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Salmo

Dio, mia giustizia, ascoltami!
Ascolta la mia voce!
Il mio fratellino sta piangendo,
il suo cuore è ferito
da una freccia mortale
e io non posso fare niente per lui.

Fino a quando, Signore, fino a quando
dovrò guardarlo piangere con mani legate?
Tu, Signore, hai distrutto la morte,
puoi salvare l’agnellino che ha smarrito
la via dell’ovile!

La mia mano è pesante, Signore,
e la mia voce grave e roca;
se provassi io a liberarlo
potrei fargli ancora più male.
Se lo chiamassi fuggirebbe!

Ma la tua voce è un fiume
di latte e miele,
la tua mano più delicata
di una piuma.
Stringilo a te, Signore!
Fagli sentire la tua voce!

E poi raccontami del suo sorriso,
ripetimi il suo canto di gioia,
fammi immaginare il caldo colore del suo viso.

Autostima e umiltà/appunti.

Potrebbe essere interessante indagare sulla nascita del concetto di autostima, che inevitabilmente va a mettersi in contrapposizione con la chiamata all’umiltà.
Eppure deve essere stato un clamoroso errore: di fatto ciò che fa crollare l’autostima è la realtà dei fatti, per cui chi stimava di essere più grande di quel che era viene umiliato suo malgrado, con conseguente sofferenza. A questo punto non ha senso ricostruire un’autostima che era menzogna, poiché inevitabilmente il ciclo si ripeterà con ancora maggiore sofferenza.
D’altra parte basterebbe un grammo di umiltà per annientare qualsiasi frustrazione che il superbo si autoinfligge, e che ormai comunemente si intende curare con l’ “autostima”.
Eppure è evidente che chi viene solitamente indicato come “persona con poca autostima” può davvero averne poca, ma ciò che conta è che ci è attaccato come una cozza, e non agisce per non perdere quel poco che ha, ha paura di essere umiliato ulteriormente e rifiuta di muoversi. Ebbene, probabilmente il problema di chi ha “poca autostima” è proprio che ne abbia, e che questo poco sia causa di comportamenti di orgoglio e superbia, mentre l’unica cura può essere nell’umiltà di chi non ha timore di essere disprezzato, perché già da sé si disprezza e sa di meritarlo, e perciò agisce.
L’umile sa invece di non valere granché, o addirittura di non valere nulla, e si considera indegno anche di ciò che riesce a fare e di ciò che ottiene, così da poter essere grato del molto come del poco, senza rischiare di subire frustrazioni notando che ciò che ottiene è inferiore a ciò che si aspettava di poter ottenere, perché chi si stima un nulla non può che ottenere qualcosa di superiore al nulla, se ottiene qualcosa, e dovrà esserne inevitabilmente felice.
In questo modo il valore stesso della cosa ottenuta aumenterà notevolmente, poiché precedentemente esso era soffocato dall’aspettativa di un risultato maggiore, legato alla menzogna sul valore del soggetto che ottiene (autostima). Motivo per cui l’umile, nel momento in cui si ritrovi ad avere qualcosa, inevitabilmente avrà qualcosa di molto grande, dato che l’umile non si ritiene meritevole nemmeno della più piccola delle cose. Al contrario, l’uomo con poca autostima, che come detto prima è il superbo, sarà sempre convinto di non avere, poiché aspira ad avere di più, crede di meritare di più e si cruccia perché la realtà gli ricorda che sta mentendo.
Perciò il superbo è destinato a nascondere quel poco che ha (e sappiamo che lo ha proprio perché ci sta attaccato come una cozza, proprio perché ha poca autostima) e a perderlo, perché afferma di non avere abbastanza. Dall’altra parte, l’umile otterrà un grande tesoro anche da una piccola moneta, perché sa di non meritare ma sa anche di avere, e che se non avesse la giustizia sarebbe comunque rispettata.
Perciò in realtà è solo l’umile ad avere, ed a lui sarà dato. Il superbo invece non ha, perché pretende cose che non merita, e si vede sfuggire dalle dita anche quel poco che aveva e di cui non ha saputo essere felice.
Ecco perché è preferibile umiliarsi che “costruirsi un’autostima”.

