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Commiato del maestro che non sapeva amare

Ciao *****,

abbiamo fatto un bel pezzo di strada assieme, ma infine giunge il momento di andare per la propria strada. Sai bene che d’ora in poi non sarò più il tuo maestro, e questa lettera rappresenta tutto ciò che mi rimane da dirti.

Da anni, ormai, mi cresci davanti agli occhi. Quando iniziammo eri un bambino, ora sei un ragazzo che non ha più bisogno di essere tenuto per mano, sembrerebbe che io abbia fatto bene il mio lavoro…

…ma non è così.

Non fraintendermi: non sto dicendo che non sei cresciuto bene, anzi. Con il maestro che ti ritrovi è un vero miracolo che tu sia così in gamba; eppure voglio che tu sappia, finalmente, che il metro di giudizio non è questo. Ho dato spesso delle valutazioni al tuo operato, ora dovrei darle sul mio. Tuttavia non è facile, perché i frutti del mio lavoro sono evanescenti e sarebbe arduo dimostrare che siano effettivamente frutti miei. Un educatore un po’ ingenuo potrebbe misurare la propria bravura sul tuo carattere, uno stupido potrebbe fare una lista delle cose che sai e attribuirsene il merito, un superbo vantarsi delle tue virtù dicendo di avertele passate con l’esempio. Io ho tanti difetti, e tra questi c’è un po’ di ingenuità, una stupidità evidente ed un mare di superbia, tuttavia ho un difetto molto più grande che nasconde questi altri: io ti voglio bene, ed è qui il guaio.

Scrive San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”. Ahimé, posso sinceramente dire di averti voluto molto bene, e di averti amato molto poco.

Proprio per questo ho voluto scriverti questa lettera, perché ora che prenderai la tua strada dovrai stare in guardia. Molte persone oggigiorno si riempiono la bocca della parola “amore” senza nemmeno immaginare cosa sia. Le uniche persone che avrebbero il diritto di usarla sono quelle che riconoscono di essere incapaci di amare. Di questo dunque ti parlerò: come ho scritto poco fa la superbia non mi manca.

Ti dicevo, io ti ho voluto molto bene, e te ne voglio ancora. Ti conoscevo da poco e già sentivo sul mio cuore le catene dell’affetto che provavo per te, la gioia nel vederti contento e la tristezza nello scoprirti annoiato, triste, stanco. Poi sono passati mesi ed anni ed il legame si è fatto sempre più forte, non ti nascondo che ho pianto per te nei momenti più bui, quando avevo paura che ti succedesse qualcosa di brutto, né posso negare che ho avuto più volte paura che decidessi di lasciarmi prima del tempo per cercare un’altra strada. Allo stesso modo sono stato spesso impaziente di rivederti quando non potevo seguirti da vicino, e ogni volta che mi hai sorriso mi hai riempito di gioia, dando un senso alla mia fatica. È anche giusto che sia così: in fondo un lavoratore ha diritto al suo salario.

Eppure tutto questo non era amore, non è amore. Anche adesso sento una forte emozione perché vorrei che queste mie ultime parole “ufficiali” siano significative per te, importanti, tali che grazie ad esse tu possa ricordarti di me per sempre. Allo stesso tempo è un po’ una sofferenza vederti andar via, nonostante sia proprio questo distacco ciò per cui ho lavorato negli ultimi anni. Sono fatto di carne, *****, proprio come te. E questo non è amore.

