e a diventare santi, ma ecco che io non sono né l’una né l’altra cosa. Il mio carattere è acerbo, e la mia fede? Non è che una fiammella, sempre in pericolo, sempre pronta a piegarsi al vento.
Cos’è la fede che hai voluto donarmi in confronto a quella di Francesco, Filippo, Giovanni, Ignazio, Josè? Ben poca cosa, e sono davvero tentato di metterla in una buca, ma so anche che chi mi tenta è mio nemico.

Certo, da una parte posso consolarmi sapendo che non dovrò essere in alcun modo un padre, ma solo un fratello maggiore, ma risparmiami di porti la stessa domanda che ti fece Caino. E, comunque, questo non cambia gran che le cose.

Solo Tu, Signore, puoi renderli come li vuoi.

Serviti pure di me, ma ricorda che sono debole, che fallirei se Tu non mi sorreggessi e non compensassi i iei limiti.
Sì, lo so, ho paura, eppure… Leggi il resto di questa voce

Allo specchio

Quel volto angelico

in quello specchio

no, non è il mio.

.

Mi volto

una bestia

che sia davvero così?

.

Sì, non sono che una bestia

non sono degno di questa vita

Non posso fare alcun bene.

Son nato per errore. Nessuno mi ama.

  .

Se solo qualcuno mi amasse!

  .

Ecco, di nuovo…

non era vero, eh?

Mi ingannavo, lo so, io sono…

Sì, sono il migliore, un santo

con le mie forze mi sono elevato.

.

Non come quegli altri, schiavi

di loro stessi. Che miseri che sono!

.

Ora potrei pure…

sì, potrei permettermi di farlo.

Chi può biasimarmi, d’altronde?

Mi sono impegnato tanto…

ho lavorato…

.

Eppure sono triste.

 .

Sì, in fondo mi illudevo.

Sono solo una bestia.

Abbandonata a sé stessa

da un padrone crudele.

Perché qualcuno non mi uccide?

.

No. Ho troppa paura per morire.

Se sono bestia è giusto

che mi comporti come tale

In fondo che mi importa

se li faccio soffrire?

Se lo meritano anche loro.

 .

Ma in fondo io sono meglio di loro!

So, per lo meno, di essere una bestia, no?

Ma alla fine, lo sono davvero?

La mia coscienza, la mia consapevolezza…

Quelli mi fanno del male, e nemmeno se ne accorgono!

Ignoranti, stupidi, sempliciotti…

Vogliono solo oscurare la mia luce.

Vogliono che io pensi che sono sbagliato.

Così si approfitteranno di me!

Non ci cascherò di nuovo!

.

Ma che importa, in fondo?

Sarò quello che sono, non mi interessa.

Un giorno morirò, e quest’immagine

Non sarà altro che un ricordo.

Non ho bisogno di uno specchio.

Devo solo accettare colui che sono.

E lasciarlo stare.

.

Eppure un dolore

mi trafigge il petto.

Lo metterò a tacere

aiutando il povero

sfamando l’affamato

curando il malato.

 .

Ma non si cheta!

.

Tanto vale allora

soddisfare le voglie

quelle son vere ferite!

Mangerò fino a scoppiare

mi prenderò tutto quello che voglio

Le lacrime mi renderanno forte.

Quelle degli altri.

.

Ma sono stanco, ormai.

 .

Tutto questo non ha senso.

Fare il bene porta l’ingratitudine.

Fare il male porta altro male.

Che noia, questa vita!

 .

Tanto vale lasciarsi andare.

Qui, su questo marciapiede.

Come un mendicante.

Attendo che venga a prendermi.

Il nulla.

La morte.

.

Sputo nella mano di chi vuole aiutarmi.

Strillo nelle orecchie di chi mi compatisce.

Voglio morire, lasciatemelo fare!

.

Voglio morire, ma non si può morire bene?

Fare qualcosa che lasci il segno,

Qualcosa che mi faccia ricordare
Per lo meno da qualcuno.

 .

Ma non ho la forza per alzarmi

E su quella strada

Ecco che si ferma un autobus.

Il mio riflesso sulla carrozzeria
Non mostra la bestia, né un eroe.

Sono solo un bambino,

circondato da vetri frantumati.

Uno è entrato nel mio cuore.