 

Nuove lettere – 6 Dicembre

ATTENZIONE: La lettera che potete leggere qui sotto coinvolge direttamente i personaggi del libro “Babbo Natale è morto”. Essa non contiene anticipazioni degli eventi raccontati nel libro ma, essendo scritta in un periodo successivo alla vicenda narrata, può comunque riportare informazioni che chi non avesse ancora letto il suddetto libro potrebbe non voler conoscere.

Venerdì 6 Dicembre 2013

Caro Babbo Natale,

innanzitutto, sappi che posso chiamarti come mi pare, e che se mi va di chiamarti così lo faccio.

Hai ragione tu: ho scritto quella lettera perché avevo bisogno di urlare quelle cose a qualcuno, ed in quel momento non c’eri. Poi è stato divertente farlo: sei così diverso quando scrivi… sembri quasi una persona seria.

Comunque… perdonami, avevo dimenticato che proprio in questo periodo era successa quella cosa orribile, mi dispiace tantissimo avertelo fatto ricordare. Ti prego, non mi tornare depresso come prima, sono tutti depressi in questo mondo!

Mi sono stancato dei musi lunghi, della gente che si lamenta in continuazione, di chi passa le giornate a piagnucolare pensando che capitino tutte a lui, e che tutti ce l’abbiano con lui…

Lo so, potresti dirmi che io sono proprio così, ed avresti ragione. Ma io sono un ragazzino, no? Un bimbetto. E poi sto migliorando, e spero di riuscire a mettere in pratica queste tue parole per affrontare questo mondo con un po’ di allegria, anzi, di “gioia”, come diresti tu. Leggi il resto di questa voce

La risposta – 4 Dicembre 2013

ATTENZIONE: La lettera che potete leggere qui sotto coinvolge direttamente i personaggi del libro “Babbo Natale è morto”. Essa non contiene anticipazioni degli eventi raccontati nel libro ma, essendo scritta in un periodo successivo alla vicenda narrata, può comunque riportare informazioni che chi non avesse ancora letto il suddetto libro potrebbe non voler conoscere.

 

 

Mercoledì 4 Dicembre 2013

Tommaso,

mi chiedo come mai tu abbia sentito il bisogno di scrivermi una lettera, dato che possiamo tranquillamente parlare di persona, e di qualsiasi cosa. In effetti è quello che facciamo, ed anche io potrei rispondere a quel testo dicendoti tutto a voce, piuttosto che consegnandoti la mia risposta come invece farò (e avrò fatto, nel momento in cui leggi).

Forse l’hai fatto ricordandoti di ciò che successe l’anno scorso, forse perché alcune cose erano un po’ difficili da dire di persona, forse per gioco, o forse perché avevi bisogno, proprio in quel momento, di urlare quelle parole a qualcuno. Chissà. In realtà non è poi così interessante.

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Nuova lettera a Babbo Natale

ATTENZIONE: La lettera che potete leggere qui sotto coinvolge direttamente i personaggi del libro “Babbo Natale è morto”. Essa non contiene anticipazioni degli eventi raccontati nel libro ma, essendo scritta in un periodo successivo alla vicenda narrata, può comunque riportare informazioni che chi non avesse ancora letto il suddetto libro potrebbe non voler conoscere.

Martedì 3 Dicembre 2013

 

Caro Babbo Natale,

quest’anno le cose sono andate un po’ meglio, ed in gran parte il merito è tuo.

Mamma e papà si sono impegnati per litigare un po’ meno, anche se le cose non sono tornate prima. Temo che questo non succederà mai, ma non è poi così importante. Dopotutto la mia vita non dipende da loro, io posso essere felice anche se queste cose non funzionano bene, questo me lo hai insegnato tu.