Ci sono stati dei momenti in cui ti ho amato davvero, o almeno ci sono andato vicino. Sono quelli di cui sicuramente non ti sei mai accorto, perché chi ama tende a rimanere nascosto. Una volta, ad esempio, c’è stata una giornataccia di quelle che si vorrebbero dimenticare, ero stanchissimo e volevo starmene a casa mia senza far niente. Ecco che questo scocciatore all’improvviso ha bisogno di me e mi telefona. Vedo il numero sul cellulare e per un istante sono tentato di non rispondere, ma alla fine lo faccio. Tu mi riversi addosso un milione di problemi che non ero pronto a risolvere, che non volevo risolvere perché volevo soltanto riposarmi, ma con quella poca forza di volontà che mi era rimasta riesco a dirti che sarei venuto da te e che ne avremmo parlato. Quando arrivai non mi degnasti nemmeno di un sorriso, la tua espressione corrucciata ti rendeva molto antipatico e continuavi a farmi notare, volente o nolente, che ti stavo deludendo e ti sembravo inutile, perché non ero capace di tirarti fuori da quei guai. Credimi, avevo una gran voglia di rinfacciarti tutte le mie fatiche e soprattutto quel pomeriggio in cui avrei potuto riposarmi e che invece spendevo per ascoltare te che piagnucolavi. Rinunciai a farlo e ti ascoltai fino alla fine. Mi sentii del tutto inutile, perché non potevo risolvere quel problema, eppure il giorno dopo ci riuscisti da solo. Ecco, posso dire di averti amato in momenti come quello, ma non sono stati molti.

Di nuovo, però, non fraintendermi: si può amare anche quando l’affetto è vivo e forte. Semplicemente è più facile che dietro l’affetto si celi il bisogno di sentirsi apprezzati, accolti, cercati, ringraziati… piuttosto che un amore sincero.

Adesso, ad esempio, se io ti amassi come dovrei ti lascerei andare senza scriverti altro, mantenendomi nell’ombra e accettando di essere sistemato in un angolino della memoria a cui magari non accederai mai più. Ti lascerei libero di non voltarti verso di me per un ultimo sorriso, di non dirmi che sono stato importante o che sei stato contento di essere un allievo. Se ti amassi in questa lettera scriverei parole di fuoco contro i tuoi difetti, ma davvero non ne sono capace, e perciò ti ringrazio.

Ti ringrazio, perché alla fine saremo giudicati sull’amore, e tu sei stato mio maestro in questo, non io. Lavorare con te ha portato alla luce tutti i miei egoismi, tutta la mia voglia di essere ciò che non sono, ed in fondo mi ha fatto scoprire di avere un cuore duro che ha bisogno di essere spezzato.

Questo cuore si spezza oggi, perché il nostro legame cambierà tantissimo e ***** l’allievo diventerà un ricordo, mentre ***** sarà una persona libera su cui non avrò alcun potere e nessun diritto. Il “mio” cucciolo non sarà più mio e non mi chiamerà più quando sarà in difficoltà, perché ormai è abbastanza grande da cavarsela da solo. Ora forse imparerò ad amarti davvero, perché se saprò che sei felice sarò felice per te e se mi diranno che sei triste soffrirò con te, da lontano. Pregherò il Signore perché si prenda cura di te e ti tenga gli occhi aperti su questo nuovo cammino, e non cercherò il tuo sguardo sperando che vedendomi tu sorrida, né mi farò assalire dall’angoscia di chi teme che il suo affetto non sia ricambiato, come accadeva in passato.

Ti chiedo soltanto questo: quando sarai arrivato alla vetta e io starò ancora arrancando invischiato da tutte queste mie debolezze, dì al Signore che sono solo un uomo, e che se non viene a prendermi lui sprofonderò di sicuro nel fango della mia miseria. Prendilo per mano e trascinalo da me, come un bambino trascina il suo papà per fargli vedere una cosa bella o spaventosa che non aveva mai visto prima. Questo varrà più di molti sorrisi e molti abbracci.

Corri, fratellino, tu che hai ancora il cuore leggero e le gambe buone. Corri e arriva presto in cima per quella strada che ho saputo descriverti ma che non so salire. Se proprio devi ricordarti di me, fallo nella preghiera. Allora non ci saranno più maestri e allievi, ma solo due fratelli stretti al petto dello stesso Padre.

E quel Padre è il solo amore che valga la pena conoscere.

Corri, e non voltarti indietro!

Addio.

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Una tomba, due iscrizioni, tre preghiere

Nel tardo venerdì pomeriggio di un novembre insolitamente mite, mi trovo a pregare in un piccolo cimitero di campagna, visitato a quell’ora soltanto da uccelli, lucertole e insetti.

