Archivi Blog

Una tomba, due iscrizioni, tre preghiere

Nel tardo venerdì pomeriggio di un novembre insolitamente mite, mi trovo a pregare in un piccolo cimitero di campagna, visitato a quell’ora soltanto da uccelli, lucertole e insetti.

Visitati i miei morti, continuo a recitare il rosario e a camminare senza una meta ben precisa, quand’ecco che qualcosa attira la mia attenzione. L’avevo già notato prima, ma mai mi era capitato di soffermarmici, era un vaso di fiori attaccato alla ringhiera, dalla parte opposta della parete con i loculi, un vaso di marmo ben piantato nel pavimento, con dei fiori dentro e una targa sopra, con l’iscrizione: “****, sarai sempre nel mio cuore – tuo padre”; in quel momento vedo un ragno in agguato proprio lì, appeso con la sua ragnatela tra la targa e i fiori, allora non posso fare a meno di distruggere la sua trappola e costringerlo a migrare da un’altra parte: in fondo, mi dico, vale più il decoro della tomba di un uomo morto fanciullo, che la cena di un ragno, potrà tessere di nuovo la sua ragnatela e acchiappare tutte le prede che vuole.

Mi dico, tuttavia, che lì c’era solo quel vaso: da qualche parte doveva esserci pure una lapide, e presumibilmente una bara. Perciò mi volto e iniziò a cercare tra i loculi se quell’**** avesse un volto e un’età. Vedo che l’unico con quel nome sta su in cima, all’ultima fila, proprio di fronte a quel vaso, e allora capisco la volontà del genitore di rendere più visibile la sua tragedia. Un ragazzino che muore non è come tutti gli altri, non è qualcosa di naturale, ed innaturale è per il padre sopravvivere al figlio, non mi meraviglio perciò di questa scelta.

Vedo dal basso una data e, pensando che fosse quella della nascita, mi addolora pensare che non abbia fatto in tempo nemmeno a vedersi crescere addosso il primo pelo dei baffi, ma non si vede bene nemmeno la foto e prendo la scala, e mi avvicino.

Scopro finalmente che non era, quella, la data della prima nascita, ma della seconda; le date non erano certo distanti, e i sedici anni non sono poi una gran consolazione. Ma ecco che qualcosa mi fa venire un tuffo al cuore. “Ti amo – La mamma”. Questo era scritto sulla pietra.

Perché mai, mi dico, questa separazione? Certo, poteva essere una specie di coreografia, oppure il padre non poteva salire la scala e gli avevano fatto il vaso per consolazione, o forse si trattava di qualche altra romanticheria, una figura retorica che genitori e figlio potevano capire, e che faceva bene a tutti e tre.

Non mi interessa quale sia la realtà, non ero certo lì per giudicare genitori o figli, lascio il fanciullo con una preghiera: una al Signore che possa accoglierlo tra i suoi santi il prima possibile, se non l’avesse già fatto; l’altra a lui, che da lassù preghi e perdoni, perché se anche si fossero messi d’accordo di ucciderlo anche dopo morto possano riabbracciarlo tutti e due, e non uno al piano di sopra e uno di sotto.

Ti hanno messo al mondo insieme, insieme ti rivedranno, se tu chiederai a chi tiene le chiavi del loro cuore di fare in modo che questo non sia solo un ricordo, una scritta sul marmo. Se tu che sei nel cuore di Dio sei davvero nel loro non hai da temere.

Chissà, forse te ne sei andato in missione.

Prega anche per me.