Anche a scuola le cose vanno molto meglio, ho trovato la forza di ricominciare a studiare e sono tutti contenti di me, anche se probabilmente potrei fare meglio. Spero che anche tu sia contento di me: quello che mi insegni è importante, per me, anche se a volte il mio pensiero è altrove, e sicuramente non do l’impressione che mi importi più di tanto. Ti sei messo in testa di affrontare quegli argomenti più seriamente e più severamente, credimi: te ne sono grato. Anche se a volte ti faccio arrabbiare, anche se qualche volta ti tratto un po’ con sufficienza ed altre volte scappo… non desistere, pensa che il Signore di cui parli sempre non avrebbe lasciato un allievo difficile come me nelle mani di un maestro incapace, e infatti mi ha fatto incontrare il migliore del mondo. Grazie, a te e a Lui.

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Una lettera indegna

Fratellino,
ancora tremante decido di scrivere queste parole, che forse nemmeno leggerai mai, o che leggerai senza sapere che sono rivolte a te.
Eppure le scrivo, e non posso negare che ci sia anche un po’ d’egoismo, in questo mio gesto, ormai mi conosco abbastanza per riconoscere che ogni gesto che il mondo potrebbe chiamare “bello”, in realtà cela un’ombra di superbia, di protagonismo…
Perdonami per questo, perché chi legge non lo sa, ma io non sono degno nemmeno di baciarti i piedi, non sono che un miserabile, un vile, e chiunque la pensasse diversamente si sbaglierebbe di grosso.
Non è buffo iniziare una lettera in cui si vuole chiedere perdono… chiedendo perdono per volerla scrivere?
Oggi, quando ti ho visto, ho iniziato a tremare. Qualcuno penserebbe che sia normale, dopotutto, eravamo ad un funerale, il funerale di tuo padre, e chiunque si sarebbe impietosito davanti alla sofferenza di un bambino che ha perso il proprio padre.
Ma io tremavo davvero, e non erano i pensieri a farmi tremare, non era la compassione né la simpatia, non era il disagio nel vederti circondato da persone che ti compativano, che cercavano di comunicarti qualcosa anche quando ciò è, almeno credo, sinceramente impossibile, quando solo la Grazia può rimediare al dolore e alla rabbia.
Io tremavo perché avevo di fronte il Cristo.

Ti ho toccato e ti ho baciato, ma l’ho capito chiaramente, che non sono degno.
Io che così spesso mi sono lamentato, io che così spesso ho pianto per la mia famiglia, per mio padre…! Io che sono arrivato a pensare di non averne mai avuto uno, come posso sentirmi degno di toccare chi il padre l’ha perso davvero?
Non ho potuto dirti alcunché, non ho fatto niente di diverso da ciò che hanno fatto tutti gli altri, e anche quello è stato inutile, se non ti è servito per soffrire ed arrabbiarti ancora di più.
Ma posso dirti, nell’eventualità che un giorno venissi a leggere queste parole, che Uno c’è, che può condividere con te il tuo dolore, che l’ha già preso su di sé prima che tu nascessi, che ti ama più di quanto immagini. Ti ho affidato a Lui nella mia preghiera, perché vegli su di te e ti protegga.
Appena qualche giorno fa gli avevo chiesto di tenermi al riparo da qualsiasi corona, salvo quella che ha dovuto indossare mentre saliva sul Golgota. Oggi mi ha concesso di partecipare ad una briciola del tuo dolore, come al solito non ha tardato ad esaudire la mia preghiera.

Perdonami ancora, perdonaci tutti.

Allo specchio

Quel volto angelico

in quello specchio

no, non è il mio.

.

Mi volto

una bestia

che sia davvero così?

.

Sì, non sono che una bestia

non sono degno di questa vita

Non posso fare alcun bene.

Son nato per errore. Nessuno mi ama.

  .

Se solo qualcuno mi amasse!

  .

Ecco, di nuovo…

non era vero, eh?

Mi ingannavo, lo so, io sono…

Sì, sono il migliore, un santo

con le mie forze mi sono elevato.