Visitati i miei morti, continuo a recitare il rosario e a camminare senza una meta ben precisa, quand’ecco che qualcosa attira la mia attenzione. L’avevo già notato prima, ma mai mi era capitato di soffermarmici, era un vaso di fiori attaccato alla ringhiera, dalla parte opposta della parete con i loculi, un vaso di marmo ben piantato nel pavimento, con dei fiori dentro e una targa sopra, con l’iscrizione: “****, sarai sempre nel mio cuore – tuo padre”; in quel momento vedo un ragno in agguato proprio lì, appeso con la sua ragnatela tra la targa e i fiori, allora non posso fare a meno di distruggere la sua trappola e costringerlo a migrare da un’altra parte: in fondo, mi dico, vale più il decoro della tomba di un uomo morto fanciullo, che la cena di un ragno, potrà tessere di nuovo la sua ragnatela e acchiappare tutte le prede che vuole.

Mi dico, tuttavia, che lì c’era solo quel vaso: da qualche parte doveva esserci pure una lapide, e presumibilmente una bara. Perciò mi volto e iniziò a cercare tra i loculi se quell’**** avesse un volto e un’età. Vedo che l’unico con quel nome sta su in cima, all’ultima fila, proprio di fronte a quel vaso, e allora capisco la volontà del genitore di rendere più visibile la sua tragedia. Un ragazzino che muore non è come tutti gli altri, non è qualcosa di naturale, ed innaturale è per il padre sopravvivere al figlio, non mi meraviglio perciò di questa scelta.

Vedo dal basso una data e, pensando che fosse quella della nascita, mi addolora pensare che non abbia fatto in tempo nemmeno a vedersi crescere addosso il primo pelo dei baffi, ma non si vede bene nemmeno la foto e prendo la scala, e mi avvicino.

Scopro finalmente che non era, quella, la data della prima nascita, ma della seconda; le date non erano certo distanti, e i sedici anni non sono poi una gran consolazione. Ma ecco che qualcosa mi fa venire un tuffo al cuore. “Ti amo – La mamma”. Questo era scritto sulla pietra.

Perché mai, mi dico, questa separazione? Certo, poteva essere una specie di coreografia, oppure il padre non poteva salire la scala e gli avevano fatto il vaso per consolazione, o forse si trattava di qualche altra romanticheria, una figura retorica che genitori e figlio potevano capire, e che faceva bene a tutti e tre.

Non mi interessa quale sia la realtà, non ero certo lì per giudicare genitori o figli, lascio il fanciullo con una preghiera: una al Signore che possa accoglierlo tra i suoi santi il prima possibile, se non l’avesse già fatto; l’altra a lui, che da lassù preghi e perdoni, perché se anche si fossero messi d’accordo di ucciderlo anche dopo morto possano riabbracciarlo tutti e due, e non uno al piano di sopra e uno di sotto.

Ti hanno messo al mondo insieme, insieme ti rivedranno, se tu chiederai a chi tiene le chiavi del loro cuore di fare in modo che questo non sia solo un ricordo, una scritta sul marmo. Se tu che sei nel cuore di Dio sei davvero nel loro non hai da temere.

Chissà, forse te ne sei andato in missione.

Prega anche per me.

La pedagogia (3)