.

Piango e mi dispero!

Sono tutto solo.

Tutta la mia vita

Fu solo una bugia.

Non voglio morire!

.

Ma ecco che se ne va

portando con sé chi voleva darmi un soldo

e pure il mio volto gonfio e rosso

di pianto.

 .

Alzo gli occhi al cielo.

Mamma, ovunque tu sia

il tuo bambino sta piangendo!

Accorri in suo aiuto,

cura le sue ferite,

fa che smetta di piangere.

 .

E che possa posare il capo sul tuo grembo

sentendosi amato

senza bisogno di guardare

nello specchio.

 

 

Il buio

Il sole è tramontato
già scoppiettano i falò nella valle
risa, balli e canti tutti attorno
e si fanno beffe
del buio.
Sul loro capo le stelle,
fuochi ai loro piedi, in loro potere
tuttavia meravigliosi e misteriosi,
imprevedibili.
Il buio si colora
e qualcuno contempla le mille sfumature
della notte:
presto andrà ad attendere l’alba.

In un mondo lontano
c’è una cella.
Buia.
Una lampadina sempre accesa
na roba alogena, acceca.
Un uomo contempla le macchie sul muro
seduto sul letto.
Quel poco di muffa
è quanto di più colorato ci sia in vista.
E domani? Anche domani sarà così.
Non cambieranno queste quattro mura
non si spegnerà la lampadina,
o chissà quali terrori
potrebbero entrare da quella minuscola  finestra
da cui, una volta l’ha vista,
a volte entra una luce azzurrina
chissà cosa potrebbe fargli
il buio.

 

Fiabe, bambini e paura

Coloro secondo i quali i bambini non devono essere spaventati possono voler dire due cose: (1) che non dovremmo fare niente che possa inculcare nei più piccoli paure ossessive, paralizzanti e psicologiche contro le quali il normale coraggio non può nulla, in altre parole fobie. Oppure (2) che dobbiamo nasconder loro il fatto di essere nati in un mondo di morte e violenza, avventure e dolori, eroismo e vigliaccheria, bene e male. Personalmente sono d’accordo con coloro che sostengono il primo punto ma non con i secondi. Questi ultimi intendono nutrire i bambini di false sensazioni ed escapismo del tipo deteriore; oltretutto, c’è qualcosa di ridicolo nel tentativo di educare in questa maniera una generazione nata nel secolo della polizia sovietica e della bomba atomica. È probabile che i giovani debbano affrontare nemici crudeli: che almeno abbiano sentito parlare di valorosi cavalieri ed eroiche gesta di coraggio. Non prepararli minimamente equivarrebbe a dar loro un futuro più oscuro, non più luminoso. Per quanto riguarda violenza e spargimenti di sangue letterari, la maggior parte di noi sa che non innescano paure ossessive nella mente del bambino. In questo senso mi oppongo tranquillamente al riformatore moderno e mi schiero con la razza umana: continuino a esistere re malvagi e decapitati, battaglie e carceri sotterranei, draghi e giganti; e che i cattivi vengano senz’altro uccisi alla fine del racconto. Niente potrà convincermi che questi espedienti provochino, nel bambino normale, un brivido o un livello di paura superiore a quello che vuole e che ha bisogno di provare. Perché il bambino vuole essere un po’ spaventato.

[C.S. Lewis, Tre modi di scrivere per l’infanzia]

Babbo Natale è morto – Capitolo VIII

 

Ecce ancilla Domini

Sabato 8 Dicembre 2012

È già passata una settimana dall’inizio di questa storia, ma alla fine di questa giornata converrete con me: in realtà doveva ancora iniziare, non vi nego che tutto fu concepito a partire da qui.

Ed ecco, non è un caso che sia successo in un tale giorno, e non è un caso che sia stato scelto un certo titolo. I più attenti potrebbero notare un’incongruenza tra le parole del titolo e quelle caratteristiche della ricorrenza del giorno, è stato necessario spostare lo sguardo oltre il brano scelto, non me ne vogliate. A chi si sta invece chiedendo cosa stia blaterando rispondo che il sano è lui, ma io sono tra quelli che si divertono nella malattia e so cosa si prova; non gli consiglio di seguirmi. Leggi il resto di questa voce