.

Non come quegli altri, schiavi

di loro stessi. Che miseri che sono!

.

Ora potrei pure…

sì, potrei permettermi di farlo.

Chi può biasimarmi, d’altronde?

Mi sono impegnato tanto…

ho lavorato…

.

Eppure sono triste.

 .

Sì, in fondo mi illudevo.

Sono solo una bestia.

Abbandonata a sé stessa

da un padrone crudele.

Perché qualcuno non mi uccide?

.

No. Ho troppa paura per morire.

Se sono bestia è giusto

che mi comporti come tale

In fondo che mi importa

se li faccio soffrire?

Se lo meritano anche loro.

 .

Ma in fondo io sono meglio di loro!

So, per lo meno, di essere una bestia, no?

Ma alla fine, lo sono davvero?

La mia coscienza, la mia consapevolezza…

Quelli mi fanno del male, e nemmeno se ne accorgono!

Ignoranti, stupidi, sempliciotti…

Vogliono solo oscurare la mia luce.

Vogliono che io pensi che sono sbagliato.

Così si approfitteranno di me!

Non ci cascherò di nuovo!

.

Ma che importa, in fondo?

Sarò quello che sono, non mi interessa.

Un giorno morirò, e quest’immagine

Non sarà altro che un ricordo.

Non ho bisogno di uno specchio.

Devo solo accettare colui che sono.

E lasciarlo stare.

.

Eppure un dolore

mi trafigge il petto.

Lo metterò a tacere

aiutando il povero

sfamando l’affamato

curando il malato.

 .

Ma non si cheta!

.

Tanto vale allora

soddisfare le voglie

quelle son vere ferite!

Mangerò fino a scoppiare

mi prenderò tutto quello che voglio

Le lacrime mi renderanno forte.

Quelle degli altri.

.

Ma sono stanco, ormai.

 .

Tutto questo non ha senso.

Fare il bene porta l’ingratitudine.

Fare il male porta altro male.

Che noia, questa vita!

 .

Tanto vale lasciarsi andare.

Qui, su questo marciapiede.

Come un mendicante.

Attendo che venga a prendermi.

Il nulla.

La morte.

.

Sputo nella mano di chi vuole aiutarmi.

Strillo nelle orecchie di chi mi compatisce.

Voglio morire, lasciatemelo fare!

.

Voglio morire, ma non si può morire bene?

Fare qualcosa che lasci il segno,

Qualcosa che mi faccia ricordare
Per lo meno da qualcuno.

 .

Ma non ho la forza per alzarmi

E su quella strada

Ecco che si ferma un autobus.

Il mio riflesso sulla carrozzeria
Non mostra la bestia, né un eroe.

Sono solo un bambino,

circondato da vetri frantumati.

Uno è entrato nel mio cuore.

.

Piango e mi dispero!

Sono tutto solo.

Tutta la mia vita

Fu solo una bugia.

Non voglio morire!

.

Ma ecco che se ne va

portando con sé chi voleva darmi un soldo

e pure il mio volto gonfio e rosso

di pianto.

 .

Alzo gli occhi al cielo.

Mamma, ovunque tu sia

il tuo bambino sta piangendo!

Accorri in suo aiuto,

cura le sue ferite,

fa che smetta di piangere.

 .

E che possa posare il capo sul tuo grembo

sentendosi amato

senza bisogno di guardare

nello specchio.

 

 

Migranti

MIGRANTI

ovvero

COLORO CHE GRIDANO VERSO IL CIELO

“Maestro, che posto è questo? Perché siamo qui?”

Eravamo in piedi su uno scoglio, nel mezzo di un mare agitato, burrascoso. Alla nostra destra vi era il sole dell’alba, alla nostra sinistra, lontana, una spiaggia.

“Hai parlato a lungo dei migranti, ho fatto tesoro delle tue parole.”

“Quindi?”