Quello che mi sta sul cazzo dei pedagogisti della famiglia non è tanto il fatto che passino il tempo a scrivere libri e a immaginare progetti pedagogici per migliorare l’esistenza di chi si ritrova in una situazione familiare complicata o per intervenire comunque affinché le situazioni di rischio facciano meno danni possibili. Se avessero un qualche contatto con la realtà, se non fossero solo costruttori di castelli in aria che parlano di leggi e di dati istat come se fossero l’oggetto del loro agire dimenticando che hanno a che fare con persone che non si piegheranno mai alle loro pretese di progettualità e di gestione delle relazioni (davvero pretendono che un bambino si adegui ad una situazione in cui coppia coniugale e coppia genitoriale sono distinte. Farabutti.), potrebbero addirittura essere utili a qualcosa di più che ad appesantire la spesa pubblica e di quegli sciagurati che ancora comprano i loro vacui libercoli.
Non mi sta sul cazzo nemmeno il fatto che siano totalmente inutili. Anzi sì, ma nemmeno tanto.
Ciò che davvero mi sta sul cazzo, è questa ipocrisia, questa viltà, che nel tentativo di vedere il possibile nelle situazioni difficili e di “sperare” ancora in qualcosa dimentica i fondamenti, dimentica che la divisione del nucleo familiare è violenza ed esautorazione, che è un danno per i bambini quanto per i genitori, che bisogna evitarlo a tutti i costi, che per evitarlo bisogna educare le nuove generazioni ad impegnarsi in maniera sana e responsabile, che non si possono risolvere le situazioni già collassate rendendo culturalmente meno odioso ciò che è una violenza, è uno stupro, è la violazione della primaria finalità di qualsiasi pedagogia, ovvero la felicità di tutte le persone coinvolte. Non si può agire per il bene delle famiglie “ricostituite” minando culturalmente la famiglia stessa, come questi viscidi servi del potere fanno. Non si può dire che “può andare tutto bene” dimenticando che l’eventualità è molto remota, che le ferite, pur sepolte nel subconscio, rimarranno per sempre e che i soggetti coinvolti saranno privati per il resto della loro vita di qualcosa di fondamentale (nel caso dei genitori) o di vitale (nel caso dei figli).
Sapete parlare solo di negoziazione, di ruoli, di adattamento ed adeguamento, di “funzioni educative”, di “modelli familiari” e tante altre amenità irrilevanti.
Avete dimenticato di dire l’ovvio, di affermare apertamente che se una famiglia non si fonda sull’amore assoluto e sulla comunione totale dei coniugi nella prospettiva del bene della famiglia stessa come essere a sé e, ovviamente, dei figli questa è destinata a dileguarsi, avete dimenticato di ricordare al mondo che non si crea una famiglia per calcolo o negoziazione o simili atrocità, ma perché ci si vuole impegnare NON in un progetto comune, ma in un ESSERE comune.
Ciò che state facendo, è seminare la zizzania per distruggere anche le famiglie dei figli di queste famiglie, spacciando quella che è una violenza per qualcosa di naturale, perché NESSUN bambino deve ritrovarsi a “scegliere” se passare il pomeriggio con il padre o con la madre, o se chiamare “papà” il nuovo marito della madre, e non dirò che questo non è naturale: anche fosse naturale, non sarebbe giusto.
Ma la pedagogia ha dimenticato la giustizia, per questo è totalmente inutile.
Continuate pure a scrivere apologie smielate delle “famiglie ricostituite”, ripetete pure che basta rimodulare i ruoli e mediare le relazioni e simili, rassicurate il mondo: “va tutto bene”.
Ma non va bene proprio un cazzo, i vostri stessi discorsi sono una delle cause del moltiplicarsi di queste situazioni, è giusto evitare che le persone coinvolte in questo fenomeno vengano colpevolizzate e a loro volta danneggiate da un sistema pedagogico-politico punitivo (dal punto di vista sociale e culturale anche), ma non dimenticate che l’ideale è ben altro, e che si può avere la miglior pedagogia del mondo, ma un bambino che vive con due genitori che si amano e che insieme sono famiglia non sarà mai nella stessa situazione di un altro che non ha questa fortuna.
Non avrà mai bisogno delle vostre chiacchiere, ad esempio.
Dovreste puntare ad evitare alle famiglie di domani la stessa sorte di quelle di oggi, invece state facendo il contrario: l’apologia del presente che si ubriaca per non pensare al futuro.
LA PEDAGOGIA CHE SI RIFIUTA DI PENSARE AL FUTURO!

Babbo Natale è morto – Capitolo V

Spedizione al polo, parte seconda

Mercoledì 5 Dicembre 2012

Tuo figlio ti ha fatto vedere la sua lettera?”

Quale lettera?”

Quella per Babbo Natale, chissà quale! Come al solito non te ne importa niente… di tuo figlio.”

Non so di che parli… sì che me ne importa di mio figlio!”