Annunci

Sull’immagine di un Gesù debole e melenso

Invece che guardare dei libri e dei quadri sul Nuovo Testamento, guardai il Nuovo Testamento. Vi trovai un resoconto che nulla aveva a che fare con una persona con i capelli divisi da una scriminatura centrale o con le mani strette in supplica, ma che riguardava un essere straordinario dalle labbra tonanti e dalle azioni terribilmente decise, che rovesciava tavoli, cacciava i demoni, che passava con la selvaggia segretezza del vento dall’isolamento della montagna a una sorta di demagogia paurosa; un essere che spesso si comportava come un dio arrabbiato, e sempre come un dio. Cristo aveva addirittura un suo stile personale, che non si ritrova, credo, da nessun’altra parte: esso consiste in un uso quasi furioso della a fortiori. I suoi “quanto più” sono accatastati uno sopra l’altro come dei castelli sulle nuvole. Le parole usate su Cristo sono state, e forse saggiamente, dolci e remissive. Ma le parole usate da Cristo sono curiosamente smisurate: sono piene di cammelli che saltano attraverso le crune degli aghi e di montagne scagliate in mare. Dal punto di vista morale sono ugualmente terribili; Egli ha definito se stesso una spada di carneficina, e ha detto agli uomini di vendere le tuniche e comprare le spade. Il fatto che usasse altre parole perfino più sfrenate per la resistenza passiva aumenta notevolmente il mistero, ma anche in certa misura la violenza. Non possiamo nemmeno spiegarlo definendo pazza una tale creatura, perché la pazzia di solio segue un percorso logico. Il pazzo generalmente è monomaniaco. Qui dobbiamo ricordare la difficile definizione del cristianesimo fornita in precedenza: il cristianesimo è un paradosso sovrumano per cui due passioni opposte potrebbero risplendere una accanto all’altra. La sola spiegazione del linguaggio evangelico in grado di chiarire tutto questo è che lo sguardo di colui che si trova a un’altezza sovrannaturale scorge una sintesi più sorprendente.

 

[Gilberth Keith Chesterton, Ortodossia]

 

Parla con gli alberi

 

 

Mia è una fotografa italiana che vive a Parigi, mantenuta da un marito assente. Sogna di diventare madre e decide di fare una sorpresa al marito che lavora in Cambogia, ma è lei ad avere una brutta sorpresa… Gli occhi spalancati sulle bambine e il cuore in pezzi, decide di farle fuggire dal pozzo di dolore attraverso la Cambogia più pura, bella e selvaggia… Leggi il resto di questa voce

Fiabe, bambini e paura

Coloro secondo i quali i bambini non devono essere spaventati possono voler dire due cose: (1) che non dovremmo fare niente che possa inculcare nei più piccoli paure ossessive, paralizzanti e psicologiche contro le quali il normale coraggio non può nulla, in altre parole fobie. Oppure (2) che dobbiamo nasconder loro il fatto di essere nati in un mondo di morte e violenza, avventure e dolori, eroismo e vigliaccheria, bene e male. Personalmente sono d’accordo con coloro che sostengono il primo punto ma non con i secondi. Questi ultimi intendono nutrire i bambini di false sensazioni ed escapismo del tipo deteriore; oltretutto, c’è qualcosa di ridicolo nel tentativo di educare in questa maniera una generazione nata nel secolo della polizia sovietica e della bomba atomica. È probabile che i giovani debbano affrontare nemici crudeli: che almeno abbiano sentito parlare di valorosi cavalieri ed eroiche gesta di coraggio. Non prepararli minimamente equivarrebbe a dar loro un futuro più oscuro, non più luminoso. Per quanto riguarda violenza e spargimenti di sangue letterari, la maggior parte di noi sa che non innescano paure ossessive nella mente del bambino. In questo senso mi oppongo tranquillamente al riformatore moderno e mi schiero con la razza umana: continuino a esistere re malvagi e decapitati, battaglie e carceri sotterranei, draghi e giganti; e che i cattivi vengano senz’altro uccisi alla fine del racconto. Niente potrà convincermi che questi espedienti provochino, nel bambino normale, un brivido o un livello di paura superiore a quello che vuole e che ha bisogno di provare. Perché il bambino vuole essere un po’ spaventato.

[C.S. Lewis, Tre modi di scrivere per l’infanzia]

Perché l’affitto dell’utero è un abominio

La pratica dell’utero in affitto, anche detta maternità surrogata è quel processo per cui una coppia sterile (per un motivo o per l’altro) decide di far nascere il proprio figlio dall’utero di una donna estranea alla coppia, che è madre gestazionale del nascituro (ed in certi casi anche biologica, ma questo tipo di surrogazione è maggiormente osteggiato per vari motivi).

In questo post ho intenzione di approcciare questa pratica da due punti di vista per dimostrare che essa è intrinsecamente abominevole e lesiva della dignità umana, nonché della salute degli attori in gioco.

Leggi il resto di questa voce