“Ricordi la speranza nei volti di quelle persone, unita alla disperazione, disperazione per chi non ce l’aveva fatta, disperazione per le difficoltà che si trovavano davanti, la rabbia per un mondo impreparato ad accoglierli, indifferente alle loro sofferenze?”

“Sì…”

“Ho trovato molto belli i tuoi pensieri, mi sono commosso io stesso per le tue lacrime, per la tua emozione. Tuttavia, ho subito pensato che dovessi vedere anche un altro tipo di immigrati, che tuttavia subiscono la stessa sorte.”

“E lo vedremo qui?”

“In realtà potresti anche ricordartelo: anche tu eri un immigrato, dopotutto. Certo, ora è tutto finito, il mondo è stato in grado di accoglierti, ma non per tutti è così. Per molti raggiungere la terra è difficile, ed a volte non ci arrivano mai. Ma lo sai quanti corpi giacciono sul fondo di questo mare?”

“Non capisco ciò che dici, io non vedo nulla…”

“Osserva bene, qui davanti a noi c’è una corrente in cui l’acqua è più chiara, se ci infilassi la mano noteresti che è anche più tranquilla, ed è tiepida.”

“Sì, maestro, lo sento.”

“Guarda ora là, dove il sole sorge, proprio in questo momento stanno arrivando le prime barchette. Se guardi bene, noterai che all’inizio sono tutte su questa corrente.”

“Non riesco a vedere cosa c’è dentro, però…”

“Aspetta, ne abbiamo di tempo, aspetta che si avvicinino.”

“Ecco, una ha cambiato direzione, ma dove va?”

“Da nessuna parte.”

“Come sarebbe a dire?” Leggi il resto di questa voce

La pedagogia

La pedagogia dovrebbe essere quella scienza che guarda al futuro, una scienza che cerca il meglio per l’uomo, una scienza che tenti di capire come rendere migliori le relazioni che oggi non funzionano, affinché domani possano funzionare.
E che succede? Oggi la pedagogia è la scienza della rassegnazione: “la famiglia tradizionale è in declino”, dicono, bisogna riconoscere l’esistenza delle nuove forme di convivenza, e smettere di parlare di “la famiglia”, ma di “le famiglie”.

Ma poi che succede? Negli stessi libri c’è anche l’onestà intellettuale indispensabile a dire le cose come le stanno, dopotutto, a dire ovvero che più ci si distanzia da quel “la famiglia” di cui è meglio non parlare più, più si creano problemi, più le cose vanno male, più non si riesce ad educare, più va tutto a puttane, prosaicamente. Leggi il resto di questa voce

Ritorni

In momenti molto strani (e molto rari), certe combinazioni di eventi hanno il potere di risvegliare in me una creatura di cui spesso dimentico anche l’esistenza, qualcosa che c’è e che è importante, ma che è meglio non nominare, non ricordare.

Il ragazzino.

Ed è un ragazzino pieno di angosce, timori, dubbi, un essere immerso nella certezza, negata con tutte le forze, di essere fatto male, di avere qualcosa in meno, di essere nato nel posto sbagliato. Una creatura impaurita, che sente costantemente un nodo allo stomaco, ma che non ha il coraggio per chiedere aiuto, perché è troppo timido e, contemporaneamente, troppo orgoglioso.

Non me la sento di parlarne, di guardarlo in faccia più di quel che devo, perché fa male, fa malissimo.

E so che tutti hanno conosciuto persone simili, eppure so anche che nessuno ne ha conosciuta una uguale.

Eppure ho bisogno di scrivere questo. Quel ragazzino non ha mai ringraziato abbastanza una persona, una persona molto importante, che è scomparsa all’improvviso e che non si può sapere, ora, dove sia.

Manolo, se queste sensazioni sono solo una reminescenza, il grosso del merito è tuo. Mi manchi.

Ma ora questo deve finire, è peggio di qualsiasi incubo. Avevo in mente di sfruttare il momento e scrivere, ma penso che andrò a dormire. Chissà cosa potrebbe uscir fuori, a scrivere in questo stato…