Te ne importa così tanto… che sabato ti sei dimenticato di andarlo a prendere, per stare con quella sgualdrina!”

L’uomo subì in silenzio della moglie Anna l’ira funesta, poiché questa aveva evidentemente colto nel segno. Questa volta non aveva modo di ribattere, non ne sarebbe nata la solita battaglia combattuta con le frecce inaspettate di archi del passato. Finì così presto che Tommaso, per una volta, non se ne accorse nemmeno, nessuno lo disturbò nella sua quotidiana esplorazione del mondo virtuale, forse anche grazie alla musica sparata nelle sue orecchie attraverso le invisibili cuffiette. Di solito non bastava, purtroppo tra una traccia e l’altra c’era sempre quel terribile momento di vuoto. Leggi il resto di questa voce

Babbo Natale è morto – Capitolo III

Compiti, note, piccole bugie

Lunedì 3 Dicembre 2012

Le lezioni erano appena iniziate nella scuola media don Milani, ed in IIC i trenta alunni si stavano disponendo ai loro posti, pronti per le due ore di lezione, in aula il professor Luigi Nerboretti, stimato da tutti in quanto miglior professore di italiano in tutto l’istituto, severo quanto basta; una persona laboriosa che pretendeva lo stesso impegno dai suoi alunni e che assegnava sempre, specie per i fine-settimana, temi interessanti ma impegnativi, a volte evidentemente un po’ troppo difficili per ragazzini di seconda media, ma lui non pretendeva mica scritti da luminare: voleva solo che i ragazzi ci provassero ogni volta, tanto i compiti a casa non venivano valutati.

Quella era la classe del nostro Tommaso, a cui quel professore piaceva parecchio; oggi, però, Tommaso sapeva di meritarsi quella sensazione mista di vergogna e imbarazzo, poiché non aveva fatto i compiti, e questa volta non aveva nemmeno una motivazione seria ed accettabile; gli occhi verdi del professore di mezza età scrutavano intanto la classe e i volti, uno per uno, e quando succedeva questo i bambini sapevano che, qualora non avessero svolto gli incarichi assegnati, avrebbero fatto bene a tremare. Leggi il resto di questa voce

Babbo Natale è morto – Capitolo II

Ad te levavi

Domenica 2 Dicembre 2012

Prima domenica d’Avvento.

“E muoviti, Tommaso! Tuo padre è già qua fuori e non ho nessuna voglia di vederlo!”

Come la stragrande maggioranza delle domeniche del 2012, anche quella del due Dicembre era iniziata nel peggiore dei modi, Tommaso non aveva avuto nemmeno il tempo per pensare a ciò che voleva sul suo letto, che la madre lo aveva già scaraventato nell’abisso della verità, quella verità che sarebbe stato un delitto dimenticare.

“Ma mamma… Non ho voglia di andare a messa oggi.”

Sapeva benissimo quale sarebbe stata la risposta, ma alle otto della domenica mattina non è molto facile ragionare, e si finisce per dire qualcosa di sbagliato. Profondamente sbagliato. Leggi il resto di questa voce

Babbo Natale è morto – capitolo I

L’amico di mamma e l’idea della lettera

Sabato 1 Dicembre 2012

La nostra storia inizia il primo di Dicembre di quest’anno, durante il Sabato che precede la prima domenica d’Avvento.

Protagonista della nostra storia è Tommaso, un bambino come molti altri, che frequenta la seconda media nella scuola gestita dalla circoscrizione di una città il cui nome non ci interessa davvero, ma che risulta ovviamente situabile nel territorio della Repubblica Italiana.

Inizialmente avevo pensato di raccontarvi gli eventi più importanti della storia di tommaso fino a quel primo di Dicembre, mi sono ricreduto. Cosa potrebbe nascondere, dopotutto, la biografia di un bambino? Niente di che, niente che non possa essere successo anche a tutti gli altri. Una sola cosa aveva determinato un cambiamento improvviso nella sua vita, e ve ne renderete conto molto presto, ciò che successe più o meno in questo stesso periodo, ma nel 2011. Ne parleremo più tardi.

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